Categoria: portare i bambini…fin da dentro il pancione!

“Questa casa ora ha anche un tetto”

IMG_3786Scrivo di getto, dopo che una cara amica mi ha segnalato questo articolo.

L’ennesimo articolo inutile e dannoso.

Come ne vengono scritti quotidianamente sui temi più cari ai genitori, ovvero quelli riguardanti la loro relazione con i loro figli.

In breve questo articolo, pur fregiandosi di riferimenti importanti come le citazioni da E. Weber su cui si dichiara concorde, parlando di babywearing, insinua il dubbio che ci siano derivazioni patologiche del portare.

Quello che rimane al lettore medio è “con ‘sta roba del portare alla fine le mamme patologiche frenano lo sviluppo dei bambini perchè non li lasciano andare”.

Mille altri articoli così sono stati scritti sull’allattamento prolungato, sul cosleeping etc.

Si diffonde il sospetto che il mondo sia pieno di mamme “patologiche” che prolungano il cordone ombelicale relazionale con i figli per misteriose carenze e morbosità fino alla maggiore età di questi ultimi. E, guarda caso, si tratta sempre di mamme che hanno una buona relazione fisica con i loro bambini.

Ecco, lasciatemelo dire, non è vero.

E questa volta sono davvero arrabbiata.

Perchè io rispetto e valorizzo ogni scelta genitoriale, ma quello che non tollero sono i luoghi comuni e le parole dette a sproposito che creano un orribile clima intorno alle famiglie.

Quindi uso questo mio piccolo spazio per rispondere all’articolo in questione e a tutti gli articoli sullo stesso tono che non smettono di essere scritti.

I bambini sono persone.

E sono persone con carattere definito, con esigenze chiare e molta consapevolezza sui propri bisogni.

L’essere umano è un mammifero.

Ha bisogno di contatto, di scambio tattile, di presenza.

Questo bisogno ad un certo punto, specie se vi si è risposto con competenza e positività, è destinato a sparire. Il percorso che va dalla nascita del bisogno – che corrisponde con quella del bambino – alla sua scomparsa è spesso ben chiaro ad entrambi: bimbo e genitore.

É certamente chiaro dal momento in cui bimbo e genitore sono in sintonia, sia quale sia lo stile che hanno deciso di seguire.

Nessuno forza nessuno.

A volte i bimbi grandi chiedono di essere portati, di essere allattati, di dormire nel lettone, di essere massaggiati. Ma questo non significa che i genitori hanno creato dipendenza nei loro figli con il loro “atteggiamento morboso” o con la loro “patologia”. Significa che quei bimbi sentono quel bisogno ed hanno sviluppato una grande competenza che permette loro di identificarlo e di esprimerlo in una richiesta.

Una mamma che allatta un bimbo grande o che lo porta in groppa non è una squilibrata con chissà quale carenza affettiva o relazionale che soddisfa approfittando della creatura.

É solo una mamma attenta, che ha deciso di rispondere fino a quando se la sente in modo positivo ai bisogni espressi dal suo bambino. Che ha deciso di fidarsi del suo bambino e della sua capacità di leggere le proprie esigenze.

Queste mamme, questi papà sanno accogliere e sanno lasciare andare. Hanno solo la pazienza utile a rimandare il momento a quando tutti sono pronti. Queste mamme, questi papà stanno costruendo con attenzione l’indipendenza dei loro bambini. Ne stanno facendo persone sicure e competenti, LIBERE di scegliere e di chiedere sostegno.

Queste mamme e questi papà non telefoneranno dieci volte al giorno ai figli trentenni perchè stanno offrendo il loro accudimento adesso che è il momento.

Ma chi ha scritto questo articolo ha una vaga idea di cosa significhi tentare di legare una fascia con un bimbo che non vuole? Un bimbo grande si porta sulla schiena: perchè non provare a legare sulla schiena prima di pensare che potrebbe essere possibile costringere un bambino a stare in groppa?

I bimbi portati sanno esattamente quando hanno bisogno di essere portati e quando hanno bisogno di camminare.

Due anni e mezzo fa, in un momento di grande trambusto familiare (ci eravamo trasferiti in un’altra casa e stavamo preparando un viaggio che ancora non sapevamo se sarebbe stato un viaggio o un’emigrazione), la mia bambina di allora tre anni e mezzo chiedeva spesso di venire in groppa.

Un giorno camminavamo sotto la pioggia con l’ombrello e lei ad un tratto abbracciandomi dalla schiena disse “che bello, mamma, ora questa casa ha anche il tetto!”.

Lei, a quasi quattro anni, aveva fatto della mia schiena, della nostra fascia il suo punto fermo dal quale vivere quella situazione così disorientante con la sicurezza di cui aveva bisogno per essere serena.

