Categoria: massaggiare

Mani che tracciano percorsi

18673150_1504040462948150_1622502755580797339_o 2Quando a due o tre anni ti presentano un fratellino o una sorellina non hai tante parole per accoglierlo.

E nemmeno per raccontare cosa ti accade nel cuore, quel tumulto di emozioni che si mischiano: amore istintivo, paura, gelosia, entusiasmo.

Quanti sentimenti! E quante poche parole!

Eppure la via d’uscita esiste e loro lo sanno, i bambini, come fare: hanno la loro risorsa più preziosa, il linguaggio della pelle.

Per conoscere il nuovo arrivato lo vogliono e lo devono toccare.

Per poter comprendere l’istintivo amore, vogliono e devono abbracciare e baciare quel fratellino.

Per metabolizzare la loro gelosia, la loro paura, vogliono e devono essere abbracciati, toccati, accarezzati, contenuti e rassicurati da chi non conosce menzogna: la pelle.

Però, spesso, non sappiamo ritagliarci un momento per dar spazio a questo tipo di contatto.

Pensiamo che il tempo dedicato al grande sia “valido” solo se il piccolo non è presente.

Temiamo che la maldestrezza tipica dei due-tre enni possa nuocere al neonato.

E restiamo con la grande frustrazione di non star costruendo niente di armonico, rifugiandoci nella “saggezza” comune del “poi passa”.

Ma che cosa debba passare, esattamente chi lo sa?

Se passerà l’emozione, se passerà il bisogno di esprimerla, chissà?

Nel frattempo quel che passa sono le giornate, nel tentativo costante di inibire il contatto maldestro, di cercare momenti da dedicare solo al più grande, districandosi tra i pianti di uno e dell’altro così diversi eppure così uguali.

E se invece ci fosse un piccolo aiuto?

No, non parlo di nonne e suocere che vengono a cucinare o a portare il grande ai giardini. Ben vengano ma non  sono, adesso, il nostro “fuoco”.

Vorrei raccontarvi, infatti, della magia del massaggio infantile.

Di tutti i benefici del massaggio infantile sul neonato e sulla relazione tra neonato e genitore potete leggere sul sito ufficiale di AIMI.

marchio 2000 con sfondoQui, invece, vi voglio parlare del potere del massaggio sui fratelli ed in funzione della stabilizzazione di un nuovo equilibrio familiare.

Il bambino grande ha bisogno di toccare, di entrare in relazione, di sentire, di conoscere.

Come si concilia questo con il timore che i gesti ancora maldestri non siano pericolosi per il bimbo?

La reazione più comune degli adulti è negare o interrompere il contatto accompagnando il gesto con le espressioni più incomprensibili della storia, almeno per un bambino:

– No! così gli fai male! [ok, così no…e come allora?!]

– Fai piano! [io STO facendo piano!]

– Fai “caaaaaro”! [Ok, devo fargli una carezza. Quanto pesa la carezza?]

Senza alternative, o con alternative così vaghe che l’unica cosa che il bambino può capire è che quel che sta facendo o come lo sta facendo non va bene.

Si rischia di aumentare la distanza, di dare un messaggio di incompetenza , di trasmettere sfiducia e sospetto, di nervosismo.

Si rischia di ignorare che gran parte della maldestrezza è dovuta al vortice emotivo e che quest’ultimo non farà che intensificarsi, in questo caso.

Il massaggio è un angolo di responsabilizzazione, di permesso, di concentrazione.

Sono bambini piccoli, ma chi l’ha detto che un bimbo piccolo non può ascoltare, comprendere, imparare?

Una proposta preziosa può essere massaggiare insieme.

Spiegare i gesti, anche attraverso il tatto, il contatto. Mostrarli, farli provare. Una mano dopo l’altra lentamente. Magari sulle gambine, che non sono così delicate.

Un piccolo rituale ogni volta: prendere e scaldare l’olio tra le mani, chiedere il permesso, scoprire il tocco gentile che “ascolta” prima di iniziare.

Tutto, nel massaggio, canalizza l’emozione confusionaria verso qualcosa di importante, di strutturato.

Ecco un modo per toccare quel piccolino con competenza, con concentrazione. Ecco che mamma e papà insegnano e quindi si fidano, danno un compito, un ruolo, definiscono un posto emotivo e fisico di libertà: perché laddove non siamo “schiavi” delle emozioni, siamo liberi, profondamente, di esprimerle, di viverle, di starci dentro nell’ascolto e nell’elaborazione. Laddove ci sentiamo valorizzati nel nostro ruolo e nelle nostre capacità, siamo già più capaci di dare.

