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Come scegliere un olio da massaggio

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Come scegliere un olio da massaggio?

Questa domanda viene posta molto di frequente dalle donne in attesa che vogliono prendersi cura di loro stesse e dai neogenitori che hanno voglia di fare un massaggino alla loro prole, magari prima o dopo il bagnetto, o come momento di intimità al risveglio, o prima di andare a letto.

Ci sono alcune regole che ci permettono di scegliere in base ai nostri gusti ed esigenze.

Vi propongo il mio criterio di scelta, basato sulla mia esperienza, premesso che esistono olii da massaggio ottimi e “già fatti”.

La prima regola è: olii vegetali spremuti a freddo (e biologici, per me, ma regolatevi in base al vostro criterio!).

La pella assorbe le sostanze contenute negli olii, perciò è importante conoscere la quaità di ciò che andiamo ad applicarvi, inoltre i bambini si leccano ed esplorano con la lingua. Conviene, quindi, che gli proponiamo di assaggiare prodotti commestibili – non pesticidi, nè la paraffina contenuta in molti olii da massaggio industriali, che, anche se può essere apprezzata da alcuni massaggiatori, non è certo da considerarsi alimentare.

La seconda regola è: niente profumi. Intanto perchè coprono gli odori della pelle nostra e del bambino, creando disorientamento, in secondo luogo perchè gli olii essenziali e i profumi sono veri e propri farmaci, che entrano nella pelle e vengono metabolizzati, ed hanno un effetto, che forse non vogliamo, o che potrebbe essere eccessivo per un bimbo piccolo o per una donna in attesa. Se desiderate attingere alle virtù aromatiche delle piante, utilizzate l’olio essenziale diffondendolo nell’aria, piuttosto che tramite il contatto diretto con la pelle.

La terza regola è: occhio alle intolleranze.

A causa del suo odore delicato e della consistenza piacevole viene spesso consigliato l’olio di mandorle dolci o l’olio di germe di grano, ma entrambi contengono allergeni! Accertiamoci che non ci diano problemi, in caso contrario ci sono molte alternative: l’olio di argan, l’olio di jojoba, il burro di karitè, ovviamente se usati in purezza, ossia così che siano privi di aggiunte misteriose e possano essere tranquilamente ingeriti ( e aggiungerei biologici, se lo desiderate, e sempre spremuti a freddo, in quanto il calore altera le proprietà organolettiche dell’olio).

Il contro di questi prodotti è che potrebbero avere un costo elevato.

Conviene dunque, seguendo la tradizione dell’ayurveda, ma anche della nostra erboristeria tradizionale, rivolgersi a prodotti alimentari, di cui conosciamo la provenienza: possiamo scegliere tra l’olio di crusca di riso, l’olio di sesamo, l’olio di semi di vinacciolo (questi due possono anche essere miscelati), l’olio di girasole, l’olio di senape (magari sempre diluito con olio di sesamo), l’olio di cocco, senza dimenticare ciò che in Italia possiamo reperire quasi ovunque a un costo ragionevole: un ottimo extravergine di oliva, magari dal gusto delicato.

La quarta regola è: se è naturale spesso irrancidisce facilmente! compra confezioni piccole o conserva in frigo.

Qui le caratteristiche specifiche di ognuno di questi prodotti, che potete controllare online in uno dei tanti erbari, o su un buon manuale di erboristeria, secondo una mia breve sintesi:

olio di mandorle dolci:

delicato, emolliente, contiene vitamina A e vitamine del gruppo B

olio di germe di grano:

nutriente, adatto in caso di pelle secca e delicata, contiene vitamina E

olio di argan:

ricco di vitamina E, idratante e aninfiammatorio

olio di jojoba:

elasticizzante, leggero, di rapido e facile assorbimento

burro di karitè:

lenitivo e antibatterico, può essere usato sulle mucose, così come sulla pelle lesionata, nutriente, antinfiammatorio, protegge naturalmente dai raggi solari

olio di crusca di riso:

emolliente, antinfiammatorio, protegge naturalmente dai raggi solari

olio di sesamo:

idratante, riscaldante, adatto a ogni tipo di pelle, protegge dai raggi del sole

olio di vinacciolo:

antiossidante, ricco di polifenoli, contiene vitamina E

olio di girasole:

lenitivo, ricco di vitamina E, delicato

olio di senape:

riscaldante, tonificante, aiuta la circolazione sanguigna, ottimo d’inverno

olio di cocco:

lenitivo ed emolliente, ottimo d’estate perchè rinfrescante, profumato

olio extravergine di oliva:

contiene vitamine A ed E, cicatrizzante, elasticizzante, rigenerante, previene ed aiuta in caso di dermatiti

Questi olii possono anche essere miscelati tra loro, per farci ottenere un prodotto piacevole per odore e consistenza (il che è soggettivo!), più o meno consono alla stagione e che, contemporaneamente, non generi reazioni sulla pelle, dunque disagio.

massaggiate, massaggiate, massaggiate!

