Categoria: sostenere le famiglie

Piccole storie ossitociniche: ma è vero il linguaggio della pelle?

image_1303-Oxytocin

Due storie a distanza di 4 anni. Un bimbo e una bimba. Il massaggio infantile.

C’era una volta un piccolo gruppo di mamme, ciascuna con il suo bambino. Frequentavano un corso di massaggio e erano diventate molto affiatate.

All’ultimo incontro venne un papà. Si vedeva che si sentiva a disagio: aveva percepito questa grande coesione e si sentiva fuori luogo. Ma, coraggiosamente, stava lì.

Mamma si sedette e iniziò a massaggiare bimbo. Babbo le stava accanto e li guardava con amore.

Gambine. Bimbo iniziò a lamentarsi e a sorridere a babbo: “Voglio proprio che mi massaggi tu”, sembrava dicesse…certo era proprio un’occasione da non perdere il babbo lì con loro!

Mi permisi di accennare un suggerimento.

Mamma sorridendo fece sì con la testa e cedette il posto. Babbo, un po’ imbarazzato ma felice, massaggiava le gambe. Lui e bimbo si guardavano, bimbo gorgogliava e rideva.

Arrivò il momento della pancia e poi sarebbe stato il turno del torace. Eravamo all’ultimo incontro e bimbo già lo sapeva. Ma le emozioni di babbo erano un po’ troppe per sopportarle con la pancia e con il torace, e bimbo iniziò a lamentarsi e a guardare di nuovo mamma.

Ancora un accenno di suggerimento, ma già stavolta c’era meno bisogno.

Così si scambiarono di nuovo. E bimbo si godette tutto il massaggio.

C’era una volta un piccolo gruppo di mamme, ciascuna con il suo bambino. Frequentavano un corso di massaggio e due di loro erano sempre accanto: le loro bimbe erano cugine!

All’ultimo incontro bimba si lasciava massaggiare con piacere. Com’era diversa dalla prima volta che aveva pianto tanto”

Mamma, contenta e rilassata, mentre massaggiava scambiava qualche parola con la zia di bimba.

Bimba iniziò a lamentarsi, mentre le mani di mamma scorrevano su di lei: “Ehi, mamma, stai parlando con me, non cambiare discorso, lascia fare la zia!”

Mi permisi di accennare un suggerimento.

Mamma sorridendo fece sì con la testa e, interrompendo la conversazione, tornò a concentrarsi su bimba.

Lei e bimba si guardavano, bimba gorgogliava e rideva.

Quando si dice che i bambini parlano a perfezione il linguaggio della pelle e che se, attraverso il massaggio, iniziamo a parlarlo anche noi, poi ci si capisce alla perfezione, si dice solo la verità.

Una verità che stupisce, tanto da non sembrare vera.

Eppure lo è, in tutta la sua forza e la sua bellezza.

(Veronica)

marchio 2000 con sfondo

 

Annunci

Venite e…portate anche i nonni!

É la mia frase tipica quando invito i futuri o i neo-genitori agli incontri informativi sul babywearing o sul massaggio infantile.

Normalmente assisto a sogghigni o ad espressioni sconsolate. Qualche volta addirittura ad evidenti segnali di fastidio. E le motivazioni sono sempre le stesse:

“Eh sie…tanto hanno poco da criticare!”

“Figurati, loro sono proprio all’opposto di queste cose!”

Eccetera, eccetera…

È successo anche qualche tempo fa, durante un incontro. Allora, mi concessi un pochino di tempo per esporre le ragioni del mio invito e da allora, alcune tra quelle mamme continuano a chiedermi di scrivere le cose che dissi, perché possono servire.
Ed ecco qua, con la mia solita calma, a dar loro ascolto.

Chi sono i nonni di oggi?

In buona parte, sono genitori di ieri, forzati da pregiudizi culturali ed indicazioni mediche dettate da opinioni soggettive a crescere i propri figli con il criterio dell’indipendenza precoce.

I bambini nati e cresciuti negli anni ’80 e ’90 – i genitori di oggi – sono bambini poco allattati al seno, poco tenuti in braccio, mantenuti distanti nel sonno (spesso con i metodi dell’estinzione graduale del pianto, oggi ufficialmente ritrattati), massaggiati poco e raramente.

