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Famiglie

51623718_2086369258109452_8416942272913866752_oCi siamo seduti sui tappeti. 

I bambini giocano, poppano, dormono. Si percepisce un po’ di imbarazzo…da dove cominciamo? Non siamo molto abituati a parlare con gli sconosciuti, nella nostra grande, profonda abitudine alla diffidenza.

Però stavolta abbiamo un asso nella manica, e sono le nostre stoffe.

Strano pensare che non sia bastato essere genitori per sentirsi accomunati da qualcosa di prezioso. Nè i nostri bambini. Strano sentirmi sicura che la stoffa ce la possa fare. 

Ed infatti, come sempre mi piace dire, iniziamo a stringere i nostri nodi d’amore.

Ridete delle mie bambole didattiche, pesano come bambini veri, che follia…

Poi ti alzi e prendi il tuo telo. Me lo leghi sulla schiena. E dici

“Ecco, già fatto” con l’espressione di chi trova strano che a qualcuno possa interessare.

Poi tocca a me. Strano questo telo lunghissimo, tutte quante stralunate gli occhi ed è facile leggerci dentro: come può essere pratica una roba così ingombrante?

Così lo dico io per voi. Di certo è un po’ meno pratico del vostro ma noi sai, da queste parti, non siamo tanto allenati a portare e abbiamo bisogno di certezze più grandi.

Triplo sostegno sulla schiena.

Come ti senti?

Mi guardi e ridi:

“É molto comodo ma è difficile!”

Tutti ridono, qualcuno ti applaude e finalmente il clima è più rilassato.

Spiego che noi portiamo davanti finché sono piccoli perché abbiamo tanto bisogno di vederli per sapere se stanno bene. Ci siamo scordati un po’, generazione dopo generazione, di come usare la pelle per scoprire il mondo.

“Noi portiamo sulla schiena perché se sulla strada c’è qualcosa di male, lo vediamo prima noi di loro”. 

C’è un attimo di silenzio, queste parole sono profonde e contengono tante cose: la cura, la conoscenza del male, la protezione. 

“Posso parlare del massaggio?” Mi hai chiesto, quasi sottovoce.

Annuisco.

“Voi li massaggiate i bambini?” 

Annuisco ancora, mostro sulla bambola qualche movimento. Tu sorridi e mi mostri il tuo. Sono massaggi energici, con passaggi di puro contorsionismo. Intorno vedo occhi strabuzzati. Spiego come una donna molto illuminata, Vimala Mc Clure, abbia reso il massaggio al bambino più compatibile con la nostra sensibilità e la nostra capacità tattili…anche in questo abbiamo perso un po’ l’abitudine e dobbiamo ricostruirla piano, piano.

“Noi li massaggiamo 3 volte al giorno. É importante perché crescano forti”

Intorno un brusio sempre più diffuso…quanta fatica ci costa trovare il tempo e la disponibilità nostra e loro per massaggiarli anche solo una volta al giorno!

Da sempre diciamo, anche come insegnanti AIMI, che essere massaggiati è un bisogno primario dei bambini, che il loro sviluppo psico-fisico ne trae un grande benessere. Perciò ti chiedo, ad esempio, a che età camminano i vostri bambini. 

“Con 8 mesi tutti camminano. I vostri, però, parlano prima”.

È vero. La nostra cultura regna sulla parola, sull’espressione verbale. Imparano presto a parlare i nostri cuccioli…ma chissà se potremmo avere meno fretta ad insegnare loro le parole per approfittare del loro arrivo e tornare a parlare il linguaggio della pelle!

E così prosegue la chiacchierata. Adesso son proprio chiacchiere tra mamme ed improvvisamente mi sembra che sia possibile un mondo migliore in cui diversità sia sinonimo di ricchezza e non di timore.

I pannolini, lo svezzamento, il sonno, l’allattamento…

Qualcuno chiede delle nonne. Cosa fanno, come vi aiutano quando partorite. Qui la questione nonni a volte è spinosa perché si è come rotto qualcosa di prezioso: l’abitudine ad essere tribù.

“Ci massaggiano. Specialmente la pancia e la schiena. Con acqua calda. Se non ci sono le nonne lo fanno i mariti…ma le nonne sono meglio, sanno come fare!”

Ed è proprio con questo messaggio di cura, di amore, di pelle che per me si è conclusa un’esperienza straordinaria, con un potenziale di comunicazione fuori dal comune, come solo le persone che amano dal profondo del cuore possono avere.

Grazie davvero a tutte le famiglie che sono state con noi.

Spero che ci siano mille altre occasioni di incontro.

Grazie a chi ha contribuito ad organizzare e a rendere possibile il nostro pomeriggio insieme: Associazione Progetto Accoglienza, Associazione MammeAmiche – sez. Mugello, Ass. Remida e tutte le associazioni, le imprese, i progetti che hanno contribuito all’edizione 2019 di “Borgo Piccino Picciò”.