A distanza di due anni e mezzo, di nuovo il momento è complicato nella nostra vita. Adesso è il piccolo, che ha la stessa età che aveva la grande allora, a chiedere di essere portato spesso.

Io ora lo so perchè, me lo ha insegnato la mia bambina: perchè la schiena è un punto fermo, sicuro, una base da cui guardare il mondo con più fiducia.

E la grande, che è qualche passo avanti nella strada della vita, adesso è al mio fianco che sostiene il fratellino.

E che a volte mi chiede di massaggiarla, perchè sa che le fa bene se si sente di aver accumulato troppa tensione o emozione.

Smettete, vi prego: smettete di considerare la pelle qualcosa di cui aver paura. Smettete di pensare che le mamme con una buona relazione fisica coi loro bambini siano potenzialmente patologiche o egoiste o che vi scarichino frustrazioni da adulto. Smettete di pensare che i bambini siano bambole in balia di donne sull’orlo di una crisi di nervi.

I bambini sono persone e, se li lasciamo liberi di leggere e di esprimere i propri bisogni, sicuri che avranno una risposta sincera ed empatica, saranno persone competenti, libere e sicure.

(Veronica)

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Io ballo da sola – su senso di appartenenza e scuole di formazione

11295726_798945416879695_7177384864229479934_nÈ come ballare con un compagno senza sintonia. Per pur precisi che siano i passi di entrambi, per pur esperto sia il ballerino che guida, se non si balla allo stesso tempo si finisce per pestarsi i piedi.
Io avevo in mente una ballata romantica, di quelle in cui i passi si muovono lenti e piccoli, appena accennati. Una danza in cui avere il tempo di sentire le proprie emozioni e quelle del compagno, di sprofondarsi negli odori, di leggere attraverso la pelle i movimenti dell’altro. Una danza da ballare abbracciati, aprendo gli occhi solo per godere del mondo intorno, senza mai guardare in basso perchè il ritmo e la sintonia guidano i piedi senza timore di errare. Una danza dolce e naturale come solo quella degli innamorati può essere.
Mi sono ritrovata in uno sfrenato rock’n’roll acrobatico – niente contro, naturalmente – ma non era ciò che desideravo.
Il mio compagno balla rapido e tecnico, confida nella propria abilità e vuole a tutti i costi mostrarla. Ha sperato di guidarmi ma quando c’è così tanta differenza di aspettative e quando il ritmo non è in sintonia, neanche il più tecnico dei ballerini può creare l’atmosfera del ballo di coppia.
Ed allora meglio fermarsi, respirare, sedere, guardarsi intorno…che magari c’è un compagno seduto che aveva le stesse aspettative e le stesse disillusioni. Oppure qualcuno che si è divertito e si diverte molto con il rock’n’roll ma non vuol rinunciare ad un po’ di danza a tu per tu.
Continuare a ballare infelici significa perdere l’occasione di incontrare quello che veramente si desidera.