I loro genitori li hanno cresciuti così convinti di fare il loro bene. A volte in modo per loro naturale, perpetrando modelli pedagogici e di accudimento di tradizione familiare, a volte rinunciando con dolore, per ciò che credevano essere il benessere e la crescita equilibrata dei figli, al loro istinto, alla voglia di star loro vicino, di tenerli vicini. 

E gli anni son passati, ed i figli si son fatti grandi, onesti, capaci di andare con le proprie gambe: hanno fatto un buon lavoro, come genitori, va tutto bene.

Finché i figli non diventano genitori.

E magari genitori che scelgono di tirar su i figli “a contatto”, come Natura comanda.

Ed è a queso punto che si crea spesso una voragine tra le generazioni e, peggio ancora, tra gli affetti.

Perché i genitori, per intraprendere il percorso che hanno scelto, si sono informati tanto e tanto faticano ad attuarlo perché tutti sappiamo quanto sia difficile dare ciò che non si è avuto, che non si è mai conosciuto.

Ed in questa fatica, si aspettano il sostegno dei familiari. 

Sostegno che, invece, viene soffocato dalle critiche.

D’altra parte, loro, i nonni si trovano improvvisamente davanti a posizioni, informazioni, dati scientifici che comunicano loro soltanto qualcosa di terribilmente doloroso: hai perso un’occasione. 

Uscite dalle labbra dei figli, queste nuove informazioni arrivano con un carico – spesso nemmeno voluto – di sensi di colpa, di giudizi. Diventano: con me hai sbagliato, mi hai fatto mancare cose importanti.

Con questi fardelli emotivi la deriva della relazione è quasi una conseguenza naturale.

Però ci sono situazioni in cui le stesse informazioni pesano meno.

E sono gli incontri tenuti da operatori. 

L’operatore è qualcuno di estraneo alla famiglia, che non ne conosce la storia e che quindi pesa emotivamente meno di un figlio che quella relazione ha vissuto da protagonista.

Un buon operatore sa che parla per informare e non per giudicare.

Un buon operatore sa “annusare” la tensione emotiva in sala e sa offrire una via d’uscita alla malinconia, al dolore di non aver accudito i propri figli. Sono vie d’uscita piccole ma esistono. Accudire la madre, far da madre alla madre, come dicono le doule. Si può fare, si può imparare. Si può sciogliersi d’amore a qualsiasi età.

11193415_801293476644889_8966154535350216837_nPartite per tempo, coinvolgete i nonni nelle scelte di accudimento e nelle scelte pedagogiche, fate filtrare l’emozione attraverso le parole più distanti di qualcuno che è lì proprio per informare, sostenere, incoraggiare, offrire vie d’uscita. E poi, chissà, magari potrete provare a ricostruire quello che è rimasto incompleto. 

In ogni caso, ne guadagnerete tutti in benessere, armonia, amore, possibilità di recupero.

Sant-Anna-la-Vergine-e-il-Bambino-con-agnellino

 

Attaccamento morboso

Spesso si sente definire l’attaccamento tra genitori e figli (e più ancora quello tra le mamme e i loro figli) “morboso”.

Considerando la possibilità che ci siano relazioni non sane, vorrei soffermarmi sul significato della parola e sulla norma biologica dell’essere umano.

Il mammifero uomo è un prematuro fisiologico. Questo significa che, anche nascendo a termine, un cucciolo d’uomo ha bisogno di un certo tempo perché le sue funzioni neurologiche e fisiologiche si stabilizzino.

Nei primi 1000 giorni di vita il cervello di un essere umano cresce circa 1gr al giorno. Il contatto positivo, le sensazioni piacevoli favoriscono il crearsi dei collegamenti sinaptici.

Un cucciolo d’uomo nasce con tante competenze ma tante deve crearsele. In primis deve acquisire le capacità di muoversi in modo autonomo per il mondo, deve stabilizzare il proprio sonno, deve preparare il proprio sistema digerente ed intestinale per i cibi solidi e così via.

Oggi OMS ci dice che l’allattamento al seno, quando possibile, è da preferire a qualsiasi altro alimento sul piano nutritivo ma SOPRATTUTTO sul piano relazionale è da protrarsi finché la diade ne sente il bisogno, anche oltre i due anni, perché oltre a portare benefici al corpo, crea una relazione solida e una comunicazione efficace.

Lo stesso si dica delle coccole, degli abbracci, dei massaggi, delle carezze e dei baci: l’essere umano ha bisogno di stimolazioni sensoriali e affettive per crescere sano e sicuro.

