Machiavelli, riposa in pace

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Se un giorno ci dicessero che, in totale buona fede, ci siamo messi in casa un machiavellico approfittatore che individuati i nostri punti deboli li usi per i suoi biechi obiettivi, come ci sentiremmo?

Probabilmente ci sentiremmo vittime di ingiustizia, feriti, offesi, profondamente tristi, delusi di noi stessi per “esserci cascati”.

Quotidianamente questo accade con i nostri piccoli. E fin da quando sono neonati.

Siamo circondati di voci che ci inducono a pensare che siano piccoli approfittatori, che “usano” il pianto per soddisfare i loro capricci e piegarci alla loro volontà.

E ci sentiamo deboli ed inadeguati per non saper “resistere” a questi machiavellici sfruttatori.

E tutto ciò genera frustrazione, dolore, tristezza, rabbia. Ma soprattutto incomprensione.

Ma forse c’è una piccola via d’uscita: proviamo a non sovraccaricare il comportamento dei piccoli degli schemi propri del mondo adulto.

Proviamo a cambiare prospettiva.

Proviamo ad entrare in contatto e a metterci nei loro panni.

Si usa dire: bambini piccoli, problemi piccoli. Eccerto perchè con la nostra vita sulle spalle ci sembrano inezie. Niente di più inverosimile. Loro sono arrivati da poco e ciò che è “inezia” per noi loro la vivono come il problema fondamentale. Sarebbe come se un matematico considerasse una “stupidaggine” la prima somma o sottrazione di un bimbo di sei anni. Nessuno lo farebbe con i “problemi” scolastici ma ogni giorno lo facciamo con la quotidianità.

Quando abbiamo un grande problema, che ci sembra enorme e ci chiude la voce in un groppo in gola, parlarne con qualcuno è difficilissimo. Ci affidiamo alla sensibilità dell’altro, alla sua capacità di accogliere e di intuire il nostro disagio mentre spiccichiamo con fatica poco ed insufficienti parole.

Noi che abbiamo così tanta proprietà di linguaggio…

Un neonato piange.

Piange perchè si sente solo ed ha paura e quel che vuole è essere preso in braccio e tenuto al sicuro. E quando qualcuno finalmente lo solleva si acquieta. Perchè quel qualcuno ha risposto al suo grande, grandissimo bisogno e lui non ha più necessità di gridare il suo spavento.

Smette di piangere non perchè “ha piegato” la volontà del genitore ma perchè il bisogno che lo stava devastando è finito, lasciando spazio alla pace.

Piange perchè quel cucchiaio così insistentemente proposto proprio gli è difficile da capire: a cosa serve? perchè se ho fame mi viene offerto questo coso invece del solito seno o biberon?

Un bambino piange, batte i piedi. Perchè non vuole andare alla scuola dell’infanzia o perchè non vuole venir via dal parco. Ci dice: ho paura, ho bisogno di altro tempo, non sono pronto oppure ci manifesta la sua incomprensione verso le nostre dinamiche quotidiane, il concetto di tempo, di “è tardi”. Quello che lui sa è che sta per finire quell’esperienza così ricca e divertente, quell’avventura così entusiasmante. E chi la fa finire è proprio la persona che ama di più al mondo, che lo mette davanti ad una scelta inaffrontabile.

E piange e batte i piedi perchè è l’unico modo che conosce per manifestare la sua opinione. Perchè a 2-3 anni siamo “già grandi” nelle capacità motorie, nello sviluppo intellettuale…ma le parole, i discorsi quelli ancora stentano specie in caso di grandi emozioni.

Ecco. Non ci stanno comprando né vincendo. Stanno semplicemente comunicando.

Questo cambio di prospettiva non deve indurre a pensare che sia un bene rinunciare al nostro ruolo educativo di genitori, all’organizzazione familiare o semplicemente alla sensatezza dei ritmi della giornata.

Serve solo per rendere il giusto valore alle espressioni, alle azioni.

Perchè educare così, senza frustrazione o rabbia, può essere più semplice e più ricco di soluzioni comunicative.Fare i genitori non sarà meno difficile ma con questa prospettiva forse è meno doloroso: no, non abbiamo in casa machiavellici tiranni. Abbiamo piccoli esseri umani con una grande personalità, grandi problemi e qualche difficoltà in esprimere in modo posato e chiaro l’enorme groviglio di bisogni, gusti, emozioni, desideri, sentimenti che si ritrovano a gestire.

Dai, su…poteva andar peggio!

(Veronica)

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