Nel massaggio condiviso, stiamo dedicando del tempo prezioso, un momento prezioso che proprio lo è perché non è esclusivo.

Con questi momenti si sostiene il nuovo equilibrio. Perché si vive un momento bello insieme, senza esclusioni: si capisce che il bello continuerà anche con il nuovo arrivo, anzi, specialmente con il nuovo arrivo.

Poi l’ossitocina riempie l’aria ed improvvisamente anche il grande chiede un massaggio. Magari piccolo, magari rapido. Oppure un abbraccio, una coccola alla testa.

Ecco la porta per entrare in un contatto più profondo, più diretto, più sincero.  Un contatto non mediato da schemi mentali, aspettative, timori. Un contatto magico che ha il potere di unire, rilassare, trasmettere amore come nessun altro.

Per questo sono così grata le rare volte in cui un genitore viene al corso accompagnata dal bambino grande. Perché so che è iniziato il loro percorso che le porterà ad essere una nuova e rinnovata splendida famiglia.

Le mani lo disegnano, tiepide d’olio, sulla pelle e magari su una bambola. E poi si intrecciano e poi una testolina bionda si appoggia al petto di mamma, scappa un sorriso, appare una piccola tazza per prendere il tè come i grandi e con i grandi mentre il piccolo succhia il seno o pisola, rilassato, sul cuscino.

Nella stanza si diffonde un’emozione carica di dolcezza, di empatia, di partecipazione.

E le chiacchiere delle mamme, oggi, si sono scordate di animare la pausa, soppiantate da un silenzio vibrante, carico d’amore.

(Veronica)

Annunci

Le grandi mani di papà

IMG-20160222-WA0000 (1)

Le mani di papà sono grandi e forti

rassicurano e proteggono.

E poi sanno farsi leggere e

e sanno tuffarsi nelle profondità delle emozioni.

Le mani di papà sanno aspettare

perché hanno aspettato lunghi mesi

sanno tenere con cura

e sollevare fin sopra le nuvole.

Le mani di papà sanno scivolare

hanno scivolato a lungo

sulla luna piena del pancione

cercando di conoscere

senza l’aiuto degli occhi,

guidate solo dal cuore.

Le mani di papà, che bello incontrarle di nuovo!

Forse un po’ ruvide, certo…

ma non lo sono anche certi frutti dolcissimi?

Le mani di papà lavorano

ma proprio lì,

tra il palmo e le dita

non smettono mai di stringere e proteggere

il loro grande, grandissimo amore.

 

 

(Veronica)

grazie a papà Emiljan, al piccolo Orlando e a mamma Francesca per la foto meravigliosa

 

“Non è mai troppo tardi per farsi un’infanzia felice” (aut. ignoto)

Capita, a volte, di incontrare madri e padri che vengono ai corsi di massaggio o in consulenza per imparare ad usare la fascia.

Vengono con un piccolo piccolo appena nato e si raccontano. Raccontano di questo nuovo arrivo, della loro emozione nello scoprire nuove risorse di accudimento come quelle in cui mi chiedono di essere accompagnati.

E poi di un bambino o di una bimba “grande” che li aspetta a casa o che è a scuola.

E a questo punto il clima sempre si rabbuia un po’.

Perchè tanti di questi meravigliosi genitori si sentono un po’ in colpa per non aver dato al primo quello che stanno dando al più piccolo.

“Se avessi saputo, se avessi immaginato…quante cose gli ho negato, quanto l’ho tenuto distante…se solo potessi tornare indietro…”

Non si può tornare indietro ma si può non perdere più tempo, ecco la buona notizia.

“non è mai troppo tardi per farsi un’infanzia felice” c’era scritto su un muro in via Bolognese, qui a Firenze. Ogni volta che ci passavo davanti sorridevo pensando a me, a loro, a quei genitori malinconici.

La buona, la buonissima notizia è che ci sono un sacco di cose da fare e che non è mai tardi.

Non è tardi per quel bambino “grande”, non è tardi nemmeno per quell’altro bambino, quello ancora più grande, che è nascosto in fondo al cuore di ogni adulto.