Un grazie speciale va alla mia amica Carolina per la sua idea che ha reso possibile tutto questo.

(Veronica)

Piccole storie ossitociniche: nonne coraggiose

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La saletta è piena. Tante mamme con le loro pance tonde o con i neonatini accoccolati sul seno. Due future nonne siedono composte, leggermente rigide, forse un pochino in imbarazzo.

Si parla, al solito, di bisogni biologici dei cuccioli d’uomo, da dove sorgono, perché ci sono, perché è una buona idea accoglierli con disponibilità e presenza. Si parla di babywearing, di massaggio, di pelle, di pianto, di coccole.

Le nonne fanno domande, per lo più tecniche. Provano anche a mantenere l’espressione scettica di chi non è del tutto convinto.

Respiro. Lo so cosa sta succedendo e so che quest’energia porterà, come sempre, allo sfogo di qualcuno. Mi preparo.

Arriva. Una mamma sbuffa, la pancia tonda che sobbalza.

“Eh, queste cose bisognerebbe tu le spiegassi ai nonni!”

Le nonne abbassano lo sguardo, è la stoccata finale, so che non possono reggere da sole. Respiro ancora. É un momento delicato, da cui dipende tutto l’incontro, finora molto bello.

Mi concedo un sorriso, un accenno di complicità.

I nonni di oggi hanno cresciuto i propri figli secondo regole universalmente riconosciute di pedagogia che dicevano l’esatto contrario di quel che abbiamo detto oggi.

Entrare in contatto con un nuovo modo smuove tanto: dubbi, malinconie, rabbia, sensi di colpa.

Allora vi chiedo una cosa semplice. Voi mamme, finché siete in attesa, condividete. Condividete le vostre intenzioni di accudimento, i principi su cui volete basarvi. Portate i nonni agli incontri, portateli a sentire i professionisti: quello che voi dite può aver lo stesso contenuto e sicuramente ha lo stesso valore ma pesa come un’accusa. La stessa cosa mediata da una terza persona in veste professionale non ha questa carica negativa, la si può elaborare più facilmente.

E voi nonne e nonni non pensate all’occasione sprecata di accudire. Pensate ad accudire. Non i nipoti, ma i vostri figli. Anche se sono grandi, anche se stanno diventando genitori e, anzi, soprattutto adesso. Perché una donna che diventa mamma nasce di nuovo, ad una nuova vita. Ed ha sì bisogno di essere accudita con amore. Dovrete affrontare un sacco di cose, alcune bellissime, altre dolorose. Ma non è tardi per colmare i vuoti, se ci sono vuoti, soprattutto non è mai tardi per abbracciarsi: quando le parole ci mettono in difficoltà, la pelle ci aiuta a non imbrogliarci. Abbracciatevi stretti ed andate avanti. Quello che starete costruendo, giorno dopo giorno, è la cosa più preziosa del mondo e si chiama, semplicemente, amore incondizionato.

Il clima si rilassa, appaiono lucciconi negli occhi di qualcuno. Saluto e mi congedo.

Si avvicinano loro due, le nonne. Ciascuna mi prende la mano tra le mani, ciascuna dice più o meno la stessa cosa mentre l’altra annuisce, come fossero in sintonia da sempre anche se si sono appena conosciute.

<<Grazie per dire queste cose, anche a noi. Abbiamo bisogno di saperle, anche se sono difficili per noi>>

<<Grazie a voi di essere venute, è molto importante quello che fate, siete molto importanti nella vita di questi figli. I vostri figli>>

Esco affaticata, l’emozione sa pesare come il piombo e poi volare leggera come un soffio di vento. Mi sento piena di gratitudine.

(Veronica)

Il lato scuro (o meglio, rosso) dell’allattamento

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“Mi sento solo una poppa!”

É una frase che si sente spessissimo dalle mamme, specie le mamme al primo bambino o al primo allattamento, e ancor di più dalle mamme che allattano oltre l’anno di vita del bambino.

É un sentimento complesso, a volte quasi doloroso, quasi sempre almeno fastidioso.

Un bambino grande che, in presenza della madre,  richiede il seno ancora come risposta unica alle difficoltà mentre in sua assenza mostra risorse alternative, ci mette in crisi.

La sensazione è quella di essere “ridotte”, a livello relazionale, al solo seno.

Da tanto tempo mi chiedo se non ci sia la possibilità di comprendere a fondo il punto di vista dei bambini e contemporaneamente quello delle madri, con la sensazione che alla base del malessere di quest’ultimo ci sia di fatto un grande equivoco interpretativo.