* postilla: cosa NON è un olio da massaggio.

Quando parliamo di olio da massaggio intendiamo una base neutra, come ad esempio l’olio di jojoba o l’olio di cocco, che, pur avendo caratteristiche chimiche e organolettiche specifiche, non rientra nella categoria dei fitoterapici, ma piuttosto dei cosmetici o degli alimentari, e come tale ha certamente un effetto, ma non paragonabile a un effetto farmacologico. Può contenere conservanti e coloranti, può essere aromatizzato, può essere o meno naturale. La nostra scelta sarà dovuta al gusto personale e all’esperienza soggettiva.

esistono, poi, oli che possono essere utilizzati per il massaggio in circostanze specifiche, ma che contengono dei principi attivi: naturalmente possiamo utilizzarli per massaggi in casi specifici, ma non sono semplicemente oli da massaggio. solitamente, nel caso si tratti di prodotti naturali, ci possiamo aiutare con le preposizioni: l’olio di oliva è ottenuto dalla spremitura meccanica delle olive, l’olio all‘iperico è un olio solitamente di jojoba o di oliva, che è stato tramutato in un oleolito, ossia in cui è stato lasciata in infusione una pianta, l’iperico, per estrarne il principio attivo: questo principio attivo fa rientrare l’olio all’iperico, all’arnica etc. etc. in una categoria differente, che è quella dei fitoterapici. perciò, non è un olio da massaggio, anche se naturalmente un massaggio con l’olio all’iperico può essere utile in certe situazioni: ma non in altre, anzi. questi prodotti sono normati dalla legge italiana, che punisce la loro prescrizione se fatta da persone non aventi titolo per farla. la pelle è l’organo più grande del nostro corpo, beve e respira, e pensare che una sostanza venga assimilata meno, perchè a contatto ‘solo’ con la pelle, significa dare troppo poca attenzione a questa parte di noi, così importante. durante la gravidanza, l’allattamento e nei primi anni di vita dei nostri bambini, dobbiamo avere accortezze particolari, perchè si tratta di momenti particolari della nostra vita, in cui abbiamo esigenze particolari, che vanno amorevolmente rispettate. chiediamo consiglio a qualcuno che sia competente, se siamo nel dubbio su un prodotto, prima di utilizzarlo. per quanto un prodotto naturale possa essere meglio assorbito e tollerato dall’organismo rispetto ad uno di sintesi, non dimenticate che è insito nel significato della parola farmaco il fatto di poter essere qualcosa che ci aiuta o che ci danneggia, a seconda dei casi, e che oli essenziali e estratti sono, a tutti gli effetti, farmaci.

Margherita

contatti: lamelamara@gmail.com

Benedire i figli

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Questo articolo mi sta frullando in testa da un bel po’ di tempo. Ma è un articolo confusionario, che mette tanta carne al fuoco e davvero non son sicura di riuscire a trasmettere quel vortice di associazioni mentali che mi si scatena ogni volta che penso alla benedizione.

Da tempo immemore abbiamo rilegato la benedizione all’ambito religioso…o chi sa non gli sia sempre appartenuta! Certo è che vi abbiamo piano, piano completamente rinunciato lasciando l’atto di benedire alle guide spirituali.

Da quando ho scelto il Brasile come mia seconda patria, ho incontrato la benedizione nelle case: i bambini la chiedono agli adulti di casa al mattino appena svegli e la sera prima di dormire. La chiedono porgendo la mano destra da baciare e baciando a loro volta la destra di chi li benedice. Gli adulti interrompono le proprie occupazioni e si concentrano sul bambino, lo guardano negli occhi, e gli augurano tutto il bene, in nome di Dio ma anche senza necessariamente doverlo tirare in ballo.

L’ho sempre trovato un momento di estrema dolcezza e comunicatività.

Ma non sarebbe sufficiente, forse, per scrivere un articolo. E qui entrano in gioco le associazioni mentali.

Nel mio quotidiano di mamma mi rendo conto ogni giorno di quanti messaggi negativi passiamo ai nostri bambini.

“Sei ancora troppo piccolo, non ce la fai”

“Attento, ti fai male, non sai usare questo strumento”

“Suvvia ma non vedi che sei piccolo, cosa pretendi di fare?”

“Aspetta, ti aiuto io sennò non ce la fai”

E tanti altri.

Sono frasi spontanee, dettate dall’amore, dall’attenzione e dall’istinto di protezione.

Ma inevitabilmente sono frasi che tendono a calare una piccola coltre di sfiducia nelle capacità dei piccoli.

L’ideale sarebbe fidarci di loro e guardarli da lontano, fare i “genitori pigri” insomma. Ma non sempre è facile o possibile. Non tutti siamo uguali e veniamo da storie e percorsi diversi. E’ necessario rispettarsi.