Il contatto ha un grande asso nella manica: il contatto è relazione. Il contatto prende e dà in un continuo scambio. Il contatto non è un oggetto che o l’hai avuto o non lo potrai mai avere. Il contatto si nutre e nutre a sua volta la resilienza.IMG_0151

Basta avere pazienza e spogliarsi.

Certo dei vestiti, perchè la pelle respiri, finalmente.

E poi dei sensi di colpa, che non servono a nessuno e sono solo pietre in tasca (che poi, le tasche…o non c’eravamo spogliati?)

Infine dei giudizi, nostri o altrui, che legano i nostri polsi, chiudono a pugno le nostre
belle mani.

Piano, piano, rispettare i limiti ed onorarli è forse il primo passo per superarli.

Senza fretta, il contatto ha bisogno di tempo e di delicatezza, di movimenti lenti, di respiri profondi, di pause piene soltanto di pazienza e silenzio.

Ascoltare il silenzio, perchè è lì che si percepisce il linguaggio segreto della pelle.

Ricordare che non averIMG_4813 dato, allo stesso tempo significa – quando si parla di contatto – non aver ricevuto. E quindi provare tenerezza , ancorché malinconica, non solo per quel bambino grande ma anche per noi. E dalla tenerezza ripartire con piccoli passi: una filastrocca “camminata” sul palmo della mano, il gioco dei passi
degli animali sulla schiena, un sole sulla pancia, un massaggio alle spalle dopo una giornata di scuola. Chi abbiamo davanti? un bambino ancora piccolo, un bambino giàgrande e molto attivo, un ragazzino, un adolescente, un adulto irrigidito da troppe occasioni mancate?
Senza cercare di scambiarsi ciò che è passato, abbiamo la grande opportunità di iniziare a colmare le lacune con un modo sempre nuovo, sempre attuale di toccare, accarezzare, abbracciare, baciare, massaggiare.

Ancora ascoltare, individuare i limiti, guardar loro con amore. Con amore, piano piano, superarli.

Il dialogo più bello che a volte apre lo scrigno anche delle parole giuste.
Fidarsi della pelle. E’ il primo organo che si forma in un embrione. E’ il più importante e forse il più sottovalutato, come lo sono i grandi geni che parlano di cose troppo grandi per gli altri.

(Veronica)

Un consiglio di lettura utile, con tante idee di giochetti e di massaggi anche per i bimbi più grandi, può essere un bel libretto edito da RED “Il Libro delle Coccole”

“Questa casa ora ha anche un tetto”

IMG_3786Scrivo di getto, dopo che una cara amica mi ha segnalato questo articolo.

L’ennesimo articolo inutile e dannoso.

Come ne vengono scritti quotidianamente sui temi più cari ai genitori, ovvero quelli riguardanti la loro relazione con i loro figli.

In breve questo articolo, pur fregiandosi di riferimenti importanti come le citazioni da E. Weber su cui si dichiara concorde, parlando di babywearing, insinua il dubbio che ci siano derivazioni patologiche del portare.

Quello che rimane al lettore medio è “con ‘sta roba del portare alla fine le mamme patologiche frenano lo sviluppo dei bambini perchè non li lasciano andare”.

Mille altri articoli così sono stati scritti sull’allattamento prolungato, sul cosleeping etc.

Si diffonde il sospetto che il mondo sia pieno di mamme “patologiche” che prolungano il cordone ombelicale relazionale con i figli per misteriose carenze e morbosità fino alla maggiore età di questi ultimi. E, guarda caso, si tratta sempre di mamme che hanno una buona relazione fisica con i loro bambini.

Ecco, lasciatemelo dire, non è vero.

E questa volta sono davvero arrabbiata.

Perchè io rispetto e valorizzo ogni scelta genitoriale, ma quello che non tollero sono i luoghi comuni e le parole dette a sproposito che creano un orribile clima intorno alle famiglie.

Quindi uso questo mio piccolo spazio per rispondere all’articolo in questione e a tutti gli articoli sullo stesso tono che non smettono di essere scritti.

I bambini sono persone.

E sono persone con carattere definito, con esigenze chiare e molta consapevolezza sui propri bisogni.

L’essere umano è un mammifero.

Ha bisogno di contatto, di scambio tattile, di presenza.

