Categoria: parola di mamma e papà…

Piccole storie ossitociniche. Una mamma, un papà, una bimba.

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Una coppia che si ama, con tra le braccia il loro desiderato primo figlio, nato meno di due mesi fa,  la riconosci bene.

Hanno gli occhi sbarrati, un po’ cerchiati, straboccanti d’amore e di incertezza. Traspirano una lieve insicurezza costruita intorno a loro dalle aspettative sociali, dai giudizi e dai consigli non richiesti. E una grande, una grande dolcezza, un prendersi cura sottile e costante, inossidabile.

Cerco di entrare in punta di piedi, di parlare piano. Di comunicare loro in qualche modo che possono essere quello che vogliono, quello che sono. Che un pianto non richiede per forza un’analisi o un giudizio e che le incessanti richieste da parte di quel minuscolo essere umano sono naturali, normali, belle e potenti perché ne garantiscono la sopravvivenza e la crescita sana e felice. Come si comunicano tutte queste cose? Servono tanti spazi di silenzio, dove gli animi si incontrano e fanno da soli, senza tanti fronzoli, la loro conoscenza.

Eccoli qui, davanti a me.

Un bellissimo, piccolo corso di babywearing pancia a pancia.

Il papà si programma per provare la legatura con la mia fida Giulia, la bambola didattica. Ops…qualcosa è andato storto e tra le sue braccia c’è la sua bambina, in carne, ossa e pianto.

Babbo non preoccuparti della stoffa e nemmeno di quel che pensa mamma o le altre donne o io. Siete tu e lei, accucciata sul tuo petto. Fai due passi, parla con lei. Va tutto bene, lo sai fare.

Certo che lo sai fare, sei il suo papà. Il suo grande, meraviglioso papà. E mamma è bravissima che lo sa e si affida anche lei, da lontano, a quelle tue braccia così amorevoli. Così si calma. Piano, piano.

Papà e mamma sorridono e solo adesso sistemiamo la stoffa a regola d’arte.

Proviamo ancora: un’altra fascia, un’altra legatura. Adesso la piccola si addormenta sul petto di mamma.

Avete imparato bene, sono sicura. Ma ci sarò, se vorrete, anche a distanza, ogni volta che qualcosa vi farà sorgere un dubbio.

Ci salutiamo dopo due ore insieme.

Grazie

Sorrido.

Non c’è di che, avete fatto voi…è una cosa vostra

Sorride.

No, grazie perché è molto bello quello che fai, quello che dici, come lo dici è importante

Sorrido.

Non voleva nemmeno venire, lui, era tutto sospettoso!

Sorride, con aria soddisfatta.

É vero non mi ispirava per nulla, ho fatto solo per accompagnarla, perché le hanno regalato questo corso e lei ci teneva. Invece è bello. Ho fatto anche io…insomma ho legato anche io, quanto ti devo?

Forse adesso dovrei stare seria perché la faccenda è importante. Ma l’ossitocina, quando vuole,  ti stiracchia ostinata gli angoli della bocca

Niente, no…i papà non sono appendici. Va bene così. Siete una famiglia. Anzi! ce ne fossero papà a tutti i corsi!

Raccoglie le cose, disvia lo sguardo giusto un attimo.

Bello. Ormai ci siamo abituati che non ci considerano mai. Ogni tanto fa bene qualcosa di diverso.

Ride, ridono. Nel viso beato le risate soffuse si riversano, creano legami tra i neuroni, impregnano d’amore trama e ordito. Un tutt’uno, una famiglia.

(Veronica)

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Piccole storie ossitociniche.

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Nella mia vita professionale incontro famiglie di ogni tipo. Qualsiasi sia la loro storia o la storia della loro famiglia, ciascuna di loro ha in serbo qualcosa di speciale da insegnarmi o da regalarmi.

In nome dell’ossitocina, sempre.

Ma quanto bisogno c’è di ossitocina, di amore, di ascolto?

Farò la mia parte cercando, ogni tanto, magari ogni sabato (sarebbe bellissimo!) di raccontarvene qualche spezzone. Ne ripescherò piano, piano anche qualcuna dal passato. Senza far nomi né dare indicazioni sui luoghi perché la grande bellezza di ogni storia è lo spazio che lascia per diventare altre mille storie simili a sé.

