Categoria: accompagnare la nascita

Babywearing…e se iniziassimo dalla pancia?

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Da anni propongo ai genitori un incontro prima della nascita a tema “portare i bambini fin da dentro la pancia“. Negli anni questo incontro si è trasformato, aggiornandosi in funzione dei nuovi percorsi formativi e dell’osservazione costante dei bisogni sempre diversi dei genitori.

…Ed è diventato il mio corso del cuore, quello che per me apre la strada alla condivisione con la C maiuscola.

Ma come funziona?

Il corso è rivolto a genitori in attesa al 7-8 mese di gravidanza. Lo propongo – ogni volta che è possibile – come un incontro di coppia dove per coppia non si intende necessariamente il secondo genitore ma la persona, se c’è, che sarà più vicina alla mamma e al suo bambino.

Che benefici può portare partecipare in coppia?
1) Dal punto di vista pratico e fisico la mamma con la pancia, pur provando la legatura con l’apposita bambola didattica (di dimensioni molto inferiori a quella standard per non gravare sul pancione ed essere maneggiabile nonostante…l’ostacolo logistico) otterrà  comunque un risultato non verosimile. Mentre il papà o chi accompagna la mamma ha la possibilità fisica di provare una legatura molto vicina alla realtà, di studiarla e di concentrarsi sulle sensazioni fisiche ed emotive che porta il legare anche solo…simulando!13641035_1021735701267331_4824063932312759074_o
2) Dal punto di vista emotivo: la mamma che deve affrontare il parto ed i primi giorni spesso complessi ha la possibilità di non sentirsi unicamente responsabile anche della tecnica della fascia. D’altro canto il papà è spesso lasciato ai margini dell’attesa e vive quotidianamente la difficoltà nel comprendere il proprio ruolo pratico in modo precoce alla nascita. Insomma per come viene (non) accolto o (non) considerato un papà in attesa, sembrerebbe che non sia ancora davvero papà e che possa esserlo solo dopo la nascita del suo bambino. Ma ogni papà sa che non è così, che come la mamma è già genitore fin dal momento in cui ha davvero desiderato quel bambino.13640824_1021769914597243_362673578044889345_o
3) Ed è così che siamo arrivati al punto di vista relazionale: si inizia a costruire un ruolo per l’altra persona. Il papà, l’altro genitore (o comunque il secondo care giver) si fa “custode” della tecnica, starà a lui/lei conservarla e ricordarla per metterla in pratica dopo la nascita. Non ci sono ormoni, esperienze emotive forti di rinascita fisica a mettersi in mezzo tra lui/lei e la tecnica di legatura: sarà il suo tesoro prezioso da portare in dono al suo bambino. Un tesoro che è pieno di cura ed è veicolo di costruzione di una relazione tattile precoce e solida.13568760_1021727591268142_7063904002942563884_o

La legatura del pancione e la legatura pancia a pancia con la bambola didattica consentono ai genitori di prendere  dimestichezza con la stoffa. Le legature proposte hanno quasi tutti i passaggi in comune. Laddove possibile, privilegio queste due legature in coppia (che in verità sono una l’adattamento dell’altra) per rassicurare la madre che il tempo che manca al parto può funzionare da “allenamento” senza sovraccaricare di tensioni la pancia. Spesso le mamme ne traggono sollievo, specie quelle che pensano di essere “imbranate” con la stoffa: allenano lo “spollicio pinzo“, il controllo dei bordi, il drappeggio della stoffa e ci prendono mano;

La fascia, tra le dita dei genitori,  prende vita, si impregna di amorevolezza e del loro odore. La mamma ha la possibilità di avvolgere il pancione pensando a quando porterà il bambino e quindi attiva tutta una serie di emozioni di cura che fanno bene a tutti, specie ad entrare in contatto con il bambino. Il papà o l’altro genitore avrà tra le braccia una bambola che può aiutare a concretizzare la sua immaginazione: il peso della bambola segna la pelle e scende giù fino al cuore, dove è ancora nascosta la fantasia sul suo bambino in arrivo e le dà corpo e forma.16903204_1218630828244483_5258973521904914347_o 2

Mentre i genitori sono a lavoro, tra loro si crea una specie di complicità nella “coppia”: fanno la stessa cosa in modi e tempi diversi e questo è un po’ lo specchio del loro prossimo futuro. 13559080_1021729411267960_62057097284554689_o

Infine il momento più buffo, signore e signori…il Rebozo!