Questo bisogno ad un certo punto, specie se vi si è risposto con competenza e positività, è destinato a sparire. Il percorso che va dalla nascita del bisogno – che corrisponde con quella del bambino – alla sua scomparsa è spesso ben chiaro ad entrambi: bimbo e genitore.

É certamente chiaro dal momento in cui bimbo e genitore sono in sintonia, sia quale sia lo stile che hanno deciso di seguire.

Nessuno forza nessuno.

A volte i bimbi grandi chiedono di essere portati, di essere allattati, di dormire nel lettone, di essere massaggiati. Ma questo non significa che i genitori hanno creato dipendenza nei loro figli con il loro “atteggiamento morboso” o con la loro “patologia”. Significa che quei bimbi sentono quel bisogno ed hanno sviluppato una grande competenza che permette loro di identificarlo e di esprimerlo in una richiesta.

Una mamma che allatta un bimbo grande o che lo porta in groppa non è una squilibrata con chissà quale carenza affettiva o relazionale che soddisfa approfittando della creatura.

É solo una mamma attenta, che ha deciso di rispondere fino a quando se la sente in modo positivo ai bisogni espressi dal suo bambino. Che ha deciso di fidarsi del suo bambino e della sua capacità di leggere le proprie esigenze.

Queste mamme, questi papà sanno accogliere e sanno lasciare andare. Hanno solo la pazienza utile a rimandare il momento a quando tutti sono pronti. Queste mamme, questi papà stanno costruendo con attenzione l’indipendenza dei loro bambini. Ne stanno facendo persone sicure e competenti, LIBERE di scegliere e di chiedere sostegno.

Queste mamme e questi papà non telefoneranno dieci volte al giorno ai figli trentenni perchè stanno offrendo il loro accudimento adesso che è il momento.

Ma chi ha scritto questo articolo ha una vaga idea di cosa significhi tentare di legare una fascia con un bimbo che non vuole? Un bimbo grande si porta sulla schiena: perchè non provare a legare sulla schiena prima di pensare che potrebbe essere possibile costringere un bambino a stare in groppa?

I bimbi portati sanno esattamente quando hanno bisogno di essere portati e quando hanno bisogno di camminare.

Due anni e mezzo fa, in un momento di grande trambusto familiare (ci eravamo trasferiti in un’altra casa e stavamo preparando un viaggio che ancora non sapevamo se sarebbe stato un viaggio o un’emigrazione), la mia bambina di allora tre anni e mezzo chiedeva spesso di venire in groppa.

Un giorno camminavamo sotto la pioggia con l’ombrello e lei ad un tratto abbracciandomi dalla schiena disse “che bello, mamma, ora questa casa ha anche il tetto!”.

Lei, a quasi quattro anni, aveva fatto della mia schiena, della nostra fascia il suo punto fermo dal quale vivere quella situazione così disorientante con la sicurezza di cui aveva bisogno per essere serena.

A distanza di due anni e mezzo, di nuovo il momento è complicato nella nostra vita. Adesso è il piccolo, che ha la stessa età che aveva la grande allora, a chiedere di essere portato spesso.

Io ora lo so perchè, me lo ha insegnato la mia bambina: perchè la schiena è un punto fermo, sicuro, una base da cui guardare il mondo con più fiducia.

E la grande, che è qualche passo avanti nella strada della vita, adesso è al mio fianco che sostiene il fratellino.

E che a volte mi chiede di massaggiarla, perchè sa che le fa bene se si sente di aver accumulato troppa tensione o emozione.

Smettete, vi prego: smettete di considerare la pelle qualcosa di cui aver paura. Smettete di pensare che le mamme con una buona relazione fisica coi loro bambini siano potenzialmente patologiche o egoiste o che vi scarichino frustrazioni da adulto. Smettete di pensare che i bambini siano bambole in balia di donne sull’orlo di una crisi di nervi.

I bambini sono persone e, se li lasciamo liberi di leggere e di esprimere i propri bisogni, sicuri che avranno una risposta sincera ed empatica, saranno persone competenti, libere e sicure.