Avranno tutte questo titolo e questa immagine.

Con la speranza di regalarvi momenti di grande bellezza, di tanta ossitocina in piccole storie verissime.

(Veronica)

Babywearing…e se iniziassimo dalla pancia?

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Da anni propongo ai genitori un incontro prima della nascita a tema “portare i bambini fin da dentro la pancia“. Negli anni questo incontro si è trasformato, aggiornandosi in funzione dei nuovi percorsi formativi e dell’osservazione costante dei bisogni sempre diversi dei genitori.

…Ed è diventato il mio corso del cuore, quello che per me apre la strada alla condivisione con la C maiuscola.

Ma come funziona?

Il corso è rivolto a genitori in attesa al 7-8 mese di gravidanza. Lo propongo – ogni volta che è possibile – come un incontro di coppia dove per coppia non si intende necessariamente il secondo genitore ma la persona, se c’è, che sarà più vicina alla mamma e al suo bambino.

Che benefici può portare partecipare in coppia?
1) Dal punto di vista pratico e fisico la mamma con la pancia, pur provando la legatura con l’apposita bambola didattica (di dimensioni molto inferiori a quella standard per non gravare sul pancione ed essere maneggiabile nonostante…l’ostacolo logistico) otterrà  comunque un risultato non verosimile. Mentre il papà o chi accompagna la mamma ha la possibilità fisica di provare una legatura molto vicina alla realtà, di studiarla e di concentrarsi sulle sensazioni fisiche ed emotive che porta il legare anche solo…simulando!13641035_1021735701267331_4824063932312759074_o
2) Dal punto di vista emotivo: la mamma che deve affrontare il parto ed i primi giorni spesso complessi ha la possibilità di non sentirsi unicamente responsabile anche della tecnica della fascia. D’altro canto il papà è spesso lasciato ai margini dell’attesa e vive quotidianamente la difficoltà nel comprendere il proprio ruolo pratico in modo precoce alla nascita. Insomma per come viene (non) accolto o (non) considerato un papà in attesa, sembrerebbe che non sia ancora davvero papà e che possa esserlo solo dopo la nascita del suo bambino. Ma ogni papà sa che non è così, che come la mamma è già genitore fin dal momento in cui ha davvero desiderato quel bambino.13640824_1021769914597243_362673578044889345_o
3) Ed è così che siamo arrivati al punto di vista relazionale: si inizia a costruire un ruolo per l’altra persona. Il papà, l’altro genitore (o comunque il secondo care giver) si fa “custode” della tecnica, starà a lui/lei conservarla e ricordarla per metterla in pratica dopo la nascita. Non ci sono ormoni, esperienze emotive forti di rinascita fisica a mettersi in mezzo tra lui/lei e la tecnica di legatura: sarà il suo tesoro prezioso da portare in dono al suo bambino. Un tesoro che è pieno di cura ed è veicolo di costruzione di una relazione tattile precoce e solida.13568760_1021727591268142_7063904002942563884_o

La legatura del pancione e la legatura pancia a pancia con la bambola didattica consentono ai genitori di prendere  dimestichezza con la stoffa. Le legature proposte hanno quasi tutti i passaggi in comune. Laddove possibile, privilegio queste due legature in coppia (che in verità sono una l’adattamento dell’altra) per rassicurare la madre che il tempo che manca al parto può funzionare da “allenamento” senza sovraccaricare di tensioni la pancia. Spesso le mamme ne traggono sollievo, specie quelle che pensano di essere “imbranate” con la stoffa: allenano lo “spollicio pinzo“, il controllo dei bordi, il drappeggio della stoffa e ci prendono mano;

La fascia, tra le dita dei genitori,  prende vita, si impregna di amorevolezza e del loro odore. La mamma ha la possibilità di avvolgere il pancione pensando a quando porterà il bambino e quindi attiva tutta una serie di emozioni di cura che fanno bene a tutti, specie ad entrare in contatto con il bambino. Il papà o l’altro genitore avrà tra le braccia una bambola che può aiutare a concretizzare la sua immaginazione: il peso della bambola segna la pelle e scende giù fino al cuore, dove è ancora nascosta la fantasia sul suo bambino in arrivo e le dà corpo e forma.16903204_1218630828244483_5258973521904914347_o 2

Mentre i genitori sono a lavoro, tra loro si crea una specie di complicità nella “coppia”: fanno la stessa cosa in modi e tempi diversi e questo è un po’ lo specchio del loro prossimo futuro. 13559080_1021729411267960_62057097284554689_o

Infine il momento più buffo, signore e signori…il Rebozo!

