Categoria: Uncategorized

Piccole storie ossitociniche: nonne coraggiose

image_1303-Oxytocin

La saletta è piena. Tante mamme con le loro pance tonde o con i neonatini accoccolati sul seno. Due future nonne siedono composte, leggermente rigide, forse un pochino in imbarazzo.

Si parla, al solito, di bisogni biologici dei cuccioli d’uomo, da dove sorgono, perché ci sono, perché è una buona idea accoglierli con disponibilità e presenza. Si parla di babywearing, di massaggio, di pelle, di pianto, di coccole.

Le nonne fanno domande, per lo più tecniche. Provano anche a mantenere l’espressione scettica di chi non è del tutto convinto.

Respiro. Lo so cosa sta succedendo e so che quest’energia porterà, come sempre, allo sfogo di qualcuno. Mi preparo.

Arriva. Una mamma sbuffa, la pancia tonda che sobbalza.

“Eh, queste cose bisognerebbe tu le spiegassi ai nonni!”

Le nonne abbassano lo sguardo, è la stoccata finale, so che non possono reggere da sole. Respiro ancora. É un momento delicato, da cui dipende tutto l’incontro, finora molto bello.

Mi concedo un sorriso, un accenno di complicità.

I nonni di oggi hanno cresciuto i propri figli secondo regole universalmente riconosciute di pedagogia che dicevano l’esatto contrario di quel che abbiamo detto oggi.

Entrare in contatto con un nuovo modo smuove tanto: dubbi, malinconie, rabbia, sensi di colpa.

Allora vi chiedo una cosa semplice. Voi mamme, finché siete in attesa, condividete. Condividete le vostre intenzioni di accudimento, i principi su cui volete basarvi. Portate i nonni agli incontri, portateli a sentire i professionisti: quello che voi dite può aver lo stesso contenuto e sicuramente ha lo stesso valore ma pesa come un’accusa. La stessa cosa mediata da una terza persona in veste professionale non ha questa carica negativa, la si può elaborare più facilmente.

E voi nonne e nonni non pensate all’occasione sprecata di accudire. Pensate ad accudire. Non i nipoti, ma i vostri figli. Anche se sono grandi, anche se stanno diventando genitori e, anzi, soprattutto adesso. Perché una donna che diventa mamma nasce di nuovo, ad una nuova vita. Ed ha sì bisogno di essere accudita con amore. Dovrete affrontare un sacco di cose, alcune bellissime, altre dolorose. Ma non è tardi per colmare i vuoti, se ci sono vuoti, soprattutto non è mai tardi per abbracciarsi: quando le parole ci mettono in difficoltà, la pelle ci aiuta a non imbrogliarci. Abbracciatevi stretti ed andate avanti. Quello che starete costruendo, giorno dopo giorno, è la cosa più preziosa del mondo e si chiama, semplicemente, amore incondizionato.

Il clima si rilassa, appaiono lucciconi negli occhi di qualcuno. Saluto e mi congedo.

Si avvicinano loro due, le nonne. Ciascuna mi prende la mano tra le mani, ciascuna dice più o meno la stessa cosa mentre l’altra annuisce, come fossero in sintonia da sempre anche se si sono appena conosciute.

<<Grazie per dire queste cose, anche a noi. Abbiamo bisogno di saperle, anche se sono difficili per noi>>

<<Grazie a voi di essere venute, è molto importante quello che fate, siete molto importanti nella vita di questi figli. I vostri figli>>

Esco affaticata, l’emozione sa pesare come il piombo e poi volare leggera come un soffio di vento. Mi sento piena di gratitudine.

(Veronica)

Annunci

Il lato scuro (o meglio, rosso) dell’allattamento

IMG_5700

“Mi sento solo una poppa!”

É una frase che si sente spessissimo dalle mamme, specie le mamme al primo bambino o al primo allattamento, e ancor di più dalle mamme che allattano oltre l’anno di vita del bambino.

É un sentimento complesso, a volte quasi doloroso, quasi sempre almeno fastidioso.

Un bambino grande che, in presenza della madre,  richiede il seno ancora come risposta unica alle difficoltà mentre in sua assenza mostra risorse alternative, ci mette in crisi.

La sensazione è quella di essere “ridotte”, a livello relazionale, al solo seno.

Da tanto tempo mi chiedo se non ci sia la possibilità di comprendere a fondo il punto di vista dei bambini e contemporaneamente quello delle madri, con la sensazione che alla base del malessere di quest’ultimo ci sia di fatto un grande equivoco interpretativo.

