Categoria: portare i bambini…fin da dentro il pancione!

Mani libere…di prendersi cura

IMG_20170505_104628Una delle frasi che ho amato di più sulla maternità è di Verena Schmid che nel suo “Venire al mondo e dare la luce” afferma: quando nasce un bambino nascono anche una madre e un padre.

In effetti l’arrivo di un pargolo in casa porta grandi rivoluzioni e stravolgimenti: saltano gli orari, crollano le abitudini, i ritmi si serrano e tutto gira attorno al piccolo nuovo membro della famiglia. Con il passare delle settimane le cose iniziano ad assestarsi, nuove routine e nuovi equilibri prendono il posto di ciò che ormai è solo il ricordo lontano di una vita che nemmeno si ricorda più di aver avuto. La nuova famiglia sta germogliando.

Gli animali di famiglia vivono un po’ passivamente questo complesso processo di distruzione e ricostruzione su nuove fondamenta, catapultati da un giorno all’altro nel percorso di cambiamento di un gruppo familiare che fino a ieri dava sicurezza e affidabilità attraverso abitudini consolidate e rituali condivisi.

All’improvviso cambiano gli orari, si pranza e si cena in momenti insoliti, di notte non c’è più quel rassicurante silenzio, di giorno – se la famiglia è allargata – può esserci un gran via vai di persone e gli umani di casa sembrano più distanti, presi inevitabilmente dall’impegno dato dal nuovo arrivato (urlante, invadente e odoroso “di strano”, per giunta!).

Una delle abitudini più a rischio di venir sacrificate in questo periodo di riadattamento, anche nelle famiglie più inclusive dei non umani conviventi, è l’uscita con il cane. Questo vale soprattutto per la mamma e per varie ragioni: può essere reduce da un parto impegnativo che le richiede di riprendersi mentre si occupa del bimbo; può avere delle difficoltà nella gestione del piccolo che la allontanano da altre incombenze più delegabili; può essere semplicemente stanca (ebbene sì) e desiderare di trascurare alcune cose; sul lato pratico, può trovare disagevole spingere una carrozzina e gestire un guinzaglio contemporaneamente, a maggior ragione se il cane è medio-grande, lei non ha aiuti esterni ed è pervasa dalla sensazione di dover imparare a muoversi nel mondo nella sua nuova condizione.

Del cane, allora, finisce di occuparsi il papà, magari a fine giornata, stanco e desideroso di godersi il piccolo (e quindi frettoloso nel rientrare) oppure la nonna, lo zio, il cugino, persone sicuramente di famiglia ma non la SUA famiglia, dal punto di vista del cane. Quello che è un lieto evento per tutti, rischia di trasformarsi per lui in una situazione di isolamento o, comunque, di ripiego.

Ma anche per la mamma o per la coppia stessa, abituata a vivere il cane come un membro attivo della famiglia, piacevole da coinvolgere quotidianamente, dover rinunciare alle passeggiate a più zampe può risultare frustrante, oltre a togliere l’occasione di fare moto e stare all’aperto, attività importanti per evitare l’isolamento indotto, talvolta, dal prendersi cura di un bimbo sotto l’anno.

Ecco allora che la fascia può diventare uno strumento aggregante, non solo tra mamma e bambino ma tra la neo-famiglia e il suo cane.

L’uso della fascia lascia libere le mani per permettere anche alla mamma sola di condurre il cane in sicurezza, evitando la scomodità di spingere un passeggino  e insieme gestire un guinzaglio. In questo modo anche il più esuberante dei cani può essere portato in passeggiata mentre il piccolo dorme o inizia a scoprire il mondo dalla sua postazione riservata.

I vantaggi vanno a doppio senso, abbracciando l’intera relazione. Il cane sentirà che la sua presenza è ancora valorizzata malgrado il riassetto sociale in corso, la mamma ha l’occasione di uscire e svagarsi e magari socializzare, al bar o in piazza,  o semplicemente rilassarsi in una tranquilla passeggiata nel verde. Il bimbo inizia a godere del mondo, dell’aria aperta e del contatto profondo con chi lo ama.

Ma, se tutto cambia, è così importante  fornire  una certa continuità alle uscite a cui il cane è abituato? Insomma, non lo capisce che c’è un cucciolo d’uomo e la priorità ora è lui?

Certo che lo capisce. Ma dovremmo evitare di fargli credere che questo si traduca in una minore attenzione nei suoi riguardi, in un relegarlo agli scarti di tempo. Per un animale profondamente sociale come il cane questa potrebbe rivelarsi una sofferenza troppo grande da tollerare, andando a inficiare persino l’accoglienza e poi la futura relazione col neoarrivato.

I cani sono abili lettori delle dinamiche familiari e sono dotati di una grande tolleranza ai cambiamenti sociali, purché essi avvengano in nome di una coesione di gruppo di cui si sentono parte attiva. La fascia può essere uno strumento straordinario per traghettare nel nuovo mondo non solo il bimbo ma, idealmente, anche il cane in modo che il suo ruolo nel tessuto familiare resti confermato, così da gettare i semi di una convivenza che richiede solo occasioni aggreganti per evolvere e crescere.