Il Rebozo è un telo messicano con cui si pratica un massaggio rilassante non invasivo. A fine incontro, quando le mamme pancione sono piuttosto stanche, propongo ai papà o all’altro genitore qualche tecnica da tenere in serbo per ogni momento in cui ne sentiranno il bisogno. Non è ovviamente un massaggio completo, ma ha i suoi benefici e soprattutto è un ottimo strumento per far “giocare” la “coppia” . Funziona particolarmente con le coppie di genitori, com’è ovvio, ma ho visto anche diverse coppie mamma e figlia divertirsi molto.13585033_1021730241267877_8708691334531154876_o

Amo questo momento perché spesso il clima che circonda la coppia è terribilmente pesante e “prestazionistico”. Un po’ di “educazione al fanciullino” non guasta affatto. E, si sa, le risate sprigionano gli ormoni buoni, serotonina e ossitocina così importanti prima, dopo e durante la nascita.13613401_1021736961267205_2214605975961920208_o

Insomma, un incontro buffo e pieno d’amore, che non scorda la tecnica e non lascia fuori nessuno.

Benvenute, famiglie.

(Veronica)

Attenzione: la fascia non schiaccia i muscoli addominali e “sostiene” semplicemente dando un’indicazione posturale di apertura delle spalle e del riassetto della schiena. Quindi assolutamente la fascia non può essere comparata alla pancera. Un pochino più approfonditamente ne parlo qui.

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Mani che tracciano percorsi

18673150_1504040462948150_1622502755580797339_o 2Quando a due o tre anni ti presentano un fratellino o una sorellina non hai tante parole per accoglierlo.

E nemmeno per raccontare cosa ti accade nel cuore, quel tumulto di emozioni che si mischiano: amore istintivo, paura, gelosia, entusiasmo.

Quanti sentimenti! E quante poche parole!

Eppure la via d’uscita esiste e loro lo sanno, i bambini, come fare: hanno la loro risorsa più preziosa, il linguaggio della pelle.

Per conoscere il nuovo arrivato lo vogliono e lo devono toccare.

Per poter comprendere l’istintivo amore, vogliono e devono abbracciare e baciare quel fratellino.

Per metabolizzare la loro gelosia, la loro paura, vogliono e devono essere abbracciati, toccati, accarezzati, contenuti e rassicurati da chi non conosce menzogna: la pelle.

Però, spesso, non sappiamo ritagliarci un momento per dar spazio a questo tipo di contatto.

Pensiamo che il tempo dedicato al grande sia “valido” solo se il piccolo non è presente.

Temiamo che la maldestrezza tipica dei due-tre enni possa nuocere al neonato.

E restiamo con la grande frustrazione di non star costruendo niente di armonico, rifugiandoci nella “saggezza” comune del “poi passa”.

Ma che cosa debba passare, esattamente chi lo sa?

Se passerà l’emozione, se passerà il bisogno di esprimerla, chissà?

Nel frattempo quel che passa sono le giornate, nel tentativo costante di inibire il contatto maldestro, di cercare momenti da dedicare solo al più grande, districandosi tra i pianti di uno e dell’altro così diversi eppure così uguali.

E se invece ci fosse un piccolo aiuto?

No, non parlo di nonne e suocere che vengono a cucinare o a portare il grande ai giardini. Ben vengano ma non  sono, adesso, il nostro “fuoco”.

Vorrei raccontarvi, infatti, della magia del massaggio infantile.

