Portare per (il suo) bene – Babywearing e postura dei neonati

Quando si parla di babywearing si parla (o si dovrebbe parlare) anche di salute, sia del portato che del portatore.

Ci sono pochissimi studi, purtroppo, sul babywearing in sé, per disinteresse, perché  l’argomento si sta facendo spazio nel modo di accudimento collettivo solo più di recente  o per infattibilità etica, ma, per fortuna, abbiamo come riferimento gli studi posturali sul neonato. Ultimamente leggo con un po’ di apprensione una deriva verso il “è tutto naturale, basta stare addosso”.

Pur sapendo perfettamente il valore del contatto per un bambino, credo che sia importante non sottovalutarne la corretta postura per favorire ed accompagnare un altrettanto corretto sviluppo.  In particolar modo se si tratta di neonati entro i primi 3-4 mesi o, a maggior ragione, di neonati pretermine o con bisogni speciali.

Questo articolo è stato scritto in collaborazione e con la revisione di Barbara Vanoli – Osteopata specializzata in osteopatia pediatrica (tanto da far parte dell’equipe dell’ospedale Pediatrico Meyer), di Francesca Gheduzzi, Fisioterapista pediatrica e docente di Massaggio Infantile dell’AIMI e dell’approccio Bobath EBTA e di Elia Carbone, infermiere pediatrico in neonatologia all’Ospedale di Prato ed insegnante di Massaggio Infantile AIMI, che ringrazio infinitamente per il confronto, per la disponibilità e per le integrazioni tecniche.

Posizione generale

La posizione più consona in fascia (ed adatta a tutti ed in tutte le occasioni) è quella verticale. È l’unica posizione che consente al bambino di mantenere una buona cifosi della colonna vertebrale (che nei primissimi mesi è fisiologica in quanto ancora la curva cifotica è l’unica), una corretta divaricazione delle anche e il sostegno della schiena e del torace cosicchè il bambino non “si accartocci” su se stesso e che quindi mantenga libere ed espanse le vie respiratorie, in accordo con le più recenti indicazioni di prevenzione della SIDS (Sudden Infant Death Sindrome o Morte in culla) emanate nel 2016.

Schiena

La schiena deve essere mantenuta in asse, ovvero il bambino non deve “pendere” verso uno dei due lati, la “C” della colonna vertebrale deve essere nitida ma non eccessivamente chiusa perché, se lo è, significa che la schiena non è sufficientemente sostenuta e che, troppo raccolto su se stesso, il bambino avrà difficoltà a respirare liberamente. Un buon elemento di controllo è la posizione della testa che deve essere appoggiata di lato sul petto del portatore con il nasino che  punti in diagonale verso l’alto. Con il passare dei mesi ed il raggiungimento degli step di maturazione della colonna vertebrale (la capacità di tenere bene la testa, il raggiungimento della posizione seduta, il gattonamento ed infine la posizione eretta) è necessario cambiare la posizione finale del bambino in fascia per assecondare il naturale sviluppo dell’apparato muscolo scheletrico e delle competenze motorie.

Collo e testa

Il collo deve essere ben sostenuto in modo da consentire alla testa una posizione corretta ma non costretta. Questo si ottiene con la tensione ed il posizionamento corretto della stoffa, non con “stratagemmi” di compensazione.

Ad esempio, nella legatura FWCC (Front Wrap Cross Carry), l’imbottitura del bordo che sostiene il collo può essere utile per ammortizzare il contatto della stoffa con la pelle del bambino, qualora sia particolarmente sensibile, o, in caso di ipotonia più o meno

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La testa viene sorretta dalla tensione della stoffa

accentuata del bambino, per contenere e sostenere maggiormente la posizione corretta. Ma in alcun modo può né deve sostituire o compensare una corretta tensione del tessuto, che è in grado di sostenere da solo, in modo fermo ed efficace, la posizione corretta.

La parte posteriore della testolina, specie durante la veglia, non deve essere costretta dalla stoffa perché questo andrebbe ad inibire l’estroflessione naturale del collo, utile per un corretto attacco al seno e per iniziare il processo di sviluppo della muscolatura dorsale. È invece opportuno offrire un eccellente sostegno del collo ed eventualmente contenere la testa con uno dei due lembi  durante il sonno, avendo cura che non vada a costringerla.