(Sonia Campa)

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Ti porto…al sicuro

Siamo in estate, e come ogni estate piano piano si viene sommersi – è proprio il caso di dirlo – da pubblicità di supporti per il babywearing “adatti a portare in acqua”.

Questo mi fa sentire l’esigenza di scrivere di sicurezza che è un argomento prezioso ed importante e, prendendo la palla al balzo, parlarne allargando a più situazioni la mia riflessione.

Dividerò quindi questo articolo in sezioni, cosicché sia di facile consultazione anche parziale a seconda dell’interesse di ciascuno. Iniziamo…

SUPPORTI E LEGATURE

per portare in modo sano e sicuro ci sono numerosi supporti ergonomici e numerose tecniche utilizzabili a seconda delle necessità e preferenze. Non è questo il luogo per dilungarsi in tempi e modi d’uso ma mi preme sottolineare delle caratteristiche necessarie ad entrambi per essere considerati sicuri e corretti.

Fasce portabebè e tecniche di legaturaconte_pula_ita

Le fasce usate per portare i bambini non devono mai avere cuciture che ne interrompano la trama (es. non si possono unire due pezzi di stoffa per ottenere la lunghezza necessaria). In caso di fasce “ring sling” (ovvero quelle corte con l’anello), è importante che l’anello non presenti saldature ma che sia “un pezzo unico” e che i bordi siano  facilmente regolabili per trazione (i bordi imbottiti, ad esempio sono assolutamente impossibili da tirare a dovere) perché una fascia poco tirata è una fascia che non sostiene a sufficienza e che quindi potenzialmente provoca l’accartocciarsi del bimbo su se stesso con conseguente compressione toracica che ostacola la respirazione.

Le fasce devono essere colorate con colorazioni che non contengano metalli pesanti o elementi potenzialmente tossici (i bambini le ciucciano tantissimo!). A garanzia delle colorazioni potremmo non accontentarci degli standard di importazione dei tessuti in europa ma riferirsi a certificazioni ad hoc (la più “famosa” è, probabilmente, OEKO).

Babywearing_First_Year_1_largeLe legature scelte devono garantire la posizione corretta del bambino (verticale, schiena a C, ginocchia più alte del sedere, piante dei piedi parallele al suolo, pochissima distanza tra portato e portatore (al massimo un pugno appoggiato al petto dalla parte delle 4 dita), almeno due dita tra mento e torace del bambino, gambette aperte ma non iperdivaricate (una “prova” utile a capire quale sia la posizione corretta del nostro bimbo è metterlo supino su una superficie semirigida: lui solleverà d’istinto le gambette verso la pancia e quella posizione è la sua posizione naturale e quindi da rispettare/riprodurre durante la legatura).

Una piccola digressione merita la posizione cosiddetta “a culla”.

(Dal mio contributo su “I cuccioli non dormono da soli” di A.Bortolotti. Bibliografia nel testo originale).

Gli studi e le statistiche sul rischio di morte in fascia si riferiscono nella loro totalità al cattivo uso di questa posizione. Si tratta di una posizione in cui il bebè viene adagiato sdraiato sulla stoffa, con il proprio fianco a contatto con il torace del portatore. La posizione è corretta quando il pancino è rivolto verso l’alto, la testa è più in alto del sedere, le ginocchia rannicchiate verso la pancia, la stoffa ben tesa in modo che la colonna vertebrale e la testina siano sostenute in asse e che il piccolo non si “accartocci” né affondi nella stoffa. Il problema è che la posizione corretta è piuttosto difficile da mantenersi, principalmente perchè i neonati, d’istinto, si girano verso il portatore. In questa posizione ruotata, la stoffa produce una tensione forte sul torace che può impedire il corretto movimento toracico della respirazione. Anche per quanto riguarda la prevenzione alla displasia, questa posizione non è consigliabile perchè allo stesso modo, la stoffa – nel momento dell’inevitabile torsione del bambino verso il genitore, tende a schiacciare verso l’interno la gambetta (e quindi l’incastro del femore con l’anca non viene mantenuto nell’angolazione ottimale).

Supporti strutturati e semi strutturati

Normalmente i supporti prodotti dalle aziende specializzate in babywearing corrispondono ai canoni di sicurezza necessari (la comodità e le caratteristiche delle varie proposte esulano dall’argomento quindi non ne tratterò). Per quanto riguarda i supporti autoprodotti o prodotti da piccoli artigiani è necessario un controllo accurato delle cuciture e delle chiusure. Un operatore professionale di babywearing (consulente, istruttore etc) potrà aiutarvi a capire se un supporto è ben fatto e sicuro.

LUOGHI ED ATTIVITÀ

Le semplici regole del buon senso basterebbero ad indicare quali luoghi o quali attività siano compatibili con la presenza di un bambino piccolo in primis e con il babywearing in particolare. Ma, purtroppo, la bella sensazione di avere le mani libere ed il bambino saldamente assicurato a noi ci porta spesso ad andare oltre il buon senso, per cui non fa male riportare alcune indicazioni di base.

Mare, laghi, fiumi
Per portare in questi luoghi “vacanzieri”, valgono le regole generali della sicurezza.

Buona norma è andare in spiaggia con almeno un altro adulto oppure in una spiaggia 13631396_611295362372607_1813316425669296970_n

provvista del servizio di bagnino. Malori improvvisi ed inattesi possono sempre capitare per cui questa regola vale in genere anche per gli adulti senza bambini.