Di tutti i benefici del massaggio infantile sul neonato e sulla relazione tra neonato e genitore potete leggere sul sito ufficiale di AIMI.

marchio 2000 con sfondoQui, invece, vi voglio parlare del potere del massaggio sui fratelli ed in funzione della stabilizzazione di un nuovo equilibrio familiare.

Il bambino grande ha bisogno di toccare, di entrare in relazione, di sentire, di conoscere.

Come si concilia questo con il timore che i gesti ancora maldestri non siano pericolosi per il bimbo?

La reazione più comune degli adulti è negare o interrompere il contatto accompagnando il gesto con le espressioni più incomprensibili della storia, almeno per un bambino:

– No! così gli fai male! [ok, così no…e come allora?!]

– Fai piano! [io STO facendo piano!]

– Fai “caaaaaro”! [Ok, devo fargli una carezza. Quanto pesa la carezza?]

Senza alternative, o con alternative così vaghe che l’unica cosa che il bambino può capire è che quel che sta facendo o come lo sta facendo non va bene.

Si rischia di aumentare la distanza, di dare un messaggio di incompetenza , di trasmettere sfiducia e sospetto, di nervosismo.

Si rischia di ignorare che gran parte della maldestrezza è dovuta al vortice emotivo e che quest’ultimo non farà che intensificarsi, in questo caso.

Il massaggio è un angolo di responsabilizzazione, di permesso, di concentrazione.

Sono bambini piccoli, ma chi l’ha detto che un bimbo piccolo non può ascoltare, comprendere, imparare?

Una proposta preziosa può essere massaggiare insieme.

Spiegare i gesti, anche attraverso il tatto, il contatto. Mostrarli, farli provare. Una mano dopo l’altra lentamente. Magari sulle gambine, che non sono così delicate.

Un piccolo rituale ogni volta: prendere e scaldare l’olio tra le mani, chiedere il permesso, scoprire il tocco gentile che “ascolta” prima di iniziare.

Tutto, nel massaggio, canalizza l’emozione confusionaria verso qualcosa di importante, di strutturato.

Ecco un modo per toccare quel piccolino con competenza, con concentrazione. Ecco che mamma e papà insegnano e quindi si fidano, danno un compito, un ruolo, definiscono un posto emotivo e fisico di libertà: perché laddove non siamo “schiavi” delle emozioni, siamo liberi, profondamente, di esprimerle, di viverle, di starci dentro nell’ascolto e nell’elaborazione. Laddove ci sentiamo valorizzati nel nostro ruolo e nelle nostre capacità, siamo già più capaci di dare.

Nel massaggio condiviso, stiamo dedicando del tempo prezioso, un momento prezioso che proprio lo è perché non è esclusivo.

Con questi momenti si sostiene il nuovo equilibrio. Perché si vive un momento bello insieme, senza esclusioni: si capisce che il bello continuerà anche con il nuovo arrivo, anzi, specialmente con il nuovo arrivo.

Poi l’ossitocina riempie l’aria ed improvvisamente anche il grande chiede un massaggio. Magari piccolo, magari rapido. Oppure un abbraccio, una coccola alla testa.

Ecco la porta per entrare in un contatto più profondo, più diretto, più sincero.  Un contatto non mediato da schemi mentali, aspettative, timori. Un contatto magico che ha il potere di unire, rilassare, trasmettere amore come nessun altro.

Per questo sono così grata le rare volte in cui un genitore viene al corso accompagnata dal bambino grande. Perché so che è iniziato il loro percorso che le porterà ad essere una nuova e rinnovata splendida famiglia.

Le mani lo disegnano, tiepide d’olio, sulla pelle e magari su una bambola. E poi si intrecciano e poi una testolina bionda si appoggia al petto di mamma, scappa un sorriso, appare una piccola tazza per prendere il tè come i grandi e con i grandi mentre il piccolo succhia il seno o pisola, rilassato, sul cuscino.

Nella stanza si diffonde un’emozione carica di dolcezza, di empatia, di partecipazione.