Il Rebozo è un telo messicano con cui si pratica un massaggio rilassante non invasivo. A fine incontro, quando le mamme pancione sono piuttosto stanche, propongo ai papà o all’altro genitore qualche tecnica da tenere in serbo per ogni momento in cui ne sentiranno il bisogno. Non è ovviamente un massaggio completo, ma ha i suoi benefici e soprattutto è un ottimo strumento per far “giocare” la “coppia” . Funziona particolarmente con le coppie di genitori, com’è ovvio, ma ho visto anche diverse coppie mamma e figlia divertirsi molto.13585033_1021730241267877_8708691334531154876_o

Amo questo momento perché spesso il clima che circonda la coppia è terribilmente pesante e “prestazionistico”. Un po’ di “educazione al fanciullino” non guasta affatto. E, si sa, le risate sprigionano gli ormoni buoni, serotonina e ossitocina così importanti prima, dopo e durante la nascita.13613401_1021736961267205_2214605975961920208_o

Insomma, un incontro buffo e pieno d’amore, che non scorda la tecnica e non lascia fuori nessuno.

Benvenute, famiglie.

(Veronica)

Attenzione: la fascia non schiaccia i muscoli addominali e “sostiene” semplicemente dando un’indicazione posturale di apertura delle spalle e del riassetto della schiena. Quindi assolutamente la fascia non può essere comparata alla pancera. Un pochino più approfonditamente ne parlo qui.

Caro Babbo Natale…

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Tra pochi giorni è Natale.

I miei bambini hanno scritto la letterina che gli elfi si son portati via l’8 dicembre e adesso aspettano i regali, godendosi con impazienza le luci scintillanti del solito albero, dei soliti addobbi di ogni anno.

Li guardo e penso che il Natale è una favola bella e crudele. Penso che un sacco di bambini nel mondo non hanno da festeggiare nemmeno la vita, perché per molti di loro non è un dono ma una condanna che si prolunga in modo incomprensibile.

Penso che tanti altri sono bambini forti e felici perché sani ed amati ma abituati a non credere a nessun regalo, perché nessuno regala nulla né ai grandi né ai piccini: il lavoro è poco, lo stato sociale devastato e Babbo Natale è già tanto se mette insieme pranzo e cena.

Ma torno a guardare i mie figli. Mentre confezionano con le loro mani e tutto l’impegno del mondo piccoli pupazzi di neve che portano sacchetti di biscotti per amici e parenti.

Bisogna ricordare che la magia ormai è appannaggio di pochi eletti (tra i quali rientriamo, con un po’ di ottimismo) ma che il Natale sia la festa della magia, per me è inutile negarlo.

Ormai è una festa melting pot con la sua forza pagana, con la lettura religiosa cattolica così ingombrante, specie nel nostro Paese, con le influenze nordiche, con le sue pennellate commerciali, altrettanto ingombranti.

Babbo Natale, che sia un Santo, un folletto, un vecchietto, un guardiano, è una figura meravigliosa.

Vestitelo di rosso e pure con le bollicine, di verde e col cappello a punta, tutto dorato come una stella ma il risultato non cambia. Lui realizza piccoli desideri in modo gratuito (una cosa che davvero non sopporto e che mi sono permessa di non tramandare è il concetto meritocratico per cui Babbo Natale porta i doni solo ai “bambini buoni”).

Eppure si sente il bisogno, in giro, di prendersela con lui.

E – badate bene – non sono le categorie di cui sopra, le non beneficiarie dell’abbondanza natalina che sferrano l’attacco.

Sono psicologi, educatori, genitori scrupolosi.