Fatta questa premessa, una fascia al mare può essere
comodissima: per le nanne tranquille, per una passeggiata sul bagnasciuga…o anche come copertina, amaca, parasole, paravento!

L’importante è non usare fasce o supporti per il babywearing in acqua.Portare un bambino legato a noi in acqua ci dà un falso senso di sicurezza: abbiamo le mani libere per magari star dietro ad un fratellino più grande o ad un amico peloso, non si corre il rischio che “ci scivoli” e il bambino sta tranquillo. Però questo senso di sicurezza nasconde una grande insidia. In caso che l’adulto scivoli o – peggio – abbia un malessere, il bambino rimane nell’impossibilità totale di attivare i propri riflessi salvavita e le proprie capacità di andare naturalmente verso la superficie.

13754180_10208517321662962_6161327936153692318_nLegato, immobilizzato è assolutamente passivo e rimane schiacciato dal corpo del genitore. Anche se l’incidente viene rapidamente risolto, i tempi per soccorrere il bambino e stimolarne la ripresa della respirazione si fanno terribilmente lunghi. Chi sa soccorrere sa quanto sia prezioso ogni secondo: dover aprire un supporto oppure estrarre il bambino da una legatura può compromettere davvero la sua vita. Se invece il bambino vi scivola dalle braccia per qualsiasi motivo (perchè è solo scivolato, perché siete scivolati voi, per un vostro malessere etc) si prenderà uno spavento e piangerà un poco subito dopo ma in acqua il suo istinto gli permetterà di andare verso la superficie e di essere soccorso in tempi brevissimi ed in modo efficace.

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Niente di meglio di una bella passeggiata nel fresco di un bosco o nei prati montani in cui possiamo incontrare tanti animali e vedere fiori ed alberi bellissimi! E niente di meglio che andarci in fascia o in marsupio per la comodità di grandi e piccini. Ovviamente, anche in questo caso, vige la regola del secondo adulto. In due adulti possiamo fare belle passeggiate e anche lunghe camminate in percorsi da soft trekking. Ovviamente non è assolutamente il caso di portare in una ferrata o in
arrampicata libera un bambino in fascia o marsupio. Per pur
esperti che siate, il rischio di cadere trascinando con voi il vostro bambino è grande e 1-2costante.

Certe esperienze sono belle anche perché si fatica per viverle in allenamento e capacità. Non precorriamo i tempi e lasciamo ai nostri figli la possibilità di viverle grazie al proprio percorso di vita.

 

 

Sport vari

In generale qualsiasi sport che non sia “soft” non deve essere praticato con i bambini in fascia sia per la loro sicurezza che per il benessere della nostra schiena che verrebbe sollecitata in modo esagerato: sì a camminate e a piccoli piegamenti corretti…e magari anche a qualche passo di danza (sempre relativo anche al tipo di danza che scegliamo)! Scegliamo movimenti o attività a cui il nostro corpo sia possibilmente allenato ed abituato ed eseguiamoli in proporzione alla nostra possibilità di controllo della situazione e di sicurezza per portato e portatore. Non starò certo a prendermi la briga né il fastidio mentale di fare un elenco dettagliato di attività “proibite” o sconsigliate perché sono convinta che ogni genitore abbia la piena consapevolezza di sé e delle sue possibilità e che possa anteporre il buon senso al proprio bisogno di fare con il suo bambino ciò che ha sempre fatto prima. Penso che ascoltarsi ed osservare sé stessi ed il proprio bambino, valutare con serenità e avere un buon grado di prudenza siano elementi sufficienti a prendere decisioni sensate.

Mezzi di trasporto

848370a83178d518ce0942510d06fa95Non si portano i bambini in fascia in nessun mezzo di trasporto dal cavallo al cammello (sì, sono esseri viventi e non solo mezzi di trasporto ma spesso li usiamo come tali e come tali stanno in questo’elenco), dalla barca alla bici, dalla moto all’auto.

Ci sono ovviamente alcune eccezioni:

Autobus e Pullman, treni e metropolitane non hanno, generalmente, sedili di sicurezza per bambini piccoli. IN questo caso è più sicuro usare la fascia delle braccia perché questo ci mette nelle condizioni di non mollare la presa in caso di reazione ad un urto e di usare le nostre braccia come stabilizzatori di posizione.  Lo stesso concetto vale anche nelle situazioni estreme ed ASSOLUTAMENTE OCCASIONALI in cui una macchina non ci offra la sicurezza richiesta: non mi riferisco certo all’auto dello zio o dell’amica che è senza seggiolino (in quel caso è responsabilità del genitore portare con sé ed usare SEMPRE i necessari strumenti di sicurezza per il proprio bambino, anche nelle macchine altrui!) ma ad esempio del servizio taxi di un Paese che non prevede sedute di sicurezza (per cui non sia possibile in alcuna maniera richiedere un taxi dotato di sedute di sicurezza) ed in cui per motivi validi non siete riusciti a portare ovetto o seggiolino da casa.

In aereo è possibile usare la fascia dal momento dello spegnimento del segnale “allacciate le cinture”.