Per quanto riguarda i bambini ipertonici, il collo è un elemento fondamentale di “sblocco” della posizione tipica dello schema estensorio e di controllo della disorganizzazione motoria. Quindi si cercheranno legature e tipologie di supporti in grado di ridurre la spinta centrifuga e contro-cifotica tipica dell’ipertonia, attraverso un sostegno saldo e sicuro della nuca.

Braccia e gambe 

Le braccia devono rimanere flesse, ai lati del torace, con le mani posizionate vicino al viso. 

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Le manine stanno bene vicino al viso

Una tale posizione, raccolta sull’asse mediano, consente al bambino di gestire al meglio il proprio schema motorio e di ridurre la disorganizzazione motoria. In questa posizione, il neonato è in grado di esercitare consapevolmente la propria muscolatura ed il proprio schema di movimento. La stessa modalità di posizionamento è molto utile anche per i bambini di basso peso alla nascita o nati pretermine. Questi bambini hanno spesso difficoltà ad autoregolare la propria motricità ed i propri stati comportamentali.  In questa corretta posizione e nel suo approccio contenitivo e facilitante della motricità, ottengono invece dei buoni risultati in termini di regolazione autonomica e di co-regolazione offerta dal corpo del genitore, ovvero l’opportunità che il genitore fornisce al proprio bambino di potersi stabilizzare, di avere movimenti armonici e di passare da uno stato comportamentale all’altro riducendo i segnali di stress e favorendo quelli di benessere

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Le ginocchia sono appena più aperte dell’ampiezza delle spalle

Le gambe devono essere mantenute nella divaricazione fisiologica. Per divaricazione fisiologica non si intende la massima divaricazione raggiungibile dalle gambette del neonato in modo autonomo ma una divaricazione che porti le ginocchia ad una distanza poco più ampia dell’ampiezza delle spalle. Ovvero la posizione che anche da adulti assumiamo quando ci accovacciamo.

Questo è essenziale, come dicevamo per le braccia, per garantire il controllo dello schema motorio con l’allineamento sulla linea mediana e la possibilità di incontrarsi per manine e piedini (che è la base della cura posturale del neonato e soprattutto del neonato pretermine o con bisogni speciali).
La posizione raccolta offre una buona resistenza alla forza di gravità garantendo una posizione attiva, la facilità respiratoria e la stabilizzazione dei parametri vitali, oltre un buono sviluppo psico-motorio.

In posizione prona (come ad esempio sul petto di un genitore sdraiato o adagiato) i neonati tendono ad aprirsi in modo eccessivo. Specie con i bambini prematuri e con i bambini pretermine è necessario contrastare l’extra-rotazione dei cingoli che comporta il rischio di disorganizzazione motoria e di una posizione del corpo non attiva e quindi non funzionale al corretto sviluppo.

 

Teniamo sempre presente anche che il corpo in posizione prona non subisce lo stesso tipo di sollecitazione gravitazionale di un corpo in posizione verticale: chi fa cura posturale dei neonati, specie dei neonati pretermine, infatti, sconsiglia il prolungarsi nel tempo della posizione verticale. Le controindicazioni di questa posizione fanno capo giustamente all’influenza della forza di gravità sul corpo del bambino. In fascia, la forza è contrastata in parte dalla tensione e dal sostegno del tessuto ma è assolutamente necessario sistemare i bambini in modo che il loro schema motorio risponda attivamente alla sollecitazione non ammortizzata dalla fascia (anche questo, in accordo con le più recenti indicazioni di prevenzione della SIDS emanate nel 2016).

Il babywearing può essere uno strumento prezioso per più motivi: il contatto nutre e stabilizza, il movimento passivo che il corpo del bambino fa sfruttando la mobilità muscolare del portatore facilita lo sviluppo muscolare e motorio del bambino, il ritmo respiratorio del portatore induce regolarità in quello del portato e la capacità di termoregolazione dell’adulto va a coinvolgere anche il neonato. Il sostegno della stoffa permette di mantenere le competenze da “portati attivi” dei neonati come ad esempio la capacità di aggrapparsi o di gestire il proprio corpo in modo costruttivo senza essere penalizzati troppo dalla forza di gravità.

La posizione, quando corretta, previene vizi posturali o piccole e medie patologie legate alla postura (displasia evolutiva, plagiocefalia, squilibrio tra destra e sinistra etc).

In particolare, studiosi di etologia come Wulf Schiefenhövel  ed Evelin Kirkilionis, hanno soffermato la loro attenzione, sulla correlazione esistente tra salute dello sviluppo osteo-articolare e il portare in fascia.