E le chiacchiere delle mamme, oggi, si sono scordate di animare la pausa, soppiantate da un silenzio vibrante, carico d’amore.

(Veronica)

Mani libere…di prendersi cura

IMG_20170505_104628Una delle frasi che ho amato di più sulla maternità è di Verena Schmid che nel suo “Venire al mondo e dare la luce” afferma: quando nasce un bambino nascono anche una madre e un padre.

In effetti l’arrivo di un pargolo in casa porta grandi rivoluzioni e stravolgimenti: saltano gli orari, crollano le abitudini, i ritmi si serrano e tutto gira attorno al piccolo nuovo membro della famiglia. Con il passare delle settimane le cose iniziano ad assestarsi, nuove routine e nuovi equilibri prendono il posto di ciò che ormai è solo il ricordo lontano di una vita che nemmeno si ricorda più di aver avuto. La nuova famiglia sta germogliando.

Gli animali di famiglia vivono un po’ passivamente questo complesso processo di distruzione e ricostruzione su nuove fondamenta, catapultati da un giorno all’altro nel percorso di cambiamento di un gruppo familiare che fino a ieri dava sicurezza e affidabilità attraverso abitudini consolidate e rituali condivisi.

All’improvviso cambiano gli orari, si pranza e si cena in momenti insoliti, di notte non c’è più quel rassicurante silenzio, di giorno – se la famiglia è allargata – può esserci un gran via vai di persone e gli umani di casa sembrano più distanti, presi inevitabilmente dall’impegno dato dal nuovo arrivato (urlante, invadente e odoroso “di strano”, per giunta!).

Una delle abitudini più a rischio di venir sacrificate in questo periodo di riadattamento, anche nelle famiglie più inclusive dei non umani conviventi, è l’uscita con il cane. Questo vale soprattutto per la mamma e per varie ragioni: può essere reduce da un parto impegnativo che le richiede di riprendersi mentre si occupa del bimbo; può avere delle difficoltà nella gestione del piccolo che la allontanano da altre incombenze più delegabili; può essere semplicemente stanca (ebbene sì) e desiderare di trascurare alcune cose; sul lato pratico, può trovare disagevole spingere una carrozzina e gestire un guinzaglio contemporaneamente, a maggior ragione se il cane è medio-grande, lei non ha aiuti esterni ed è pervasa dalla sensazione di dover imparare a muoversi nel mondo nella sua nuova condizione.

Del cane, allora, finisce di occuparsi il papà, magari a fine giornata, stanco e desideroso di godersi il piccolo (e quindi frettoloso nel rientrare) oppure la nonna, lo zio, il cugino, persone sicuramente di famiglia ma non la SUA famiglia, dal punto di vista del cane. Quello che è un lieto evento per tutti, rischia di trasformarsi per lui in una situazione di isolamento o, comunque, di ripiego.

Ma anche per la mamma o per la coppia stessa, abituata a vivere il cane come un membro attivo della famiglia, piacevole da coinvolgere quotidianamente, dover rinunciare alle passeggiate a più zampe può risultare frustrante, oltre a togliere l’occasione di fare moto e stare all’aperto, attività importanti per evitare l’isolamento indotto, talvolta, dal prendersi cura di un bimbo sotto l’anno.

Ecco allora che la fascia può diventare uno strumento aggregante, non solo tra mamma e bambino ma tra la neo-famiglia e il suo cane.

L’uso della fascia lascia libere le mani per permettere anche alla mamma sola di condurre il cane in sicurezza, evitando la scomodità di spingere un passeggino  e insieme gestire un guinzaglio. In questo modo anche il più esuberante dei cani può essere portato in passeggiata mentre il piccolo dorme o inizia a scoprire il mondo dalla sua postazione riservata.

I vantaggi vanno a doppio senso, abbracciando l’intera relazione. Il cane sentirà che la sua presenza è ancora valorizzata malgrado il riassetto sociale in corso, la mamma ha l’occasione di uscire e svagarsi e magari socializzare, al bar o in piazza,  o semplicemente rilassarsi in una tranquilla passeggiata nel verde. Il bimbo inizia a godere del mondo, dell’aria aperta e del contatto profondo con chi lo ama.