Spesso i pericoli si nascondono dietro le situazioni più piacevoli e spensierate: l’amica fascia non si può proprio lasciare fuori dalla valigia…ma non scordiamo neppure l’amico buon senso.

Buon babywearing!

(Veronica)

grazie ad Adele Ricci e a Anamaria Militaru Photography per la gentile concessione della foto in spiaggia

Elogio della lentezza, il triplo sostegno sulla schiena (ancora di babywearing)

x fasciata veronica sirioI neonati ci chiedono di rallentare.

È spesso uno shock doversi abituare ad un ritmo differente, a tempi dilatati, a momenti in cui la lentezza è l’unica risorsa possibile.

Nutrire i neonati richiede tempo e pazienza, cullarli per farli dormire richiede tempo e calma, cambiarli senza farli immancabilmente strillare richiede tempo e pacatezza. Porgere loro i primi oggetti, condividere con loro i momenti di meraviglia davanti ad un raggio di sole, ad un fazzoletto colorato, alla chioma di un albero mossa dal vento, richiede tempo e disponibilità.

Tutto, in genere, richiede tempo, tanto tempo.

Noi genitori ci abituiamo (o almeno tentiamo di abituarci) a dar valore al tempo e alla lentezza, perchè ogni momento, quando si va lenti, è prezioso per arrivare in fondo a progetti ed obiettivi.

E un processo di adattamento difficile, spesso anche sofferto, per noi adulti abituati a correre.

In questo periodo il babywearing ci accompagna a trovare il ritmo comune, lento ed accurato. Impariamo a tirare bene la stoffa per sostenere rossanoadeguatamente la schiena, a curare le sedute, il sostegno alle gambette, il rispetto della posizione fisiologica. Triplo sostegno, x semplice, x fasciata…legature per il pancia a pancia, ma anche legature “di pancia” che esprimono i nostri bisogni ed al contempo li acquietano, che hanno bisogno di accuratezza, di fasce generosamente lunghe, di pazienza, di movimenti lenti e pazienti.

Ma i primi mesi passano anche più svelti del previsto e piano piano tutto si assesta: i bimbi si saziano più alla svelta, imparano a star seduti, ad intrattenersi un pochino con oggetti e attività, a gattonare, a muovere i primi passi, a pronunciare le prime parole.

Ed in men che non si dica son passati due anni ed il nostro babywearing si è adattato come acqua che scorre ai cambiamenti tanto repentini: l’inizio della competenza motoria richiede legature veloci, “leva e metti” per assecondare il movimento, l’indipendenza, il sali-scendi. Anche noi adulti siamo più o meno tornati ai ritmi rapidi: qualcuno è tornato a lavoro, altri comunque a casa hanno ripreso a fare mille cose, commissioni, giri, ad andare e tornare, uscire, fare e disfare.

12196247_1036068853078649_7407505193324016152_nLa fanno da padrone le ring sul fianco, le fasce corte preannodate, gli zainetti veloci.

È un “allegro andante” al cui ritmo danziamo naturalmente e ci sentiamo a nostro agio perchè è il ritmo che più assomiglia a quello che siamo sempre stati.

Spesso addirittura in questo periodo – dai 10 mesi ai 18/24 mesi – i bambini non vogliono più essere portati se non per brevi momenti sul fianco.

 

Però, poi, c’è un momento speciale. Un momento in cui i bambini ritornano alla base. Stavolta per scelta consapevole di una modalità che amano e non più per necessità. Sanno camminare e correre, rotolare e saltare con tanta perizia da esserne ormai sicuri, da non dover dimostrare niente né a loro stessi né a chi li circonda. Le competenze che via, via acquisiscono, le novità, le scoperte sono vissute con entusiasmo incredibilmente consapevole. I bambini ben supportati, incoraggiati, sostenuti e rispettati sentono profondamente che d’ora in poi possono arrivare dove vogliono.

È un momento di stabilità.

Ed i genitori come lo vivono?

Ed il babywearing?

Noi genitori spesso rimaniamo sul ritmo rapido: ce lo possiamo ormai permettere, la lentezza è solo un ricordo. Spesso accade che ci scontriamo con il carattere in formazione dei nostri bambini, con la rabbia che loro hanno nel saper fare fisicamente tante cose e non saperle adeguitamente esprimere a parole. Li chiamano i “terrible two”. Un gap incolmabile tra voler fare e poter fare, tra sentire e comunicare. E la fretta non aiuta, i ritmi rapidi spesso creano accumuli di frustrazione che poi sfocia in rabbia. Contenerli è spesso l’unica soluzione, e chi porta ha una risorsa importante: la fascia, oggetto del cuore e di cura.

Ma i bambini sono grandi e non solo pesano di più ma hanno bisogno di una comodità diversa.

Ed allora assistiamo alla magia, alla grande occasione che ci fornisce il babywearing.

Il triplo sostegno, tre strati di tessuto a sostenere un peso non più lieve, ci offre una nuova lentezza.IMG-20140802-WA0002

Una lentezza che non è determinata dalla delicatezza e dal ritmo attutito dei primi tempi.

Una lentezza che è celebrazione dei traguardi ed un riconoscimento importante: il riconoscimento che i nostri piccoli hanno un equilibrio, sanno attendere e sposare la scelta di essere portati che adesso è una scelta di consapevolezza emotiva, di piacere, di bisogno di condivisione e di relazione e non necessariamente di bisogno fisico.

