Categoria: parola di mamma e papà…

Le grandi mani di papà

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Le mani di papà sono grandi e forti

rassicurano e proteggono.

E poi sanno farsi leggere e

e sanno tuffarsi nelle profondità delle emozioni.

Le mani di papà sanno aspettare

perché hanno aspettato lunghi mesi

sanno tenere con cura

e sollevare fin sopra le nuvole.

Le mani di papà sanno scivolare

hanno scivolato a lungo

sulla luna piena del pancione

cercando di conoscere

senza l’aiuto degli occhi,

guidate solo dal cuore.

Le mani di papà, che bello incontrarle di nuovo!

Forse un po’ ruvide, certo…

ma non lo sono anche certi frutti dolcissimi?

Le mani di papà lavorano

ma proprio lì,

tra il palmo e le dita

non smettono mai di stringere e proteggere

il loro grande, grandissimo amore.

 

 

(Veronica)

grazie a papà Emiljan, al piccolo Orlando e a mamma Francesca per la foto meravigliosa

 

“Questa casa ora ha anche un tetto”

IMG_3786Scrivo di getto, dopo che una cara amica mi ha segnalato questo articolo.

L’ennesimo articolo inutile e dannoso.

Come ne vengono scritti quotidianamente sui temi più cari ai genitori, ovvero quelli riguardanti la loro relazione con i loro figli.

In breve questo articolo, pur fregiandosi di riferimenti importanti come le citazioni da E. Weber su cui si dichiara concorde, parlando di babywearing, insinua il dubbio che ci siano derivazioni patologiche del portare.

Quello che rimane al lettore medio è “con ‘sta roba del portare alla fine le mamme patologiche frenano lo sviluppo dei bambini perchè non li lasciano andare”.

Mille altri articoli così sono stati scritti sull’allattamento prolungato, sul cosleeping etc.

Si diffonde il sospetto che il mondo sia pieno di mamme “patologiche” che prolungano il cordone ombelicale relazionale con i figli per misteriose carenze e morbosità fino alla maggiore età di questi ultimi. E, guarda caso, si tratta sempre di mamme che hanno una buona relazione fisica con i loro bambini.

Ecco, lasciatemelo dire, non è vero.

E questa volta sono davvero arrabbiata.

Perchè io rispetto e valorizzo ogni scelta genitoriale, ma quello che non tollero sono i luoghi comuni e le parole dette a sproposito che creano un orribile clima intorno alle famiglie.

Quindi uso questo mio piccolo spazio per rispondere all’articolo in questione e a tutti gli articoli sullo stesso tono che non smettono di essere scritti.

I bambini sono persone.

E sono persone con carattere definito, con esigenze chiare e molta consapevolezza sui propri bisogni.

L’essere umano è un mammifero.

Ha bisogno di contatto, di scambio tattile, di presenza.

Questo bisogno ad un certo punto, specie se vi si è risposto con competenza e positività, è destinato a sparire. Il percorso che va dalla nascita del bisogno – che corrisponde con quella del bambino – alla sua scomparsa è spesso ben chiaro ad entrambi: bimbo e genitore.

É certamente chiaro dal momento in cui bimbo e genitore sono in sintonia, sia quale sia lo stile che hanno deciso di seguire.

Nessuno forza nessuno.

A volte i bimbi grandi chiedono di essere portati, di essere allattati, di dormire nel lettone, di essere massaggiati. Ma questo non significa che i genitori hanno creato dipendenza nei loro figli con il loro “atteggiamento morboso” o con la loro “patologia”. Significa che quei bimbi sentono quel bisogno ed hanno sviluppato una grande competenza che permette loro di identificarlo e di esprimerlo in una richiesta.

Una mamma che allatta un bimbo grande o che lo porta in groppa non è una squilibrata con chissà quale carenza affettiva o relazionale che soddisfa approfittando della creatura.

É solo una mamma attenta, che ha deciso di rispondere fino a quando se la sente in modo positivo ai bisogni espressi dal suo bambino. Che ha deciso di fidarsi del suo bambino e della sua capacità di leggere le proprie esigenze.

Queste mamme, questi papà sanno accogliere e sanno lasciare andare. Hanno solo la pazienza utile a rimandare il momento a quando tutti sono pronti. Queste mamme, questi papà stanno costruendo con attenzione l’indipendenza dei loro bambini. Ne stanno facendo persone sicure e competenti, LIBERE di scegliere e di chiedere sostegno.

Queste mamme e questi papà non telefoneranno dieci volte al giorno ai figli trentenni perchè stanno offrendo il loro accudimento adesso che è il momento.

Ma chi ha scritto questo articolo ha una vaga idea di cosa significhi tentare di legare una fascia con un bimbo che non vuole? Un bimbo grande si porta sulla schiena: perchè non provare a legare sulla schiena prima di pensare che potrebbe essere possibile costringere un bambino a stare in groppa?

I bimbi portati sanno esattamente quando hanno bisogno di essere portati e quando hanno bisogno di camminare.