Quando ho contribuito a fondare l’associazione Scuola del Portare, dalla base del progetto di Antonella Gennatiempo, avevo in mente un ballo lento fatto di passi piccoli, di sintonia, di decisioni prese insieme in modo circolare, di tempo sentito, assaporato. Avevo in mente un’associazione che sarebbe cresciuta piano, piano fatta di colleghe sempre più preparate, di formazione sempre più ricca e preziosa oppure direzionata a settori specifici per far sì che davvero si formi una rete di professionisti che collaborano. Un’associazione che investisse energie nelle zone del Paese più bisognose, in aggiornamenti ragionati secondo le necessità dei genitori, in garanzie e servizi per le famiglie. Avevo in mente formazioni lunghe un anno intero come lo è stata la mia in cui ci fosse il tempo per respirare, sentire, interiorizzare. Un’associazione che sostenesse i genitori nelle loro competenze, che usasse gli strumenti come mezzo e non come fine.
Un’associazione, infine, che aiutasse a sdoganare i pregiudizi sulla maternità, che sostenesse le consulenti mamme nel loro doppio ruolo di madri e professioniste in modo che nessuna delle due facce della medaglia potesse precludere l’interezza.
Mi trovo invece in un’associazione molto concentrata sulla formazione di sempre più e più consulenti, che mi lascia il dubbio che si voglia più gonfiare che nutrire il panorama nazionale del babywearing: ai posteri l’ardua sentenza.
Un’associazione stretta nelle sue regole sempre differenti, che non mi sta dando stabilità emotiva né sostegno professionale. Regole tutte pensate a tavolino, senza bimbi in groppa o sul cuore, senza respiro di genitori lì vicino, senza le notti insonni delle neofamiglie, senza le preoccupazioni dei genitori ai quali non è andato tutto liscio, senza i bisogni della quotidianeità, senza il ricordo della “trincea” in cui tanti professionisti vivono ogni giorno proteggendo i genitori. Ecco, in quella trincea starebbe la mia associazione ideale. Non in una stanza profumata a pensare a nuove regole e modalità.
Mi ritrovo in un’associazione che impedisce alle mamme di lavorare con i propri bambini definiti “elementi di disturbo” alla pari dei cellulari precludendo la valutazione propria della consulente su quanto e come la presenza di bimbi possa influenzare la sua serenità e la sua presenza. Parlare di contatto e relazione lasciando il proprio bimbo magari ancora nel periodo esogestazionale alla babysitter.
Un po’ come nel film “Le 5 leggende” in cui Dentolina, la fata dei dentini, circondata da un piccolo esercito di piccole fatine che lei gestisce con efficienza, si rende conto ad un tratto di aver passato troppo tempo lontano dal lavoro “di trincea” tra i bambini, tanto che è divenuta incapace di interpretarne i bisogni, i gusti ed i sogni. “Siamo così impegnati a far felici i bambini che ci siamo scordati dei…bambini”, dice.
Sento il bisogno di soddisfare le mie aspirazioni, di formarmi e specializzarmi ogni giorno di più, di offrire informazioni non solo ai genitori ma anche agli operatori di altri settori riguardanti la genitorialità.
Voglio costruire intorno a me una rete di professionisti che si aiutino l’un l’altro secondo le proprie competenze e si informino condividendo competenze ed esperienze con l’unico intento di sostenere i genitori in modo sempre più accurato ed efficace.
Ed è per questo che da oggi…io ballo da sola.

(Veronica)

10 maggio…festa della mamma

10 maggio…festa della mamma: eppure nessun post il giorno stesso per fare gli auguri alle mamme? e com’è possibile su un blog come questo?

Bè perché per questa Festa della Mamma, il mondo virtuale era un po’ distante…e Puro Contatto era in mezzo a mamme in carne, ossa e fascia!IMG_3861

Ma mai è tardi per rendere un piccolo omaggio alle mamme, perciò, senza troppi svolazzi, il mio abbraccio virtuale a tutte le mamme del mondo: quelle coi bimbi nella pancia, quelle coi bimbi nel cuore, quelle coi bimbi tra le braccia o per la mano, quelle coi bimbi che non sono già più bimbi ma genitori a loro volta, quelle a due o quattro zampe, con le pinne e con le ali. Alle mamme per scelta, alle mamme per caso, alle mamme che, guardando i loro bimbi, sono costrette a ricordare un grande dolore, alle mamme giovani, alle mamme non più giovani, alle mamme circondate da una bella “tribù” e alle mamme sole.

Un abbraccio a tutte, per il nostro giorno, ma un giorno dopo…perché il nostro giorno sia ogni giorno!

(Veronica)

ciò che viene da dentro, ciò che viene da fuori (su babywearing e bisogni indotti)

Portare i bambini è una pratica meravigliosa. image_1Non solo perchè è qualcosa di comodo, dolce e sicuro. Ma perchè risveglia negli adulti delle meravigliose competenze:  la capacità di accogliere, di osservare, di leggere i segnali, di sentire i bisogni ed i cambiamenti.

Ai bambini lascia la possibilità di esercitare e di non perdere le loro competenze naturali di mammiferi portati attivi e la potenza incredibile del linguaggio tattile che loro conoscono bene per istinto.

Ci offre l’occasione di sperimentarci nella manualità, nella sensibilità di riconoscere se il tessuto è ben teso, se la legatura è sicura, se siamo comodi. Una riflessione importante su noi stessi, sulle sensazioni che il corpo ci rimanda.

Come nell’allattamento e come nel massaggio per portare bene è necessario ascoltarsi, darsi tempo, costruire la pazienza con noi stessi, rispettare i segnali dei bambini  e averne dei nostri riconoscibili che ci guidino per la strada giusta.

É necessario fermarsi, a volte ripetere, a volte ripartire da capo, a volte anche desistere per riprovare poi in un altro momento.

É necessario staccarsi un pochino dai tempi stretti della vita normale, a volte è necessario rinunciare apparentemente alla praticità, investire tempo ed energie nell’apprendere la tecnica giusta, nel sentirla bene, nel sentirsi bene.

E soprattutto pensare intensamente che la giusta via è nelle nostre mani, che noi siamo in grado di ottenere un ottimo risultato e che quel risultato dipende per lo più da noi stessi.