Legare, ora più che mai, è fare qualcosa insieme.

I bambini sono padroni dell’idea di lentezza acquisita per contrario dopo l’esplosione di attività di qualche tempo prima. E l’accettano meglio di noi. Che stentiamo, a volte, a tornare ai movimenti accurati, ai gesti pazienti, ad una legatura che richiede un po’ di tempo in più.

Ed è questa fatica che facciamo che ci racconta quanto preziosa sia l’occasione che ci è offerta.

Tutte le cose belle che al contempo ci affaticano ci conducono al superamento dei nostri limiti, allo scoprire nuove dimensioni, ad arricchirci di un tesoro esperienziale straordinario.

Se ci concediamo al triplo sostegno, dimenticando la fretta e forse la praticità, aprendo la stoffa come se sgranchissimo le nostre ali di profondità troppo rattrappite, fissando e tirando il tessuto tre volte con la dolcezza dell’abbraccio con cui ci stringiamo il nostro bambino sulla schiena…scopriamo una nuova sintonia tra noi, un nuovo conforto, un nuovo passo sicuro.

10432108_629222380518667_5506034484261261181_nIl triplo sostegno preme sul petto, luogo delle emozioni, e accorda il respiro di bimbo e genitore.
Ha il potere magico di aprire la valvola dello stress e cacciarlo, come un breve esercizio di meditazione che ha il vantaggio di unirsi alla relazione in un momento incredibilmente nutriente e dolce (e che, nonostante queste due caratteristiche, non fa ingrassare!)

Passa sulle spalle, come un abbraccio, come farebbero le braccia dei nostri bimbi se non ci fosse la fascia. E infine si intreccia sulla schiena, con la ricchezza della nostra storia insieme.

Un regalo prezioso, l’elogio della lentezza.

(Veronica)

“Questa casa ora ha anche un tetto”

IMG_3786Scrivo di getto, dopo che una cara amica mi ha segnalato questo articolo.

L’ennesimo articolo inutile e dannoso.

Come ne vengono scritti quotidianamente sui temi più cari ai genitori, ovvero quelli riguardanti la loro relazione con i loro figli.

In breve questo articolo, pur fregiandosi di riferimenti importanti come le citazioni da E. Weber su cui si dichiara concorde, parlando di babywearing, insinua il dubbio che ci siano derivazioni patologiche del portare.

Quello che rimane al lettore medio è “con ‘sta roba del portare alla fine le mamme patologiche frenano lo sviluppo dei bambini perchè non li lasciano andare”.

Mille altri articoli così sono stati scritti sull’allattamento prolungato, sul cosleeping etc.

Si diffonde il sospetto che il mondo sia pieno di mamme “patologiche” che prolungano il cordone ombelicale relazionale con i figli per misteriose carenze e morbosità fino alla maggiore età di questi ultimi. E, guarda caso, si tratta sempre di mamme che hanno una buona relazione fisica con i loro bambini.

Ecco, lasciatemelo dire, non è vero.

E questa volta sono davvero arrabbiata.

Perchè io rispetto e valorizzo ogni scelta genitoriale, ma quello che non tollero sono i luoghi comuni e le parole dette a sproposito che creano un orribile clima intorno alle famiglie.

Quindi uso questo mio piccolo spazio per rispondere all’articolo in questione e a tutti gli articoli sullo stesso tono che non smettono di essere scritti.

I bambini sono persone.

E sono persone con carattere definito, con esigenze chiare e molta consapevolezza sui propri bisogni.

L’essere umano è un mammifero.

Ha bisogno di contatto, di scambio tattile, di presenza.

Questo bisogno ad un certo punto, specie se vi si è risposto con competenza e positività, è destinato a sparire. Il percorso che va dalla nascita del bisogno – che corrisponde con quella del bambino – alla sua scomparsa è spesso ben chiaro ad entrambi: bimbo e genitore.

É certamente chiaro dal momento in cui bimbo e genitore sono in sintonia, sia quale sia lo stile che hanno deciso di seguire.

Nessuno forza nessuno.

A volte i bimbi grandi chiedono di essere portati, di essere allattati, di dormire nel lettone, di essere massaggiati. Ma questo non significa che i genitori hanno creato dipendenza nei loro figli con il loro “atteggiamento morboso” o con la loro “patologia”. Significa che quei bimbi sentono quel bisogno ed hanno sviluppato una grande competenza che permette loro di identificarlo e di esprimerlo in una richiesta.

Una mamma che allatta un bimbo grande o che lo porta in groppa non è una squilibrata con chissà quale carenza affettiva o relazionale che soddisfa approfittando della creatura.

É solo una mamma attenta, che ha deciso di rispondere fino a quando se la sente in modo positivo ai bisogni espressi dal suo bambino. Che ha deciso di fidarsi del suo bambino e della sua capacità di leggere le proprie esigenze.

Queste mamme, questi papà sanno accogliere e sanno lasciare andare. Hanno solo la pazienza utile a rimandare il momento a quando tutti sono pronti. Queste mamme, questi papà stanno costruendo con attenzione l’indipendenza dei loro bambini. Ne stanno facendo persone sicure e competenti, LIBERE di scegliere e di chiedere sostegno.