Due anni e mezzo fa, in un momento di grande trambusto familiare (ci eravamo trasferiti in un’altra casa e stavamo preparando un viaggio che ancora non sapevamo se sarebbe stato un viaggio o un’emigrazione), la mia bambina di allora tre anni e mezzo chiedeva spesso di venire in groppa.

Un giorno camminavamo sotto la pioggia con l’ombrello e lei ad un tratto abbracciandomi dalla schiena disse “che bello, mamma, ora questa casa ha anche il tetto!”.

Lei, a quasi quattro anni, aveva fatto della mia schiena, della nostra fascia il suo punto fermo dal quale vivere quella situazione così disorientante con la sicurezza di cui aveva bisogno per essere serena.

A distanza di due anni e mezzo, di nuovo il momento è complicato nella nostra vita. Adesso è il piccolo, che ha la stessa età che aveva la grande allora, a chiedere di essere portato spesso.

Io ora lo so perchè, me lo ha insegnato la mia bambina: perchè la schiena è un punto fermo, sicuro, una base da cui guardare il mondo con più fiducia.

E la grande, che è qualche passo avanti nella strada della vita, adesso è al mio fianco che sostiene il fratellino.

E che a volte mi chiede di massaggiarla, perchè sa che le fa bene se si sente di aver accumulato troppa tensione o emozione.

Smettete, vi prego: smettete di considerare la pelle qualcosa di cui aver paura. Smettete di pensare che le mamme con una buona relazione fisica coi loro bambini siano potenzialmente patologiche o egoiste o che vi scarichino frustrazioni da adulto. Smettete di pensare che i bambini siano bambole in balia di donne sull’orlo di una crisi di nervi.

I bambini sono persone e, se li lasciamo liberi di leggere e di esprimere i propri bisogni, sicuri che avranno una risposta sincera ed empatica, saranno persone competenti, libere e sicure.

(Veronica)

Poesia di papà

imageecco si muove, ti guarda, sorride
si gira, si alza, cammina…
ma tutti lo fanno.

guarda che mani, che piedi, e che occhi,
e senti i capelli e che pelle…
ma tutti li hanno.

eppure ti guardo,
vicino a tua madre,
hai già il suo sorriso,
si vede il suo amore,
si sente il suo cuore.

ti guarda, lo senti,
la osservi, rispondi,
lo vede, ti stringe.
un unica luce vi avvolge, l’Amore.
gli sguardi incrociati commossi e felici
si abbracciano e cantano un inno alla vita.

un unico grande perfetto contorno
di luce, colori, scintille divine,
avvolti nel grembo del tempo;
è questo il mistero del mondo:
sia dentro che fuori, il bambino
rimane un tutt’uno con te,
la grande magia del creato
ci svela il segreto di sempre:
l’unione di un filo di luce
che unisce e che avvolge i due cuori.

e io ti ringrazio mia piccola amica
che hai dato alla luce un dono prezioso
ti amo e ti adoro per quello che hai fatto:
nel cuore e nel grembo la vita e l’amore

e io ti ringrazio mio piccolo bimbo
che doni la vita e la gioia ad un uomo
che avrebbe vissuto pur sempre una vita,
ma senza la vita e la gioia nel cuore

(Luca)

Quel che ci porta l’estate

IMG-20140802-WA0002Il vento tra i pini

ed il leggero allegretto delle cicale

sono la colonna sonora

ideale

al crescendo del tuo peso

che peso non è ma misura di fiducia.

Dormi.

Il tuo respiro è profondo e costante

come questa brezza solcata

da stormi di fringuelli

ed io

lo sento sulla pelle, tra i capelli.

Vedo la bocca increspata un poco aperta

e le lunghe ciglia.

Vedo i tuoi riccioli

induriti di sabbia e di sale.

Vedo senza guardare,

ti descrive il  mio sentire

e posso chiudere gli occhi

e respirare

aria di mare e silenzio.

Pausa.

Il nodo si scioglie,

il lembo accoglie

la tua testolina abbandonata

delicato come una carezza.

Lo riconosco: è il tuo odore

che, nell’aprire il tessuto, si è unito alla brezza.

(Veronica)

Io Papà

foto articolo

Eccolo qui. È nato.

E ora tutto cambia, in meglio ovviamente, ne sono e ne siamo convinti.

Ma tutto cambia e anche il nostro e il mio modo di vivere dovrà essere all’altezza. Un buon padre e un buon marito: obiettivo difficile, ma da raggiungere ad ogni costo.

Ma nessuno nasce genitore – si dice – probabilmente però si può imparare, e se si può, per rispetto, e soprattutto per amor,e del piccolino, si deve imparare.

E il corso da padre, o meglio da buon padre, è iniziato già in gravidanza, quando la mamma si sente già mamma, da subito, e il papà, con un po’ di ritardo, piano piano inizia a prendere confidenza con la sua nuova figura famigliare da ricoprire.

E anche in gravidanza spesso è la mamma che guida, almeno così è stato nel nostro caso, e tra libri articoli, guide, ho cercato di apprendere le basi, sulla gravidanza, sulla famiglia, sul puerperio, sull’educazione, sull’alimentazione, ecc.