Quindi le relazioni affettuose – anche e soprattutto fisiche – tra genitori e figli sono sane, non malate. Oltre stimolare la crescita sana a livello muscolare, neurologico e relazionale dei bambini, insegnano loro a riconoscere il tocco buono, rispettoso, amorevole di chi li ama e a distinguerlo, appunto, dalla morbosità reale. A loro volta, imparano ad amare e a rapportarsi fisicamente agli altri in modo rispettoso e amorevole.

Quindi non confondiamo le cose e lasciamo la patologia ai campi in cui effettivamente ci sono delle disfunzioni relazionali grosse (che invece, specie nel mondo adulto, oggigiorno sembrano essere la norma). La prossima volta che incontrerete un genitore che sta accudendo suo figlio, sorridete loro. Anche se per la vostra visione quel bambino fosse “troppo grande” per essere portato addosso, allattato, massaggiato.

Riserviamo la nostra capacità di dissenso per le reali morbosità: forse nella nostra società ci saranno meno violenze.

morbóso agg. [dal lat. morbosus]. – 1. Nel linguaggio medico, che è proprio di un morbo, o che ad esso si riferisce, o, più genericam., che ha significato patologico: stato m.; condizioni m.; sintomi m.; sintomatologia m.; anche, che apporta un morbo, una malattia: causa m.; agenti morbosi. 2. In senso fig., di sentimento, che, nel suo manifestarsi, denota eccessività rispetto alla norma, e quindi mancanza di misura e di equilibrio; per estens., opprimente, ossessivo

Invece, queste, sono immagini d’amore sano, sanissimo, prezioso.

Non confondiamo le cose.

(Veronica)

Il lato scuro (o meglio, rosso) dell’allattamento

IMG_5700

“Mi sento solo una poppa!”

É una frase che si sente spessissimo dalle mamme, specie le mamme al primo bambino o al primo allattamento, e ancor di più dalle mamme che allattano oltre l’anno di vita del bambino.

É un sentimento complesso, a volte quasi doloroso, quasi sempre almeno fastidioso.

Un bambino grande che, in presenza della madre,  richiede il seno ancora come risposta unica alle difficoltà mentre in sua assenza mostra risorse alternative, ci mette in crisi.

La sensazione è quella di essere “ridotte”, a livello relazionale, al solo seno.

Da tanto tempo mi chiedo se non ci sia la possibilità di comprendere a fondo il punto di vista dei bambini e contemporaneamente quello delle madri, con la sensazione che alla base del malessere di quest’ultimo ci sia di fatto un grande equivoco interpretativo.

Occupandomi di pelle, in ogni sua espressione, ho trovato quella che, almeno per me, può essere una buona lettura della questione. E spero che lo sia anche per altre madri o, per lo meno, possa essere spunto di riflessione per aiutare ciascuna a venire a capo della propria storia.

Premetto che non voglio assolutamente pormi in modo giudicante nei confronti di scelte, emozioni o percorsi individuali ma appena chiarire quelle che possano essere le origini di questo divario emotivo che spesso si crea tra madre e figlio.

Ripercorrendo i passi dell’educazione media di una bambina nella nostra società mi soffermo a pensare che fin da piccole siamo spinte a valutare in modo molto disuguale l’amore come sentimento, come affinità elettiva, come relazione emotivo-intellettuale da una parte e l’amore fisico come relazione dei corpi, come scambio di pelle dall’altra.

Le frasi e le espressioni che più spesso ritornano nella vita di una donna sotto forma di ammonimento, di indicazione e di educazione amorosa sono grossomodo sempre le stesse da generazioni:

“Stai attenta, gli uomini vogliono solo quello”

“Il sesso senza amore non vale nulla”

“Cerca un uomo che ami più il tuo cervello delle tue curve, mia cara”

“Cerca il vero amore che il sesso finisce”

“Quando deciderai di fare sesso, che sia l’uomo giusto, un uomo che ami davvero”.

La relazione fisica é sempre subordinata alla relazione sentimentale, intellettuale, come se fare l’amore, scambiarsi la pelle, comunicare attraverso il corpo e la sua capacità di dare e ricevere calore e piacere, siano soltanto il necessario completamento di una relazione che trova il proprio valore nella parte intellettuale.

Stilnovo? Estremismo cattolico? Femminismo mal interpretato? Da dove venga tutto questo denigrare la relazione fisica non sono in grado di dirlo.