Queste mamme e questi papà non telefoneranno dieci volte al giorno ai figli trentenni perchè stanno offrendo il loro accudimento adesso che è il momento.

Ma chi ha scritto questo articolo ha una vaga idea di cosa significhi tentare di legare una fascia con un bimbo che non vuole? Un bimbo grande si porta sulla schiena: perchè non provare a legare sulla schiena prima di pensare che potrebbe essere possibile costringere un bambino a stare in groppa?

I bimbi portati sanno esattamente quando hanno bisogno di essere portati e quando hanno bisogno di camminare.

Due anni e mezzo fa, in un momento di grande trambusto familiare (ci eravamo trasferiti in un’altra casa e stavamo preparando un viaggio che ancora non sapevamo se sarebbe stato un viaggio o un’emigrazione), la mia bambina di allora tre anni e mezzo chiedeva spesso di venire in groppa.

Un giorno camminavamo sotto la pioggia con l’ombrello e lei ad un tratto abbracciandomi dalla schiena disse “che bello, mamma, ora questa casa ha anche il tetto!”.

Lei, a quasi quattro anni, aveva fatto della mia schiena, della nostra fascia il suo punto fermo dal quale vivere quella situazione così disorientante con la sicurezza di cui aveva bisogno per essere serena.

A distanza di due anni e mezzo, di nuovo il momento è complicato nella nostra vita. Adesso è il piccolo, che ha la stessa età che aveva la grande allora, a chiedere di essere portato spesso.

Io ora lo so perchè, me lo ha insegnato la mia bambina: perchè la schiena è un punto fermo, sicuro, una base da cui guardare il mondo con più fiducia.

E la grande, che è qualche passo avanti nella strada della vita, adesso è al mio fianco che sostiene il fratellino.

E che a volte mi chiede di massaggiarla, perchè sa che le fa bene se si sente di aver accumulato troppa tensione o emozione.

Smettete, vi prego: smettete di considerare la pelle qualcosa di cui aver paura. Smettete di pensare che le mamme con una buona relazione fisica coi loro bambini siano potenzialmente patologiche o egoiste o che vi scarichino frustrazioni da adulto. Smettete di pensare che i bambini siano bambole in balia di donne sull’orlo di una crisi di nervi.

I bambini sono persone e, se li lasciamo liberi di leggere e di esprimere i propri bisogni, sicuri che avranno una risposta sincera ed empatica, saranno persone competenti, libere e sicure.

(Veronica)

Io ballo da sola – su senso di appartenenza e scuole di formazione

11295726_798945416879695_7177384864229479934_nÈ come ballare con un compagno senza sintonia. Per pur precisi che siano i passi di entrambi, per pur esperto sia il ballerino che guida, se non si balla allo stesso tempo si finisce per pestarsi i piedi.
Io avevo in mente una ballata romantica, di quelle in cui i passi si muovono lenti e piccoli, appena accennati. Una danza in cui avere il tempo di sentire le proprie emozioni e quelle del compagno, di sprofondarsi negli odori, di leggere attraverso la pelle i movimenti dell’altro. Una danza da ballare abbracciati, aprendo gli occhi solo per godere del mondo intorno, senza mai guardare in basso perchè il ritmo e la sintonia guidano i piedi senza timore di errare. Una danza dolce e naturale come solo quella degli innamorati può essere.
Mi sono ritrovata in uno sfrenato rock’n’roll acrobatico – niente contro, naturalmente – ma non era ciò che desideravo.
Il mio compagno balla rapido e tecnico, confida nella propria abilità e vuole a tutti i costi mostrarla. Ha sperato di guidarmi ma quando c’è così tanta differenza di aspettative e quando il ritmo non è in sintonia, neanche il più tecnico dei ballerini può creare l’atmosfera del ballo di coppia.
Ed allora meglio fermarsi, respirare, sedere, guardarsi intorno…che magari c’è un compagno seduto che aveva le stesse aspettative e le stesse disillusioni. Oppure qualcuno che si è divertito e si diverte molto con il rock’n’roll ma non vuol rinunciare ad un po’ di danza a tu per tu.
Continuare a ballare infelici significa perdere l’occasione di incontrare quello che veramente si desidera.