Potremmo, forse, lavorare sulla comunicazione, sul nostro modo di richiamare o di intervenire ma, di nuovo, non sempre è facile o possibile, non sempre è naturale, non sempre ci sentiremmo a nostro agio.

Io non sono una psicologa né un’esperta in comunicazione, ma adoro i momenti un po’ magici che ci ricaricano le energie, che ci mettono in contatto. Ed in mezzo a tanti messaggi negativi “involontari”, penso che potremmo riscoprire, illuminandola di nuova luce, l’antica consuetudine di benedire. Un messaggio totalmente positivo, totalmente consapevole, tenero e serio come lo sono i momenti di vero contatto.

Un momento, ad inizio o fine giornata, in cui guardiamo i nostri figli negli occhi e diciamo loro tutto il bene e soltanto il bene. Un momento di contatto di pelle e anima.

Potremmo, così, forse, strappare la benedizione al contesto religioso e restituirla alla sua etimologia. Potremmo benedire i bambini, con questa o con altre parole. In nome di Dio o nostro o dell’amore o della fiducia, o di quello che di più bello sentiamo nel cuore.

Potrebbe essere un momento sacro, un rituale prezioso per dir loro: ti amo e credo in te, nelle tue capacità, anche se a volte sono pauroso, anche se a volte sono apprensivo, anche se a volte sono troppo ingombrante. Ti benedico, ti auguro tutto il bene che meriti, sono certo che tu sia un essere umano meraviglioso e che lo sarai sempre.

Veronica

Maternità e sindrome del derby

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Non so se sia lo stesso anche altrove ma qui in Italia sembra che tutto sia condizionato da una sorta di inarrestabile sindrome del derby. O con me, o contro di me. Bianco o nero.

Sono ormai 4 anni che frequento mamme in consultori, corsi pre e post parto, ludoteche, gruppi sui social network e via dicendo.

Sembra che qualsiasi esperienza di maternità debba essere incanalata, rapportabile ad una sola scelta di maternage, ligia e perfetta secondo i canoni della strada prescelta.

O allatti per anni o sei contraria all’allattamento.

O ti tieni i figli nel letto a scapito pure del marito o pratichi Estevill.

O hai speso 1400€ in un trio all’avanguardia o altrettanti in fasce e marsupi ergonomici.

O sei “ad alto contatto” o sei “a basso contatto”.

E sembra così importante appartenere ad una squadra che per farlo le mamme si informano, si testano nel percorso, chiedono conferme e pareri, non si risparmiano attività di propaganda. Che siano dell’uno o dell’altro team. Per essere riconosciute e per potersi riconoscere in una delle due squadre, tante mamme e tante famiglie compiono scelte “dettate” da regole e opinioni altrui che non appartengono loro.

“Ma sarò abbastanza accogliente?”

“Ma sarò abbastanza severa?”

Ed è forse questa l’origine dell’infelicità così diffusa.

Qualsiasi scelta che facciamo per noi ed i nostri figli dovrebbe assomigliarci. Dovrebbe rispecchiare le nostre caratteristiche, dovrebbe rispettare i nostri bisogni fondamentali. In una parola, dovrebbe essere naturale. E non necessariamente nel senso più mammifero del termine: ogni mamma dovrebbe saper leggere, sì, i bisogni primari del proprio figlio, ma dovrebbe anche comportarsi secondo ciò che si sente di poter/dover fare insieme al proprio bambino.

Ed in questo  dovrebbe essere comunque supportata. Perché qualsiasi mamma che farà una scelta non consapevole e non adeguata a se stessa come essere umano, e come donna in particolare, sarà una mamma affaticata e una donna infelice e manderà costantemente messaggi contrastanti ai propri figli.

Il primo e più importante contatto che bisogna curare è quello con noi stesse. Approfittare della maternità per chiarire definitivamente a noi stesse come siamo, chi siamo, ciò che vogliamo o possiamo fare.

Assumiamo un atteggiamento schietto e sincero, proviamo a sostituire il concetto di “sacrificio” con quello di “condivisione”. Mettiamo dei punti fermi laddove stanno i nostri valori irrinunciabili e degli obiettivi laddove sentiamo di dover crescere, migliorare, cambiare.

Ogni bambino è felice della sua mamma nel momento in cui percepisce che lei è davvero così come gli si presenta, che i suoi comportamenti sono armoniosi con la sua personalità, che lei lo ama e fa di tutto quanto in suo potere per trasmettergli questo amore.

Purocontatto vuole essere il luogo in cui si accolgono le mamme. In cui si trovano informazioni ma allo stesso tempo si da valore alle differenze e – soprattutto – alla consapevolezza delle proprie scelte.

Questo breve appello alla semplicità è scaturito grazie a due amiche. Sono due persone molto diverse tra loro e molto diverse da me. Ma abbiamo tutte e tre delle cose in comune.