(Veronica)

Un dono speciale, il tocco buono.

marchio 2000 con sfondoVi guardo con lo sguardo leggero che scivola via e non si sofferma più di tanto. Per non rompere la magia, vi guardo appena, così. La magia delle mani che, invece, si soffermano quasi impercettibilmente su ogni millimetro di pelle e proprio lì riversano tutto l’amore e l’emozione che sentite adesso. Perchè la pelle lo sa che ogni millimetro è importante e prezioso. Ed io vi distraggo, con la sequenza e la tecnica, perchè la ragione, impegnata nell’apprendere, lasci libera la pelle di dare e ricevere senza barriere. E nessun massaggio è mai uguale al precedente. Si arricchisce di ogni dettaglio: della luce di quella mattina, del colore dei vestiti, del profumo di lavanda che si sente appena nell’aria, della musica e di ogni diversa sfaccettatura del vostro incredibile amore. Ed è il vostro quello vero. Oltre la tecnica, oltre i dettagli che io ho studiato con cura e che cerco di trasmettervi con passione e delicatezza. Ma è quel tocco speciale tutto vostro che in modo assoluto definisce “il tocco buono”. É tutto il vostro amore che si respira nell’aria, che non vi lascerà più confondere il bene con il male, che sta dando a questi bimbi gli strumenti per distinguere, per proteggersi, per scegliere liberamente la relazione con gli altri. Si sente, si annusa. L’olio ed il suo colore quasi neutro, il suo odore leggero che fanno da cornice ideale…da pretesto, mi viene da dire. E le vostre mani che esprimono, ancora di più dello sguardo, tutta la cura del mondo nell’avvolgere, coccolare, comunicare. Il busto spesso dondola in una danza lieve e segreta, le spalle si stabilizzano per non scaricare il peso, la testa si inclina per scoprire nuove angolazioni, le labbra si aprono in un ninnare giocoso fatto di parole semplici o anche solo di respiro e sorrisi. Nessuno potrà mai ingannare questi bambini. Loro lo sanno quanto amore può essere racchiuso in una carezza. Spesso mi dite “ci hai fatto un regalo meraviglioso, con il massaggio”. Io sorrido, grata, ma non ve lo dico che il regalo più grande l’ho ricevuto. É quell’attimo in cui il mio sguardo può scivolare sul vostro amore come un invitato speciale e discreto. É questo dono quotidiano che fa del mio lavoro l’unico lavoro che vorrei poter fare per sempre. (Veronica) IMG_4723

Ricostruire il tempo – 17 novembre, giornata mondiale del bimbo pretermine

prematuriCi sono momenti nella vita in cui tutto accade d’improvviso e frettolosamente.

E ci prende alla sprovvista e ci lascia con il fiatone.

Quando, poi, è la vita stessa ad accadere d’improvviso e frettolosamente, ecco che inizia un grande cammino di recupero, di comprensione, di ricostruzione.

Oggi è il giorno mondiale del bimbo pretermine.

Vita frettolosa e tenace, relazioni un po’ in salita… ché bisognerebbe fare un passo indietro insieme e capire cos’è successo ed invece si deve scendere subito in trincea, per lottare fianco a fianco, resistere, crescere, sostenersi.

Guerra perlopiù silenziosa, col fiato sospeso.

Perché si tace davanti alla fragilità del corpo e del cuore. Si tace ascoltando le parole dei medici e degli infermieri. Si tace tornando a casa, con il pensiero là, in TIN.

Ma accoccolato nel silenzio c’è il battito del cuore, sempre più stabile. Nascosta nella fragilità c’è la forza di attaccarsi alla vita.

E rispettiamo il silenzio per ascoltare il cuore, rispettiamo la fragilità per leggerne la forza.

I piccoli, piccoli ci comunicano chiaramente cosa sta succedendo. La fatica di tenersi raccolti, la respirazione ancora irregolare, il loro grande cuore: tutto si tranquillizza a contatto con la mamma o con il papà. Grandi mani entrano piano nelle culle termiche, si appoggiano sulla testina del loro bambino, sul sederino o sui piedi. E piano, piano si fanno dolcemente pesanti come a dire: queste grandi mani sono capaci di sostenere ogni tuo tremito.

E poi il petto della mamma, così morbido e profumato. Ecco un ricordo di qualcosa lasciato a metà.

E tutti e due si aggrappano a quel ricordo ma soprattutto a quel presente di condivisione. Di “esserci” profondamente, insieme, lì, in quel momento prezioso e sacro.

Ripartiamo dalla pelle, quel velo così leggero che quasi sembra possa strapparsi con un movimento troppo brusco.

Nutriamo la pelle e con lei tutto il bambino.