Occupandomi di pelle, in ogni sua espressione, ho trovato quella che, almeno per me, può essere una buona lettura della questione. E spero che lo sia anche per altre madri o, per lo meno, possa essere spunto di riflessione per aiutare ciascuna a venire a capo della propria storia.

Premetto che non voglio assolutamente pormi in modo giudicante nei confronti di scelte, emozioni o percorsi individuali ma appena chiarire quelle che possano essere le origini di questo divario emotivo che spesso si crea tra madre e figlio.

Ripercorrendo i passi dell’educazione media di una bambina nella nostra società mi soffermo a pensare che fin da piccole siamo spinte a valutare in modo molto disuguale l’amore come sentimento, come affinità elettiva, come relazione emotivo-intellettuale da una parte e l’amore fisico come relazione dei corpi, come scambio di pelle dall’altra.

Le frasi e le espressioni che più spesso ritornano nella vita di una donna sotto forma di ammonimento, di indicazione e di educazione amorosa sono grossomodo sempre le stesse da generazioni:

“Stai attenta, gli uomini vogliono solo quello”

“Il sesso senza amore non vale nulla”

“Cerca un uomo che ami più il tuo cervello delle tue curve, mia cara”

“Cerca il vero amore che il sesso finisce”

“Quando deciderai di fare sesso, che sia l’uomo giusto, un uomo che ami davvero”.

La relazione fisica é sempre subordinata alla relazione sentimentale, intellettuale, come se fare l’amore, scambiarsi la pelle, comunicare attraverso il corpo e la sua capacità di dare e ricevere calore e piacere, siano soltanto il necessario completamento di una relazione che trova il proprio valore nella parte intellettuale.

Stilnovo? Estremismo cattolico? Femminismo mal interpretato? Da dove venga tutto questo denigrare la relazione fisica non sono in grado di dirlo.

Ma quando i nostri bambini iniziano ad esprimersi, camminare, gesticolare o addirittura parlare, quello che spesso ci aspetteremmo in fondo al cuore é l’inizio della sublimazione della relazione, ci aspetteremmo che si stacchi dal corpo per elevarsi a livello dell’intelletto, della comunicazione verbale e semi verbale, del gioco delle risorse.

I bambini no. Stanno attaccati con le unghie e con i denti alla relazione tattile, allo scambio di pelle, a quella potente tattilità in grado di calmare, coccolare, sostenere, acquietare, consolare. Il corpo é al centro del loro modo di amare, al centro dell’intesa faticosamente costruita con la persona che è il pernio su cui gira il loro mondo. Un amore fisico, fisicissimo. Il corpo al centro.

É possibile che qualcuno si sentirà offeso per un parallelo così fuori luogo tra l’amore romantico e l’amore genitoriale e filiale. Ma credo sia interessante collegare ogni momento della nostra vita senza assurde barriere di pensiero. Tanto più che chiunque abbia allattato in pubblico ha ricevuto almeno una volta un commento o un’occhiata di condanna che dimostra come gli ambiti di accudimento e sessualità non siano affatto socialmente distinti.

Altrettanto, è ovvio che a creare insofferenza si prodigano anche altri fattori come la stanchezza, il giudizio sociale o il bisogno di tornare ad essere solo se stesse, senza una qualche appendice già, all’uopo, deambulante. Ma ci sono varie espressioni di insofferenza. Ciascuna corrispondente ad una diversa origine prevalente.

Laddove, però, si manifesta un tipo di delusione relazionale (che di solito si esprime con la frase con cui abbiamo iniziato o simili), possiamo provare a riflettere su quanto ci ferisca essere per i nostri figli “soltanto un corpo/un seno”. E perché ci ferisca così tanto. Perché ci aspettiamo che dei piccoli mammiferi, che si sforzano tanto di comunicare con “gli altri”, si sforzino altrettanto per farlo anche con noi, ignorando la bellezza e la preziosità del nostro canale privilegiato, tattile, di comunicazione. Se qualcuno per spostarsi velocemente si impegna, in mancanza di meglio, a pedalare in salita su una vecchia bici, avrebbe senso aspettarsi o pretendere che lo faccia anche quando arriva chi di solito gli offre un passaggio in limousine?

E perché lo pretendiamo o ci aspettiamo una cosa così poco sensata? É verosimile che questa pretesa/aspettativa si fondi sul considerare la relazione intellettuale più aurea di quella fisica? É verosimile che anni e generazioni di donne cresciute senza corpo o come se il proprio corpo fosse un accessorio necessario ancorché fastidiosamente pesante, ci rendano impazienti – riguardo i grandi amori della nostra vita – di abbandonare il linguaggio della pelle per passare alla loro zona di confort relazionale che è la sfera dell’intelletto?