Essere genitori oggi significa andare in contro ad una marea di pregiudizi e di giudizi. Significa andare incontro ad un numero incredibile di persone, dalle più diverse formazioni e specializzazioni, che emettono sentenze con una facilità disarmante, che danno ricette, metodi, soluzioni, che progettano oggetti per “risolvere” le difficoltà.

Tutta la società porta i genitori a pensare che la soluzione alle difficoltà dell’essere genitori sia “fuori”.

Per portare la pace, il ciuccio.

Per dormire, libri e manuali.

Per educare, metodi e regole.

Per allattare, paracapezzoli e cuscini specifici quando non sono biberon e simili.

Per tranquillizzare e contenere, complicati involtini di tessuto.

Per spiegare, sindromi sempre nuove.

Per portare i bambini la fascia esclusiva, “super-sostenitiva auto-legante”.

Non che queste cose non servano in assoluto. Possono servire in determinati casi, in occasioni particolari o anche soltanto per adeguare l’esperienza della genitorialità agli inevitabili ritmi della vita quotidiana.

Ma non sono indispensabili.

Concentriamoci su noi stessi, sulla forza della nostra natura e del nostro amore.

Usiamo gli strumenti, non diventiamone schiavi.

Per ognuno degli scopi per cui inventano oggetti, la Natura ci ha fornito le soluzioni. Nella nostra pelle, nelle nostre braccia, nei seni, nella semplicità dello stare vicini, dello stare in ascolto.

Perciò, tornando al portare: per portare i nostri bambini in primis abbiamo le braccia. E quello sono lo strumento più importante.

Poi abbiamo le risorse dentro di noi: la capacità di gestire un tessuto, di legarlo al meglio. Magari qualcuno ci insegna o attraverso un libretto di istruzioni, o un video o meglio ancora dal vivo in una consulenza.

Ma apprendere una tecnica significa risvegliare e sviluppare capacità esistenti dentro di noi. Non significa appoggiarsi a qualcosa che viene da fuori. Per questo una brava consulente, o istruttrice che sia, non crea dipendenza nei “suoi” genitori ma anzi li spinge a sperimentarsi, li sostiene nel mettersi alla prova.

Un buon supporto è fondamentale perchè tendiamo giustamente ad una buona qualità del portare per noi e per i nostri figli. Ma un buon supporto non è necessariamente un supporto molto costoso né molto elaborato. E la grande differenza la fanno, come sempre, le mani. Le mani che annodano, che legano.

Se ci sentiamo scomodi, se sentiamo i nostri bimbi a disagio, prima di pensare di aver bisogno di comprare altro soffermiamoci ad ascoltare cosa c’è che non va, a fare attenzione alla tecnica con cui abbiamo legato, al rispetto delle “regole d’oro” del portare in sicurezza e correttezza.

La risposta quasi sempre è dentro di noi, è nelle nostre capacità e nel nostro impegno, nella nostra pazienza, nella nostra accuratezza.

Se abbiamo la forza ed il coraggio di portare verso l’interno ogni questione, vi troveremo ogni risposta e la nostra forza ed il nostro coraggio saranno sempre un po’ più saldi.

Ogni volta che cerchiamo la risposta fuori siamo un po’ più dipendenti, un po’ più fragili.

No.

Non è vero che per portare un bimbo grande per forza serva una fascia con la canapa o con la grammatura di un tappeto persiano.

Serve magari una legatura ben fatta e a più strati di tessuto. Le legature veloci per cui usare le suddette fasce-tappeto sono comunque indicate per tempi o percorsi brevi. Un bimbo grande portato a lungo in una legatura monostrato ancorché fatta con il tappeto di Aladino, finirà per sovraccaricare troppo il genitore e per non star comodo nemmeno lui. Cosa che non accadrà con una legatura triplo sostegno ben fatta anche se eseguita con una fascia a grammatura medio bassa.

Non è vero che una fascia per poter portare i nostri bambini debba costare almeno 100€.

Oggi sul mercato ci sono soluzioni lowcost che offrono qualità discrete quando addirittura non ottime. Così come ci sono proposte economicamente molto impegnative che non competono con le cosiddette “low cost” in quanto a certificazioni su provenienza e qualità di tessile e colorazioni.

Non è vero che servono tanti supporti.photo4

Anzi, spesso i bambini che crescono con una sola fascia ne fanno un oggetto del cuore, carico di ricordi belli e sensazioni positive. Ed è bello pensare che ogni bambini abbia una fascia che ha condiviso per un po’ con la sua mamma e che gli servirà a sua volta per portare i suoi figli (o mal che vada per dormirci in campagna).