Ma, se tutto cambia, è così importante  fornire  una certa continuità alle uscite a cui il cane è abituato? Insomma, non lo capisce che c’è un cucciolo d’uomo e la priorità ora è lui?

Certo che lo capisce. Ma dovremmo evitare di fargli credere che questo si traduca in una minore attenzione nei suoi riguardi, in un relegarlo agli scarti di tempo. Per un animale profondamente sociale come il cane questa potrebbe rivelarsi una sofferenza troppo grande da tollerare, andando a inficiare persino l’accoglienza e poi la futura relazione col neoarrivato.

I cani sono abili lettori delle dinamiche familiari e sono dotati di una grande tolleranza ai cambiamenti sociali, purché essi avvengano in nome di una coesione di gruppo di cui si sentono parte attiva. La fascia può essere uno strumento straordinario per traghettare nel nuovo mondo non solo il bimbo ma, idealmente, anche il cane in modo che il suo ruolo nel tessuto familiare resti confermato, così da gettare i semi di una convivenza che richiede solo occasioni aggreganti per evolvere e crescere.

(Sonia Campa)

Riflessioni di un’ostetrica moderna

ostetricaSin dalle elementari, decisi che da grande avrei fatto l’ostetrica perché mi piacevano i bambini, ma non c’avevo capito granchè… eh sì, perché già dall’inizio del mio tirocinio universitario capii subito di chi invece avrei dovuto occuparmi maggiormente: delle donne e non dei bambini.

L’ostetrica, ho capito, che non è colei che fa nascere i bambini (come si sente sempre dire), ma è colei che, silenziosa ma presente come un gatto, guida la donna al miglior parto e il bambino alla miglior nascita.

Come? Non facendo niente…

E che lavoro sarebbe allora non far niente ci si potrebbe chiedere?!?!

Il lavoro dell’ostetrica, invece, è un duro lavoro, oggi più che in passato!

Non è vero che oggi siamo facilitate perché ci sono le ecografie e non si usano più le mani… ci sono i cardiotocografi e non si usano più le orecchie… ecc, ecc … al mondo d’oggi fare l’ostetrica è davvero molto faticoso.

Infatti, non sono le mani o le orecchie che riposano a fare il lavoro più semplice, perché tanto per fare l’ostetrica ci vogliono più che altro il cuore e l’anima, nel senso che se sei un’ostetrica lo sei sempre, lo sei dentro, insomma è la tua missione.

La missione di noi ostetriche moderne, penso io, sia molto ardua, e qual è?

Restituire il parto, la nascita, il sapersi madri alle donne!

Un sapere e una faccenda ahimè molto complicati al giorno d’oggi poiché le mani maschili sul parto hanno fatto sì che le donne dimenticassero il loro saper essere gravide, il loro saper partorire, il loro saper allattare.

E’ tutto racchiuso in schemi e tabelle (per carità servono… ma non sono tutto!) e tra numeri, ascisse e ordinate, le donne perdono il loro istinto, delegano il loro corpo, il loro cuore e la propria mente ad altri che le espropriano del loro POTERE !

Ebbene, l’ostetrica deve far riacquistare questo potere alle donne, lo deve risvegliare dal torpore dal quale è offuscato da troppo tempo!

Ecco allora perché faccio l’ostetrica, per permettere alle donne di ritrovare la fiducia in loro stesse, per permettere alle donne di sentirsi forti come rocce, di sentirsi potenti, di sentirsi dee!

No, non esagero!

Ogni donna che partorisce compie un piccolo miracolo, dona alla luce una nuova vita… cioè vi sembra poco?

Gli uomini hanno sempre avuto paura di ciò e maschilizzando e medicalizzando, cercano di appropriarsi il merito della nascita.

Quante volte sentiamo dire dalle donne “l’ha fatto nascere X ostetrica o X medico” e ahimè anche tanti medici o colleghe che dicono “ l’ho fatto nascere io!”.