Perché se questo è, come credo, verosimile, ancora una volta i nostri bambini ci concedono una grande opportunità: quella di rivalutare la bellezza della relazione fisica in ogni suo aspetto, in ogni sua sfaccettatura. Aggrappate alla nostra costellazione molecolare ossitocinica, abbiamo la possibilità di rinascere più complete sotto il tocco delle mani e delle labbra dei nostri figli e delle nostre figlie, appassionati dell’amore più grande, più totale e più cristallino che mai potremmo vivere e di cui potremmo essere amate.
(Veronica)

Un grazie speciale va a Paola Mazzinghi, consulente IBCLC, per starmi vicina con la sua presenza dolce e professionale, in ogni riflessione sull’allattamento e dando il supporto a tutti i genitori a cui ho il piacere di consigliare la sua consulenza

Piccole storie ossitociniche: mamma massaggia bimba

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Entro nella casa attraversando il giardino.

C’è silenzio, profumo di gelsomini e un’arietta leggera.

Una mamma bellissima come possono esserlo solo le mamme e sorridente mi aspetta sulla soglia. La saluto con il bambolotto Milo sotto braccio: iniziamo oggi un corso di massaggio infantile solo per loro, in questa loro bella casa.
Entro: una nonna culla una bambina piccola che gorgheggia allegra.
Ci sistemiamo a terra, sul tappeto, coi piedi nudi.
Facciamo un nido per la piccola proprio sotto la grande finestra che dà sul giardino. Fa caldo e l’aria circola piacevole.
Mi chiedono se la nonna può assistere e io ovviamente rispondo di sì e la invito a mettersi comoda.
La mamma massaggia le gambine ed i piedini della sua bambina. La nonna assiste per lo più in silenzio, attenta ad ogni dettaglio. Spesso sorride.
Dopo il massaggio la mamma prende in braccio la piccola per allattarla e stende le gambe in avanti, appoggiando la schiena al divano, rilassata.
La nonna si sposta e si siede a terra davanti a lei, le prende i piedi e le fa il massaggio adattandolo bene alle dimensioni da adulto, chiedendomi conferma dei movimenti.
Infine mi guarda e dice: “per una mamma non è mai troppo tardi per massaggiare la sua bambina”. Ridiamo. E l’aria è piena d’amore.

Piccole storie ossitociniche: quando il nutrire diviene cura

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Questa piccola storia è piccola, piccola.

C’erano una volta 7 mamme.

Sembra una favola davvero, in cui tutto è dispari. Ma stavolta non ci sono streghe, regine, folletti o fatine.

Ci sono 7 mamme e 7 bambini.

Alcuni di loro già si conoscevano, altri invece si sono incontrati nello spazio segreto di una libreria di quartiere massaggiando, comunicando, coccolando, osservando i loro bambini, i segnali con cui si esprimono, i loro bisogni.

Nutrendoli, insomma, non solo di latte.

Così, settimana dopo settimana, il tempo passa ed il corso finisce. Qualcuna propone un pranzo insieme e ci si trova sedute in una piccola pizzeria.

Arrivano le pizze, qualche neonato da consolare, qualche neonato da allattare: seni generosi a disposizione e mani – almeno una – per sorreggerli.

E senza esitazioni le altre mamme, qualcuno dorme tranquillo, mani libere e gesti efficaci, prendono i piatti, chiedono un rapido consenso e poi, con cura, tagliano spicchi di pizza fumante.

Si può mangiare tutte insieme, anche con una mano sola.

Io le guardo e penso che quando si diventa genitori il nutrimento diviene cura. E la cura, se la si nutre a sua volta, può davvero trasformare il mondo in un posto migliore.

(Veronica)

Piccole storie ossitociniche. Con gli occhi del cuore.

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Mi preparo.

Registro gli step vocali al computer perché siano perfettamente nitidi. Cerco di pensare ai passaggi in cui è fondamentale guardare quello che faccio ed immagino come sostituirli con il tatto. Chiudo gli occhi e lego. Sarà una consulenza a stretto contatto.

Arrivo. Una bambina piccina, piccina dorme tranquilla in una carrozzina.

Tiro fuori la fascia.  La mamma tocca la fascia. Le faccio sentire il bordo e poi tutto il lembo, l’elasticità diagonale. Le spiego che le due parti della fascia vanno lavorate con diversa attenzione. Le sue dita leggono la stoffa con cura.  Annuisce, ha capito perfettamente ciò che a volte, spiegato a parole, risulta un po’ oscuro ai genitori.

Ho imparato già una cosa e non sono passati neppure 15 minuti. Ricordo che in formazione ci si fermava molto sul mostrare la legatura, sullo spiegare i passaggi, le caratteristiche della fascia. E il tatto? Possibile che fosse relegato solo alla relazione con il neonato? Possibile. Invece da oggi per me sarà lo strumento principe di ogni consulenza.