Occupandomi di pelle, in ogni sua espressione, ho trovato quella che, almeno per me, può essere una buona lettura della questione. E spero che lo sia anche per altre madri o, per lo meno, possa essere spunto di riflessione per aiutare ciascuna a venire a capo della propria storia.

Premetto che non voglio assolutamente pormi in modo giudicante nei confronti di scelte, emozioni o percorsi individuali ma appena chiarire quelle che possano essere le origini di questo divario emotivo che spesso si crea tra madre e figlio.

Ripercorrendo i passi dell’educazione media di una bambina nella nostra società mi soffermo a pensare che fin da piccole siamo spinte a valutare in modo molto disuguale l’amore come sentimento, come affinità elettiva, come relazione emotivo-intellettuale da una parte e l’amore fisico come relazione dei corpi, come scambio di pelle dall’altra.

Le frasi e le espressioni che più spesso ritornano nella vita di una donna sotto forma di ammonimento, di indicazione e di educazione amorosa sono grossomodo sempre le stesse da generazioni:

“Stai attenta, gli uomini vogliono solo quello”

“Il sesso senza amore non vale nulla”

“Cerca un uomo che ami più il tuo cervello delle tue curve, mia cara”

“Cerca il vero amore che il sesso finisce”

“Quando deciderai di fare sesso, che sia l’uomo giusto, un uomo che ami davvero”.

La relazione fisica é sempre subordinata alla relazione sentimentale, intellettuale, come se fare l’amore, scambiarsi la pelle, comunicare attraverso il corpo e la sua capacità di dare e ricevere calore e piacere, siano soltanto il necessario completamento di una relazione che trova il proprio valore nella parte intellettuale.

Stilnovo? Estremismo cattolico? Femminismo mal interpretato? Da dove venga tutto questo denigrare la relazione fisica non sono in grado di dirlo.

Ma quando i nostri bambini iniziano ad esprimersi, camminare, gesticolare o addirittura parlare, quello che spesso ci aspetteremmo in fondo al cuore é l’inizio della sublimazione della relazione, ci aspetteremmo che si stacchi dal corpo per elevarsi a livello dell’intelletto, della comunicazione verbale e semi verbale, del gioco delle risorse.

I bambini no. Stanno attaccati con le unghie e con i denti alla relazione tattile, allo scambio di pelle, a quella potente tattilità in grado di calmare, coccolare, sostenere, acquietare, consolare. Il corpo é al centro del loro modo di amare, al centro dell’intesa faticosamente costruita con la persona che è il pernio su cui gira il loro mondo. Un amore fisico, fisicissimo. Il corpo al centro.

É possibile che qualcuno si sentirà offeso per un parallelo così fuori luogo tra l’amore romantico e l’amore genitoriale e filiale. Ma credo sia interessante collegare ogni momento della nostra vita senza assurde barriere di pensiero. Tanto più che chiunque abbia allattato in pubblico ha ricevuto almeno una volta un commento o un’occhiata di condanna che dimostra come gli ambiti di accudimento e sessualità non siano affatto socialmente distinti.

Altrettanto, è ovvio che a creare insofferenza si prodigano anche altri fattori come la stanchezza, il giudizio sociale o il bisogno di tornare ad essere solo se stesse, senza una qualche appendice già, all’uopo, deambulante. Ma ci sono varie espressioni di insofferenza. Ciascuna corrispondente ad una diversa origine prevalente.

Laddove, però, si manifesta un tipo di delusione relazionale (che di solito si esprime con la frase con cui abbiamo iniziato o simili), possiamo provare a riflettere su quanto ci ferisca essere per i nostri figli “soltanto un corpo/un seno”. E perché ci ferisca così tanto. Perché ci aspettiamo che dei piccoli mammiferi, che si sforzano tanto di comunicare con “gli altri”, si sforzino altrettanto per farlo anche con noi, ignorando la bellezza e la preziosità del nostro canale privilegiato, tattile, di comunicazione. Se qualcuno per spostarsi velocemente si impegna, in mancanza di meglio, a pedalare in salita su una vecchia bici, avrebbe senso aspettarsi o pretendere che lo faccia anche quando arriva chi di solito gli offre un passaggio in limousine?