Niente di più terribile!

La vittoria più grande per me nell’assistere una donna, è che dopo il parto sia fermamente consapevole che il suo bimbo/a è nato grazie alla sua forza (e anche dei bimbi per carità anche loro fanno la loro parte ..) e al suo POTERE di dare alla luce.

Questo, però, quando non accade genera molta frustrazione… e purtroppo molto frequentemente non accade, perché l’ostetricia moderna ahimè prevede molta medicalizzazione e il non rispetto dell’andamento e dei tempi fisiologici del travaglio.

Per un’ostetrica, quindi, diventa difficile difendere la donna da disturbi esterni, ma lo facciamo ed è questo il nostro lavoro: difendiamo le donne!

Se proprio devo dirla tutta, personalmente gradirei più autonomia e meno persone nei travagli… porte che sbattono, chiacchiericci, persone che entrano ed escono … queste cose mi fanno proprio arrabbiare!!

E se danno fastidio a me che non ho le contrazioni, mi immagino una “povera” donna che cerca di creare la sua tana e si sente disturbata in continuazione… una follia!

Quindi sì, meno persone nei travagli e , se proprio non fosse possibile farne a meno, che almeno stiano zitte… e ferme… non si dovrebbe notare la loro presenza, perché non si può facilitare un processo involontario , si può solo non disturbarlo!!

Ecco, vi prego NON DISTURBATE una donna in travaglio!

E poi sì, che almeno la fisiologia sia nostra, noi siamo le tutrici della fisiologia… basta con interventi inutili e dannosi, basta rompere le membrane senza indicazione clinica, basta far spingere le donne a comando perché no… dilatazione completa non vuol dire per forza inizio del periodo espulsivo… basta costringere le donne a pancia in su come tartarughe in difficoltà, basta fare tagli al perineo per accelerare un espulsivo senza motivo, basta dare un “aiutino” sulla pancia per far nascere prima il bambino… insomma BASTA , non se ne può proprio più!

Tutto per accelerare, per far prima… come se ci stesse scadendo il tempo massimo… d’altronde tutta la nostra società va di fretta: fastfood, cibi pronti, macchine, cellulari, sms, Facebook… eh sì, c’entra c’entra… perché non c’è più tempo di cucinare, non c’è più tempo per mangiare, non c’è più tempo per le passeggiate, non c’è più tempo per incontrarsi, non c’è più tempo per fare due chiacchiere e ,purtroppo, non c’è più tempo per partorire!

Quindi, alla fine di tutta questa lunga e tortuosa riflessione, volete sapere perché ho fatto l’ostetrica?

Per custodire il tempo della nascita.

(Monica)

Avrei voluto scrivere un’invettiva…

…ma l’amore che ho per il mio lavoro e per il benessere delle famiglie l’ha trasformata in un appello. E quindi…

2072182368_21d779be74“Il miracolo della 34 strada” è un classico della filmografia natalizia americana. Affascinante nel suo bianco e nero, nella moda anni ’30 e nei dialoghi di un livello linguistico che a confronto con la nostra quotidianità sembra quasi aulico. È un film poetico e molto dolce che consiglio a tutti, specie i più romantici.

Nell’intricata vicenda ad un certo punto Babbo Natale, provvisoriamente impiegato come sua controfigura in un grande magazzino, invece di perseguire la classica politica dello spingere ai clienti oggetti in giacenza, che in verità non desiderano e non soddisfano il loro bisogno, consiglia di rivolgersi alla concorrenza.

Quest’idea che all’inizio lascia tutti sbigottiti si rivela essere geniale perchè i clienti si sentono improvvisamente valorizzati nelle loro reali richieste e bisogni e, pur comprando l’oggetto alla concorrenza, diventano poi clienti fissi ed entusiasti del grande magazzino che li ha fatti sentire così importanti.

Ecco. Il mio appello comincia così. Come Babbo Natale.