La cosa più bella che, credo, condividiamo, è l’essere esattamente come siamo in ogni ruolo. Incluso quello di mamme.

Una di loro, quando le proposi di far parte dello staff di purocontatto, mi disse “Ma io non son sicura di essere una mamma da purocontatto: ho portato ma ho usato anche tanto il passeggino, ho allattato ma mi son pure stufata, e non ci penso nemmeno a dormire tutti insieme”.

In verità non esiste la mamma da purocontatto. O meglio, esiste: è ogni mamma che è o che vuole essere in contatto con se stessa prima di tutto. Ogni mamma che si rispetta, che rispetta i suoi limiti e valorizza i suoi pregi. Che rispetta i propri tempi e cerca il punto d’incontro con quelli del suo bambino. Quella mia amica è una delle mamme più “purocontatto” che io conosca.

L’altra amica mi chiama affettuosamente “l’extracomunitaria” quando mi vede con le mie fasce ed i miei figli attaccati al seno. Una volta mi disse “Sono proprio fortunati i tuoi bimbi ad avere una mamma così mamma come te”. Ed invece il suo meraviglioso, geniale, amatissimo bambino se ne uscì al tempo con un “Mamma sai, prima di nascere c’erano un sacco di mamme in fila davanti a me. Ed io ho scelto te”.

Un bambino fortunato, né più né meno dei miei.

Quello che siamo viene dalla storia della nostra società, dalla storia del nostro Paese, delle nostre città, della nostra famiglia. Dalla nostra storia.

Sia quel che sia, il “naturale”, il “fisiologico”, devono per forza confrontarsi con quello che noi siamo: è importante avere le giuste informazioni ed il giusto sostegno per poter lavorare su noi stesse. Chiarire innanzitutto come e dove possono arrivare le nostre forze, la nostra volontà, il nostro piacere. E poi, forse, riflettere su cosa abbiamo perso, cosa possiamo recuperare, cosa ci ha portato fin qui.

Roma, purtroppo, non è stata fatta in un giorno. Né in un giorno può essere cancellata.

Stiamo in contatto. Confrontiamoci a cuore aperto e senza sindrome del derby. C’è possibilità di crescere per tutte noi.

Veronica

La strada tortuosa

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Chi non ha mai visto un bambino sorridere felice davanti ad un regalo?  La maglietta piena di brillantini, il camion pieno di luci, il bambolotto che fa cacca-pipì-chiamamamma e via dicendo, o anche solo un colorato lecca-lecca o del cioccolato o il gelato dopo un pranzo qualsiasi o…

I bambini adorano i regali. Anzi, se me lo consentite, le persone adorano i regali. Ed è facile, facilissimo, ricordarsi con benevolenza di chi ci fa un regalo o di chi ci abitua a riceverne molti.

Grandi o piccoli che siano, basta che siano qualcosa di speciale.

Per chi vuole attirare l’attenzione di un bambino o guadagnarsi (comprarsi?) un posto speciale nel suo cuore, la strada più facile è quella dei regali.

Il vero problema è che spesso ci si presenta come l’unica strada possibile: l’abitudine alle autostrade ci fa scordare le strade statali che si inerpicano sui monti, questo è normale. Comode e veloci sono da sempre preferite fino a sembrare le uniche opzioni. E non importa se alla fine dobbiamo pagare il pedaggio.

Così nella relazione con i piccoli.

Usciti a stento (o forse ancora nemmeno del tutto) dal periodo del distacco forzato, della non-relazione, dell’accudimento come risposta consumistica al bisogno, ci ritroviamo senza opzioni. Ci hanno abituato a “compensare” la distanza ammucchiando oggetti.

L’autostrada.

Solo che, in questo caso, il pedaggio non è solo il costo degli oggetti ma la perdita dell’opportunità di creare una relazione forte.

La strada tortuosa, di montagna, sconnessa e interminabile.

Perché la relazione è questo: è fatica, impegno e sudore. Mettersi in gioco, rivedere i nostri schemi, le nostre abitudini, le nostre categorie di giudizio è un procedimento che richiede molta energia, molta presenza.

Guadagnare (stavolta sì!) un posto speciale nel cuore di un bambino cercando i punti che ci uniscono a lui, accogliendo i suoi bisogni mentre insieme a lui li scopriamo, andare oltre la comunicazione verbale per cercarne una più efficace, rischiando tutto per affermare anche i propri irrinunciabili bisogni ma considerandoli “alla pari” con i suoi, è un lavoro lento, quotidiano, minuzioso, appassionato, stancante, costante, sfinente.

Ma il paesaggio traboccante d’amore e di comprensione che questa strada tortuosa ci offre non ha paragoni. Ed il pedaggio è solo il nostro impegno.