Ma quando i nostri bambini iniziano ad esprimersi, camminare, gesticolare o addirittura parlare, quello che spesso ci aspetteremmo in fondo al cuore é l’inizio della sublimazione della relazione, ci aspetteremmo che si stacchi dal corpo per elevarsi a livello dell’intelletto, della comunicazione verbale e semi verbale, del gioco delle risorse.

I bambini no. Stanno attaccati con le unghie e con i denti alla relazione tattile, allo scambio di pelle, a quella potente tattilità in grado di calmare, coccolare, sostenere, acquietare, consolare. Il corpo é al centro del loro modo di amare, al centro dell’intesa faticosamente costruita con la persona che è il pernio su cui gira il loro mondo. Un amore fisico, fisicissimo. Il corpo al centro.

É possibile che qualcuno si sentirà offeso per un parallelo così fuori luogo tra l’amore romantico e l’amore genitoriale e filiale. Ma credo sia interessante collegare ogni momento della nostra vita senza assurde barriere di pensiero. Tanto più che chiunque abbia allattato in pubblico ha ricevuto almeno una volta un commento o un’occhiata di condanna che dimostra come gli ambiti di accudimento e sessualità non siano affatto socialmente distinti.

Altrettanto, è ovvio che a creare insofferenza si prodigano anche altri fattori come la stanchezza, il giudizio sociale o il bisogno di tornare ad essere solo se stesse, senza una qualche appendice già, all’uopo, deambulante. Ma ci sono varie espressioni di insofferenza. Ciascuna corrispondente ad una diversa origine prevalente.

Laddove, però, si manifesta un tipo di delusione relazionale (che di solito si esprime con la frase con cui abbiamo iniziato o simili), possiamo provare a riflettere su quanto ci ferisca essere per i nostri figli “soltanto un corpo/un seno”. E perché ci ferisca così tanto. Perché ci aspettiamo che dei piccoli mammiferi, che si sforzano tanto di comunicare con “gli altri”, si sforzino altrettanto per farlo anche con noi, ignorando la bellezza e la preziosità del nostro canale privilegiato, tattile, di comunicazione. Se qualcuno per spostarsi velocemente si impegna, in mancanza di meglio, a pedalare in salita su una vecchia bici, avrebbe senso aspettarsi o pretendere che lo faccia anche quando arriva chi di solito gli offre un passaggio in limousine?

E perché lo pretendiamo o ci aspettiamo una cosa così poco sensata? É verosimile che questa pretesa/aspettativa si fondi sul considerare la relazione intellettuale più aurea di quella fisica? É verosimile che anni e generazioni di donne cresciute senza corpo o come se il proprio corpo fosse un accessorio necessario ancorché fastidiosamente pesante, ci rendano impazienti – riguardo i grandi amori della nostra vita – di abbandonare il linguaggio della pelle per passare alla loro zona di confort relazionale che è la sfera dell’intelletto?

Perché se questo è, come credo, verosimile, ancora una volta i nostri bambini ci concedono una grande opportunità: quella di rivalutare la bellezza della relazione fisica in ogni suo aspetto, in ogni sua sfaccettatura. Aggrappate alla nostra costellazione molecolare ossitocinica, abbiamo la possibilità di rinascere più complete sotto il tocco delle mani e delle labbra dei nostri figli e delle nostre figlie, appassionati dell’amore più grande, più totale e più cristallino che mai potremmo vivere e di cui potremmo essere amate.
(Veronica)

Un grazie speciale va a Paola Mazzinghi, consulente IBCLC, per starmi vicina con la sua presenza dolce e professionale, in ogni riflessione sull’allattamento e dando il supporto a tutti i genitori a cui ho il piacere di consigliare la sua consulenza

Piccole storie ossitociniche. Con gli occhi del cuore.

image_1303-Oxytocin

Mi preparo.

Registro gli step vocali al computer perché siano perfettamente nitidi. Cerco di pensare ai passaggi in cui è fondamentale guardare quello che faccio ed immagino come sostituirli con il tatto. Chiudo gli occhi e lego. Sarà una consulenza a stretto contatto.

Arrivo. Una bambina piccina, piccina dorme tranquilla in una carrozzina.