Schiefenhövel  parla del beneficio offerto dalla pressione della testa del femore nella cavità acetabolare durante il portare, che andrebbe a favorirne la maturazione.

Beneficio che grazie al continuo movimento favorirebbe il ritmo di crescita ossea.

La Kirkilionis ha descritto invece nei suoi studi come i bambini portati sul fianco, con appoggio sul bacino dei propri genitori, tendono ad assumere  spontaneamente il fisiologico angolo di apertura delle anche, cioè quello migliore nella displasia congenita dell’anca. Si è visto inoltre, che bambini con displasia portati regolarmente dimostrano meno problemi con l’innalzamento dorsale del bacino, rispetto ai bambini che sono trattati solo il divaricatore.

Non possiamo, però, dimenticare che qualsiasi supporto o modo di portare per più corretto, naturale e spontaneo che sia, deve essere curato in funzione del neonato e delle sue caratteristiche fisiche, psichiche e relazionali peculiari.

Quindi portare in fascia assolutamente si, ma con criterio. Non si deve improvvisare e laddove ci fossero dei dubbi è sempre meglio rivolgersi ad un consulente formato e preparato.

Come sempre, è il modo che può fare la differenza dell’oggetto.

(Veronica)

 

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Piccole storie ossitociniche: ma è vero il linguaggio della pelle?

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Due storie a distanza di 4 anni. Un bimbo e una bimba. Il massaggio infantile.

C’era una volta un piccolo gruppo di mamme, ciascuna con il suo bambino. Frequentavano un corso di massaggio e erano diventate molto affiatate.

All’ultimo incontro venne un papà. Si vedeva che si sentiva a disagio: aveva percepito questa grande coesione e si sentiva fuori luogo. Ma, coraggiosamente, stava lì.

Mamma si sedette e iniziò a massaggiare bimbo. Babbo le stava accanto e li guardava con amore.

Gambine. Bimbo iniziò a lamentarsi e a sorridere a babbo: “Voglio proprio che mi massaggi tu”, sembrava dicesse…certo era proprio un’occasione da non perdere il babbo lì con loro!

Mi permisi di accennare un suggerimento.

Mamma sorridendo fece sì con la testa e cedette il posto. Babbo, un po’ imbarazzato ma felice, massaggiava le gambe. Lui e bimbo si guardavano, bimbo gorgogliava e rideva.

Arrivò il momento della pancia e poi sarebbe stato il turno del torace. Eravamo all’ultimo incontro e bimbo già lo sapeva. Ma le emozioni di babbo erano un po’ troppe per sopportarle con la pancia e con il torace, e bimbo iniziò a lamentarsi e a guardare di nuovo mamma.

Ancora un accenno di suggerimento, ma già stavolta c’era meno bisogno.

Così si scambiarono di nuovo. E bimbo si godette tutto il massaggio.

C’era una volta un piccolo gruppo di mamme, ciascuna con il suo bambino. Frequentavano un corso di massaggio e due di loro erano sempre accanto: le loro bimbe erano cugine!

All’ultimo incontro bimba si lasciava massaggiare con piacere. Com’era diversa dalla prima volta che aveva pianto tanto”

Mamma, contenta e rilassata, mentre massaggiava scambiava qualche parola con la zia di bimba.

Bimba iniziò a lamentarsi, mentre le mani di mamma scorrevano su di lei: “Ehi, mamma, stai parlando con me, non cambiare discorso, lascia fare la zia!”

Mi permisi di accennare un suggerimento.

Mamma sorridendo fece sì con la testa e, interrompendo la conversazione, tornò a concentrarsi su bimba.

Lei e bimba si guardavano, bimba gorgogliava e rideva.

Quando si dice che i bambini parlano a perfezione il linguaggio della pelle e che se, attraverso il massaggio, iniziamo a parlarlo anche noi, poi ci si capisce alla perfezione, si dice solo la verità.

Una verità che stupisce, tanto da non sembrare vera.

Eppure lo è, in tutta la sua forza e la sua bellezza.

(Veronica)

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Venite e…portate anche i nonni!

É la mia frase tipica quando invito i futuri o i neo-genitori agli incontri informativi sul babywearing o sul massaggio infantile.

Normalmente assisto a sogghigni o ad espressioni sconsolate. Qualche volta addirittura ad evidenti segnali di fastidio. E le motivazioni sono sempre le stesse:

“Eh sie…tanto hanno poco da criticare!”