Bisogna imparare, mettersi in gioco, darsi tempo, fallire e riprovare. Bisogna investire energie e minuti preziosi. Prendere il ritmo in sintonia con i piccoli. E poi uscire e pure comprare una fascia nuova ma come si compra un vestito sfizioso: perchè ci va e ci piace non perchè “ne abbiamo bisogno”.

Quello di cui abbiamo bisogno, davvero bisogno, è di ri-scoprire il nostro grande potere, la nostra immensa potenzialità.

Quello di cui hanno bisogno i nostri bambini è di amore, di un paio di braccia, di seni da succhiare.

(Veronica)

Un sabato speciale

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Ci sono momenti in cui serve un po’ di coraggio e forse anche un briciolo di incosciente fiducia nella possibilità che qualcosa di magico avvenga. Ed è quel che è mi è successo sabato 22 novembre.

Ma torniamo un po’ indietro nel tempo.

Sono consulente del portare certificata. Adoro questo mestiere perchè mi permette di offrire un’opportunità magari non preventivata ai genitori. Un sostegno inatteso e piacevole, spesso stupefacente. Durante il mio ancor breve percorso in questo mondo, mi sono naturalmente imbattuta in situazioni complicate, in bimbi e genitori con esigenze particolari o inusuali. L’analisi del bisogno è uno step a cui la scuola con cui mi sono formata dà la massima importanza. Ed io ne ho imparato il valore prima in formazione, poi in ogni occasione. E sempre una buona analisi del bisogno mi ha aiutato a rispondere in modo soddisfacente e professionale, con gli strumenti che avevo acquisito.

Finchè, un giorno, la presidente dell’associazione “Armonia a 6 zampe” che spesso mi invita a tenere corsi non mi ha proposto qualcosa di davvero particolare. Una mamma ed il suo bimbo “speciale”. Non posso negare che all’inizio sia stata un po’ una doccia fredda: non sono formata per rispondere a questo tipo di bisogno e ho sempre preso molto seriamente la necessità di essere preparati.

Ma, d’altra parte, non potevo pensare di far perdere a questa famiglia quella grande occasione che so che il babywearing offre. E così ho iniziato ad informarmi: prima delle condizioni di salute e delle caratteristiche fisiche del bimbo (specie dello sviluppo delle anche, attraverso gli aggiornamenti che venivano dal fisioterapista del bimbo). Poi di cosa il portare davvero potesse offrire loro. E piano, piano si delineava in me la certezza che davvero potesse essere un’esperienza profonda e nutriente per loro, ancora più che per gli altri. Ho avuto la fortuna di potermi confrontare con Valentina Carugo  una collega consulente che è anche fisioterapista sull’opportunità della soluzione a cui avevo pensato come legatura e supporto.

Ma alcune difficoltà restavano: insegnare a portare pancia a pancia un bimbo già grandino, la distanza geografica che non poteva garantire un percorso completo “a braccetto” con i medici del piccolo, la mia mancanza di esperienze pregresse, di formazione inerente o di aggiornamenti ad hoc. E non ultimo il deciso dissenso della mia scuola che ha più volte e chiaramente espresso parere contrario a questa esperienza.

Ho bene in testa il batticuore che mi risuonava al momento in cui ho dato la mia disponibilità per un incontro gratuito informale alla mamma con il suo bimbo e alla presidente dell’associazione. Incontro gratuito informale per non mettere in gioco il mio ruolo di consulente e creare false aspettative.

E proprio in quel momento è iniziata la magia. La mamma, pur sapendo dei miei limiti formativi, ha accolto 10805737_702758756498362_6939565312471782219_nentusiasta l’offerta, la presidente pure, attivando la sua meravigliosa macchina organizzatrice (e fotografica!) ed io ho sentito la paura che piano, piano lasciava spazio alla certezza di star facendo bene, di star costruendo un momento importante, di star lavorando in coscienza, sicurezza e trasparenza.

E sabato è stato un giorno speciale.

Valentina è bellissima ed è una mamma estremamente attenta e competente. Conosce il corpo del figlio come il palmo della sua mano, ne conosce i movimenti, i punti forti, i punti deboli. Sta muovendo incredibili energie per offrire il meglio al suo bimbo.

Edo da qualche mese sorride ma ogni suo sorriso è un tesoro raro e prezioso.

É arrivato dormendo e si è svegliato con le coccole lievi della sua mamma.

10624639_702758833165021_3121070505531920359_nE poi abbiamo iniziato a lavorare. Da seduti, per agevolare il sostegno del piccolo. Il tessuto ha cominciato ad avvolgerli: prima in modo un po’ insicuro ed impacciato, poi sempre più naturalmente.

Li ho aiutati ad ottenere una buona posizione del bimbo e poi abbiamo iniziato a tirare la fascia, avvolgendola stretta intorno a loro.