E perché lo pretendiamo o ci aspettiamo una cosa così poco sensata? É verosimile che questa pretesa/aspettativa si fondi sul considerare la relazione intellettuale più aurea di quella fisica? É verosimile che anni e generazioni di donne cresciute senza corpo o come se il proprio corpo fosse un accessorio necessario ancorché fastidiosamente pesante, ci rendano impazienti – riguardo i grandi amori della nostra vita – di abbandonare il linguaggio della pelle per passare alla loro zona di confort relazionale che è la sfera dell’intelletto?

Perché se questo è, come credo, verosimile, ancora una volta i nostri bambini ci concedono una grande opportunità: quella di rivalutare la bellezza della relazione fisica in ogni suo aspetto, in ogni sua sfaccettatura. Aggrappate alla nostra costellazione molecolare ossitocinica, abbiamo la possibilità di rinascere più complete sotto il tocco delle mani e delle labbra dei nostri figli e delle nostre figlie, appassionati dell’amore più grande, più totale e più cristallino che mai potremmo vivere e di cui potremmo essere amate.
(Veronica)

Un grazie speciale va a Paola Mazzinghi, consulente IBCLC, per starmi vicina con la sua presenza dolce e professionale, in ogni riflessione sull’allattamento e dando il supporto a tutti i genitori a cui ho il piacere di consigliare la sua consulenza

Piccole storie ossitociniche: mamma massaggia bimba

image_1303-Oxytocin

Entro nella casa attraversando il giardino.

C’è silenzio, profumo di gelsomini e un’arietta leggera.

Una mamma bellissima come possono esserlo solo le mamme e sorridente mi aspetta sulla soglia. La saluto con il bambolotto Milo sotto braccio: iniziamo oggi un corso di massaggio infantile solo per loro, in questa loro bella casa.
Entro: una nonna culla una bambina piccola che gorgheggia allegra.
Ci sistemiamo a terra, sul tappeto, coi piedi nudi.
Facciamo un nido per la piccola proprio sotto la grande finestra che dà sul giardino. Fa caldo e l’aria circola piacevole.
Mi chiedono se la nonna può assistere e io ovviamente rispondo di sì e la invito a mettersi comoda.
La mamma massaggia le gambine ed i piedini della sua bambina. La nonna assiste per lo più in silenzio, attenta ad ogni dettaglio. Spesso sorride.
Dopo il massaggio la mamma prende in braccio la piccola per allattarla e stende le gambe in avanti, appoggiando la schiena al divano, rilassata.
La nonna si sposta e si siede a terra davanti a lei, le prende i piedi e le fa il massaggio adattandolo bene alle dimensioni da adulto, chiedendomi conferma dei movimenti.
Infine mi guarda e dice: “per una mamma non è mai troppo tardi per massaggiare la sua bambina”. Ridiamo. E l’aria è piena d’amore.

Piccole storie ossitociniche: quando il nutrire diviene cura

image_1303-Oxytocin

Questa piccola storia è piccola, piccola.

C’erano una volta 7 mamme.

Sembra una favola davvero, in cui tutto è dispari. Ma stavolta non ci sono streghe, regine, folletti o fatine.

Ci sono 7 mamme e 7 bambini.

Alcuni di loro già si conoscevano, altri invece si sono incontrati nello spazio segreto di una libreria di quartiere massaggiando, comunicando, coccolando, osservando i loro bambini, i segnali con cui si esprimono, i loro bisogni.

Nutrendoli, insomma, non solo di latte.

Così, settimana dopo settimana, il tempo passa ed il corso finisce. Qualcuna propone un pranzo insieme e ci si trova sedute in una piccola pizzeria.

Arrivano le pizze, qualche neonato da consolare, qualche neonato da allattare: seni generosi a disposizione e mani – almeno una – per sorreggerli.

E senza esitazioni le altre mamme, qualcuno dorme tranquillo, mani libere e gesti efficaci, prendono i piatti, chiedono un rapido consenso e poi, con cura, tagliano spicchi di pizza fumante.

Si può mangiare tutte insieme, anche con una mano sola.

Io le guardo e penso che quando si diventa genitori il nutrimento diviene cura. E la cura, se la si nutre a sua volta, può davvero trasformare il mondo in un posto migliore.

(Veronica)

Piccole storie ossitociniche. Con gli occhi del cuore.

image_1303-Oxytocin

Mi preparo.

Registro gli step vocali al computer perché siano perfettamente nitidi. Cerco di pensare ai passaggi in cui è fondamentale guardare quello che faccio ed immagino come sostituirli con il tatto. Chiudo gli occhi e lego. Sarà una consulenza a stretto contatto.

Arrivo. Una bambina piccina, piccina dorme tranquilla in una carrozzina.