“Figurati, loro sono proprio all’opposto di queste cose!”

Eccetera, eccetera…

È successo anche qualche tempo fa, durante un incontro. Allora, mi concessi un pochino di tempo per esporre le ragioni del mio invito e da allora, alcune tra quelle mamme continuano a chiedermi di scrivere le cose che dissi, perché possono servire.
Ed ecco qua, con la mia solita calma, a dar loro ascolto.

Chi sono i nonni di oggi?

In buona parte, sono genitori di ieri, forzati da pregiudizi culturali ed indicazioni mediche dettate da opinioni soggettive a crescere i propri figli con il criterio dell’indipendenza precoce.

I bambini nati e cresciuti negli anni ’80 e ’90 – i genitori di oggi – sono bambini poco allattati al seno, poco tenuti in braccio, mantenuti distanti nel sonno (spesso con i metodi dell’estinzione graduale del pianto, oggi ufficialmente ritrattati), massaggiati poco e raramente.

I loro genitori li hanno cresciuti così convinti di fare il loro bene. A volte in modo per loro naturale, perpetrando modelli pedagogici e di accudimento di tradizione familiare, a volte rinunciando con dolore, per ciò che credevano essere il benessere e la crescita equilibrata dei figli, al loro istinto, alla voglia di star loro vicino, di tenerli vicini. 

E gli anni son passati, ed i figli si son fatti grandi, onesti, capaci di andare con le proprie gambe: hanno fatto un buon lavoro, come genitori, va tutto bene.

Finché i figli non diventano genitori.

E magari genitori che scelgono di tirar su i figli “a contatto”, come Natura comanda.

Ed è a queso punto che si crea spesso una voragine tra le generazioni e, peggio ancora, tra gli affetti.

Perché i genitori, per intraprendere il percorso che hanno scelto, si sono informati tanto e tanto faticano ad attuarlo perché tutti sappiamo quanto sia difficile dare ciò che non si è avuto, che non si è mai conosciuto.

Ed in questa fatica, si aspettano il sostegno dei familiari. 

Sostegno che, invece, viene soffocato dalle critiche.

D’altra parte, loro, i nonni si trovano improvvisamente davanti a posizioni, informazioni, dati scientifici che comunicano loro soltanto qualcosa di terribilmente doloroso: hai perso un’occasione. 

Uscite dalle labbra dei figli, queste nuove informazioni arrivano con un carico – spesso nemmeno voluto – di sensi di colpa, di giudizi. Diventano: con me hai sbagliato, mi hai fatto mancare cose importanti.

Con questi fardelli emotivi la deriva della relazione è quasi una conseguenza naturale.

Però ci sono situazioni in cui le stesse informazioni pesano meno.

E sono gli incontri tenuti da operatori. 

L’operatore è qualcuno di estraneo alla famiglia, che non ne conosce la storia e che quindi pesa emotivamente meno di un figlio che quella relazione ha vissuto da protagonista.

Un buon operatore sa che parla per informare e non per giudicare.

Un buon operatore sa “annusare” la tensione emotiva in sala e sa offrire una via d’uscita alla malinconia, al dolore di non aver accudito i propri figli. Sono vie d’uscita piccole ma esistono. Accudire la madre, far da madre alla madre, come dicono le doule. Si può fare, si può imparare. Si può sciogliersi d’amore a qualsiasi età.

11193415_801293476644889_8966154535350216837_nPartite per tempo, coinvolgete i nonni nelle scelte di accudimento e nelle scelte pedagogiche, fate filtrare l’emozione attraverso le parole più distanti di qualcuno che è lì proprio per informare, sostenere, incoraggiare, offrire vie d’uscita. E poi, chissà, magari potrete provare a ricostruire quello che è rimasto incompleto. 

In ogni caso, ne guadagnerete tutti in benessere, armonia, amore, possibilità di recupero.

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Attaccamento morboso

Spesso si sente definire l’attaccamento tra genitori e figli (e più ancora quello tra le mamme e i loro figli) “morboso”.

Considerando la possibilità che ci siano relazioni non sane, vorrei soffermarmi sul significato della parola e sulla norma biologica dell’essere umano.

Il mammifero uomo è un prematuro fisiologico. Questo significa che, anche nascendo a termine, un cucciolo d’uomo ha bisogno di un certo tempo perché le sue funzioni neurologiche e fisiologiche si stabilizzino.