Che si scagliano contro il sacco dei doni e la slitta trainata dalle magiche renne con la veemenza dei positivisti, di chi ha fatto del Reale l’agnello dorato dei propri giorni.

Perché ai bambini non si può mentire. E quindi non si può raccontare dell’esistenza di Babbo Natale. Perché poi quando scopriranno che non esiste, resteranno traumatizzati, proveranno delusione, rabbia, e perderanno la fiducia nei genitori e nel mondo.

E poi è pure servo della Coca Cola, quel tal signore vestito di rosso.

Rimango come stordita da queste riflessioni.

Non sono una psicologa, sono una mamma qualsiasi. Che si alza di notte in punta di piedi per mettere i pacchetti sotto l’albero. Uno per uno, perché un desiderio solo si realizza in questa notte magica.

Non voglio entrare nel merito delle scelte educative di ogni genitore. Ognuno prende la strada che sente più propria, in coscienza, e fa bene.

Ma davvero mi fa sorridere che si parli di menzogna.

Perchè io sono una bambina che babbo Natale lo ha visto dalla finestra della sua cameretta in mansarda. Con slitta, renne e tutto il resto.

Ero già grandicella e mi sono molto arrabbiata quando gli altri intorno a me, famiglia compresa (imbarazzata dalla mia età e dalla mia convinzione, anche contro il loro interesse) non hanno creduto che fosse vero.

Perché si capisce dagli sguardi canzonatori di chi ha messo i regali sotto l’albero mantenendo una “farsa” affettiva a cui nemmeno il figlio piccolo crede più…tanto più non dovrebbe la figlia grande.

E forse quegli sguardi avrebbero valutato il nuovo punto di vista, si sarebbero forse pentiti della menzogna, chissà…

Eppure io mi sono arrabbiata.

Perché in effetti io davvero ho visto quel che raccontavo.

Semplicemente, ancora non avevo chiara la differenza del vedere con gli occhi fisici o con gli occhi dell’immaginazione.

Forse tendiamo a scordare di legittimare il sogno della caratteristica dell’esistenza.

Forse i sogni hanno, per noi, perso la dimensione esistenziale e sono rimasti con il due di picche della dimensione emotiva a tentare di resistere agli assalti della realtà.

Per questo si parla di menzogna e di trauma: perché abbiamo dimenticato che l’esistenza dell’immaginato non è un sottogruppo dell’ esistenza fisica ma solo un’altra sfera…

Ma non c’è menzogna laddove si arricchisce la favola del valore dell’esistenza. Ci sono orizzonti più ampi, sfumature più complesse del reale. Ma nessuna menzogna.

Io, bambina e poi adulta, non ho mai smesso di credere che babbo Natale esista. Ho solo compreso che quella che mi raccontavano era una favola…e smettere di credere nelle favole mai!

Viviamo epoche strane in cui si fanno battaglie per affermare il diritto alla fantasia, l’importanza della lettura, il potere dell’immaginazione.

Ma non quando l’immaginazione entra nella sfera del vero attraverso un pacchetto scintillante o il giocattolo desiderato.

A quel punto è troppo, si vìolano i confini, si va oltre il lecito, oltre l’innocuo. Si va dove è pericoloso andare, dove non ci sono limiti. Dove il sogno è legittimato e si realizza in carne ed ossa. Dove c’è qualcuno che mette da parte il proprio ego a vantaggio della magia.

Ora che i miei figli iniziano ad essere grandi, li guardo armeggiare con la colla a caldo e penso a come accadrà che capiranno che i miei racconti sono una favola, che il regalo di Babbo Natale è prezioso perchè è un simbolo, anche se chi lo mette sotto l’albero siamo noi genitori: il simbolo del dono per donare, per il piacere di farlo, per il compito karmatico di fare felici, di regalare stupore. Come il massaggio, come il leggere una storia, come il legare sulla schiena quando non hai da andare in nessun posto, come le coccole sul lettone il sabato mattina.

Spero che di questi sogni di oggi, di questa attesa, di questa emozione che solo il dono  ed il gesto fini a se stessi, disinteressati, possono provocare, resti il sapore ed il segno.