Tiro fuori la fascia.  La mamma tocca la fascia. Le faccio sentire il bordo e poi tutto il lembo, l’elasticità diagonale. Le spiego che le due parti della fascia vanno lavorate con diversa attenzione. Le sue dita leggono la stoffa con cura.  Annuisce, ha capito perfettamente ciò che a volte, spiegato a parole, risulta un po’ oscuro ai genitori.

Ho imparato già una cosa e non sono passati neppure 15 minuti. Ricordo che in formazione ci si fermava molto sul mostrare la legatura, sullo spiegare i passaggi, le caratteristiche della fascia. E il tatto? Possibile che fosse relegato solo alla relazione con il neonato? Possibile. Invece da oggi per me sarà lo strumento principe di ogni consulenza.

Inizio la legatura con lei vicino. Lei mi segue con le dita. Ha un tocco abile, delicato, accurato. Proviamo la legatura con la bambola. Ha gesti lenti e profondi, assapora ogni passaggio, ogni cambio di tensione della stoffa. La legatura viene molto bene.

La bambina si sta svegliando. Al primo respiro differente da quello profondo e regolare del sonno, la sua mamma si è messa in ascolto. Si alza e con passo sicuro va verso la carrozzina. La piccola ha appena aperto gli occhi e le mani della mamma la stanno già tirando su. Torna, stavolta con il passo più cauto e attento e si siede. Appoggia la sua bambina sulle ginocchia, il piede ben appoggiato a terra. Le parla con le parole di ogni mamma, ma nel frattempo le tocca il viso. Le dita si muovono sicure e attente a registrare ogni informazione. Tira fuori il seno e posiziona la sua bambina proprio all’altezza giusta, poi toglie le dita dal viso di lei.

Io penso, dentro di me, che ogni essere umano meriterebbe di essere toccato in quel modo. Non ho mai conosciuto nessuno che sapesse usare le dita con quella stessa cura, quella stessa solennità e attenzione.

La bambina poppa vorace e soddisfatta, non ha pianto un secondo da quando sono qui. Lei solleva il viso.

É molto doloroso non poterla vedere. 

Sì, immagino. 

Faccio una pausa. Forse dovrei solo accogliere quel dolore e quella dolcezza e tacere. Mi ricordo “Siate ciotole. Il vostro compito è accogliere”.

Però no. Perché queste due donne hanno una forza grande ed un grande potere e forse non lo sanno. Rischio.

Ti muovi molto sicura, sei bravissima. Sia in casa che con lei.

Oh in casa è facile, basta non cambiare posto alle cose. Mi piace fare da sola, essere autonoma. 

Sai tu sei proprio la dimostrazione che senza vista si può vivere. Anche senza udito, sai? L’unico senso senza cui proprio non si può è il tatto. Senza il tatto non sentiremmo l’eccesso di caldo o di freddo, né il dolore. Ed il tatto ha un potere incredibile: quello di parlare agli esseri viventi in un modo così profondo come nessuna lingua al mondo riesce. Tu tocchi la tua bambina con una delicatezza, una sicurezza e una competenza che sono davvero rare. Questo le stai trasmettendo che la sua mamma è con lei, che è sicura, che ogni centimetro del suo essere è importante ed è in grado di comunicare cose grandi. Tu parli la sua lingua, il linguaggio della pelle. E non esiste dono più grande della profonda comprensione. 

Sorride. Il dolore ha lasciato spazio alla dolcezza e alla speranza e mescolati insieme adesso riempiono la stanza di una leggera malinconia.

Spero che sia vero. Grazie.

Ricominciamo. Bordi, lembi, spollicio-pinzo. La piccina ora dorme di nuovo. Però sul cuore della sua mamma. Lei respira.

Così posso tenermi da entrambi i lati mentre salgo le scale. Avevo tanta paura di inciampare o che mi potesse scivolare. Che meraviglia.

Faccio una foto da mandare al babbo. Lei prende il bastone bianco.

Per essere in sicurezza lo devo tenere così, davanti al petto. Con lei in braccio era impossibile. Ora posso fare di nuovo da sola.

Sorrido. Non mi vede ma so che lo sente, so che respira la mia grande emozione come io respiro la sua. Penso a quanta passione metto nel raccontare ai futuri genitori il grado di indipendenza che può dare il babywearing. Eppure, che possa farlo a questo livello lo scopro adesso. A volte una fascia non facilita soltanto la vita quotidiana, la permette.