Nei primi 1000 giorni di vita il cervello di un essere umano cresce circa 1gr al giorno. Il contatto positivo, le sensazioni piacevoli favoriscono il crearsi dei collegamenti sinaptici.

Un cucciolo d’uomo nasce con tante competenze ma tante deve crearsele. In primis deve acquisire le capacità di muoversi in modo autonomo per il mondo, deve stabilizzare il proprio sonno, deve preparare il proprio sistema digerente ed intestinale per i cibi solidi e così via.

Oggi OMS ci dice che l’allattamento al seno, quando possibile, è da preferire a qualsiasi altro alimento sul piano nutritivo ma SOPRATTUTTO sul piano relazionale è da protrarsi finché la diade ne sente il bisogno, anche oltre i due anni, perché oltre a portare benefici al corpo, crea una relazione solida e una comunicazione efficace.

Lo stesso si dica delle coccole, degli abbracci, dei massaggi, delle carezze e dei baci: l’essere umano ha bisogno di stimolazioni sensoriali e affettive per crescere sano e sicuro.

Quindi le relazioni affettuose – anche e soprattutto fisiche – tra genitori e figli sono sane, non malate. Oltre stimolare la crescita sana a livello muscolare, neurologico e relazionale dei bambini, insegnano loro a riconoscere il tocco buono, rispettoso, amorevole di chi li ama e a distinguerlo, appunto, dalla morbosità reale. A loro volta, imparano ad amare e a rapportarsi fisicamente agli altri in modo rispettoso e amorevole.

Quindi non confondiamo le cose e lasciamo la patologia ai campi in cui effettivamente ci sono delle disfunzioni relazionali grosse (che invece, specie nel mondo adulto, oggigiorno sembrano essere la norma). La prossima volta che incontrerete un genitore che sta accudendo suo figlio, sorridete loro. Anche se per la vostra visione quel bambino fosse “troppo grande” per essere portato addosso, allattato, massaggiato.

Riserviamo la nostra capacità di dissenso per le reali morbosità: forse nella nostra società ci saranno meno violenze.

morbóso agg. [dal lat. morbosus]. – 1. Nel linguaggio medico, che è proprio di un morbo, o che ad esso si riferisce, o, più genericam., che ha significato patologico: stato m.; condizioni m.; sintomi m.; sintomatologia m.; anche, che apporta un morbo, una malattia: causa m.; agenti morbosi. 2. In senso fig., di sentimento, che, nel suo manifestarsi, denota eccessività rispetto alla norma, e quindi mancanza di misura e di equilibrio; per estens., opprimente, ossessivo

Invece, queste, sono immagini d’amore sano, sanissimo, prezioso.

Non confondiamo le cose.

(Veronica)

Famiglie

51623718_2086369258109452_8416942272913866752_oCi siamo seduti sui tappeti. 

I bambini giocano, poppano, dormono. Si percepisce un po’ di imbarazzo…da dove cominciamo? Non siamo molto abituati a parlare con gli sconosciuti, nella nostra grande, profonda abitudine alla diffidenza.

Però stavolta abbiamo un asso nella manica, e sono le nostre stoffe.

Strano pensare che non sia bastato essere genitori per sentirsi accomunati da qualcosa di prezioso. Nè i nostri bambini. Strano sentirmi sicura che la stoffa ce la possa fare. 

Ed infatti, come sempre mi piace dire, iniziamo a stringere i nostri nodi d’amore.

Ridete delle mie bambole didattiche, pesano come bambini veri, che follia…

Poi ti alzi e prendi il tuo telo. Me lo leghi sulla schiena. E dici

“Ecco, già fatto” con l’espressione di chi trova strano che a qualcuno possa interessare.

Poi tocca a me. Strano questo telo lunghissimo, tutte quante stralunate gli occhi ed è facile leggerci dentro: come può essere pratica una roba così ingombrante?

Così lo dico io per voi. Di certo è un po’ meno pratico del vostro ma noi sai, da queste parti, non siamo tanto allenati a portare e abbiamo bisogno di certezze più grandi.

Triplo sostegno sulla schiena.

Come ti senti?

Mi guardi e ridi:

“É molto comodo ma è difficile!”

Tutti ridono, qualcuno ti applaude e finalmente il clima è più rilassato.

Spiego che noi portiamo davanti finché sono piccoli perché abbiamo tanto bisogno di vederli per sapere se stanno bene. Ci siamo scordati un po’, generazione dopo generazione, di come usare la pelle per scoprire il mondo.