Spero che di questa loro determinazione di scrivere la propria lettera, di definire il loro desiderio, di andare a letto per non essere sorpresi svegli dalla magia (che si sa, da svegli funziona decisamente peggio!) resti traccia nel loro crescere.

Che faccia di loro persone consapevoli di quanto è potente il dare senza voler necessariamente ricevere, che faccia di loro persone libere di desiderare, capaci di sognare, determinate a far di tutto per realizzare il proprio sogno, per trasformare il mondo in un posto migliore.

Questo chiedo a Babbo Natale. Ed un po’ di pace, ed un po’ di uguaglianza per i miei fratelli e le mie sorelle nel mondo.

(Veronica)

Leggere, leggere…(prima parte: i libri illustrati)

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E a grande richiesta ecco le liste dei miei libri magici!

Non li dividerò per età perchè secondo me quasi nessun libro è adatto ad una sola fascia etaria.

Men che meno li dividerò per genere (libri per maschi, libri per femmine) perchè è proprio un’eresia.

Per una volta non consiglierò saggi o simili perchè lo faccio tutto l’anno e mi sono annoiata.

La suddivisione sarà semplicemente tra illustrati, storie con immagini e senza. Poi, vedete voi…

Non vi racconterò trame e non vi dirò se sono o meno adatti all’età del vostro bambino. E questo perchè non siamo solo noi che scegliamo i libri: anche i libri ci scelgono. Con i loro colori, il formato, l’odore. Quindi andate in libreria, portate pure questa lunga lista ma poi guardateli e scegliete solo quelli che vi colpiranno. Ogni libro è se stesso anche grazie all’energia di chi lo sceglie, di chi lo dona.

ILLUSTRATI

Che belli gli illustrati! Li pensiamo per i piccoli ma ogni adulto avrebbe diritto a sprofondarsi nelle loro magia.

Gli illustrati hanno poche parole ma quando sono belli, le parole vengono incorniciate e valorizzate dalle immagini e si crea qualcosa di molto simile alla poesia.

Tra gli illustrati che ci sono piaciuti di più, in ordine rigorosamente insensato, sparso e mescolato, ci sono quelli che sto per elencare. Manca sicuramente qualche titolo magari anche importante perchè ne abbiamo letti tanti in sette anni. Ma se notaste dei grandi assenti, non esitate a commentare questo articolo suggerendoli!

  • Tutti i libri di Leo Lionni (Babalibri). Inutile stare a fare l’elenco della lavandaia. Sono libri preziosi, con uno stile inconfondibile e molto suggestivo. Parlano di amicizia, di unione, di differenze, di complementarietà, di valore di ogni individuo e del suo ruolo sociale.

  • La grande fabbrica delle parole (Terre di Mezzo). Un piccolo grande libro con poche parole, disegni meravigliosi e un messaggio importante sul sentimento, anima della comunicazione.

  • La prima volta che sono nata (Sinnos). Un viaggio nella vita attraverso le tappe importanti, sempre intrise di emozioni e relazioni. Per chi ama commuoversi con delicatezza e meraviglia

  • Carlo alla scuola dei draghi (Motta Junior). Un librone con disegni incredibili. Sulle differenze ed il loro potenziale. Prosa e rime.

  • Tararì tararera, storia in lingua piripù (Carthusia): un libro con le illustrazioni semplici che ci porta oltre il confine delle convenzioni linguistiche. Per esercitare la comunicazione non verbale, l’espressività e ridere molto molto molto. (nota in più: libro facilmente massaggiabile!)

  • Urlo di mamma. (NordSud) Un viaggio bellissimo e catartico per genitori e bambini. Una recensione più approfondita potete leggerla qui. (nota in più: libro facilmente massaggiabile!)

  • Quando sarò grande (Babalibri, cartonato): un libro semplice per iniziare a pensare che a volte i cattivi lo sono perchè gli altri li pensano così.

  • Il piccolissimo bruco mai sazio (Mondadori): un libro buffo con illustrazioni incantevoli che parla della più poetica tra le metamorfosi del mondo animale.

  • C’è qualcosa di più noioso che essere una principessa rosa? (Settenove): illustrazioni poeticissime per un libro che libera il diritto ai colori e ai sogni di bambini e bambine!