Poi emozionato, con mille aspettative, con l’ansia di altrettante responsabilità, è arrivato il grande giorno, e da allora davvero è cambiato tutto.

E da un giorno all’altro mi sono messo all’opera:

Un po’ più efficiente nei lavori di casa, pulizie, lavatrici, riordino, ecc. attenzione alla spesa, alle commissioni (in fondo grazie ai nostri contratti lavorativi sono riuscito a stare un mese in congedo di paternità – facile così…).

Ma in realtà qualcosa non va. Ce la metto tutta, ma c’è qualcosa che non va. E, giustamente, arriva la verbalizzazione del problema. Ma le grandi mogli e le grandi mamme, oltre a vedere i problemi, trovano le soluzioni. E quindi la soluzione è arrivata.

Il problema è: “se tu ti occupi di tutto ma non del bambino, io non riesco a fare nulla”. E pensare che a me sembrava un grande dono rinunciare anche a stare col bimbo per occuparmi di tutto il resto e permettere alla mamma uno stretto e continuo contatto.

Ma uno di quei libri letti in gravidanza parlava chiaro: la comunicazione nella coppia è fondamentale. E da bravi scolari lo abbiamo imparato e messo in pratica.

E quindi piano piano quel rapporto che, con il nuovo arrivato sembrava dover aspettare tempi migliori, convinto che mamma-neonato fosse un legame che non può dar spazio a nessun altro, iniziò a crescere sempre di più, facendo sì che questi due personaggi, un po’ lontani in partenza, si avvicinassero sempre di più, e che la mamma, pur rimanendo in un rapporto esclusivo col suo bambino (non è scorretto che le mamme partono avvantaggiate di nove mesi… e il vantaggio è davvero molto… per ora!) potesse avere qualche momento per sé e riacquistare la serenità che si espande poi su tutto il resto del nucleo.

In quei primi giorni iniziai a scrivere un diario per ricordare quei momenti che, con la mia memoria da nonno più che da padre, sarebbero stati altrimenti presto dimenticati,  e in fondo anche che per il piacere di scrivere che mi accompagna in ogni nuovo evento, tanto che più che un diario, raccontai le sensazioni provate a stare col bimbo come se lo stesso mi parlasse già. Eccone alcuni stralci.

Con calma – senza fretta

Eccomi qua, ho proprio voglia di coccole. Stai un po’ con me. Ascolta il mio respiro e cullami assecondandolo. Cerca di insegnarmi ad essere forte. Lo stai leggendo in questo periodo: “i bambini diventano quello che vivono”. Fammi diventare forte, fammi capire che i bisogni primari, quando crescerò, non saranno i principali, ma i primari. Fammi capire che dare Amore sarà più importante che mangiare. Non dico che si può vivere senza mangiare, ma in un dato momento, come in questo momento, se dovrò scegliere tra mangiare e dare Amore, insegnami che la cosa più importante tra le due è dare Amore e che il mangiare può aspettare un po’.

Quando mi culli, cullami. Non fare altro. Guardami negli occhi, sorridimi. Non fare altro: lo farai dopo. Lascia perdere l’idea che ti sta venendo di scrivere quella relazione al computer con la destra mentre mi culli con la sinistra. E il caffè ora non ti serve, lascia perdere. Donami tutto il tuo Amore. Passeggia per casa cullandomi e concentrandoti su di me, fammi fare un giro in giardino, tra le tue braccia, ma non togliere quel bocciolo secco, mostramelo, raccontami se vuoi la storia di quel bocciolo, ma raccontala a me. Siediti sul dondolo e stai con me: ascoltami, cerca di capire se sto bene o se preferisco passeggiare; chiedimelo, sorridimi, ascolta la mia risposta.

Rendimi libero

Rendimi libero già da ora. Non solo lasciami libero, ma rendimi libero. Intanto impara a lasciarmi libero, poi imparerai a rendermi libero.

Dammi la libertà di piangere. Inizia da qui. Impara a lasciarmi piangere, a manifestare i miei bisogno, impara ad ascoltare il mio pianto. Non pensare che devo smettere a tutti i costi. Accetta anche il mio pianto, è una comunicazione che faccio a te, è l’unico modo per ora, ho solo pochi giorni. Ascoltami, impara ad ascoltarmi, concentrati su di me, sul mio pianto.

Spesso è sofferenza, ho le coliche, ma devo imparare ad usare il mio intestino. Stammi vicino mentre ci provo. Dimostrami il tuo amore standomi vicino. Cullami, coccolami, ma non pretendere che smetta subito di piangere. Accetta il mio  dolore. Lo so che in genere non accetti il dolore, né tuo, né degli altri, ma con me devi accettarlo,. Come hai dovuto accettare il dolore della mamma nel travaglio. Se ce la fai cerca di capire il mio dolore e condividilo con me, se non ce la fai ancora a condividerlo, accetta almeno di soffrire con me. È un grande atto di Amore, sai, stringere la mano di chi soffre senza per forza cercare di andare contro la Volontà in quel momento.