Questo articolo, sia ben chiaro, non ha l’intento di demonizzare i doni, anzi. Tutti amano i regali, come ho scritto. Questo articolo vuole essere più una specie di “suggerimento d’uso”. Proviamo a guardare gli oggetti oltre i loro colori. Proviamo a vederci il fine di cui noi stessi li stiamo caricando. E se è un bisogno d’amore, mettiamoli da parte per tirarli fuori quando, raggiunto il nostro obiettivo attraverso la relazione, potremo usarli come strumenti di celebrazione.

Veronica

(grazie, Giorgia Cozza per il tuo “Bebé a Costo Zero“)

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In contatto con il mondo

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Un piccione tubando con aria indifferente plana vicino alla panchina dei giardini. Subito il coro si alza: dello stupito entusiasmo dei piccoli, del disgustato rigetto dei grandi.

Il piccione è sporco, fastidioso, brutto. L’incarnazione animale del degrado urbano.

Su questo non ci piove, quasi tutti gli adulti sono concordi.

Eppure i piccoli li indicano impazienti e lanciano gridolini d’emozione alla volta degli sgraziati volatili, e ricercano condivisione.

E come questa cosa infastidisce gli adulti tutori! Cosa mai vedranno in quegli insulsi animali?

Ci vedono la grandezza della vita, delle sue multiple forme, del suo miracolo costante.

Ci vedono un punto in comune, nel movimento e nella voce che comunica.

Si riflettono istintivamente, in forme di vita così apparentemente distanti.

Oppure no, ed io sto vaneggiando ed i bambini sono soltanto adulti in fieri, qualcosa di imperfetto di cui dobbiamo sopportare vani entusiasmi dettati da un’immatura percezione del bello.

Orbene, comunque la pensiamo, c’è un esercizio importante che possiamo fare.

Alcuni la chiamano “educazione al bello”, a me piace più “condivisione”.

L’essere umano, grande o piccolo che sia, ha bisogno del bello.

E che il nostro obiettivo sia plasmare o comunicare, non possiamo davvero farci scappare quest’occasione d’oro.

Usciamo e camminiamo e guardiamoci intorno cercando di dimenticare l’abitudine al solito paesaggio.

Come in un enorme rompicapo, cerchiamo le piccole differenze che cambiano l’atmosfera da un giorno all’altro: un piccolo germoglio, un cane che passa impegnato nell’annusare la zona non familiare, un uccellino (o il famigerato piccione) con un verme nel becco, i colori di un tramonto, la luna in un cielo di giorno o il suo brillare nell’oscurità. Un fiore sul davanzale di una finestra, due vecchiette sulla panchina del parco che sorridono agitando la mano, un altro bambino che passeggia con il suo adulto, una nuvola a forma di delfino, i pesci nella fontana, uno scoiattolo particolarmente ardito, una coccinella sul polsino, un bruco giallo e nero, un fiore di cappero che sfida il cemento di un muro, la tela del ragno tra gli arbusti, una formichina e l’enorme briciola che trasporta, un tramonto che colora la zona industriale o che dà il tocco finale alla bellezza di una collina o del mare.

E mostriamo, mostriamo tutto. Anche se i nostri interlocutori sono piccoli, piccoli, “appena dei neonati”. Tutto ciò che abbia dignità di spettacolo naturale o che ci sembri una sciocchezza. Mostriamo tutto. Cerchiamo di non pensare mai che, visto che sono piccoli, “non possono apprezzare” o che “sia inutile”. Cerchiamo di non farlo perchè, semplicemente,  non è vero, e chi c’è passato potrà confermare. I bambini ricordano, riconoscono, ammirano, mostrano a loro volta, a loro volta collezionano tesori visivi, impronte di mondo.

Ed, infine, approfittiamone per ricordarci di quando tutto ci stupiva. Così per i nostri piccoli, saremo anfitrioni nel palazzo del Mondo, guadagneremo la loro meraviglia, ci potremmo beare del loro stupore e di quello sguardo riconoscente e ammirato.

Ma la cosa più bella è che avremo comunicato loro che siamo sulla stessa linea d’onda, che il loro entusiasmo è naturale e per niente vano, che capiamo e a nostra volta proviamo, quelle piccole grandi felicità.

E forse, con questa condivisione tra generazioni, arriverà loro il messaggio che ogni dettaglio del mondo è un tesoro prezioso.

Veronica

Un corso di massaggio infantile…

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Un corso di massaggio…chissà perchè una mamma o un papà dovrebbero pensare di fare un corso di massaggio per coccolare i loro piccoli: non fa parte dell’istinto?

Certo che sì.

Fa parte dell’istinto genitoriale abbracciare, accarezzare, coccolare, cullare, baciare, annusare i propri piccoli. Fa parte dell’istinto ascoltare ogni sussulto dei loro piccoli corpi e armonicamente poggiare le dita proprio lì dove daranno sollievo.

E quindi?