Inizio la legatura con lei vicino. Lei mi segue con le dita. Ha un tocco abile, delicato, accurato. Proviamo la legatura con la bambola. Ha gesti lenti e profondi, assapora ogni passaggio, ogni cambio di tensione della stoffa. La legatura viene molto bene.

La bambina si sta svegliando. Al primo respiro differente da quello profondo e regolare del sonno, la sua mamma si è messa in ascolto. Si alza e con passo sicuro va verso la carrozzina. La piccola ha appena aperto gli occhi e le mani della mamma la stanno già tirando su. Torna, stavolta con il passo più cauto e attento e si siede. Appoggia la sua bambina sulle ginocchia, il piede ben appoggiato a terra. Le parla con le parole di ogni mamma, ma nel frattempo le tocca il viso. Le dita si muovono sicure e attente a registrare ogni informazione. Tira fuori il seno e posiziona la sua bambina proprio all’altezza giusta, poi toglie le dita dal viso di lei.

Io penso, dentro di me, che ogni essere umano meriterebbe di essere toccato in quel modo. Non ho mai conosciuto nessuno che sapesse usare le dita con quella stessa cura, quella stessa solennità e attenzione.

La bambina poppa vorace e soddisfatta, non ha pianto un secondo da quando sono qui. Lei solleva il viso.

É molto doloroso non poterla vedere. 

Sì, immagino. 

Faccio una pausa. Forse dovrei solo accogliere quel dolore e quella dolcezza e tacere. Mi ricordo “Siate ciotole. Il vostro compito è accogliere”.

Però no. Perché queste due donne hanno una forza grande ed un grande potere e forse non lo sanno. Rischio.

Ti muovi molto sicura, sei bravissima. Sia in casa che con lei.

Oh in casa è facile, basta non cambiare posto alle cose. Mi piace fare da sola, essere autonoma. 

Sai tu sei proprio la dimostrazione che senza vista si può vivere. Anche senza udito, sai? L’unico senso senza cui proprio non si può è il tatto. Senza il tatto non sentiremmo l’eccesso di caldo o di freddo, né il dolore. Ed il tatto ha un potere incredibile: quello di parlare agli esseri viventi in un modo così profondo come nessuna lingua al mondo riesce. Tu tocchi la tua bambina con una delicatezza, una sicurezza e una competenza che sono davvero rare. Questo le stai trasmettendo che la sua mamma è con lei, che è sicura, che ogni centimetro del suo essere è importante ed è in grado di comunicare cose grandi. Tu parli la sua lingua, il linguaggio della pelle. E non esiste dono più grande della profonda comprensione. 

Sorride. Il dolore ha lasciato spazio alla dolcezza e alla speranza e mescolati insieme adesso riempiono la stanza di una leggera malinconia.

Spero che sia vero. Grazie.

Ricominciamo. Bordi, lembi, spollicio-pinzo. La piccina ora dorme di nuovo. Però sul cuore della sua mamma. Lei respira.

Così posso tenermi da entrambi i lati mentre salgo le scale. Avevo tanta paura di inciampare o che mi potesse scivolare. Che meraviglia.

Faccio una foto da mandare al babbo. Lei prende il bastone bianco.

Per essere in sicurezza lo devo tenere così, davanti al petto. Con lei in braccio era impossibile. Ora posso fare di nuovo da sola.

Sorrido. Non mi vede ma so che lo sente, so che respira la mia grande emozione come io respiro la sua. Penso a quanta passione metto nel raccontare ai futuri genitori il grado di indipendenza che può dare il babywearing. Eppure, che possa farlo a questo livello lo scopro adesso. A volte una fascia non facilita soltanto la vita quotidiana, la permette.

(Veronica)

 

Piccole storie ossitociniche. Una mamma, un papà, una bimba.

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Una coppia che si ama, con tra le braccia il loro desiderato primo figlio, nato meno di due mesi fa,  la riconosci bene.

Hanno gli occhi sbarrati, un po’ cerchiati, straboccanti d’amore e di incertezza. Traspirano una lieve insicurezza costruita intorno a loro dalle aspettative sociali, dai giudizi e dai consigli non richiesti. E una grande, una grande dolcezza, un prendersi cura sottile e costante, inossidabile.

Cerco di entrare in punta di piedi, di parlare piano. Di comunicare loro in qualche modo che possono essere quello che vogliono, quello che sono. Che un pianto non richiede per forza un’analisi o un giudizio e che le incessanti richieste da parte di quel minuscolo essere umano sono naturali, normali, belle e potenti perché ne garantiscono la sopravvivenza e la crescita sana e felice. Come si comunicano tutte queste cose? Servono tanti spazi di silenzio, dove gli animi si incontrano e fanno da soli, senza tanti fronzoli, la loro conoscenza.

Eccoli qui, davanti a me.

Un bellissimo, piccolo corso di babywearing pancia a pancia.