Quella pelle che avrebbe avuto bisogno ancora di tempo, di essere accarezzata dal liquido amniotico. Riprendiamo il discorso lasciato a metà, contenendo il nostro prezioso tesoro. Nessuno sa farlo meglio dei genitori, meglio di quella mamma, la cui pelle pure reclama il tempo promesso e mancato.

A volte basta un piccolo sostegno ed ecco che la magia accade: una mamma e un papà offrono le loro mani, le loro braccia, il loro petto, la loro pancia. Le danno come se non fossero più loro, come se fossero il terreno fertile in cui far crescere, ancora, il loro bambino.

Quanta bellezza in questo essere lì, a disposizione. Nonostante le paure, nonostante i timori, nonostante gli incubi. E loro, i piccoli, lo sentono. E tutto diviene calma anche solo per un momento.

Una manina piccola, piccola che stringe il dito della sua mamma o del suo papà. Ed improvvisamente tutto si quieta, il respiro si fa più regolare, i movimenti più lenti, quei genitori si commuovono innamorati. Quel gesto vuol dire forza e fiducia ed è una grande emozione.

Qualcuno dirà col naso all’insù che quello stringere « è solo un riflesso neonatale, che i genitori leggono sempre le semplici cose come se fossero grandi messaggi».

Ma, pensandoci bene e abbandonando la saccenza, quello stringere, proprio proprio nel suo essere riflesso neonatale ci dice tante cose: ci dice che quel bambino ha scritto nel suo codice genetico di “portato” che quando riesce a stringere i suoi genitori è al sicuro.

Perciò si calma.

Perciò, come sempre, hanno ragione i genitori ad emozionarsi e ad accompagnare il gesto con le parole più belle che si possono dire ad un figlio : « siamo qui con te».

Questo meraviglioso scambio che avviene tra i genitori ed il loro piccolo è la vera forza.

E su questa forza si costruisce piano, piano – questa volta senza fretta nè precipitosità – la loro relazione d’amore.

A casa, dopo tanti momenti difficili, le piccole cose semplici possono aiutare davvero questa nuova famiglia.

Hanno bisogno di tempo, loro tre, mamma, papà e bimbo (e magari dei fratellini a sommarsi).

Un telo lungo, una fascia portabebè, morbida e sicura come il tocco della mamma. A recuperare quei confini chiari e vicini, a combattere quella forza di gravità così ostile da far distendere quasi a forza piccole braccia e gambe. A ritrovare la luce soffusa, il battito del cuore, il rumore del respiro, il ritmo stimolante dei muscoli che si muovono delicati nel camminare. Tutto com’era dentro la pancia. Una fascia sa inventare tempo nuovo, un tempo enorme che si avvolge intorno alle spalle del piccolo, intorno alle spalle dei suoi genitori abbracciandone i muscoli e le emozioni, invitando a rilassarsi a sentirsi di nuovo tutt’uno, a lasciar finalmente andare tutte le emozioni.

Un momento per massaggiare, magari facendo più grande un’esperienza già iniziata in TIN, per conoscere e far riconoscere quel corpo tanto amato, per dire con le mani che siamo lì, che amiamo quella pelle, quell’odore, quei muscoli che si stanno ogni giorno fortificando. Un momento per lasciare tutto fuori ed occuparsi solo di prendersi cura e di comunicare con l’unico linguaggio che i neonati conoscono: il linguaggio della pelle e del contatto. Giorno dopo giorno le mani si fanno più sicure, la sintonia sempre più perfetta.

Facciamoci in quattro, noi tutti, familiari, operatori, consulenti, amici e vicini di casa. Facciamoci in quattro per allargare il tempo.

Per lasciare spazio alla pelle di ricostruire il legame, di recuperare il tempo mancato, di rallentare il ritmo.

Inventiamoci modi di lasciare a quella mamma il tempo di sentirsi mamma a pieno titolo, forte e competente, colei che calma e contiene, colei che nutre ed osserva.

Inventiamoci modi di lasciare a quel papà il tempo di sentirsi padre, colui che difende e protegge, colui che ha grandi e forti mani per accarezzare ed abbracciare la sua compagna ed il suo bambino.

Inventiamoci cuochi, aiutanti, camerieri.

Inventiamoci cuscini morbidi in cui affondare e sentirsi coccolati, inventiamoci aperitivi analcolici casalinghi per non far sentire i genitori soli. Inventiamoci, al momento opportuno, passeggiate, telefonate, un mazzo di fiori e dei palloncini.