  • Il re che non voleva fare la guerra (EDT Giralangolo): ancora un viaggio per il mondo ed i punti di vista. Contro gli schemi sociali, sull’affermazione di sé (e sulla pace)

  • Zampe fatte così (La Coccinella): un libro in rima, con buffe illustrazioni che si fa un giro tra le caratteristiche delle zampette degli animali e che propone una bella riflessione su come desiderare di essere ciò che non siamo porta spesso a risultati non del tutto soddisfacenti.

  • Un trascurabile dettaglio (Terre di Mezzo): un libro delicatissimo dalle illustrazioni buffe sulle diversità. L’aspetto negativo della diversità è negli occhi di chi guarda…e basta poco per trasformare un difetto in un tesoro

  • La principessa azzurra (Coccole Books): ancora un libro che scalza ogni pregiudizio di genere e che fa gli sberleffi alle aspettative sociali su bambini e bambine.

  • Salverò io la principessa! (Lapis): una fantasia divertente e buffissima come lo sono i giochi dei bambini. Con finale a sorpresa…

  • mangerei volentieri un bambino (Babalibri): sui tempi e i modi dei desideri, sui percorsi di crescita, sulla preoccupazione dei genitori per il cibo che pare sia trasversale addiruttura tra le specie. Ah…e sui coccodrilli!

  • Il nemico (Terre di Mezzo): un libro doloroso ed importante come la guerra e pieno di pace da costruire attraverso l’incontro ed il riconoscersi. Ancora un viaggio attraverso se stessi, gli altri, le aspettative sociali e la manipolazione dell’individuo. I disegni sono essenziali e piccoli quasi annegati in un deserto bianco. Molto forte ed emotivo.

  • Ajdar (Rizzoli): un libro sul rispetto per il pianeta e sull’infanzia come speranza del mondo. Un libro che ha deciso di scardinare i luoghi comuni sul coraggio, sui ruoli e sulla paura. Illustrazioni fantastiche, una storia bellissima.

  • La principessa e il drago (Sottosopra): allargando i propri orizzonti si scoprono amici dove i pregiudizi ci indicavano nemici. Ed è così che si arriva ad essere liberi.

  • La principessa ribelle (Salani): un libro giocoso e buffo su un argomento serissimo. Il riproporsi infinito di situazioni che ci stanno strette, finchè ci affidiamo all’intervento di altri per decidere della nostra vita. Un libro che ci insegna la libertà, la chiarezza dei propri sogni e la forza per realizzarli che si nasconde dentro di noi.

  • Nina (Ed. Curci): un libro in bianco e nero sulla storia di Nina Simone e sul razzismo. Come affrontare un tema profondo e doloroso sulle note di una poesia che spazia dalla musica alle immagini alle parole.

  • La Guerra degli Elefanti (Mondadori. Di David McKee, l’autore del famoso Elmer i cui libri in generale non sto neanche a nominare perchè, come i libri di Leo Lionni, non hanno bisogno di presentazioni né raccomandazioni). Un libro geniale, sulla guerra e sulla sua drammatica inevitabilità finchè le differenze saranno vissute come un problema. Un libro sulla ricchezza della pace, e sulla potenza del rifiuto dello scontro.

  • Dieci dita alle mani, dieci dita ai piedini (Il Castoro): un libro in rima, dolcissimo e massaggiabile. Sulle differenze che non cambiano l’essenza.

  • Dalla testa ai piedi (La Margherita, cartonato): per leggere, giocare e conoscere il corpo e le sue potenzialità.

  • Una mamma albero (Lapis): un libro commovente sulle mamme e sugli alberi. Dalle radici ai rami, la base sicura della relazione mamma-bimbo.

  • Le mani di papà (Babalibri): un libro commovente sui papà, il loro ruolo educativo ed emotivo, le loro grandi mani.

  • Il buco (gribaudo): un libro magico sul nostro mondo interiore che spesso percepiamo come mancanza di qualcosa, come difetto e con cui iniziamo a convivere nel momento in cui ne accettiamo l’esistenza…e a quel punto si fa piccolo, il buco, ma straordinariamente magico! Un libro graficamente affascinante e ricchissimo di spunti.