Il papà si programma per provare la legatura con la mia fida Giulia, la bambola didattica. Ops…qualcosa è andato storto e tra le sue braccia c’è la sua bambina, in carne, ossa e pianto.

Babbo non preoccuparti della stoffa e nemmeno di quel che pensa mamma o le altre donne o io. Siete tu e lei, accucciata sul tuo petto. Fai due passi, parla con lei. Va tutto bene, lo sai fare.

Certo che lo sai fare, sei il suo papà. Il suo grande, meraviglioso papà. E mamma è bravissima che lo sa e si affida anche lei, da lontano, a quelle tue braccia così amorevoli. Così si calma. Piano, piano.

Papà e mamma sorridono e solo adesso sistemiamo la stoffa a regola d’arte.

Proviamo ancora: un’altra fascia, un’altra legatura. Adesso la piccola si addormenta sul petto di mamma.

Avete imparato bene, sono sicura. Ma ci sarò, se vorrete, anche a distanza, ogni volta che qualcosa vi farà sorgere un dubbio.

Ci salutiamo dopo due ore insieme.

Grazie

Sorrido.

Non c’è di che, avete fatto voi…è una cosa vostra

Sorride.

No, grazie perché è molto bello quello che fai, quello che dici, come lo dici è importante

Sorrido.

Non voleva nemmeno venire, lui, era tutto sospettoso!

Sorride, con aria soddisfatta.

É vero non mi ispirava per nulla, ho fatto solo per accompagnarla, perché le hanno regalato questo corso e lei ci teneva. Invece è bello. Ho fatto anche io…insomma ho legato anche io, quanto ti devo?

Forse adesso dovrei stare seria perché la faccenda è importante. Ma l’ossitocina, quando vuole,  ti stiracchia ostinata gli angoli della bocca

Niente, no…i papà non sono appendici. Va bene così. Siete una famiglia. Anzi! ce ne fossero papà a tutti i corsi!

Raccoglie le cose, disvia lo sguardo giusto un attimo.

Bello. Ormai ci siamo abituati che non ci considerano mai. Ogni tanto fa bene qualcosa di diverso.

Ride, ridono. Nel viso beato le risate soffuse si riversano, creano legami tra i neuroni, impregnano d’amore trama e ordito. Un tutt’uno, una famiglia.

(Veronica)

Piccole storie ossitociniche.

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Nella mia vita professionale incontro famiglie di ogni tipo. Qualsiasi sia la loro storia o la storia della loro famiglia, ciascuna di loro ha in serbo qualcosa di speciale da insegnarmi o da regalarmi.

In nome dell’ossitocina, sempre.

Ma quanto bisogno c’è di ossitocina, di amore, di ascolto?

Farò la mia parte cercando, ogni tanto, magari ogni sabato (sarebbe bellissimo!) di raccontarvene qualche spezzone. Ne ripescherò piano, piano anche qualcuna dal passato. Senza far nomi né dare indicazioni sui luoghi perché la grande bellezza di ogni storia è lo spazio che lascia per diventare altre mille storie simili a sé.

Avranno tutte questo titolo e questa immagine.

Con la speranza di regalarvi momenti di grande bellezza, di tanta ossitocina in piccole storie verissime.

(Veronica)

Babywearing…e se iniziassimo dalla pancia?

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Da anni propongo ai genitori un incontro prima della nascita a tema “portare i bambini fin da dentro la pancia“. Negli anni questo incontro si è trasformato, aggiornandosi in funzione dei nuovi percorsi formativi e dell’osservazione costante dei bisogni sempre diversi dei genitori.

…Ed è diventato il mio corso del cuore, quello che per me apre la strada alla condivisione con la C maiuscola.

Ma come funziona?

Il corso è rivolto a genitori in attesa al 7-8 mese di gravidanza. Lo propongo – ogni volta che è possibile – come un incontro di coppia dove per coppia non si intende necessariamente il secondo genitore ma la persona, se c’è, che sarà più vicina alla mamma e al suo bambino.