E quindi è un discorso lungo, se vogliamo. Se vogliamo, un argomento complicato e forse anche un po’ doloroso. È la storia di come noi, abitanti del mondo “civilizzato” abbiamo perso l’abitudine al tocco, l’abitudine all’osservazione e all’ascolto, l’abitudine al contatto.

Dimentichiamoci (figurativamente, certo!) dei nostri piccoli e pensiamo a noi.

Quanti di noi sono abituati a scambiarsi effusioni che non siano quelle dei momenti intimi con i nostri partners? Quanti di noi sono abituati anche soltanto ad ascoltare il proprio corpo, i suoi messaggi, a capire il linguaggio segreto della pelle, le confessioni dei muscoli, le confidenze “profonde” dei nostri organi interni?

Siamo cresciuti in uno stato di asetticità sempre più ingombrante ed ermetico. Le distanze con i nostri simili sono andate sempre più aumentando grazie a carrozzine, girelli, biberon, miniappartamenti, condomini senza cortili, piazze senza angoli tranquilli, città grandi e rumorose, cibi precotti e auto con impianti perfetti di aria condizionata e finestrini chiusi.

Ed improvvisamente ecco qualcosa di atteso, anzi qualcuno. Un piccino picciò che fin da dentro la pancia della mamma inizia a scalfire le mura, inizia a risvegliare i sensi e ci comunica che soltanto noi possiamo capire davvero i suoi messaggi non parlati.

Dentro di noi, mamma e papà, ci sono gli strumenti, le competenze per capire quel piccino picciò, per mettere le dita esattamente dove daranno sollievo, per annusarlo e bearsi di quell’odore speciale che resterà per sempre nella nostra memoria.

C’è tutto. Ogni mamma, ogni papà ha tutto dentro di sé.

Il massaggio infantile è l’occasione perfetta per tirar via polvere e ragnatele da queste competenze ataviche e meravigliosamente potenti.

Una sequenza che ha un senso corporeo ed energetico e che con il suo ritmo ed i suoi massaggi, con le sue evocazioni figurative, i suoi gesti armonici ci comunica la pace necessaria a scoprire che sappiamo toccare davvero, sappiamo abbracciare, sappiamo dare sollievo, sappiamo amare il nostro bambino. E che lo sappiamo fare da sempre, da quando abbiamo iniziato a pensare al suo arrivo.

Non c’è niente di meglio di lasciare solo un momento da parte la responsabilità di “trovare”, di “inventarsi” un modo efficace di comunicazione per scoprire che abbiamo dentro di noi il più perfetto sistema di intesa con il nostro piccolo.

Quindi ci affidiamo alla sequenza, che è un ottimo inizio. È una sequenza studiata per dare sollievo, per stimolare, per rilassare. Ma la cosa più importante che questa sequenza ci regala è il senso del rispetto, della competenza del nostro bambino e nostra e soprattutto ci regala IL RITMO. È il cuore che batte e che manda via con la sua musica calma e costante ogni ansia o pretesa. È il cuore che batte in armonia con il respiro e le mani che scivolano sulla pelle delicata del nostro bambino, a quel ritmo che lui conosce meglio perchè fin da dentro la pancia ne ha segnato le ore ed i minuti.

Un corso di massaggio infantile A.I.M.I. è un’occasione speciale per ritrovare il tempo giusto, l’armonia della danza e della comunicazione e quel tesoro di competenze che giace addormentato tra lo stomaco ed il cuore di ogni mamma e di ogni papà.

marchio 2000 con sfondoPer sapere di più sul massaggio infantile date un’occhiata al sito www.aimionline.it

Veronica

“tu, donna, partorirai con dolore…”

photoQuesto articolo potrebbe parlare di parto ma sarebbe troppo scontato. Parlerà, invece di allattamento e di come il dolore venga mal interpretato alla luce di una cultura che ha un rapporto davvero complesso e ormai quasi incontrollato con il rifiuto categorico di questo stimolo.

Abbiamo perso quasi totalmente le competenze sul dolore, la capacità di distinguere tra le tipologie di dolori, di rispondere al dolore in modo costruttivo.

Andiamo con ordine.

Esistono due macrocategorie di dolore: il dolore fisiologico ed il dolore patologico. Pur essendo due tipi di dolore molto diversi l’uno dall’altro, hanno in comune la sensazione negativa che creano in chi soffre.

Il dolore fisiologico  (e già so che qui pioveranno polemiche) è il dolore necessario ad un momento evolutivo o di grande cambiamento, come possono essere il dolore di un dentino che nasce in un lattante, il dolore della pancina di un neonato alle prese con l’apprendimento della gestione degli sfinteri o il dolore del parto.

Il dolore patologico è il dolore necessario ad accendere, in chi soffre, un campanello d’allarme che segnala che qualcosa non sta andando per il verso giusto: il dolore di un dente cariato, una forte emicrania, il dolore di un dito rotto o un mal di stomaco.