  • Il mostro peloso (Emme Edizioni): chissà che l’aggressività dei mostri non provenga dalla loro mancanza di ironia. Oppure dalla paura delle proprie caratteristiche…una bambina coraggiosa ed irriverente rompe l’incantesimo della solitudine.

    Un po’ più difficili da trovare:

  • Nasce un bambino, naturalmente (Scuola Elementale di Arte Ostetrica). In tre lingue (italiano, francese, tedesco), sul parto. Con disegni di una delicatezza che solo l’assenza di pregiudizio, l’accoglienza ed il rispetto possono creare.

  • Il tesoro di Lilith (Carla Trepas Casanovas): un libro sulla sessualità femminile durante il percorso della vita, la storia di un albero che voleva ballare

Mi fermo qui, consapevole che questa lista è incompleta e che probabilmente vi ho lasciato fuori libri importantissimi e bellissimi. Mi fermo qui perchè voglio mettere un punto, perchè questo elenco non vuol essere una guida ma un’ispirazione a nuove scoperte letterarie o a piacevoli ri-scoperte.

Se, come me, state a Firenze fate un salto in libreria! Ad esempio alla mia amata

Libreria Marabuk (che ringrazio per la foto dell’articolo) in via Maragliano 29/e

o per chi sta dall’altra parte della cittò, la

Libreria Gioberti

in via Gioberti 37/a

Buona lettura a tutti, grandi e piccini.

(A breve anche le altre due liste!).

Veronica.

 

 

Le grandi mani di papà

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Le mani di papà sono grandi e forti

rassicurano e proteggono.

E poi sanno farsi leggere e

e sanno tuffarsi nelle profondità delle emozioni.

Le mani di papà sanno aspettare

perché hanno aspettato lunghi mesi

sanno tenere con cura

e sollevare fin sopra le nuvole.

Le mani di papà sanno scivolare

hanno scivolato a lungo

sulla luna piena del pancione

cercando di conoscere

senza l’aiuto degli occhi,

guidate solo dal cuore.

Le mani di papà, che bello incontrarle di nuovo!

Forse un po’ ruvide, certo…

ma non lo sono anche certi frutti dolcissimi?

Le mani di papà lavorano

ma proprio lì,

tra il palmo e le dita

non smettono mai di stringere e proteggere

il loro grande, grandissimo amore.

 

 

(Veronica)

grazie a papà Emiljan, al piccolo Orlando e a mamma Francesca per la foto meravigliosa

 

“Questa casa ora ha anche un tetto”

IMG_3786Scrivo di getto, dopo che una cara amica mi ha segnalato questo articolo.

L’ennesimo articolo inutile e dannoso.

Come ne vengono scritti quotidianamente sui temi più cari ai genitori, ovvero quelli riguardanti la loro relazione con i loro figli.

In breve questo articolo, pur fregiandosi di riferimenti importanti come le citazioni da E. Weber su cui si dichiara concorde, parlando di babywearing, insinua il dubbio che ci siano derivazioni patologiche del portare.

Quello che rimane al lettore medio è “con ‘sta roba del portare alla fine le mamme patologiche frenano lo sviluppo dei bambini perchè non li lasciano andare”.

Mille altri articoli così sono stati scritti sull’allattamento prolungato, sul cosleeping etc.

Si diffonde il sospetto che il mondo sia pieno di mamme “patologiche” che prolungano il cordone ombelicale relazionale con i figli per misteriose carenze e morbosità fino alla maggiore età di questi ultimi. E, guarda caso, si tratta sempre di mamme che hanno una buona relazione fisica con i loro bambini.

Ecco, lasciatemelo dire, non è vero.

E questa volta sono davvero arrabbiata.

Perchè io rispetto e valorizzo ogni scelta genitoriale, ma quello che non tollero sono i luoghi comuni e le parole dette a sproposito che creano un orribile clima intorno alle famiglie.

Quindi uso questo mio piccolo spazio per rispondere all’articolo in questione e a tutti gli articoli sullo stesso tono che non smettono di essere scritti.

I bambini sono persone.

E sono persone con carattere definito, con esigenze chiare e molta consapevolezza sui propri bisogni.

