Stiamo davvero imparando la lezione?

2c1d4841-1363-4bc9-b5ec-7d2782606459Siamo ormai sicuri che l’anno scolastico in corso, sospeso a causa dell’attuale epidemia, non terminerà dentro le aule. Tutto rimandato a Settembre, dunque. Il rebus che coltiva la preoccupazione dei genitori è costituito dal prevedere fin da ora come la scuola ricomincerà. Una commissione di esperti è infatti a lavoro per formulare le prime ipotesi a riguardo. Se per la ministra dell’istruzione Azzolina si potrà stare di nuovo dietro ai banchi solo in totale sicurezza e sulla base delle dichiarazioni del ministro della salute Speranza, la prossima fase 2 del contagio dovrà realizzarsi con estrema gradualità, risulta difficile immaginare il rientro in blocco di otto milioni di studenti dopo l’estate. Come risulta difficile pensare che, data l’età media degli insegnanti italiani, (la più alta in Europa secondo un’indagine OCSE del 2019) si possa chiedere di  tornare in classe ai docenti più anziani, poiché rappresentano la fascia di popolazione più vulnerabile al virus e verso la quale va mantenuta la tutela sanitaria. È stato detto (sempre dal ministro Speranza) che il distanziamento sociale continuerà ad essere il caposaldo di qualunque strategia di salvaguardia della salute pubblica e la scuola, per il contesto particolare che rappresenta, si adegua molto male a questa strategia. 

Gli spazi a disposizione e il numero di bambini per classe, soprattutto nei cicli infanzia e primaria, sono condizioni che non aiutano affatto, a meno che non si programmino vere e proprie turnazioni di studenti, riducendo la possibilità di assembramenti anche in fase di ingresso e uscita dalle scuole. Certo è che l’adozione di particolari protocolli sanitari, a scuola, potrebbe non evitare la psicosi da paura di contagio, considerata l’imprevedibilità dei comportamenti dei bambini che, anche se opportunamente sollecitati, potrebbero far fatica a indossare a lungo le mascherine e a mantenere costantemente la distanza di un metro.

In questo scenario complesso, la didattica a distanza (DaD), quella forma di didattica attraverso cui si stanno portando avanti le lezioni e con cui le famiglie si sono, loro malgrado, confrontate quotidianamente, potrebbe non essere dimenticata in soffitta e continuare ad essere ancora modalità ausiliaria per gli apprendimenti didattici.

Dalla conferenza stampa dello scorso 6 Aprile, tra l’altro, è chiaro come la didattica a distanza non vada più  considerata “uno strumento opzionale”.

Siamo passati dunque da un esperimento consigliato, a vero e proprio paradigma riconosciuto e ‘strutturale’ del sistema educativo, almeno temporaneamente per questa emergenza e, aggiungerei, fino a quando ce ne sarà bisogno. Non vi era senza dubbio una strada alternativa, anche se si è constatato quanto la DaD si sia realizzata in modo estremamente stratificato e diversificato nelle scuole italiane e spesso all’interno della stessa classe. Sono emersi in modo evidente e diffuso problemi legati alle differenze economiche, strumentali, linguistiche e anche alla scolarizzazione delle famiglie (che richiederebbero una trattazione a parte e dedicata).

Inoltre, ci sono stati docenti in grado di organizzarsi fin dalle prime settimane dal lockdown, avviando rapidamente un programma di videolezioni, c’è stato chi ha iniziato con le attività sincrone molto più tardi, anche un mese dopo la chiusura, chi invece, già abituato a fare lezioni in streaming (come ad esempio nel caso del regime della scuola-ospedale per gli alunni che non possono essere frequentanti a causa di problemi di salute) ha realizzato le proprie lezioni digitali senza particolari criticità.

C’è stato, inoltre, chi si è rifiutato di lavorare on line, inappellabilmente, perché non si sentiva in grado di gestire la propria didattica con gli strumenti digitali (ad esempio, sul sito di un istituto comprensivo di Roma, la dirigente ha spiegato ai genitori come la maggioranza dei docenti si fosse espressa contrariamente alla DaD). E ancora c’è stato chi per scelta etica ha deciso di non implementare la Dad, perché avrebbe dato luogo, viste le possibilità economiche delle famiglie della propria classe, ad una scuola discriminante e non inclusiva.