Infine Valentina si è alzata ed ha chiuso una legatura quasi perfetta. Edo si è adagiato, ha appoggiato la testa al petto della sua mamma ed ha sorriso.

Un sorriso dolce e lungo come di chi si è ritrovato, all’improvviso, in una sensazione conosciuta, familiare, emozionante. Lei lo ha guardato, emozionata. Gli ha baciato la fronte ed anche lei ha sorriso.

Laura scattava queste foto che parlano da sole.1922069_702758459831725_8297750670708726103_n

Forse avrei dovuto seguire i moniti di chi mi sconsigliava di buttarmi in quest’impresa. Ma quel momento è stato davvero qualcosa di magico, di impagabile. Ed è per questi momenti che la mia strada acquista un senso profondo e prezioso.

Per questo riconoscere ed abbandonarsi istintivo, per quel lavoro che io so che i muscoli dei bimbi – speciali o meno – fanno, semplicemente “leggendo” il movimento di chi porta. Per quel ritrovarsi e restare in ascolto l’uno dell’altro, ricucendo, restaurando emozioni infrante e ricucendo ferite.10459910_702757203165184_2945695892724155800_n

Ed oggi sono grata, incredibilmente grata.

A Laura per la sintonia con cui lavoriamo e per l’occasione incredibile di ricchezza che mi ha proposto.

A Valentina per essersi fidata ed affidata e per aver compreso subito le incredibili potenzialità del portare.

A Edo per il suo sorriso.

A tutte le mamme e le famiglie che hanno condiviso quel momento, ognuna con la sua storia ma tutte con la straordinaria capacità di sostenersi a vicenda.

Alla mia strada, piena di stelle e fiori.10806312_702756996498538_8902720333001037394_n

(Veronica)

Se volete aiutare Edo nel suo percorso, contattate Valentina al 3491001787 o seguiteli sul gruppo FB     “Edo tifiamo tutti per te!

Se volete conoscere e sostenere l’Ass. Armonia a 6 Zampe, contattate Laura al 3284871698 o sulla pagina FB “Armonia a 6 zampe

Ricostruire il tempo – 17 novembre, giornata mondiale del bimbo pretermine

prematuriCi sono momenti nella vita in cui tutto accade d’improvviso e frettolosamente.

E ci prende alla sprovvista e ci lascia con il fiatone.

Quando, poi, è la vita stessa ad accadere d’improvviso e frettolosamente, ecco che inizia un grande cammino di recupero, di comprensione, di ricostruzione.

Oggi è il giorno mondiale del bimbo pretermine.

Vita frettolosa e tenace, relazioni un po’ in salita… ché bisognerebbe fare un passo indietro insieme e capire cos’è successo ed invece si deve scendere subito in trincea, per lottare fianco a fianco, resistere, crescere, sostenersi.

Guerra perlopiù silenziosa, col fiato sospeso.

Perché si tace davanti alla fragilità del corpo e del cuore. Si tace ascoltando le parole dei medici e degli infermieri. Si tace tornando a casa, con il pensiero là, in TIN.

Ma accoccolato nel silenzio c’è il battito del cuore, sempre più stabile. Nascosta nella fragilità c’è la forza di attaccarsi alla vita.

E rispettiamo il silenzio per ascoltare il cuore, rispettiamo la fragilità per leggerne la forza.

I piccoli, piccoli ci comunicano chiaramente cosa sta succedendo. La fatica di tenersi raccolti, la respirazione ancora irregolare, il loro grande cuore: tutto si tranquillizza a contatto con la mamma o con il papà. Grandi mani entrano piano nelle culle termiche, si appoggiano sulla testina del loro bambino, sul sederino o sui piedi. E piano, piano si fanno dolcemente pesanti come a dire: queste grandi mani sono capaci di sostenere ogni tuo tremito.

E poi il petto della mamma, così morbido e profumato. Ecco un ricordo di qualcosa lasciato a metà.

E tutti e due si aggrappano a quel ricordo ma soprattutto a quel presente di condivisione. Di “esserci” profondamente, insieme, lì, in quel momento prezioso e sacro.

Ripartiamo dalla pelle, quel velo così leggero che quasi sembra possa strapparsi con un movimento troppo brusco.

Nutriamo la pelle e con lei tutto il bambino.

Quella pelle che avrebbe avuto bisogno ancora di tempo, di essere accarezzata dal liquido amniotico. Riprendiamo il discorso lasciato a metà, contenendo il nostro prezioso tesoro. Nessuno sa farlo meglio dei genitori, meglio di quella mamma, la cui pelle pure reclama il tempo promesso e mancato.