L’essere umano è un mammifero.

Ha bisogno di contatto, di scambio tattile, di presenza.

Questo bisogno ad un certo punto, specie se vi si è risposto con competenza e positività, è destinato a sparire. Il percorso che va dalla nascita del bisogno – che corrisponde con quella del bambino – alla sua scomparsa è spesso ben chiaro ad entrambi: bimbo e genitore.

É certamente chiaro dal momento in cui bimbo e genitore sono in sintonia, sia quale sia lo stile che hanno deciso di seguire.

Nessuno forza nessuno.

A volte i bimbi grandi chiedono di essere portati, di essere allattati, di dormire nel lettone, di essere massaggiati. Ma questo non significa che i genitori hanno creato dipendenza nei loro figli con il loro “atteggiamento morboso” o con la loro “patologia”. Significa che quei bimbi sentono quel bisogno ed hanno sviluppato una grande competenza che permette loro di identificarlo e di esprimerlo in una richiesta.

Una mamma che allatta un bimbo grande o che lo porta in groppa non è una squilibrata con chissà quale carenza affettiva o relazionale che soddisfa approfittando della creatura.

É solo una mamma attenta, che ha deciso di rispondere fino a quando se la sente in modo positivo ai bisogni espressi dal suo bambino. Che ha deciso di fidarsi del suo bambino e della sua capacità di leggere le proprie esigenze.

Queste mamme, questi papà sanno accogliere e sanno lasciare andare. Hanno solo la pazienza utile a rimandare il momento a quando tutti sono pronti. Queste mamme, questi papà stanno costruendo con attenzione l’indipendenza dei loro bambini. Ne stanno facendo persone sicure e competenti, LIBERE di scegliere e di chiedere sostegno.

Queste mamme e questi papà non telefoneranno dieci volte al giorno ai figli trentenni perchè stanno offrendo il loro accudimento adesso che è il momento.

Ma chi ha scritto questo articolo ha una vaga idea di cosa significhi tentare di legare una fascia con un bimbo che non vuole? Un bimbo grande si porta sulla schiena: perchè non provare a legare sulla schiena prima di pensare che potrebbe essere possibile costringere un bambino a stare in groppa?

I bimbi portati sanno esattamente quando hanno bisogno di essere portati e quando hanno bisogno di camminare.

Due anni e mezzo fa, in un momento di grande trambusto familiare (ci eravamo trasferiti in un’altra casa e stavamo preparando un viaggio che ancora non sapevamo se sarebbe stato un viaggio o un’emigrazione), la mia bambina di allora tre anni e mezzo chiedeva spesso di venire in groppa.

Un giorno camminavamo sotto la pioggia con l’ombrello e lei ad un tratto abbracciandomi dalla schiena disse “che bello, mamma, ora questa casa ha anche il tetto!”.

Lei, a quasi quattro anni, aveva fatto della mia schiena, della nostra fascia il suo punto fermo dal quale vivere quella situazione così disorientante con la sicurezza di cui aveva bisogno per essere serena.

A distanza di due anni e mezzo, di nuovo il momento è complicato nella nostra vita. Adesso è il piccolo, che ha la stessa età che aveva la grande allora, a chiedere di essere portato spesso.

Io ora lo so perchè, me lo ha insegnato la mia bambina: perchè la schiena è un punto fermo, sicuro, una base da cui guardare il mondo con più fiducia.

E la grande, che è qualche passo avanti nella strada della vita, adesso è al mio fianco che sostiene il fratellino.

E che a volte mi chiede di massaggiarla, perchè sa che le fa bene se si sente di aver accumulato troppa tensione o emozione.

Smettete, vi prego: smettete di considerare la pelle qualcosa di cui aver paura. Smettete di pensare che le mamme con una buona relazione fisica coi loro bambini siano potenzialmente patologiche o egoiste o che vi scarichino frustrazioni da adulto. Smettete di pensare che i bambini siano bambole in balia di donne sull’orlo di una crisi di nervi.

I bambini sono persone e, se li lasciamo liberi di leggere e di esprimere i propri bisogni, sicuri che avranno una risposta sincera ed empatica, saranno persone competenti, libere e sicure.

(Veronica)