“Noi portiamo sulla schiena perché se sulla strada c’è qualcosa di male, lo vediamo prima noi di loro”. 

C’è un attimo di silenzio, queste parole sono profonde e contengono tante cose: la cura, la conoscenza del male, la protezione. 

“Posso parlare del massaggio?” Mi hai chiesto, quasi sottovoce.

Annuisco.

“Voi li massaggiate i bambini?” 

Annuisco ancora, mostro sulla bambola qualche movimento. Tu sorridi e mi mostri il tuo. Sono massaggi energici, con passaggi di puro contorsionismo. Intorno vedo occhi strabuzzati. Spiego come una donna molto illuminata, Vimala Mc Clure, abbia reso il massaggio al bambino più compatibile con la nostra sensibilità e la nostra capacità tattili…anche in questo abbiamo perso un po’ l’abitudine e dobbiamo ricostruirla piano, piano.

“Noi li massaggiamo 3 volte al giorno. É importante perché crescano forti”

Intorno un brusio sempre più diffuso…quanta fatica ci costa trovare il tempo e la disponibilità nostra e loro per massaggiarli anche solo una volta al giorno!

Da sempre diciamo, anche come insegnanti AIMI, che essere massaggiati è un bisogno primario dei bambini, che il loro sviluppo psico-fisico ne trae un grande benessere. Perciò ti chiedo, ad esempio, a che età camminano i vostri bambini. 

“Con 8 mesi tutti camminano. I vostri, però, parlano prima”.

È vero. La nostra cultura regna sulla parola, sull’espressione verbale. Imparano presto a parlare i nostri cuccioli…ma chissà se potremmo avere meno fretta ad insegnare loro le parole per approfittare del loro arrivo e tornare a parlare il linguaggio della pelle!

E così prosegue la chiacchierata. Adesso son proprio chiacchiere tra mamme ed improvvisamente mi sembra che sia possibile un mondo migliore in cui diversità sia sinonimo di ricchezza e non di timore.

I pannolini, lo svezzamento, il sonno, l’allattamento…

Qualcuno chiede delle nonne. Cosa fanno, come vi aiutano quando partorite. Qui la questione nonni a volte è spinosa perché si è come rotto qualcosa di prezioso: l’abitudine ad essere tribù.

“Ci massaggiano. Specialmente la pancia e la schiena. Con acqua calda. Se non ci sono le nonne lo fanno i mariti…ma le nonne sono meglio, sanno come fare!”

Ed è proprio con questo messaggio di cura, di amore, di pelle che per me si è conclusa un’esperienza straordinaria, con un potenziale di comunicazione fuori dal comune, come solo le persone che amano dal profondo del cuore possono avere.

Grazie davvero a tutte le famiglie che sono state con noi.

Spero che ci siano mille altre occasioni di incontro.

Grazie a chi ha contribuito ad organizzare e a rendere possibile il nostro pomeriggio insieme: Associazione Progetto Accoglienza, Associazione MammeAmiche – sez. Mugello, Ass. Remida e tutte le associazioni, le imprese, i progetti che hanno contribuito all’edizione 2019 di “Borgo Piccino Picciò”.

Un grazie speciale va alla mia amica Carolina per la sua idea che ha reso possibile tutto questo.

(Veronica)

Piccole storie ossitociniche: nonne coraggiose

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La saletta è piena. Tante mamme con le loro pance tonde o con i neonatini accoccolati sul seno. Due future nonne siedono composte, leggermente rigide, forse un pochino in imbarazzo.

Si parla, al solito, di bisogni biologici dei cuccioli d’uomo, da dove sorgono, perché ci sono, perché è una buona idea accoglierli con disponibilità e presenza. Si parla di babywearing, di massaggio, di pelle, di pianto, di coccole.

Le nonne fanno domande, per lo più tecniche. Provano anche a mantenere l’espressione scettica di chi non è del tutto convinto.

Respiro. Lo so cosa sta succedendo e so che quest’energia porterà, come sempre, allo sfogo di qualcuno. Mi preparo.

Arriva. Una mamma sbuffa, la pancia tonda che sobbalza.

“Eh, queste cose bisognerebbe tu le spiegassi ai nonni!”

Le nonne abbassano lo sguardo, è la stoccata finale, so che non possono reggere da sole. Respiro ancora. É un momento delicato, da cui dipende tutto l’incontro, finora molto bello.