Tiro fuori la fascia.  La mamma tocca la fascia. Le faccio sentire il bordo e poi tutto il lembo, l’elasticità diagonale. Le spiego che le due parti della fascia vanno lavorate con diversa attenzione. Le sue dita leggono la stoffa con cura.  Annuisce, ha capito perfettamente ciò che a volte, spiegato a parole, risulta un po’ oscuro ai genitori.

Ho imparato già una cosa e non sono passati neppure 15 minuti. Ricordo che in formazione ci si fermava molto sul mostrare la legatura, sullo spiegare i passaggi, le caratteristiche della fascia. E il tatto? Possibile che fosse relegato solo alla relazione con il neonato? Possibile. Invece da oggi per me sarà lo strumento principe di ogni consulenza.

Inizio la legatura con lei vicino. Lei mi segue con le dita. Ha un tocco abile, delicato, accurato. Proviamo la legatura con la bambola. Ha gesti lenti e profondi, assapora ogni passaggio, ogni cambio di tensione della stoffa. La legatura viene molto bene.

La bambina si sta svegliando. Al primo respiro differente da quello profondo e regolare del sonno, la sua mamma si è messa in ascolto. Si alza e con passo sicuro va verso la carrozzina. La piccola ha appena aperto gli occhi e le mani della mamma la stanno già tirando su. Torna, stavolta con il passo più cauto e attento e si siede. Appoggia la sua bambina sulle ginocchia, il piede ben appoggiato a terra. Le parla con le parole di ogni mamma, ma nel frattempo le tocca il viso. Le dita si muovono sicure e attente a registrare ogni informazione. Tira fuori il seno e posiziona la sua bambina proprio all’altezza giusta, poi toglie le dita dal viso di lei.

Io penso, dentro di me, che ogni essere umano meriterebbe di essere toccato in quel modo. Non ho mai conosciuto nessuno che sapesse usare le dita con quella stessa cura, quella stessa solennità e attenzione.

La bambina poppa vorace e soddisfatta, non ha pianto un secondo da quando sono qui. Lei solleva il viso.

É molto doloroso non poterla vedere. 

Sì, immagino. 

Faccio una pausa. Forse dovrei solo accogliere quel dolore e quella dolcezza e tacere. Mi ricordo “Siate ciotole. Il vostro compito è accogliere”.

Però no. Perché queste due donne hanno una forza grande ed un grande potere e forse non lo sanno. Rischio.

Ti muovi molto sicura, sei bravissima. Sia in casa che con lei.

Oh in casa è facile, basta non cambiare posto alle cose. Mi piace fare da sola, essere autonoma. 

Sai tu sei proprio la dimostrazione che senza vista si può vivere. Anche senza udito, sai? L’unico senso senza cui proprio non si può è il tatto. Senza il tatto non sentiremmo l’eccesso di caldo o di freddo, né il dolore. Ed il tatto ha un potere incredibile: quello di parlare agli esseri viventi in un modo così profondo come nessuna lingua al mondo riesce. Tu tocchi la tua bambina con una delicatezza, una sicurezza e una competenza che sono davvero rare. Questo le stai trasmettendo che la sua mamma è con lei, che è sicura, che ogni centimetro del suo essere è importante ed è in grado di comunicare cose grandi. Tu parli la sua lingua, il linguaggio della pelle. E non esiste dono più grande della profonda comprensione. 

Sorride. Il dolore ha lasciato spazio alla dolcezza e alla speranza e mescolati insieme adesso riempiono la stanza di una leggera malinconia.

Spero che sia vero. Grazie.

Ricominciamo. Bordi, lembi, spollicio-pinzo. La piccina ora dorme di nuovo. Però sul cuore della sua mamma. Lei respira.

Così posso tenermi da entrambi i lati mentre salgo le scale. Avevo tanta paura di inciampare o che mi potesse scivolare. Che meraviglia.

Faccio una foto da mandare al babbo. Lei prende il bastone bianco.

Per essere in sicurezza lo devo tenere così, davanti al petto. Con lei in braccio era impossibile. Ora posso fare di nuovo da sola.

Sorrido. Non mi vede ma so che lo sente, so che respira la mia grande emozione come io respiro la sua. Penso a quanta passione metto nel raccontare ai futuri genitori il grado di indipendenza che può dare il babywearing. Eppure, che possa farlo a questo livello lo scopro adesso. A volte una fascia non facilita soltanto la vita quotidiana, la permette.