Nella loro essenza, entrambi i tipi di dolore non andrebbero “quietati” bensì ascoltati, cosa che, oggigiorno, non passa per la testa di nessuno. Questa mia affermazione non contiene giudizi: è la naturale conseguenza dell’indebolimento progressivo dell’uomo e dell’abbassamento della soglia di sopportazione del dolore provocati (per fortuna?) dallo sviluppo tecnologico e dalle conquiste farmacologiche.

Quindi, se da una parte siamo in grado (almeno qualche volta) di “ascoltare” il dolore patologico senza dover continuare a soffrirne (es. “mi fa male un dente, capisco che ho un ascesso quindi vado dal dentista ma nel frattempo mi prendo un antidolorifico”) che mi pare un passo sicuramente importante nel miglioramento della condizione umana, d’altra parte qualche perplessità mi riservo di averla sulla capacità di “ascoltare” un dolore fisiologico e di comprenderlo seppur mettendolo a tacere. Il famoso dolore con cui le donne partoriscono da maledizione biblica, ormai ha ben pochi “ascoltatori” sia tra chi lo sopporta (che troppo spesso si concentra sulla propria grandezza di spirito), sia – a maggior ragione – in chi lo aggira o elimina farmacologicamente.

Il suono terribile della stessa maledizione biblica, forse ci ha fatto culturalmente scordare la funzione primaria e originale di quel dolore: il corpo che cambia, la vita che cambia per mai più tornare la stessa, la divisione perenne del cuore che in quel preciso momento cessa di battere solo all’interno del nostro petto di mamme per andarsene – dopo poco – in giro per il mondo con un paio di scarpette da ginnastica numero 21.

In fin dei conti una maledizione non può avere aspetti positivi. Ma focalizziamoci sull’allattamento.

Sulla doppia reazione al dolore (rifiuto/eroica sopportazione) appena considerata, vorrei fermarmi per chiarire qualche punto sui dolori che l’allattamento provoca in molti casi.

Cominciamo con il dire che l’allattamento non deve provocare dolore. Se lo provoca è del tipo patologico, ovvero indice di qualcosa che non sta andando per il verso giusto. Siamo in grado di fare questa affermazione con totale serenità poichè, sfrondato da tutti gli aspetti affettuosi, emotivi, intellettuali etc, e seppur diversissimo da tutte le altre, l’allattamento è una funzione fisiologica e le funzioni fisiologiche provocano dolore solo se gli apparati che vengono ad interessare non funzionano in modo ottimale (pensiamo a cistiti, bruciori di stomaco etc)

L’unica risposta materna sensata a questo tipo di dolore è quella di interrogarsi sul perchè lo si sta provando.

L’esempio più classico (ma non l’unico!) sono le “ragadi”. Si tratta di ferite al capezzolo più o meno profonde e davvero molto dolorose, nonché il campanello di allarme che ci dice che il piccolo sta poppando in modo errato. Abbandonare l’allattamento per via della presenza di ragadi o accettarne la dolorosa esistenza con spirito di “donnachesisacrificaperlaprole” sono risposte ad una domanda inesistente. Infatti il nostro corpo non ci chiede “Ehi, tu, mamma! Sei disposta a soffrire per la causa nobile del benessere dei tuoi figli?” ma  “Ehi, tu, mamma! c’è qualcosa che non sta funzionando, riesci ad identificarne la causa?”.

Così come nessuno al mondo smette di nutrirsi per un bruciore di stomaco ma provvede a curare la propria alimentazione, così chi soffre di dolori legati all’allattamento dovrebbe provvedere a curarne i dettagli.

Nessuno è, nè dev’essere, ovviamente, costretto a provare dolore.

Ma, se la scelta di vivere il dolore fisiologico ha sicuramente senso “formativo” (perchè, come si è detto, si tratta di un segnale di crescita che apporta forza e cambiamento), quando si tratta di dolore patologico non c’è ragione di sopportarlo “eroicamente”, così come non c’è ragione di esserne terrorizzati al punto di abbandonare radicalmente tutto ciò che a che fare con quella parte del corpo.

Una donna stupenda, da pochi mesi eso-mamma, che ho avuto la fortuna di affiancare nell’avviamento un po’ burrascoso (come tanti) del suo allattamento, mi ha detto oggi: “Scrivi qualcosa sul dolore dell’allattamento alle mamme. Che non mollino subito, perchè adesso anche io so che, davvero, è meraviglioso”.

Ecco qua, quindi, il mio appello affettuoso non solo a non mollare ai primi sintomi di dolore in allattamento, ma a non accettarli come “naturali” – perchè naturali non sono – e allo stesso tempo di non metterli a tacere con gli svariati e sempre nuovi mezzi che il mercato offre: la risposta a quella domanda che quel dolore vi sta ponendo sta in voi e nel vostro bambino. Cercate qualcuno che sappia leggerla e spiegarvela ed il gioco è fatto.

