Una chiacchierata con Marco Santini, ginecologo.

Spesso si pensa che l’avere figli ci precluda  o comunque comprometta la vita sociale, le amicizie, i legami. Eppure è stato proprio grazie alla mia bambina che ho avuto modo di conoscere  un uomo illuminato, un professionista capace e sognatore: un ginecologo-ostetrico. Ma non solo. Il Dott. Marco Santini è stato un tassello determinante nella mia storia di madre con la sua sensibilità, la sua capacità di ascolto, la sua visione oltre la patologia, oltre i protocolli.

Fino a poco tempo fa lo si poteva incontrare a Careggi, durante i checkpoint di accesso all’area nascite La Margherita, oppure in corsia con i suoi modi discreti e gentili, sempre pieni di cura. O addirittura in sala operatoria con la sua perizia e la sua attenzione anche con il bisturi.

Marco Santini è il papà del Centro Nascite “La Margherita”, un’eccellenza fiorentina ed italiana, che ha suscitato interesse ed ispirazione ovunque nel nostro Paese e nel Mondo. Quasi nessuno sa come il suo nome, la sua storia ed il nome e la storia della Margherita siano connessi a doppio filo perché lui ha sempre lavorato in sordina, senza tanto clamore, senza pretese di essere al centro delle attenzioni, ma sempre guidato dalla sua cometa: la volontà ed il bisogno controcorrente di affermare il femminile nella nascita, in un periodo di grandi incertezze.

Sono passati più di 10 anni dal nostro primo incontro e oggi ho la fortuna di poterlo intervistare e di farvelo conoscere un po’ di più.c55fce6e-a754-41f5-85ff-4edacbd180ab

Veronica:  Marco, raccontami un po’ del tuo percorso: quando e perché hai deciso di diventare ginecologo?

Marco: è una storia lunga! Mi occupo di ginecologia e ostetricia dall’inizio degli anni ’80. Ho iniziato con una forte impronta chirurgica nella mia specialità, ma con il passare del tempo mi sono sempre più interessato all’Ostetricia. Ho seguito la mia visione, o meglio la sensazione di “urgenza” di valorizzare la normalità in ostetricia ed il ruolo prevalente della donna in questo evento, che troppo spesso viene trascurato. Ho fortemente voluto ampliare il dibattito fra le madri e future madri e gli “addetti ai lavori”. Così è stato naturale interessarmi anche a temi di psicologia e psicopatologia connessi alla gestazione e alla nascita. Pensare la nascita come evento sociale mi ha portato ad organizzare dei percorsi assistenziali per il parto in Ospedale come il Progetto del Centro Nascita di Careggi a Firenze.

Mi sono addentrato anche in territori culturali non medici come l’architettura, attraverso gli studi della percezione dell’ambiente da parte degli utenti e degli effetti che questo ha sulle cure, intese non solo in senso medico ma anche come il “prendersi cura”, la “care”.

Veronica: Qual è, per te, la caratteristiche fondamentale per essere un buon ginecologo?

Marco: Bè, dopo anni di esperienza, sicuramente inizierei rispondendo che la preparazione medica e specialistica è alla base dell’esercizio di questa professione straordinaria – e questo è solo apparentemente scontato. Ma oltre a questo, è necessaria una grande capacità di ascolto e di partecipazione alla vicenda della persona che abbiamo in cura. La nascita può essere un avvenimento medico ma è soprattutto un fatto esistenziale individuale e poi sociale. Affiancare i protagonisti dell’evento, la madre ed il nascituro, cercando di non rubare la scena ma garantendo al meglio possibile serenità e rispetto è un compito che richiede, oltre alle conoscenza ostetriche, equilibrio personale, maturità individuale, empatia.

Veronica: Cosa serve ad un uomo per occuparsi di nascita?

Marco: Domanda molto impegnativa.  Direi che quanto ho cercato di sintetizzare nelle risposte precedenti vale per ogni medico ed in particolare per ogni ginecologo. Avrei detto, fino a poco tempo fa, che le caratteristiche femminili delle dottoresse potevano facilitare la loro capacità empatica nei confronti delle gestanti o delle pazienti. Oggi direi che questo non è scontato, non è automatico, al di là delle apparenze. I ginecologi, uomini o donne, devono lavorare molto su se stessi per essere dei buoni medici. Gli uomini certamente hanno un compito più complesso nella elaborazione della loro identità sessuale in relazione alla professione ed alla capacità di comprensione dell’ ”altra metà del cielo”, abbandonando progressivamente stereotipi, preconcetti ed elaborando in profondità la propria storia personale.

Veronica: Ti chiamano “quello della fisiologia”, quanto ti rivedi in questa definizione?

Marco: Quello della fisiologia, quello della medicina umanistica, quello della “slow medecine”, quello che “tiene la mano alle pazienti” come mi diceva con sufficienza un cattedratico che avrebbe dovuto insegnarmi ad essere un buon medico. Di volta in volta,, ho ascoltato varie definizioni. Credo di non riconoscermi in nessuna in particolare perché la realtà e sempre diversa e molto più complessa.