Alla sera prepariamoci alla notte

Alla sera, papà, quando tramonta il sole, portami in giardino o alla finestra a salutare questa giornata guardando il sole che va a dormire. Eppure lo sai che questo è un momento magico, pieno di energia, preghiere e meditazioni in questo momento sono al massimo della loro potenza. Permetti anche a me di gioire di questi colori e di queste energie.

Poi rilassiamoci dopo cena. Non accendiamo le luci, magari una candela e rilassiamoci; prepariamoci alla notte. Parlate a bassa voce, trasmettetemi serenità, in modo che tutta la notte sia serena. Hai visto nelle sere in cui ci sono venuti a trovare come ero nervoso. Non è certo per la gente che porta il proprio affetto, è per la modalità: voci alte, luci accese, magari la musica forte. 

Il mondo felice e sereno è quello dei bambini. Nel nostro mondo si sta benissimo: colori, musiche delicate, sorrisi e risate, storie a lieto fine.

Lasciami in questo mondo papà, non portarmi nel mondo degli adulti, se vuoi conduci i tuoi amici nel mio mondo: è più bello, più sereno, più felice.

Alla sera spegni la luce, parla a bassa voce di cose belle, magari guarda un film con la mamma a basso volume, e poi godiamoci la notte, così quando mi sveglierò per mangiare saremo tutti più tranquilli e al mattino comunque tutti riposati per fatto un sonno sereno.

Iniziai così a dedicarmi a lui, a dargli la precedenza, in fondo sapevo bene che una volta arrivato avrei dovuto vivere per lui, ma nel concreto, in realtà, non è poi così scontato.

Iniziammo a svegliarci insieme la mattina e a lasciare la mamma ancora un po’ a nanna, visto che di notte era lei ad allattare…

Ogni mattina scendevamo al piano di sotto e iniziavamo a salutare e a ringraziare il sole, il cielo, le nuvole, gli alberi, i fiori, i gatti, il nonno per aver dipinto un albero sulla parete della sala, Omar per aver dipinto gli iris, le piante della sala, i libri, il quadro con la cornice dipinta dalla mamma. Poi tornavamo a guardare fuori e ad osservare gli alberi cercando di prendere il loro esempio: un fusto forte, radici ben ancorate alla terra da cui prendono il nutrimento e braccia rivolte verso il cielo. Il ringraziamento più grande era per lui, e glielo dicevo proprio guardandolo negli occhi senza aver paura di commuovermi, e lo ringraziavo (e lo faccio ancora ora tutti i giorni) per essere arrivato nella nostra vita, per aver scelto proprio noi, per averci portato già da così piccolo i suoi insegnamenti. Accendevamo poi una candela, ne osservavamo la fiammella, e in silenzio cercavamo di guardare la luce, e iniziavamo così la nostra giornata insieme.

Poi arrivava il momento della nanna, e nel frattempo la mamma scendeva le scale con un tempismo inspiegabile (o forse no), un po’ più riposata e pronta per una nuova poppata.

(Luca)