Veronica

http://www.lllitalia.org/

http://www.iblce.org/

Dall’accudimento alla relazione

bimbi-massaggiQuando si parla di neonati, ci viene immediatamente in testa l’accudimento: il cuore e l’immaginazione si riempiono di tenerezza e si materializzano in noi immagini emozionanti di grandi mani che si occupano di piccoli miracoli della Natura e li nutrono, li spogliano, li puliscono, li vestono, li ninnano, li trasportano da un luogo ad un altro e così via.

Sicuramente i neonati hanno bisogno di qualcuno che si prenda cura di loro e li aiuti a svolgere al meglio le loro funzioni vitali almeno per un buon periodo di tempo: tra la nascita e l’acquisizione dell’indipendenza (o semi – indipendenza) psico-motoria.   Ma quello che il concetto di accudimento trascura o porta a dimenticare è che i neonati hanno numerose competenze fondamentali all’assolvimento di quelle funzioni di cui tendiamo a ritenere gli adulti gli unici garanti.

La capacità di suzione, i riflessi motori, i codici comunicativi, i piccoli gesti, la grande sensibilità tattile e olfattiva. Senza queste competenze qualsiasi affanno per “accudire” i neonati sarebbe vano. E quindi perchè non provare a cambiare punto di vista? Perchè non provare a vederci non dispensatori di vita e di quotidianità ma compagni di viaggio? Perchè non provare a trovare una via comunicativa che dia origine ad una relazione profonda e collaborativa? Strumenti di questo percorso di “rilvoluzione copernicana” del maternage possono essere molti. L’allattamento al seno a richiesta, il portare i bimbi addosso, il massaggio (e le coccole in generale). Quando allattiamo un bambino a richiesta impariamo a leggere i suoi segnali poiché chi allatta sa che attaccare correttamente un neonato piangente è faticoso e difficile e che il pianto è solo l’estremo tentativo di comunicazione nel caso che i codici precedenti siano passati inosservati. La piccola lingua lambisce le labbra, una manina arriva alla bocca, l’altra perlustra lo spazio intorno alla ricerca del seno di mamma. La mamma si stringe il piccolo al seno e glielo offre. Quello che è successo è che il codice comunicativo si è dimostrato efficace: il neonato sa, adesso, di avere una risorsa che funziona e di aver stabilito un contatto con la mamma. E sa che la sua mamma rispetta e si fida dei suoi ritmi, dei suoi bisogni. Non è più un adulto che determina il nutrimento di un neonato ma una coppia di persone che si ama alla follia che comunica le proprie necessità, le proprie risorse, la propria disponibilità ed apertura ad accogliere.

Quando portiamo un bambino addosso, che sia in braccio o con le fasce, non lo trasportiamo semplicemente da un luogo ad un altro. Gli comunichiamo che abbiamo coscienza che le sue mani sono forti, che sappiamo che le dita sanno stringersi, che le caviglie sanno circondare il genitore, che il suo cervello è in grado di leggere i movimenti del nostro corpo e di apprenderli. Gli facciamo capire che non è solo, che il suo bisogno di affrontare la realtà ancora attraverso un filtro è comprensibile ed accettabile. Il messaggio che gli diamo è che si trova in un luogo sicuro dove le sue competenze gli possono permettere di sviluppare la sua idea di realtà ed il miglior modo per approcciarla.

Il massaggio al bambino – se la lingua me lo permettesse direi “il massaggio con il bambino” – è un momento speciale. Vimala Mc Clure, fondatrice dello IAIM (AIMI in Italia) ha introdotto un dettaglio meravigliosamente forte: la richiesta di permesso.                      Prima di iniziare il massaggio, il genitore chiede al proprio piccolo il permesso di iniziare quell’esperienza   comune, quel viaggio insieme che è il massaggio. E già questo significa riconoscere al neonato una completezza, una dignità, una sacralità rare e preziose. Tanto rare che spesso i genitori si sentono ridicoli a farlo.                                                           Non è affatto una domanda retorica: il piccolo ci risponderà con il linguaggio che conosce bene e che noi abbiamo piano piano dimenticato, il linguaggio del corpo. Ci risponderà sorridendo e agitando serenamente le manine verso di noi oppure chiudendosi a riccio e protestando. E noi piano, piano impareremo a capirlo confermandogli che il suo modo di comunicare funziona, che rispettiamo i suoi tempi ed i suoi momenti, che vogliamo fare qualcosa con lui ed abbiamo bisogno della sua complicità, che siamo in contatto.

Si stabilisce la comunicazione e si cresce insieme. I piccoli imparando il linguaggio delle parole, i grandi riscoprendo la potenza della pelle. Entrambi competenti, in un’unica tensione verso il migliorarsi.

Proviamo a cambiare punto di vista:  quando è successo in astronomia in una sola occhiata l’uomo ha infranto 7 cieli di cristallo e s’è lanciato verso l’infinito.

Veronica