Veronica: Com’è nata l’idea della Margherita?

Marco: Dopo anni di lavoro (vero lavoro con giorni e notti di sala parto) di riflessioni ed elaborazioni su quel lavoro straordinario che è assistere la nascita. Direi che l’idea è nata quando abbiamo capito in profondità concetti come l’assistenza centrata sulla donna e il “care as gift” ,il prendersi cura come dono professionale. Il Progetto architettonico del centro Nascita in se è nato rapidamente in poche settimane quando molte cose ci erano chiare. Si è trattato di portare alla sintesi ed alla massima espressione concetti da molti affrontati e dibattuti prima di noi, ma mai agiti, almeno nel nostro Paese. Portare ad un punto di sintesi un lungo dibattito fra una parte dei medici e delle ostetriche, durato tutti gli anni ’70 e ‘80  del ‘900.Dal dire al fare…questa è stata la scommessa, almeno in parte vinta.

Veronica: Quando hai pensato e disegnato la struttura del centro nascite, qual era il tuo sogno? Come avrebbe dovuto funzionare? 

Marco: La definizione della struttura architettonica è nata da una idea che ho maturato in anni di lavoro in Ospedale, pensando ad un ambiente che fosse più compiuto e più accogliente di quelli normalmente realizzati  con lunghi corridoi e stanze anonime. I disegni preliminari di questa idea li dobbiamo ad una architetta straordinaria per capacità di ascolto e sensibilità, Bianca Lepori.  Lo scopo era quello di avere delle stanze disposte intorno ad un centro dove le ostetriche potevano svolgere la loro funzione di sorveglianza ora discreta ora tempestiva. Avrebbe dovuto funzionare come un luogo accogliente e sicuro dove ogni donna che avesse voluto avrebbe potuto partorire a suo modo, esercitando potenzialità innate, in famiglia. La nascita, quando si svolge regolarmente è un fatto esistenziale ancestrale intimo, personale, privato poi famigliare che per ragioni di sicurezza si deve svolgere in Ospedale e l’Ospedale con tutte le sue capacità culturali, tecniche e organizzative deve tutelare questo evento con rispetto e discrezione. 

Veronica: Fino ad oggi, quanto del tuo progetto si è realizzato? Quanto pensi si potrebbe ancora realizzare?

Marco: L’ambizione visionaria del Progetto della Margherita era quello di realizzare un percorso della nascita all’insegna dell’accoglienza, dove un numero crescente di donne potesse trovare i vari momenti assistenziali riuniti in un luogo adatto. Dai corsi di accompagnamento alla nascita ai controlli ambulatoriali, dal sostegno psico-relazionale ai corsi di acquaticità, al luogo del parto adatto e coerente a questo percorso. Questa visione non è stata condivisa, ma direi di più capita dall’Ospedale che ha parcellizzato i vari momenti assistenziali rendendo il progetto più povero, meno rispondente agli alti standard ambiti inizialmente. Perdendo di vista le potenzialità di un modello del genere, inteso anche come laboratorio per sperimentare miglioramenti dell’assistenza e fare formazione, lo si è indirizzato ad una attività routinaria non espansiva. Con questo rispondo implicitamente anche alla seconda parte della domanda e cioè che recuperando progettualità e visione, facendo un investimento di risorse professionali adeguate e promuovendo il modello presso la cittadinanza si potrebbe non solo dimostrare la validità di questo “unicum” nazionale ma anche proporlo ad altre realtà assistenziali.

Veronica: Qual’è il ricordo più bello legato al Centro Nascite?

Marco: I ricordi naturalmente sono tanti dal lontano 1996! Intanto il gruppo di lavoro formato da ostetriche, psicologhe, neonatologi, pediatri, infermiere con i quali abbiamo investito entusiasmo ed energie nella nostra attività ospedaliera e dato vita ad un Progetto culturale sulla nascita a molte voci che poi si è concretizzato nel Centro Nascita. E poi le tante persone che in questi anni hanno vissuto un momento importante della loro vita come la nascita di un figlio, dentro una nostra idea di assistenza e l’hanno trovata bellissima! I mille episodi di ringraziamento e di gratitudine che hanno dato un valore speciale al nostro lavoro.

Veronica: Che progetti hai per il futuro?

Marco: Diversi ma direi uno su tutti: contribuire al dibattito e alle proposte per rendere migliore l’esperienza della gravidanza e del parto nella nostra città. Esperienza breve, se riferita ad una vita, ma che segna per sempre le nostre storie personali.

Veronica: Grazie, Marco…in bocca al lupo!

Per chi volesse saperne di più sui progetti del Dott. Santini o volesse contattarlo per qualsiasi bisogno o domanda, può scrivergli a dott.santini@gmail.com

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