Per un parto senza dolore

Recentemente ho partecipato -fuori programma- ad un incontro informativo sull’anestesia peridurale.
Me ne sono stata lì, seduta in silenzio ad ascoltare un dottore che spiegava come è possibile avere un parto indolore. E ripensavo al mio parto, ai miei parti. E a tutto il dolore che li ha intrisi, fino a scendere nel più profondo angolino della mia dignità.
E mi sono chiesta, silenziosamente, se a qualcuno interessi scoprire un analgesico per quel dolore, per il dolore che io ho provato.
Dottore, dimmi se esiste unperidurale’anestesia contro il dolore di sentirsi incompetente, contro il dolore di sentirsi in balia di sconosciuti, contro il dolore di sentirsi osservati e giudicati, contro il dolore di sentirsi legati da cavi, cinture, monitor accesi.
Dimmi se esiste dottore, o se la scoprirete, un’anestesia per far sparire il dolore del tempo e del ritmo non rispettati: oh, dottore, questo sì che lacera. Non la pelle che è facile da ricomporre, ma l’anima, lacera l’incontro, lacera le basi della relazione. E questo, dottore, non lo si risolve con qualche punto dato distrattamente come da routine. Lo si risolve con mesi, a volte anni di duro lavoro per ritrovarsi.
Dottore vorrei sapere da lei che ama così tanto l’assenza di dolore, se può darmi qualcosa contro il dolore di non ricordare l’odore di mia figlia perchè quando me l’hanno finalmente messa tra le braccia era vestita con un vestito che non avevo mai visto e dalla pelle emanava odore di profumo e petrolati. Dimmi se c’è, dottore, un anestetico contro il dolore di un allattamento che fatica a prendere il via perchè è mancato il riconoscimento. Dimmi se esiste, dottore, una soluzione chimica perfetta per non sentire tutto quel dolore accumulato che quel neonato che ti ritrovi in braccio ti legge nell’anima, piangendolo senza posa.
Sai che penso, dottore? che l’unica anestesia che mi ha fatto sentire viva, che ha acquietato tutto questo dolore è stato lo smuovere profondo della mia energia più atavica quando la testa della mia bambina ha iniziato a scendere ed ho sentito tutto il mio corpo rispondere finalmente a lei, a noi.
Quel momento, quelle spinte così naturali, perchè sentivo lei che mi guidava da dentro, è ciò che mi ha fatto scoprire quanto fossi forte. Che mi ha fatto sentire che potevo riprendermi il mio sentire e la mia dignità, così perfettamente puliti e avvolti in tessuti sterili da rendere sterile anche l’esplodere della vita.
Mio marito, devastato da tutto quel dolore e dalla sua impotenza, poi mi dirà che in quel momento il dolore era sparito, che era sparita quella donna sofferente ed umiliata e che davanti a lui c’era di nuovo la sua sposa, forte come una tigre, che sapeva improvvisamente cosa fare.
Ma tu, dottore, cosa ne sai di quel momento? Eppure fai di tutto per convincere le donne a non sentirlo, a sentirlo meno. E alla fine ti lasci pure andare in un’esclamazione “viva la peridurale!” trasportato da un entusiasmo incosciente che sa di autoaffermazione.
E sembri, dottore, così sicuro di poter migliorare ciò che Dio ha creato, che non ti accorgi che sei lo strumento tramite cui si avvera la maledizione “tu, donna, partorirai con dolore”.
Dottore tu inganni te stesso e, quel che è peggio, inganni le donne, le famiglie.
Perchè il dolore vero, dottore, non si cancella con un’iniezione. Si cancella con il rispetto e la fiducia nelle donne e nella natura.
Si cancella stando in attesa ed intervenendo davvero soltanto quando c’è bisogno.
Si allevia facendo i medici ed occupandosi dei casi di patologia.
Conserva, dottore, la tua preziosa anestesia per i casi in cui davvero serve. E alle altre donne, dottore, aiuta a somministrare silenzio, rispetto, considerazione, conforto, presenza, pazienza, contatto, fiducia, stima. Ti stupirai, dottore, dei grandi risultati che si possono avere. E di quanto la pubblica sanità risparmierebbe.

Veronica

N.D.A. contrariamente al mio solito, questo posto ho scelto che fosse molto personale. Oggi è il 5° compleanno della mia bambina e vorrei condividere questa riflessione che nasce da quell’esperienza nell’intento che sia utile ad altre donne. Non mi riferisco a casi di evidente patologia.

“Per crescere un bambino, ci vuole un’intera tribù” (detto africano)

Eccoci alle feste di Natale. Un calendario fittissimo di cenoni, visite, pranzi e chi più ne ha più ne metta.
Immaginiamoci Anna, nata da due settimane, ed i suoi genitori.
Nonostante la stanchezza dei primi periodi, le difficoltà ed i momenti critici sono tutti e tre molto felici. Anna è allattata al seno a richiesta. Una di quelle bimbe che stanno acquisendo competenza giorno dopo giorno, con tante poppate una dietro l’altra perchè si stancano un pochino prima di aver davvero riempito il pancino e perchè vicino a tutto quel morbido e a quell’odore così familiare ci si sta proprio bene.
La sua mamma la porta in una fascia che fa un bell’incrocio sul suo corpicino. A volte anche il suo papà se la “veste” in quel modo e lei se ne sta tranquilla. Ma davvero non le piace star sola (a chi piace?) e nemmeno è pronta per conoscere troppa gente e mamma e papà l’assecondano nei suoi bisogni, per loro molto chiari. Sembra tutto perfettamente in armonia.
Ma ecco che inizia il coro dei consigli e dei giudizi non richiesti. Paventano di tutto: dall’obesità al vizio, alla maggiore età ancora attaccata ai genitori.
Mamma e papà si stanno un po’ irritando e sentono davvero il bisogno di pensare ad altro, di continuare nella loro armonia.
Ma ad un certo punto accade qualcosa di bello: le nonne di Anna, sorridendo, allontanano parenti ed amici inopportuni. Con la vecchia zia sottobraccio le sentiamo parlare di continuum, di bisogni, di comportamenti naturali dei mammiferi, di tenerezza, di contatto.
I nonni di Anna stringono la mano al suo papà, congratulandosi dell’abbraccio in cui riesce a tenere calma la figlia e anche di quella fascia di cotone, all’apparenza così poco virile, che si è rivelata essere uno strumento straordinario.
La piccola zia di Anna chiede alla sua mamma di insegnarle a portare la sua bambola prediletta.