Quando ho contribuito a fondare l’associazione Scuola del Portare, dalla base del progetto di Antonella Gennatiempo, avevo in mente un ballo lento fatto di passi piccoli, di sintonia, di decisioni prese insieme in modo circolare, di tempo sentito, assaporato. Avevo in mente un’associazione che sarebbe cresciuta piano, piano fatta di colleghe sempre più preparate, di formazione sempre più ricca e preziosa oppure direzionata a settori specifici per far sì che davvero si formi una rete di professionisti che collaborano. Un’associazione che investisse energie nelle zone del Paese più bisognose, in aggiornamenti ragionati secondo le necessità dei genitori, in garanzie e servizi per le famiglie. Avevo in mente formazioni lunghe un anno intero come lo è stata la mia in cui ci fosse il tempo per respirare, sentire, interiorizzare. Un’associazione che sostenesse i genitori nelle loro competenze, che usasse gli strumenti come mezzo e non come fine.
Un’associazione, infine, che aiutasse a sdoganare i pregiudizi sulla maternità, che sostenesse le consulenti mamme nel loro doppio ruolo di madri e professioniste in modo che nessuna delle due facce della medaglia potesse precludere l’interezza.
Mi trovo invece in un’associazione molto concentrata sulla formazione di sempre più e più consulenti, che mi lascia il dubbio che si voglia più gonfiare che nutrire il panorama nazionale del babywearing: ai posteri l’ardua sentenza.
Un’associazione stretta nelle sue regole sempre differenti, che non mi sta dando stabilità emotiva né sostegno professionale. Regole tutte pensate a tavolino, senza bimbi in groppa o sul cuore, senza respiro di genitori lì vicino, senza le notti insonni delle neofamiglie, senza le preoccupazioni dei genitori ai quali non è andato tutto liscio, senza i bisogni della quotidianeità, senza il ricordo della “trincea” in cui tanti professionisti vivono ogni giorno proteggendo i genitori. Ecco, in quella trincea starebbe la mia associazione ideale. Non in una stanza profumata a pensare a nuove regole e modalità.
Mi ritrovo in un’associazione che impedisce alle mamme di lavorare con i propri bambini definiti “elementi di disturbo” alla pari dei cellulari precludendo la valutazione propria della consulente su quanto e come la presenza di bimbi possa influenzare la sua serenità e la sua presenza. Parlare di contatto e relazione lasciando il proprio bimbo magari ancora nel periodo esogestazionale alla babysitter.
Un po’ come nel film “Le 5 leggende” in cui Dentolina, la fata dei dentini, circondata da un piccolo esercito di piccole fatine che lei gestisce con efficienza, si rende conto ad un tratto di aver passato troppo tempo lontano dal lavoro “di trincea” tra i bambini, tanto che è divenuta incapace di interpretarne i bisogni, i gusti ed i sogni. “Siamo così impegnati a far felici i bambini che ci siamo scordati dei…bambini”, dice.
Sento il bisogno di soddisfare le mie aspirazioni, di formarmi e specializzarmi ogni giorno di più, di offrire informazioni non solo ai genitori ma anche agli operatori di altri settori riguardanti la genitorialità.
Voglio costruire intorno a me una rete di professionisti che si aiutino l’un l’altro secondo le proprie competenze e si informino condividendo competenze ed esperienze con l’unico intento di sostenere i genitori in modo sempre più accurato ed efficace.
Ed è per questo che da oggi…io ballo da sola.

(Veronica)

10 maggio…festa della mamma

10 maggio…festa della mamma: eppure nessun post il giorno stesso per fare gli auguri alle mamme? e com’è possibile su un blog come questo?

Bè perché per questa Festa della Mamma, il mondo virtuale era un po’ distante…e Puro Contatto era in mezzo a mamme in carne, ossa e fascia!IMG_3861

Ma mai è tardi per rendere un piccolo omaggio alle mamme, perciò, senza troppi svolazzi, il mio abbraccio virtuale a tutte le mamme del mondo: quelle coi bimbi nella pancia, quelle coi bimbi nel cuore, quelle coi bimbi tra le braccia o per la mano, quelle coi bimbi che non sono già più bimbi ma genitori a loro volta, quelle a due o quattro zampe, con le pinne e con le ali. Alle mamme per scelta, alle mamme per caso, alle mamme che, guardando i loro bimbi, sono costrette a ricordare un grande dolore, alle mamme giovani, alle mamme non più giovani, alle mamme circondate da una bella “tribù” e alle mamme sole.

Un abbraccio a tutte, per il nostro giorno, ma un giorno dopo…perché il nostro giorno sia ogni giorno!

(Veronica)

ciò che viene da dentro, ciò che viene da fuori (su babywearing e bisogni indotti)

Portare i bambini è una pratica meravigliosa. image_1Non solo perchè è qualcosa di comodo, dolce e sicuro. Ma perchè risveglia negli adulti delle meravigliose competenze:  la capacità di accogliere, di osservare, di leggere i segnali, di sentire i bisogni ed i cambiamenti.

Ai bambini lascia la possibilità di esercitare e di non perdere le loro competenze naturali di mammiferi portati attivi e la potenza incredibile del linguaggio tattile che loro conoscono bene per istinto.

Ci offre l’occasione di sperimentarci nella manualità, nella sensibilità di riconoscere se il tessuto è ben teso, se la legatura è sicura, se siamo comodi. Una riflessione importante su noi stessi, sulle sensazioni che il corpo ci rimanda.

Come nell’allattamento e come nel massaggio per portare bene è necessario ascoltarsi, darsi tempo, costruire la pazienza con noi stessi, rispettare i segnali dei bambini  e averne dei nostri riconoscibili che ci guidino per la strada giusta.

É necessario fermarsi, a volte ripetere, a volte ripartire da capo, a volte anche desistere per riprovare poi in un altro momento.

É necessario staccarsi un pochino dai tempi stretti della vita normale, a volte è necessario rinunciare apparentemente alla praticità, investire tempo ed energie nell’apprendere la tecnica giusta, nel sentirla bene, nel sentirsi bene.

E soprattutto pensare intensamente che la giusta via è nelle nostre mani, che noi siamo in grado di ottenere un ottimo risultato e che quel risultato dipende per lo più da noi stessi.