A volte basta un piccolo sostegno ed ecco che la magia accade: una mamma e un papà offrono le loro mani, le loro braccia, il loro petto, la loro pancia. Le danno come se non fossero più loro, come se fossero il terreno fertile in cui far crescere, ancora, il loro bambino.

Quanta bellezza in questo essere lì, a disposizione. Nonostante le paure, nonostante i timori, nonostante gli incubi. E loro, i piccoli, lo sentono. E tutto diviene calma anche solo per un momento.

Una manina piccola, piccola che stringe il dito della sua mamma o del suo papà. Ed improvvisamente tutto si quieta, il respiro si fa più regolare, i movimenti più lenti, quei genitori si commuovono innamorati. Quel gesto vuol dire forza e fiducia ed è una grande emozione.

Qualcuno dirà col naso all’insù che quello stringere « è solo un riflesso neonatale, che i genitori leggono sempre le semplici cose come se fossero grandi messaggi».

Ma, pensandoci bene e abbandonando la saccenza, quello stringere, proprio proprio nel suo essere riflesso neonatale ci dice tante cose: ci dice che quel bambino ha scritto nel suo codice genetico di “portato” che quando riesce a stringere i suoi genitori è al sicuro.

Perciò si calma.

Perciò, come sempre, hanno ragione i genitori ad emozionarsi e ad accompagnare il gesto con le parole più belle che si possono dire ad un figlio : « siamo qui con te».

Questo meraviglioso scambio che avviene tra i genitori ed il loro piccolo è la vera forza.

E su questa forza si costruisce piano, piano – questa volta senza fretta nè precipitosità – la loro relazione d’amore.

A casa, dopo tanti momenti difficili, le piccole cose semplici possono aiutare davvero questa nuova famiglia.

Hanno bisogno di tempo, loro tre, mamma, papà e bimbo (e magari dei fratellini a sommarsi).

Un telo lungo, una fascia portabebè, morbida e sicura come il tocco della mamma. A recuperare quei confini chiari e vicini, a combattere quella forza di gravità così ostile da far distendere quasi a forza piccole braccia e gambe. A ritrovare la luce soffusa, il battito del cuore, il rumore del respiro, il ritmo stimolante dei muscoli che si muovono delicati nel camminare. Tutto com’era dentro la pancia. Una fascia sa inventare tempo nuovo, un tempo enorme che si avvolge intorno alle spalle del piccolo, intorno alle spalle dei suoi genitori abbracciandone i muscoli e le emozioni, invitando a rilassarsi a sentirsi di nuovo tutt’uno, a lasciar finalmente andare tutte le emozioni.

Un momento per massaggiare, magari facendo più grande un’esperienza già iniziata in TIN, per conoscere e far riconoscere quel corpo tanto amato, per dire con le mani che siamo lì, che amiamo quella pelle, quell’odore, quei muscoli che si stanno ogni giorno fortificando. Un momento per lasciare tutto fuori ed occuparsi solo di prendersi cura e di comunicare con l’unico linguaggio che i neonati conoscono: il linguaggio della pelle e del contatto. Giorno dopo giorno le mani si fanno più sicure, la sintonia sempre più perfetta.

Facciamoci in quattro, noi tutti, familiari, operatori, consulenti, amici e vicini di casa. Facciamoci in quattro per allargare il tempo.

Per lasciare spazio alla pelle di ricostruire il legame, di recuperare il tempo mancato, di rallentare il ritmo.

Inventiamoci modi di lasciare a quella mamma il tempo di sentirsi mamma a pieno titolo, forte e competente, colei che calma e contiene, colei che nutre ed osserva.

Inventiamoci modi di lasciare a quel papà il tempo di sentirsi padre, colui che difende e protegge, colui che ha grandi e forti mani per accarezzare ed abbracciare la sua compagna ed il suo bambino.

Inventiamoci cuochi, aiutanti, camerieri.

Inventiamoci cuscini morbidi in cui affondare e sentirsi coccolati, inventiamoci aperitivi analcolici casalinghi per non far sentire i genitori soli. Inventiamoci, al momento opportuno, passeggiate, telefonate, un mazzo di fiori e dei palloncini.

Perchè così il tempo diviene amico e ci accompagna e forse, a volte, si moltiplica e prende anche lo spazio del tempo mancato.

(Veronica)

Per questo post è doveroso ringraziare:

Adele Ricci, amica e collega meravigliosa che ha realizzato questo stupendo disegno.

Isa Blanchi, fisioterapista ed insegnante AIMI, per le preziose informazioni e per la delicatezza del suo approccio.

Alessia Rossetti, amica e collega,  per aver condiviso le sue esperienze preziose di sostegno e di incontro.

Il mio percorso di babywearing per avermi svelato una meravigliosa opportunità di relazione.