Una piccola tribù, unita.
Questa scena forse è una perfetta utopia per la maggior parte delle mamme che decidono di tirar su i propri figli in “contatto”.
Ma forse c’è la speranza che prima o poi quest’utopia diventi quotidiana realtà.
Prepariamoci.
Quando apprendiamo di aspettare un bambino, la Natura ci invita a concentrarci su noi stesse, sul nostro nucleo fondamentale e questo è bellissimo.
Ma se riusciamo ad investire un po’ del nostro tempo nel costruire la nostra tribù, poi sarà tutto più facile.
Ascoltarsi, informarsi, confrontarsi, scegliere grossomodo la linea che più si confa a noi stessi. Primo passo.
Non tutto andrà come previsto o immaginato ma se si ha un’idea anche non molto definita di che tipo di genitori vogliamo essere tutto sarà più facile.
Poi, scegliere la nostra tribù.
Avremo bisogno di sostegno, inutile pensare che non sarà così.
La nostra tribù è variopinta: ci saranno dei familiari, degli amici, degli operatori.
Di solito lo scoglio più grande sono i nonni. Questi nonni che remano contro, che perdono il senno per l’amore che li travolge, che guardano con diffidenza ai figli divenuti genitori, che “si permettono” azioni davvero deplorevoli in fatto di educazione e puericultura.
Nei social network e nei blogs si legge sempre più frequentemente la rabbia di mamme esauste di tanta mancanza di comprensione. Rabbia che spesso sfocia in espressioni molto forti, a volte violente.
Questo fa male. Fa male ai rapporti, alla serenità, ai bambini, agli adulti.
Cosa succede in una nonna che invoca il latte artificiale e la carrozzina, in un nonno che rende il ciuccio più allettante con una passata di zucchero o di miele?
Perchè non ascoltano, non rispettano, non sostengono?
Perchè non capiscono. Figli e genitori di un’impostazione forzatamente a basso contatto, han cresciuto figli ascoltando i consigli e le indicazioni degli “esperti” convinti di fare il meglio, convinti di non essere in grado da soli.
Ed ora?
Ora vedono questi genitori, questi loro figli che si curano le ferite cambiando rotta con le nuove generazioni.
Perchè ogni volta che un bimbo piange, piange anche il bimbo che è nascosto dentro alla mamma o al papà. Perchè ogni volta che lo consoliamo e ce ne prendiamo cura, accudiamo anche quel bambino nascosto nel fondo del nostro cuore.
Immagino la sensazione di destabilizzazione, forse anche i sensi di colpa, forse infine una punta di invidia e di gelosia, il rammarico per qualcosa di irrimediabilmente perduto.
Un bambino ancora più antico, ancora più nascosto, che adesso si fa sentire all’improvviso, in un pianto disperato a cui non si può resistere.
Azzittire, acquietare ed allo stesso tempo prendere possesso, recuperare. Dimostrare che “ci so fare” che “a modo mio non piange” che “vedi che pure tu come me non hai latte abbastanza”: in poche parole che il proprio operato di genitori non deve essere messo in crisi.
Un tormento inconscio spesso negato e che una neomamma non ha alcuna condizione di capire e di accogliere. Per la stanchezza, per gli ormoni, per la concentrazione in occuparsi del suo bimbo e della sua nuova se stessa. Per un milione di motivi.
Ma finchè i piccoli sono nella pancia si può fare. Si può scavare, dissotterrare, percorrere i sentieri più scuri ed impervi fino ad arrivare alla comprensione, fino a curare la ferita, a spezzare un anello prima, la catena di dolore che ci ha portati fin qui.
Si può affermare e comunicare che sappiamo che i nostri genitori hanno fatto del loro meglio, che li amiamo così e che ci sentiamo amati, che abbiamo bisogno adesso di sostegno per crescere e per cambiare rotta.
Si può informarli che esiste l’altra strada, quella che stiamo scegliendo, e che non sono invenzioni da figli dei fiori ma constatazioni scientifiche, biologiche e antropologiche. “Usiamo” tutti gli esperti del settore: ostetriche, doule, pediatri illuminati, consulenti di allattamento, consulenti del portare, insegnanti di massaggio infantile, e chiunque possa rappresentare l’autorevolezza della professionalità, per mostrare che la nostra intenzione non è mettere in crisi una relazione ma solamente migliorarsi.
Costruire passo, passo, storia per storia, i legami familiari veri.
Sono percorsi estremamente impegnativi e faticosi, costellati di ostacoli, discussioni, momenti duri e pesanti. Ma sono percorsi che ,se si ha la forza di finire, portano al risultato più atteso: la tribù.per crescere un bambino
Ed è così necessario costruire la propria tribù, avere un nucleo di persone a proteggerci, sostenerci, accompagnarci. Avere qualcuno di fiducia con cui condividere l’arrivo e la crescita del nostro bambino.
Perchè crescere un bambino “a contatto” prevede l’accudimento condiviso e non a caso.

Veronica

Chi ci può aiutare:

Per imparare a comunicare in modo efficace e rispettoso: Ass. Comunicazione Empatica

Per scavare a fondo nella nostra storia: Il lavoro emotivo e corporeo di Willi Maurer            e qualcosa sulle costellazioni familiari

Esperti sui benefici del portare i bimbi in fascia: Scuola del Portare

Esperti in allattamento e sui suoi benefici : IBCLC e La Leche Ligue

Pediatri: UPPA

Psicologi: Alessandra Bortolotti

Ostetriche: ostetriche libere professioniste (anche nel settore pubblico si trovano splendide professioniste ma purtroppo non esiste un link di riferimento)

Doule: ci sono diverse associazioni sul territorio nazionale. Non segnalo nessuna in particolare per mancanza di conoscenza diretta.