Che benefici può portare partecipare in coppia?
1) Dal punto di vista pratico e fisico la mamma con la pancia, pur provando la legatura con l’apposita bambola didattica (di dimensioni molto inferiori a quella standard per non gravare sul pancione ed essere maneggiabile nonostante…l’ostacolo logistico) otterrà  comunque un risultato non verosimile. Mentre il papà o chi accompagna la mamma ha la possibilità fisica di provare una legatura molto vicina alla realtà, di studiarla e di concentrarsi sulle sensazioni fisiche ed emotive che porta il legare anche solo…simulando!13641035_1021735701267331_4824063932312759074_o
2) Dal punto di vista emotivo: la mamma che deve affrontare il parto ed i primi giorni spesso complessi ha la possibilità di non sentirsi unicamente responsabile anche della tecnica della fascia. D’altro canto il papà è spesso lasciato ai margini dell’attesa e vive quotidianamente la difficoltà nel comprendere il proprio ruolo pratico in modo precoce alla nascita. Insomma per come viene (non) accolto o (non) considerato un papà in attesa, sembrerebbe che non sia ancora davvero papà e che possa esserlo solo dopo la nascita del suo bambino. Ma ogni papà sa che non è così, che come la mamma è già genitore fin dal momento in cui ha davvero desiderato quel bambino.13640824_1021769914597243_362673578044889345_o
3) Ed è così che siamo arrivati al punto di vista relazionale: si inizia a costruire un ruolo per l’altra persona. Il papà, l’altro genitore (o comunque il secondo care giver) si fa “custode” della tecnica, starà a lui/lei conservarla e ricordarla per metterla in pratica dopo la nascita. Non ci sono ormoni, esperienze emotive forti di rinascita fisica a mettersi in mezzo tra lui/lei e la tecnica di legatura: sarà il suo tesoro prezioso da portare in dono al suo bambino. Un tesoro che è pieno di cura ed è veicolo di costruzione di una relazione tattile precoce e solida.13568760_1021727591268142_7063904002942563884_o

La legatura del pancione e la legatura pancia a pancia con la bambola didattica consentono ai genitori di prendere  dimestichezza con la stoffa. Le legature proposte hanno quasi tutti i passaggi in comune. Laddove possibile, privilegio queste due legature in coppia (che in verità sono una l’adattamento dell’altra) per rassicurare la madre che il tempo che manca al parto può funzionare da “allenamento” senza sovraccaricare di tensioni la pancia. Spesso le mamme ne traggono sollievo, specie quelle che pensano di essere “imbranate” con la stoffa: allenano lo “spollicio pinzo“, il controllo dei bordi, il drappeggio della stoffa e ci prendono mano;

La fascia, tra le dita dei genitori,  prende vita, si impregna di amorevolezza e del loro odore. La mamma ha la possibilità di avvolgere il pancione pensando a quando porterà il bambino e quindi attiva tutta una serie di emozioni di cura che fanno bene a tutti, specie ad entrare in contatto con il bambino. Il papà o l’altro genitore avrà tra le braccia una bambola che può aiutare a concretizzare la sua immaginazione: il peso della bambola segna la pelle e scende giù fino al cuore, dove è ancora nascosta la fantasia sul suo bambino in arrivo e le dà corpo e forma.16903204_1218630828244483_5258973521904914347_o 2

Mentre i genitori sono a lavoro, tra loro si crea una specie di complicità nella “coppia”: fanno la stessa cosa in modi e tempi diversi e questo è un po’ lo specchio del loro prossimo futuro. 13559080_1021729411267960_62057097284554689_o

Infine il momento più buffo, signore e signori…il Rebozo!

Il Rebozo è un telo messicano con cui si pratica un massaggio rilassante non invasivo. A fine incontro, quando le mamme pancione sono piuttosto stanche, propongo ai papà o all’altro genitore qualche tecnica da tenere in serbo per ogni momento in cui ne sentiranno il bisogno. Non è ovviamente un massaggio completo, ma ha i suoi benefici e soprattutto è un ottimo strumento per far “giocare” la “coppia” . Funziona particolarmente con le coppie di genitori, com’è ovvio, ma ho visto anche diverse coppie mamma e figlia divertirsi molto.13585033_1021730241267877_8708691334531154876_o

Amo questo momento perché spesso il clima che circonda la coppia è terribilmente pesante e “prestazionistico”. Un po’ di “educazione al fanciullino” non guasta affatto. E, si sa, le risate sprigionano gli ormoni buoni, serotonina e ossitocina così importanti prima, dopo e durante la nascita.13613401_1021736961267205_2214605975961920208_o

Insomma, un incontro buffo e pieno d’amore, che non scorda la tecnica e non lascia fuori nessuno.

Benvenute, famiglie.

(Veronica)

Attenzione: la fascia non schiaccia i muscoli addominali e “sostiene” semplicemente dando un’indicazione posturale di apertura delle spalle e del riassetto della schiena. Quindi assolutamente la fascia non può essere comparata alla pancera. Un pochino più approfonditamente ne parlo qui.

E se arriva l’anaconda?

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La domanda più ricorrente che si pongono le mamme i papà ed i familiari o amici che li circondano è senza dubbio “ma perché questo bambino non sta da nessuna parte? Appena lo metto giù, piange!”

E proprio da questa domanda hanno origine i commenti ed i consigli che ognuno si sente in dovere di dare:

  • È colpa tua, lo hai viziato
  • È furbetto, ti comanda di già
  • Mettilo giù, vedrai che si abitua
  • Mica ti puoi far schiavizzare da un neonato

E poi i meno “dannosi” ma pur sempre notevoli a livello di stress:

  • Ha fame
  • Ha le coliche
  • Ha freddo/caldo

Che fanno sentire i genitori spaesati, come se tutti sapessero interpretare meglio di loro i bisogni del loro cucciolo.