Perchè così il tempo diviene amico e ci accompagna e forse, a volte, si moltiplica e prende anche lo spazio del tempo mancato.

(Veronica)

Per questo post è doveroso ringraziare:

Adele Ricci, amica e collega meravigliosa che ha realizzato questo stupendo disegno.

Isa Blanchi, fisioterapista ed insegnante AIMI, per le preziose informazioni e per la delicatezza del suo approccio.

Alessia Rossetti, amica e collega,  per aver condiviso le sue esperienze preziose di sostegno e di incontro.

Il mio percorso di babywearing per avermi svelato una meravigliosa opportunità di relazione.

Tutti i bimbi pretermine ed ex-pretermine che ho conosciuto ed i loro genitori per avermi insegnato cosa siano le difficoltà e la forza.

“Per crescere un bambino, ci vuole un’intera tribù” (detto africano)

Eccoci alle feste di Natale. Un calendario fittissimo di cenoni, visite, pranzi e chi più ne ha più ne metta.
Immaginiamoci Anna, nata da due settimane, ed i suoi genitori.
Nonostante la stanchezza dei primi periodi, le difficoltà ed i momenti critici sono tutti e tre molto felici. Anna è allattata al seno a richiesta. Una di quelle bimbe che stanno acquisendo competenza giorno dopo giorno, con tante poppate una dietro l’altra perchè si stancano un pochino prima di aver davvero riempito il pancino e perchè vicino a tutto quel morbido e a quell’odore così familiare ci si sta proprio bene.
La sua mamma la porta in una fascia che fa un bell’incrocio sul suo corpicino. A volte anche il suo papà se la “veste” in quel modo e lei se ne sta tranquilla. Ma davvero non le piace star sola (a chi piace?) e nemmeno è pronta per conoscere troppa gente e mamma e papà l’assecondano nei suoi bisogni, per loro molto chiari. Sembra tutto perfettamente in armonia.
Ma ecco che inizia il coro dei consigli e dei giudizi non richiesti. Paventano di tutto: dall’obesità al vizio, alla maggiore età ancora attaccata ai genitori.
Mamma e papà si stanno un po’ irritando e sentono davvero il bisogno di pensare ad altro, di continuare nella loro armonia.
Ma ad un certo punto accade qualcosa di bello: le nonne di Anna, sorridendo, allontanano parenti ed amici inopportuni. Con la vecchia zia sottobraccio le sentiamo parlare di continuum, di bisogni, di comportamenti naturali dei mammiferi, di tenerezza, di contatto.
I nonni di Anna stringono la mano al suo papà, congratulandosi dell’abbraccio in cui riesce a tenere calma la figlia e anche di quella fascia di cotone, all’apparenza così poco virile, che si è rivelata essere uno strumento straordinario.
La piccola zia di Anna chiede alla sua mamma di insegnarle a portare la sua bambola prediletta.