Mi concedo un sorriso, un accenno di complicità.

I nonni di oggi hanno cresciuto i propri figli secondo regole universalmente riconosciute di pedagogia che dicevano l’esatto contrario di quel che abbiamo detto oggi.

Entrare in contatto con un nuovo modo smuove tanto: dubbi, malinconie, rabbia, sensi di colpa.

Allora vi chiedo una cosa semplice. Voi mamme, finché siete in attesa, condividete. Condividete le vostre intenzioni di accudimento, i principi su cui volete basarvi. Portate i nonni agli incontri, portateli a sentire i professionisti: quello che voi dite può aver lo stesso contenuto e sicuramente ha lo stesso valore ma pesa come un’accusa. La stessa cosa mediata da una terza persona in veste professionale non ha questa carica negativa, la si può elaborare più facilmente.

E voi nonne e nonni non pensate all’occasione sprecata di accudire. Pensate ad accudire. Non i nipoti, ma i vostri figli. Anche se sono grandi, anche se stanno diventando genitori e, anzi, soprattutto adesso. Perché una donna che diventa mamma nasce di nuovo, ad una nuova vita. Ed ha sì bisogno di essere accudita con amore. Dovrete affrontare un sacco di cose, alcune bellissime, altre dolorose. Ma non è tardi per colmare i vuoti, se ci sono vuoti, soprattutto non è mai tardi per abbracciarsi: quando le parole ci mettono in difficoltà, la pelle ci aiuta a non imbrogliarci. Abbracciatevi stretti ed andate avanti. Quello che starete costruendo, giorno dopo giorno, è la cosa più preziosa del mondo e si chiama, semplicemente, amore incondizionato.

Il clima si rilassa, appaiono lucciconi negli occhi di qualcuno. Saluto e mi congedo.

Si avvicinano loro due, le nonne. Ciascuna mi prende la mano tra le mani, ciascuna dice più o meno la stessa cosa mentre l’altra annuisce, come fossero in sintonia da sempre anche se si sono appena conosciute.

<<Grazie per dire queste cose, anche a noi. Abbiamo bisogno di saperle, anche se sono difficili per noi>>

<<Grazie a voi di essere venute, è molto importante quello che fate, siete molto importanti nella vita di questi figli. I vostri figli>>

Esco affaticata, l’emozione sa pesare come il piombo e poi volare leggera come un soffio di vento. Mi sento piena di gratitudine.

(Veronica)

Il lato scuro (o meglio, rosso) dell’allattamento

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“Mi sento solo una poppa!”

É una frase che si sente spessissimo dalle mamme, specie le mamme al primo bambino o al primo allattamento, e ancor di più dalle mamme che allattano oltre l’anno di vita del bambino.

É un sentimento complesso, a volte quasi doloroso, quasi sempre almeno fastidioso.

Un bambino grande che, in presenza della madre,  richiede il seno ancora come risposta unica alle difficoltà mentre in sua assenza mostra risorse alternative, ci mette in crisi.

La sensazione è quella di essere “ridotte”, a livello relazionale, al solo seno.

Da tanto tempo mi chiedo se non ci sia la possibilità di comprendere a fondo il punto di vista dei bambini e contemporaneamente quello delle madri, con la sensazione che alla base del malessere di quest’ultimo ci sia di fatto un grande equivoco interpretativo.

Occupandomi di pelle, in ogni sua espressione, ho trovato quella che, almeno per me, può essere una buona lettura della questione. E spero che lo sia anche per altre madri o, per lo meno, possa essere spunto di riflessione per aiutare ciascuna a venire a capo della propria storia.

Premetto che non voglio assolutamente pormi in modo giudicante nei confronti di scelte, emozioni o percorsi individuali ma appena chiarire quelle che possano essere le origini di questo divario emotivo che spesso si crea tra madre e figlio.

Ripercorrendo i passi dell’educazione media di una bambina nella nostra società mi soffermo a pensare che fin da piccole siamo spinte a valutare in modo molto disuguale l’amore come sentimento, come affinità elettiva, come relazione emotivo-intellettuale da una parte e l’amore fisico come relazione dei corpi, come scambio di pelle dall’altra.

Le frasi e le espressioni che più spesso ritornano nella vita di una donna sotto forma di ammonimento, di indicazione e di educazione amorosa sono grossomodo sempre le stesse da generazioni:

“Stai attenta, gli uomini vogliono solo quello”

“Il sesso senza amore non vale nulla”

“Cerca un uomo che ami più il tuo cervello delle tue curve, mia cara”

“Cerca il vero amore che il sesso finisce”

“Quando deciderai di fare sesso, che sia l’uomo giusto, un uomo che ami davvero”.