A questo aggiungiamo la stanchezza che tutti i genitori vivono nei primi mesi da genitori. E aggiungiamo, infine, last but not least, i doveri sociali e familiari che pretendono che i neo genitori lavorino, tengano la casa in ordine, abbiano una vita sociale e che i bambini sorridano, facciano versetti, mangino e ingrassino e dormano tranquillamente nei loro lettini/cullette/carrozzine/passeggini senza mettere in crisi gli adulti che li circondano.

Tutto questo rende spesso molto sofferente l’esperienza dei primi mesi di vita di un neonato, specie se si tratta di un neonato “ad alto bisogno”.

Chi sono i neonati ad alto bisogno?

Sono i piccoli che dormono solo attaccati al genitore, che stanno fissi al seno, che spesso piangono molto, che vanno “in crisi” dopo un qualsiasi eccesso di stimoli, che sono molto sensibili a livello tattile.

Sono neonati spesso definiti “faticosi”. E davvero lo sono, se si inserisce l’esperienza di far loro da genitori in un contesto come quello di cui parlavamo qualche riga più su.

E allora che si fa?

Una possibilità per “ricaricare le pile” almeno emotivamente è pensare a noi genitori e figli come quello che siamo: mammiferi

L’uomo, come mammifero, è un “portato attivo” ovvero nasce con competenze utili all’essere trasportato dai genitori o dagli adulti del branco.

Il riflesso di prensione serve per aggrapparsi

Il riflesso di Moro per cercare di recuperare l’adulto che improvvisamente il cucciolo si accorge di aver “perso”

La cifosi fisiologica della schiena per adagiarsi su una superficie non piana come il corpo di un adulto

La divaricazione delle gambe e le gambette a semicerchio sono la presa migliore per aderire al corpo in movimento dell’adulto.

Tutto questo perché il cucciolo d’uomo è un prematuro fisiologico, ovvero nasce (anche se a termine) ancora incapace di tante funzioni come, ad esempio, quella di muoversi in modo autonomo.

Nel nostro codice biologico non ci sono città e palazzi che sono molto recenti rispetto alla storia dell’umanità. Nel nostro codice biologico c’è la catena alimentare con prede e predatori. Un cucciolo d’uomo che, come dicevamo e come tutti sanno, non sa muoversi in modo autonomo sarebbe preda facile in natura ed il suo istinto di sopravvivenza gli dice che per non essere mangiato dall’anaconda (o dal falco o scegli tu il predatore più carino ) deve stare addosso ad un adulto in grado di muoversi.

I cuccioli più sensibili alla mancanza dell’adulto di riferimento, oggi chiamati “ad alto bisogno” sono semplicemente i cuccioli che in Natura sopravviverebbero più facilmente. Potremmo quindi chiamarli “ad alto indice di sopravvivenza” che forse già suona meno “patologico/problematico”.

Detto ciò, possiamo aggiungere che (per fortuna!) noi esseri umani abbiamo aggirato la selezione naturale e che oggigiorno i bambini che in natura si salverebbero e proseguirebbero la specie per la loro grande sensibilità sono sempre meno e perciò ci sembrano “strani”. Ma in ogni caso, la gran parte dei neonati – che siano o meno “ad alto indice di sopravvivenza” richiede il contatto, non per chissà quale strategia di seduzione o per chissà quali possibili errori pedagogico-educativi dei genitori ma per il semplice fatto che sanno che, se arriva l’anaconda, se li mangia in un boccone.

Non resta che aspettare con calma e pazienza che finisca l’eso-gestazione e che i cuccioli imparino e consolidino la loro capacità motoria autonoma, magari pensando che, ogni volta che assecondiamo la loro richiesta di essere tenuti addosso comunichiamo loro che ci stiamo prendendo cura, che non c’è anaconda che tenga davanti al nostro amore per loro. Ne faremo adulti sicuri e disposti a loro volta a proteggere ed ascoltare i bisogni e le aspettative biologiche dei loro simili, siano essi piccoli o grandi.

Per conciliare almeno un po’ le grandi richieste dei nostri ritmi di vita e sociali possiamo provare l’esperienza del babywearing e sostituire con una fascia colorata l’utilissimo mantello peloso di mamma e papà scimmia, a cui i cuccioli potevano aggrapparsi. E arrivare a dare disponibilità finché possiamo, finché riusciamo. Un cucciolo ascoltato è un cucciolo che ascolta.

In bocca al lupo (ed è proprio i caso di dirlo stavolta! )

(Veronica)

 

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