(Veronica)

 

Piccole storie ossitociniche. Una mamma, un papà, una bimba.

image_1303-Oxytocin

Una coppia che si ama, con tra le braccia il loro desiderato primo figlio, nato meno di due mesi fa,  la riconosci bene.

Hanno gli occhi sbarrati, un po’ cerchiati, straboccanti d’amore e di incertezza. Traspirano una lieve insicurezza costruita intorno a loro dalle aspettative sociali, dai giudizi e dai consigli non richiesti. E una grande, una grande dolcezza, un prendersi cura sottile e costante, inossidabile.

Cerco di entrare in punta di piedi, di parlare piano. Di comunicare loro in qualche modo che possono essere quello che vogliono, quello che sono. Che un pianto non richiede per forza un’analisi o un giudizio e che le incessanti richieste da parte di quel minuscolo essere umano sono naturali, normali, belle e potenti perché ne garantiscono la sopravvivenza e la crescita sana e felice. Come si comunicano tutte queste cose? Servono tanti spazi di silenzio, dove gli animi si incontrano e fanno da soli, senza tanti fronzoli, la loro conoscenza.

Eccoli qui, davanti a me.

Un bellissimo, piccolo corso di babywearing pancia a pancia.

Il papà si programma per provare la legatura con la mia fida Giulia, la bambola didattica. Ops…qualcosa è andato storto e tra le sue braccia c’è la sua bambina, in carne, ossa e pianto.

Babbo non preoccuparti della stoffa e nemmeno di quel che pensa mamma o le altre donne o io. Siete tu e lei, accucciata sul tuo petto. Fai due passi, parla con lei. Va tutto bene, lo sai fare.

Certo che lo sai fare, sei il suo papà. Il suo grande, meraviglioso papà. E mamma è bravissima che lo sa e si affida anche lei, da lontano, a quelle tue braccia così amorevoli. Così si calma. Piano, piano.

Papà e mamma sorridono e solo adesso sistemiamo la stoffa a regola d’arte.

Proviamo ancora: un’altra fascia, un’altra legatura. Adesso la piccola si addormenta sul petto di mamma.

Avete imparato bene, sono sicura. Ma ci sarò, se vorrete, anche a distanza, ogni volta che qualcosa vi farà sorgere un dubbio.

Ci salutiamo dopo due ore insieme.

Grazie

Sorrido.

Non c’è di che, avete fatto voi…è una cosa vostra

Sorride.

No, grazie perché è molto bello quello che fai, quello che dici, come lo dici è importante

Sorrido.

Non voleva nemmeno venire, lui, era tutto sospettoso!

Sorride, con aria soddisfatta.

É vero non mi ispirava per nulla, ho fatto solo per accompagnarla, perché le hanno regalato questo corso e lei ci teneva. Invece è bello. Ho fatto anche io…insomma ho legato anche io, quanto ti devo?

Forse adesso dovrei stare seria perché la faccenda è importante. Ma l’ossitocina, quando vuole,  ti stiracchia ostinata gli angoli della bocca

Niente, no…i papà non sono appendici. Va bene così. Siete una famiglia. Anzi! ce ne fossero papà a tutti i corsi!

Raccoglie le cose, disvia lo sguardo giusto un attimo.

Bello. Ormai ci siamo abituati che non ci considerano mai. Ogni tanto fa bene qualcosa di diverso.

Ride, ridono. Nel viso beato le risate soffuse si riversano, creano legami tra i neuroni, impregnano d’amore trama e ordito. Un tutt’uno, una famiglia.

(Veronica)

Piccole storie ossitociniche.

image_1303-Oxytocin

Nella mia vita professionale incontro famiglie di ogni tipo. Qualsiasi sia la loro storia o la storia della loro famiglia, ciascuna di loro ha in serbo qualcosa di speciale da insegnarmi o da regalarmi.

In nome dell’ossitocina, sempre.

Ma quanto bisogno c’è di ossitocina, di amore, di ascolto?

Farò la mia parte cercando, ogni tanto, magari ogni sabato (sarebbe bellissimo!) di raccontarvene qualche spezzone. Ne ripescherò piano, piano anche qualcuna dal passato. Senza far nomi né dare indicazioni sui luoghi perché la grande bellezza di ogni storia è lo spazio che lascia per diventare altre mille storie simili a sé.

Avranno tutte questo titolo e questa immagine.

Con la speranza di regalarvi momenti di grande bellezza, di tanta ossitocina in piccole storie verissime.

(Veronica)