Una piccola tribù, unita.
Questa scena forse è una perfetta utopia per la maggior parte delle mamme che decidono di tirar su i propri figli in “contatto”.
Ma forse c’è la speranza che prima o poi quest’utopia diventi quotidiana realtà.
Prepariamoci.
Quando apprendiamo di aspettare un bambino, la Natura ci invita a concentrarci su noi stesse, sul nostro nucleo fondamentale e questo è bellissimo.
Ma se riusciamo ad investire un po’ del nostro tempo nel costruire la nostra tribù, poi sarà tutto più facile.
Ascoltarsi, informarsi, confrontarsi, scegliere grossomodo la linea che più si confa a noi stessi. Primo passo.
Non tutto andrà come previsto o immaginato ma se si ha un’idea anche non molto definita di che tipo di genitori vogliamo essere tutto sarà più facile.
Poi, scegliere la nostra tribù.
Avremo bisogno di sostegno, inutile pensare che non sarà così.
La nostra tribù è variopinta: ci saranno dei familiari, degli amici, degli operatori.
Di solito lo scoglio più grande sono i nonni. Questi nonni che remano contro, che perdono il senno per l’amore che li travolge, che guardano con diffidenza ai figli divenuti genitori, che “si permettono” azioni davvero deplorevoli in fatto di educazione e puericultura.
Nei social network e nei blogs si legge sempre più frequentemente la rabbia di mamme esauste di tanta mancanza di comprensione. Rabbia che spesso sfocia in espressioni molto forti, a volte violente.
Questo fa male. Fa male ai rapporti, alla serenità, ai bambini, agli adulti.
Cosa succede in una nonna che invoca il latte artificiale e la carrozzina, in un nonno che rende il ciuccio più allettante con una passata di zucchero o di miele?
Perchè non ascoltano, non rispettano, non sostengono?
Perchè non capiscono. Figli e genitori di un’impostazione forzatamente a basso contatto, han cresciuto figli ascoltando i consigli e le indicazioni degli “esperti” convinti di fare il meglio, convinti di non essere in grado da soli.
Ed ora?
Ora vedono questi genitori, questi loro figli che si curano le ferite cambiando rotta con le nuove generazioni.
Perchè ogni volta che un bimbo piange, piange anche il bimbo che è nascosto dentro alla mamma o al papà. Perchè ogni volta che lo consoliamo e ce ne prendiamo cura, accudiamo anche quel bambino nascosto nel fondo del nostro cuore.
Immagino la sensazione di destabilizzazione, forse anche i sensi di colpa, forse infine una punta di invidia e di gelosia, il rammarico per qualcosa di irrimediabilmente perduto.
Un bambino ancora più antico, ancora più nascosto, che adesso si fa sentire all’improvviso, in un pianto disperato a cui non si può resistere.
Azzittire, acquietare ed allo stesso tempo prendere possesso, recuperare. Dimostrare che “ci so fare” che “a modo mio non piange” che “vedi che pure tu come me non hai latte abbastanza”: in poche parole che il proprio operato di genitori non deve essere messo in crisi.
Un tormento inconscio spesso negato e che una neomamma non ha alcuna condizione di capire e di accogliere. Per la stanchezza, per gli ormoni, per la concentrazione in occuparsi del suo bimbo e della sua nuova se stessa. Per un milione di motivi.
Ma finchè i piccoli sono nella pancia si può fare. Si può scavare, dissotterrare, percorrere i sentieri più scuri ed impervi fino ad arrivare alla comprensione, fino a curare la ferita, a spezzare un anello prima, la catena di dolore che ci ha portati fin qui.
Si può affermare e comunicare che sappiamo che i nostri genitori hanno fatto del loro meglio, che li amiamo così e che ci sentiamo amati, che abbiamo bisogno adesso di sostegno per crescere e per cambiare rotta.
Si può informarli che esiste l’altra strada, quella che stiamo scegliendo, e che non sono invenzioni da figli dei fiori ma constatazioni scientifiche, biologiche e antropologiche. “Usiamo” tutti gli esperti del settore: ostetriche, doule, pediatri illuminati, consulenti di allattamento, consulenti del portare, insegnanti di massaggio infantile, e chiunque possa rappresentare l’autorevolezza della professionalità, per mostrare che la nostra intenzione non è mettere in crisi una relazione ma solamente migliorarsi.
Costruire passo, passo, storia per storia, i legami familiari veri.
Sono percorsi estremamente impegnativi e faticosi, costellati di ostacoli, discussioni, momenti duri e pesanti. Ma sono percorsi che ,se si ha la forza di finire, portano al risultato più atteso: la tribù.per crescere un bambino
Ed è così necessario costruire la propria tribù, avere un nucleo di persone a proteggerci, sostenerci, accompagnarci. Avere qualcuno di fiducia con cui condividere l’arrivo e la crescita del nostro bambino.
Perchè crescere un bambino “a contatto” prevede l’accudimento condiviso e non a caso.

Veronica

Chi ci può aiutare:

Per imparare a comunicare in modo efficace e rispettoso: Ass. Comunicazione Empatica

Per scavare a fondo nella nostra storia: Il lavoro emotivo e corporeo di Willi Maurer            e qualcosa sulle costellazioni familiari

Esperti sui benefici del portare i bimbi in fascia: Scuola del Portare

Esperti in allattamento e sui suoi benefici : IBCLC e La Leche Ligue

Pediatri: UPPA

Psicologi: Alessandra Bortolotti

Ostetriche: ostetriche libere professioniste (anche nel settore pubblico si trovano splendide professioniste ma purtroppo non esiste un link di riferimento)

Doule: ci sono diverse associazioni sul territorio nazionale. Non segnalo nessuna in particolare per mancanza di conoscenza diretta.

Libri sul tema: serie Il Bambino Naturale del Leone Verde