Libri sul tema: serie Il Bambino Naturale del Leone Verde

è difficile…

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Oggi noi mamme e future mamme leggiamo molto. Leggiamo libri, riviste, siti internet. Ci scambiamo domande su forum e social network. Un lavoro certosino di informazione. Non sempre professionale, non sempre affidabile ma comunque informazione.

Ed allora perché ci troviamo quasi tutte impreparate davanti alle difficoltà dei primi tempi post-nascita?

E parlo di condizioni fisiologiche, senza aggravanti di salute del bambino o della madre.

Una mamma e suo figlio, finalmente abbracciati, e un mondo di piccoli drammi che, saranno gli ormoni, la stanchezza o altro, sembrano e divengono enormi.

E saranno di certo gli ormoni e sarà di certo la stanchezza ma non sono i soli elementi che danno origine alla sensazione che il primo mese di vita del bambino sia “durissimo” per tante mamme.

Sembra tutto difficile e durissimo perchè abbiamo tante aspettative e poca esperienza.

Allattare, coccolare, tenere, prendersi cura di un cucciolo non è facile.

O meglio, sarebbe facile, se avessimo ancora il nostro istinto, se vivessimo in una comunità di compatta e coesa in cui il crescere bambini fosse interesse comune, se potessimo osservare l’esempio di altre mamme mammifere (donne ma anche solo gatti, cani, mucche, pecore e via dicendo).

Sarebbe facile perchè non avremmo aspettative ma certezze. Sarebbe facile perchè abbiamo in noi tutto quel che ci vuole e lo sapremmo già per il fatto di vederci rispecchiate negli altri.

Ma viviamo in una società che ha destrutturato i clan familiari, che ha raso al suolo le nostre competenze biologiche rendendoci dipendenti dall’andamento del mercato e dalle sue trovate, che ci ha allontanati sempre più dai nostri simili, che centellina la convivenza con altri animali sottomettendola spesso al processo di “civilizzazione” di quest’ultimi.

Ad oggi, una donna ignora il proprio potere di donna e di madre. Il suo potere squisitamente e semplicemente biologico di dare alla luce, nutrire e crescere un cucciolo. Anche il papà ignora questo potere ed il proprio di sostenere, di bastare, di proteggere.

Mamma e papà ignorano i loro talenti e non hanno nessuno intorno da cui trarre ispirazione. Figli ormai del latte artificiale, raramente trovano in famiglia esperienze di allattamento condivisibili. Generazione di girelli, passeggini, lettini a sbarre, indipendenza precoce, raramente trovano la serenità che dovrebbe accompagnare il contatto specie nei primi mesi di vita. Ex bambini cresciuti in appartamenti non hanno mai visto partorire una gatta o una mucca. Ed anche i bimbi di campagna raramente avranno visto un vitello poppare dalla sua mamma, che la produzione non perdona.

Non abbiamo spunti di creatività né punti di riferimento. Non abbiamo memoria diretta di maternage né pratica su figli altrui, magari i “piccoli” di famiglia.

In una coppia media chi la fa da padrone è il timore.

Timore di essere all’altezza, di fare le scelte giuste, di riuscire.

E così alcune mamme approdano all’informazione. E si informano tanto, leggono tanto. Certo questo darà a loro uno strumento in più per valutare le proprie difficoltà ma al contempo crea un’ingiustificata aspettativa di idillio.

Partorire è naturale e tutte le donne sono fatte per sopportare i dolori del parto.

Tutte hanno il latte, allattare è facile.

Cambiare i pannolini? Un gioco da ragazzi: c’è chi addirittura il pannolino nemmeno lo usa e legge i segnali dei neonati.

Abituarsi al ritmo sonno-veglia? Un procedimento naturale.

Intessere reti d’amore fisico, di contatto costante, come ogni neonato chiede? Un percorso spontaneo e meraviglioso.

Ecco io oggi lo scrivo: non è vero.

Siamo cambiati. Siamo meno forti, meno sensibili, meno supportati. Abbiamo cambiato le nostre competenze e ci siamo sempre più allontanati dal nostro essere mammiferi. Siamo maestri di sguardi e parole, totalmente disabituati alla pelle e al suo linguaggio.

Quindi non è facile.

Promuovere la naturalità, l’allattamento al seno, il contatto facendo sembrare tutto questo il Paradiso terrestre è il risultato di ottime intenzioni per nulla realistiche.

Quante mamme confidano “è veramente dura, i primi tempi è veramente dura”. Quante mamme si trovano spiazzate da un ingorgo, una mastite, da un riflesso di emissione troppo forte, da un seno troppo turgido, da ragadi e quant’altro. Perchè l’unico messaggio che arriva è che allattare è facile, è naturale.