Essere genitori oggi significa andare in contro ad una marea di pregiudizi e di giudizi. Significa andare incontro ad un numero incredibile di persone, dalle più diverse formazioni e specializzazioni, che emettono sentenze con una facilità disarmante, che danno ricette, metodi, soluzioni, che progettano oggetti per “risolvere” le difficoltà.

Tutta la società porta i genitori a pensare che la soluzione alle difficoltà dell’essere genitori sia “fuori”.

Per portare la pace, il ciuccio.

Per dormire, libri e manuali.

Per educare, metodi e regole.

Per allattare, paracapezzoli e cuscini specifici quando non sono biberon e simili.

Per tranquillizzare e contenere, complicati involtini di tessuto.

Per spiegare, sindromi sempre nuove.

Per portare i bambini la fascia esclusiva, “super-sostenitiva auto-legante”.

Non che queste cose non servano in assoluto. Possono servire in determinati casi, in occasioni particolari o anche soltanto per adeguare l’esperienza della genitorialità agli inevitabili ritmi della vita quotidiana.

Ma non sono indispensabili.

Concentriamoci su noi stessi, sulla forza della nostra natura e del nostro amore.

Usiamo gli strumenti, non diventiamone schiavi.

Per ognuno degli scopi per cui inventano oggetti, la Natura ci ha fornito le soluzioni. Nella nostra pelle, nelle nostre braccia, nei seni, nella semplicità dello stare vicini, dello stare in ascolto.

Perciò, tornando al portare: per portare i nostri bambini in primis abbiamo le braccia. E quello sono lo strumento più importante.

Poi abbiamo le risorse dentro di noi: la capacità di gestire un tessuto, di legarlo al meglio. Magari qualcuno ci insegna o attraverso un libretto di istruzioni, o un video o meglio ancora dal vivo in una consulenza.

Ma apprendere una tecnica significa risvegliare e sviluppare capacità esistenti dentro di noi. Non significa appoggiarsi a qualcosa che viene da fuori. Per questo una brava consulente, o istruttrice che sia, non crea dipendenza nei “suoi” genitori ma anzi li spinge a sperimentarsi, li sostiene nel mettersi alla prova.

Un buon supporto è fondamentale perchè tendiamo giustamente ad una buona qualità del portare per noi e per i nostri figli. Ma un buon supporto non è necessariamente un supporto molto costoso né molto elaborato. E la grande differenza la fanno, come sempre, le mani. Le mani che annodano, che legano.

Se ci sentiamo scomodi, se sentiamo i nostri bimbi a disagio, prima di pensare di aver bisogno di comprare altro soffermiamoci ad ascoltare cosa c’è che non va, a fare attenzione alla tecnica con cui abbiamo legato, al rispetto delle “regole d’oro” del portare in sicurezza e correttezza.

La risposta quasi sempre è dentro di noi, è nelle nostre capacità e nel nostro impegno, nella nostra pazienza, nella nostra accuratezza.

Se abbiamo la forza ed il coraggio di portare verso l’interno ogni questione, vi troveremo ogni risposta e la nostra forza ed il nostro coraggio saranno sempre un po’ più saldi.

Ogni volta che cerchiamo la risposta fuori siamo un po’ più dipendenti, un po’ più fragili.

No.

Non è vero che per portare un bimbo grande per forza serva una fascia con la canapa o con la grammatura di un tappeto persiano.

Serve magari una legatura ben fatta e a più strati di tessuto. Le legature veloci per cui usare le suddette fasce-tappeto sono comunque indicate per tempi o percorsi brevi. Un bimbo grande portato a lungo in una legatura monostrato ancorché fatta con il tappeto di Aladino, finirà per sovraccaricare troppo il genitore e per non star comodo nemmeno lui. Cosa che non accadrà con una legatura triplo sostegno ben fatta anche se eseguita con una fascia a grammatura medio bassa.

Non è vero che una fascia per poter portare i nostri bambini debba costare almeno 100€.

Oggi sul mercato ci sono soluzioni lowcost che offrono qualità discrete quando addirittura non ottime. Così come ci sono proposte economicamente molto impegnative che non competono con le cosiddette “low cost” in quanto a certificazioni su provenienza e qualità di tessile e colorazioni.

Non è vero che servono tanti supporti.photo4

Anzi, spesso i bambini che crescono con una sola fascia ne fanno un oggetto del cuore, carico di ricordi belli e sensazioni positive. Ed è bello pensare che ogni bambini abbia una fascia che ha condiviso per un po’ con la sua mamma e che gli servirà a sua volta per portare i suoi figli (o mal che vada per dormirci in campagna).

Bisogna imparare, mettersi in gioco, darsi tempo, fallire e riprovare. Bisogna investire energie e minuti preziosi. Prendere il ritmo in sintonia con i piccoli. E poi uscire e pure comprare una fascia nuova ma come si compra un vestito sfizioso: perchè ci va e ci piace non perchè “ne abbiamo bisogno”.

Quello di cui abbiamo bisogno, davvero bisogno, è di ri-scoprire il nostro grande potere, la nostra immensa potenzialità.

Quello di cui hanno bisogno i nostri bambini è di amore, di un paio di braccia, di seni da succhiare.

(Veronica)