(Veronica)

 

Piccole storie ossitociniche. Una mamma, un papà, una bimba.

image_1303-Oxytocin

Una coppia che si ama, con tra le braccia il loro desiderato primo figlio, nato meno di due mesi fa,  la riconosci bene.

Hanno gli occhi sbarrati, un po’ cerchiati, straboccanti d’amore e di incertezza. Traspirano una lieve insicurezza costruita intorno a loro dalle aspettative sociali, dai giudizi e dai consigli non richiesti. E una grande, una grande dolcezza, un prendersi cura sottile e costante, inossidabile.

Cerco di entrare in punta di piedi, di parlare piano. Di comunicare loro in qualche modo che possono essere quello che vogliono, quello che sono. Che un pianto non richiede per forza un’analisi o un giudizio e che le incessanti richieste da parte di quel minuscolo essere umano sono naturali, normali, belle e potenti perché ne garantiscono la sopravvivenza e la crescita sana e felice. Come si comunicano tutte queste cose? Servono tanti spazi di silenzio, dove gli animi si incontrano e fanno da soli, senza tanti fronzoli, la loro conoscenza.

Eccoli qui, davanti a me.

Un bellissimo, piccolo corso di babywearing pancia a pancia.

Il papà si programma per provare la legatura con la mia fida Giulia, la bambola didattica. Ops…qualcosa è andato storto e tra le sue braccia c’è la sua bambina, in carne, ossa e pianto.

Babbo non preoccuparti della stoffa e nemmeno di quel che pensa mamma o le altre donne o io. Siete tu e lei, accucciata sul tuo petto. Fai due passi, parla con lei. Va tutto bene, lo sai fare.

Certo che lo sai fare, sei il suo papà. Il suo grande, meraviglioso papà. E mamma è bravissima che lo sa e si affida anche lei, da lontano, a quelle tue braccia così amorevoli. Così si calma. Piano, piano.

Papà e mamma sorridono e solo adesso sistemiamo la stoffa a regola d’arte.

Proviamo ancora: un’altra fascia, un’altra legatura. Adesso la piccola si addormenta sul petto di mamma.

Avete imparato bene, sono sicura. Ma ci sarò, se vorrete, anche a distanza, ogni volta che qualcosa vi farà sorgere un dubbio.

Ci salutiamo dopo due ore insieme.

Grazie

Sorrido.

Non c’è di che, avete fatto voi…è una cosa vostra

Sorride.

No, grazie perché è molto bello quello che fai, quello che dici, come lo dici è importante

Sorrido.

Non voleva nemmeno venire, lui, era tutto sospettoso!

Sorride, con aria soddisfatta.

É vero non mi ispirava per nulla, ho fatto solo per accompagnarla, perché le hanno regalato questo corso e lei ci teneva. Invece è bello. Ho fatto anche io…insomma ho legato anche io, quanto ti devo?

Forse adesso dovrei stare seria perché la faccenda è importante. Ma l’ossitocina, quando vuole,  ti stiracchia ostinata gli angoli della bocca

Niente, no…i papà non sono appendici. Va bene così. Siete una famiglia. Anzi! ce ne fossero papà a tutti i corsi!

Raccoglie le cose, disvia lo sguardo giusto un attimo.

Bello. Ormai ci siamo abituati che non ci considerano mai. Ogni tanto fa bene qualcosa di diverso.

Ride, ridono. Nel viso beato le risate soffuse si riversano, creano legami tra i neuroni, impregnano d’amore trama e ordito. Un tutt’uno, una famiglia.

(Veronica)

Piccole storie ossitociniche.

image_1303-Oxytocin

Nella mia vita professionale incontro famiglie di ogni tipo. Qualsiasi sia la loro storia o la storia della loro famiglia, ciascuna di loro ha in serbo qualcosa di speciale da insegnarmi o da regalarmi.

In nome dell’ossitocina, sempre.

Ma quanto bisogno c’è di ossitocina, di amore, di ascolto?

Farò la mia parte cercando, ogni tanto, magari ogni sabato (sarebbe bellissimo!) di raccontarvene qualche spezzone. Ne ripescherò piano, piano anche qualcuna dal passato. Senza far nomi né dare indicazioni sui luoghi perché la grande bellezza di ogni storia è lo spazio che lascia per diventare altre mille storie simili a sé.

Avranno tutte questo titolo e questa immagine.

Con la speranza di regalarvi momenti di grande bellezza, di tanta ossitocina in piccole storie verissime.

(Veronica)