Motivi per i quali solo col tempo processeremo e comprenderemo sul serio se si è riusciti a dare un senso ad un anno scolastico così compromesso a causa della pandemia da Covid-19.

Ma facendo un passo indietro, cosa si intende precisamente con la DaD?

Di nota in nota, abbiamo dati sufficienti per affermare come la concepisce il Miur. Per il ministero dell’Istruzione consiste senz’altro non in una “mera trasmissione di materiali” o compiti, ma in un panel di modalità (videoconferenze, video lezioni o utilizzo di app interattive educative) che contempli “azioni didattiche” equiparabili alla didattica tradizionale. Vuol dire che le lezioni non possono consistere solo in compiti a casa, assegnati senza aver svolto, prima o dopo, una lezione vera e propria. Questa lezione dovrà chiaramente conoscere modalità comunicative diverse rispetto alla lezione in presenza, privilegiando il dialogo, la problematizzazione e le domande degli studenti. Durante questa quarantena la qualità del lavoro dei docenti si è vista indiscutibilmente, dalla primaria alla secondaria di II grado lungo tutto lo stivale, con una grande prova di resilienza e di determinazione da parte di maestri, professoresse, dirigenti e personale scolastico (eclissando spesso le rivendicazioni dei sindacati).

Credo che quando non sia stato possibile trovare un metodo collaudato di scuola on line (non era banale realizzarlo così su due piedi), ciò che ha fatto la differenza, in senso positivo, è stata la misura con cui via via i docenti hanno cercato di equilibrare in modo ragionato videolezioni, compiti a casa e scadenze.

Ciò che invece oggi lascia davvero sconcertati è prendere atto di come la scuola e soprattutto i bambini siano stati esclusi dal dibattito pubblico in questi mesi. 

La scuola sembra aver rappresentato un’appendice, un fronzolo, una parentesi opaca ammessa una tantum in conferenza stampa o in qualche riga di decreto. Nessun approfondimento mediatico, pochissime informazioni sono state sviluppate e offerte all’opinione pubblica con spunti di riflessione critica. Sul web invece tante sono state le lettere dei genitori che evidenziavano il bisogno di ascolto e di comprensione. 

L’aspetto psicologico, umano e sociale delle famiglie e dei bambini non ha mai costituito un argomento di analisi e confronto istituzionale più o meno formale, soccombendo al tema della ripresa economica, della responsabilità politica sulla gestione dell’emergenza e ovviamente del contenimento del contagio. Il focus narrativo prevalente ha riguardato solo in minima parte i cittadini, e ciò è avvenuto soprattutto in quanto lavoratori, e quindi soggetti economici.

Eppure, a mio parere, questo ‘focolare privato’ diventato ‘pubblico’, mantenendo fede con forza ad un impegno collettivo, avrebbe meritato più attenzione e sensibilità. Doveva essere valorizzato. 

Eppure i bambini insieme alle loro famiglie in una trama di vita così complessa, avrebbero dovuto trovare l’opportunità di ricostruire il loro ‘spazio’ e il loro legame col tempo. 

Eppure i bambini, sono soggetti di diritto tanto quanto gli adulti.

Lo sa bene la prima ministra norvegese Erna Solberg che già a metà Marzo tenne una conferenza stampa solo per i più piccoli, rispondendo per mezz’ora alle domande provenienti dai bambini di tutto il Paese. Una grande lezione di stile e di democrazia, rimasta tristemente isolata.

Secondo il filosofo Ernst Cassirer l’uomo è un ‘animale simbolico-culturale’ per cui produrre e fruire di segni e significati è azione radicata nella condizione specie-specifica dell’uomo. 

La narrazione aiuta, dunque, sotto questo profilo, a elaborare la propria esperienza intima in un’ottica di ri-significazione, di sguardo più ampio e di patrimonio comune, quando la si correla a quella degli altri. E allora da questo punto di vista così importante e imprenscindibile, alla luce di questo time-out epocale come quello che stiamo vivendo, tutti insieme e tutti nella stessa barca, la lezione ancora non l’abbiamo certamente imparata. 

(Federica Giuliani)

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