Quante donne si trovano a dover fare i conti con una relazione fisica ingombrante a cui non erano pronte perchè la pelle è sempre più reclusa a pochi momenti di libertà vigilata.

E non è facile relazionarsi con un essere vivente che dipende totalmente da noi, anche se sembra evidente che un neonato lo sarà.

E non serve dire che è “istinto” che è “naturale” quando viviamo perlopiù relazioni a base intellettuale.

Quanti genitori si sentono soli perchè non c’è la tribù che accoglie, supporta e consola ma solo un lungo elenco di regole o parametri in cui rientrare, per passare positivamente al vaglio di noi stessi e degli altri. Quanti genitori si trovano soli perchè non erano pronti al pianto dei loro figli e dei loro bambini interiori, risvegliati come per magia dall’evento così scardinante che è la nascita.

Diciamolo che niente di ciò che riguarda i neonati è facile. Diciamolo e spieghiamolo con pazienza, empatia e positività perchè la consapevolezza degli ostacoli è il primo passo giusto per superarli con serenità, perchè i genitori possano circondarsi preventivamente di figure di riferimento serie ed affidabili, perchè possano ricreare una piccola tribù pronta ad accogliere non solo il bimbo che verrà ma i genitori che nasceranno insieme a lui.

Perchè è tutto difficile, sì. Ma ne vale la pena.

(Veronica)

Benedire i figli

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Questo articolo mi sta frullando in testa da un bel po’ di tempo. Ma è un articolo confusionario, che mette tanta carne al fuoco e davvero non son sicura di riuscire a trasmettere quel vortice di associazioni mentali che mi si scatena ogni volta che penso alla benedizione.

Da tempo immemore abbiamo rilegato la benedizione all’ambito religioso…o chi sa non gli sia sempre appartenuta! Certo è che vi abbiamo piano, piano completamente rinunciato lasciando l’atto di benedire alle guide spirituali.

Da quando ho scelto il Brasile come mia seconda patria, ho incontrato la benedizione nelle case: i bambini la chiedono agli adulti di casa al mattino appena svegli e la sera prima di dormire. La chiedono porgendo la mano destra da baciare e baciando a loro volta la destra di chi li benedice. Gli adulti interrompono le proprie occupazioni e si concentrano sul bambino, lo guardano negli occhi, e gli augurano tutto il bene, in nome di Dio ma anche senza necessariamente doverlo tirare in ballo.

L’ho sempre trovato un momento di estrema dolcezza e comunicatività.

Ma non sarebbe sufficiente, forse, per scrivere un articolo. E qui entrano in gioco le associazioni mentali.

Nel mio quotidiano di mamma mi rendo conto ogni giorno di quanti messaggi negativi passiamo ai nostri bambini.

“Sei ancora troppo piccolo, non ce la fai”

“Attento, ti fai male, non sai usare questo strumento”

“Suvvia ma non vedi che sei piccolo, cosa pretendi di fare?”

“Aspetta, ti aiuto io sennò non ce la fai”

E tanti altri.

Sono frasi spontanee, dettate dall’amore, dall’attenzione e dall’istinto di protezione.

Ma inevitabilmente sono frasi che tendono a calare una piccola coltre di sfiducia nelle capacità dei piccoli.

L’ideale sarebbe fidarci di loro e guardarli da lontano, fare i “genitori pigri” insomma. Ma non sempre è facile o possibile. Non tutti siamo uguali e veniamo da storie e percorsi diversi. E’ necessario rispettarsi.

Potremmo, forse, lavorare sulla comunicazione, sul nostro modo di richiamare o di intervenire ma, di nuovo, non sempre è facile o possibile, non sempre è naturale, non sempre ci sentiremmo a nostro agio.

Io non sono una psicologa né un’esperta in comunicazione, ma adoro i momenti un po’ magici che ci ricaricano le energie, che ci mettono in contatto. Ed in mezzo a tanti messaggi negativi “involontari”, penso che potremmo riscoprire, illuminandola di nuova luce, l’antica consuetudine di benedire. Un messaggio totalmente positivo, totalmente consapevole, tenero e serio come lo sono i momenti di vero contatto.

Un momento, ad inizio o fine giornata, in cui guardiamo i nostri figli negli occhi e diciamo loro tutto il bene e soltanto il bene. Un momento di contatto di pelle e anima.

Potremmo, così, forse, strappare la benedizione al contesto religioso e restituirla alla sua etimologia. Potremmo benedire i bambini, con questa o con altre parole. In nome di Dio o nostro o dell’amore o della fiducia, o di quello che di più bello sentiamo nel cuore.

Potrebbe essere un momento sacro, un rituale prezioso per dir loro: ti amo e credo in te, nelle tue capacità, anche se a volte sono pauroso, anche se a volte sono apprensivo, anche se a volte sono troppo ingombrante. Ti benedico, ti auguro tutto il bene che meriti, sono certo che tu sia un essere umano meraviglioso e che lo sarai sempre.

Veronica