La relazione fisica é sempre subordinata alla relazione sentimentale, intellettuale, come se fare l’amore, scambiarsi la pelle, comunicare attraverso il corpo e la sua capacità di dare e ricevere calore e piacere, siano soltanto il necessario completamento di una relazione che trova il proprio valore nella parte intellettuale.

Stilnovo? Estremismo cattolico? Femminismo mal interpretato? Da dove venga tutto questo denigrare la relazione fisica non sono in grado di dirlo.

Ma quando i nostri bambini iniziano ad esprimersi, camminare, gesticolare o addirittura parlare, quello che spesso ci aspetteremmo in fondo al cuore é l’inizio della sublimazione della relazione, ci aspetteremmo che si stacchi dal corpo per elevarsi a livello dell’intelletto, della comunicazione verbale e semi verbale, del gioco delle risorse.

I bambini no. Stanno attaccati con le unghie e con i denti alla relazione tattile, allo scambio di pelle, a quella potente tattilità in grado di calmare, coccolare, sostenere, acquietare, consolare. Il corpo é al centro del loro modo di amare, al centro dell’intesa faticosamente costruita con la persona che è il pernio su cui gira il loro mondo. Un amore fisico, fisicissimo. Il corpo al centro.

É possibile che qualcuno si sentirà offeso per un parallelo così fuori luogo tra l’amore romantico e l’amore genitoriale e filiale. Ma credo sia interessante collegare ogni momento della nostra vita senza assurde barriere di pensiero. Tanto più che chiunque abbia allattato in pubblico ha ricevuto almeno una volta un commento o un’occhiata di condanna che dimostra come gli ambiti di accudimento e sessualità non siano affatto socialmente distinti.

Altrettanto, è ovvio che a creare insofferenza si prodigano anche altri fattori come la stanchezza, il giudizio sociale o il bisogno di tornare ad essere solo se stesse, senza una qualche appendice già, all’uopo, deambulante. Ma ci sono varie espressioni di insofferenza. Ciascuna corrispondente ad una diversa origine prevalente.

Laddove, però, si manifesta un tipo di delusione relazionale (che di solito si esprime con la frase con cui abbiamo iniziato o simili), possiamo provare a riflettere su quanto ci ferisca essere per i nostri figli “soltanto un corpo/un seno”. E perché ci ferisca così tanto. Perché ci aspettiamo che dei piccoli mammiferi, che si sforzano tanto di comunicare con “gli altri”, si sforzino altrettanto per farlo anche con noi, ignorando la bellezza e la preziosità del nostro canale privilegiato, tattile, di comunicazione. Se qualcuno per spostarsi velocemente si impegna, in mancanza di meglio, a pedalare in salita su una vecchia bici, avrebbe senso aspettarsi o pretendere che lo faccia anche quando arriva chi di solito gli offre un passaggio in limousine?

E perché lo pretendiamo o ci aspettiamo una cosa così poco sensata? É verosimile che questa pretesa/aspettativa si fondi sul considerare la relazione intellettuale più aurea di quella fisica? É verosimile che anni e generazioni di donne cresciute senza corpo o come se il proprio corpo fosse un accessorio necessario ancorché fastidiosamente pesante, ci rendano impazienti – riguardo i grandi amori della nostra vita – di abbandonare il linguaggio della pelle per passare alla loro zona di confort relazionale che è la sfera dell’intelletto?

Perché se questo è, come credo, verosimile, ancora una volta i nostri bambini ci concedono una grande opportunità: quella di rivalutare la bellezza della relazione fisica in ogni suo aspetto, in ogni sua sfaccettatura. Aggrappate alla nostra costellazione molecolare ossitocinica, abbiamo la possibilità di rinascere più complete sotto il tocco delle mani e delle labbra dei nostri figli e delle nostre figlie, appassionati dell’amore più grande, più totale e più cristallino che mai potremmo vivere e di cui potremmo essere amate.
(Veronica)

Un grazie speciale va a Paola Mazzinghi, consulente IBCLC, per starmi vicina con la sua presenza dolce e professionale, in ogni riflessione sull’allattamento e dando il supporto a tutti i genitori a cui ho il piacere di consigliare la sua consulenza