Tutti i bimbi pretermine ed ex-pretermine che ho conosciuto ed i loro genitori per avermi insegnato cosa siano le difficoltà e la forza.

Uno spazio magico

Uno spazio magico.

Mi ricordo che quand’ero bambina, uno dei miei personaggi preferiti era Mary Poppins.

Nella sua borsa mille oggetti che per magia trovavano spazio per stare ed apparire, tirati fuori dalle sue abili mani.

“è fatta con un tappeto” diceva lei, serenamente.

Un tappeto magico, una borsa magica. Fibre e tessuti.

Ora, da grande,  ho trovato il mio tessuto magico con cui fare un piccolo nido in cui per incanto, c’è posto per un intero papà.10581331_1437367433212920_1180028128_n

Quando una famiglia aspetta un bimbo l’unica in “stato interessante” è la mamma. Il papà spesso scompare, costretto a farsi da parte: non tanto dai limiti fisiologici (chi ha in pancia il bimbo è la mamma ed evidentemente solo lei vive un’esperienza di pieno coinvolgimento) ma anche, e direi soprattutto da limiti culturali e relazionali. Chi desta interesse, preoccupazione, tenerezza, gentilezza è la mamma. Il papà è fuori.

E se già è complicato per i papà andare oltre i limiti fisiologici e costruire la propria relazione con il bimbo che sta per nascere e con la mamma che sta per nascere nella propria compagna di vita, ancora di più è difficile sentirsi sempre ai margini, sempre defraudati del proprio ruolo che invece è fondamentale. Sembra – a sentire le voci – che un papà serva solo dai 2 anni in su dei figli “vedrai a due anni sarà tutto dietro suo padre!”.

Ed anche questo momento lo si carica con una valenza quasi amareggiata, come a dire che tutta la fatica che la mamma farà a prendersi cura del piccolo sarà “tradita” , appena cresciuto, dalla sua preferenza per il papà. Come è complicato in questo contesto costruire un nuovo equilibrio, stabile e nutriente per tutti!

Ed ecco qua, il telo magico.

Un telo in cui – controcorrente – il papà trova il suo spazio fin da prima che il bimbo nasca. Perchè è il papà che impara la prima legatura quando si fanno gli incontri con le mamme ancora in attesa.

Anche il papà si prepara alla nascita, al suo ruolo di protezione, alla sua attesa. Prepara qualcosa di bello per il suo bambino, le basi per la loro relazione affettiva e tattile.

Il papà trova spazio nel telo magico, ci si raccoglie tutto con la sua attenzione e la sua cura, con la voglia di essere presente e di sostenere la propria compagna.

Adesso lei è concentrata sul suo pancione, su quel magico momento che sarà la nascita, il parto. E lui invece è lì che la protegge e che impara a maneggiare la stoffa dicendole “lascia fare a me, saprò occuparmi di lui, saprò occuparmi di voi”.

La fascia è il tessuto magico che contiene, simbolicamente, il bisogno di preparasi, di sapere per certo che il proprio ruolo e la propria presenza sono fondamentali, di giocarsi la chance di avere uno spazio speciale nei mesi importantissimi dell’eso-gestazione.

unnamedUno dei papà che ho accompagnato nell’uso della fascia mi ha detto “Veronica grazie, è bellissimo. La sento muoversi, so quando dorme e quando è sveglia, quando ha bisogno di qualcosa che inizia a dare segni di impazienza. Praticamente adesso posso vivere il mio pancione”.

Ed è una frase che mi è rimasta nella memoria come il battere ritmico e costante del cuore.

Nutrire la competenza tattile, entrare in un profondo contatto, trovare il proprio posto e fare finalmente spazio alla tenerezza senza rinunciare al gran senso pratico, alla dinamicità tipica dei papà.

Tutto questo lo si può far apparire da questo nostro telo magico, ad ogni amoroso drappeggio.

I papà che incontro arrivano spesso un po’ impacciati, a volte un po’ imbarazzati, a volte davvero motivatissimi. Imparano a portare i loro piccoli con estrema cura ed attenzione e diventano tutti bravissimi.

Coccolano senza paura e vivono senza filtri anche il proprio bisogno di contatto, di ruolo attivo, la propria capacità di delicatezza che non diminuisce ma esalta il loro essere uomini e padri. Passano oltre ai pregiudizi e ai limiti che la società tende ancora ad imporre e si costruiscono fin da subito, in armonia con le proprie compagne, come parti fondamentali del prendersi cura del neonato.

 

 

E a chi pensa che la fascia non sia molto “virile”: se non vi bastano questi splendidi papà, fatevi un giro nella pagina genitori o nell’album fotografico per ricredervi!

(Veronica)