E mi rivolgo ovviamente a tutti quelli che lavorano intorno alle famiglie: personale medico, educatori, consulenti di varia natura, doule, psicologi e psicoterapeuti, pedagogisti, counselor, osteopati, volontari, e chi più ne ha più ne metta.accanto-alla-madre-le-basi-per-essere-la-doula-di-cui-il-mondo-ha-urgente-bisogno_articleimage

Costruite intorno a voi una rete di professionisti il più possibile ampia e curata. Conosceteli uno ad uno, mettetevi in relazione, andate a vedere come lavorano, raccogliete feedback in giro e poi legatevi in proficue collaborazioni. Così, se siete in presenza di un problema e comprendete di non poterlo risolvere, potete fare affidamento su chi magari la soluzione può trovarla.

Ammettere di non riuscire non è fallire. E non è perdere “il cliente”. È fare l’unica cosa sensata in coscienza: mettere il bene della famiglia sopra ogni cosa.

Perderete soldi? quanti? 80€? 200€? quantifichiamo. Valgono la serenità e la salute di una famiglia?

Perderete stima? no. La guadagnerete. Perché quella famiglia sarà certa che per voi non c’è niente di più prezioso ed importante della sua felicità. Ed i soldi di cui sopra potranno diventare un ottimo investimento.

Mi rivolgo a tutti senza distinzioni.

Signori ginecologi non abbiate paura a chiedere aiuto ad ostetriche o agli infermieri. Sì, la loro laurea non è lunga e complessa come la vostra ma a volte un punto di vista diverso, l’esperienza, un approccio alternativo possono davvero essere utili.

Allo stesso modo, ostetriche (laddove non formate nei campi specifici) vi prego: consulenti di babywearing, insegnanti di massaggio, educatrici, doule, consulenti IBCLC sono vostre risorse non conconcorrenti. Specie per quanto riguarda l’allattamento al seno che è fondamentale: chiamatele, consultatele, consigliatele alle mamme che vogliono allattare. La vostra formazione è bella e completa ma non approfondita su questo tema come quella di una IBCLC. Non è nessun reato dire “Ho fatto il possibile adesso non so più aiutarti, però ho una collega che sono certa potrà essere risolutiva“.

Ma poi anche sul babywearing: un supporto messo male pregiudica la salute della schiena della mamma e del bambino e specie quando le situazioni esulano dalla fisiologia, chiamateci.

Le qualifiche non sono ufficiali e forse sono “poco” rispetto alla vostra laurea ma non avete fatto e fate battaglie per affermare il vostro legittimo posto accanto alla madre nel travaglio e nel parto al posto delle lauree ingombranti dei medici?

Valga lo stesso per le altre categorie. A volte non è la quantità dello studio fatto ma la qualità e l’approccio che possono offrire uno spunto diverso. Il mio amato ginecologo, Dott. Marco Santini, quando lo conobbi che stavo per partorire la mia prima bimba ,disse alle studentesse che indicavano per me il cesareo come unica soluzione:  “Noi lavoriamo con le persone e con gli ormoni. Se seguite solo i protocolli queste donne le tagliate tutte”.

Noi tutti facciamo del nostro meglio e godiamo di quel riconoscimento che solo il raggiungimento della soddisfazione della famiglia riesce a creare. Ma quando la soddisfazione non c’è è inutile aggirare l’ostacolo e sminuire la necessità della famiglia. Non arriverà nemmeno se la richiesta si placa. Perché in fondo sappiamo di non aver fatto abbastanza.

Ma se mando una mamma o un papà da qualcuno di fiducia risolutivo ecco che in quel momento il mio cuore sa di aver fatto il possibile. E rimane solo amore.

Chi sostiene la genitorialità lavora con le persone. E le persone non sono frullatori. Non hanno un libretto di istruzioni. Non sono appartamenti in cui ogni impianto ha il suo professionista di riferimento e basta. Le persone sono complesse. Hanno storie, traumi, blocchi, risorse, meraviglie. A volte dove il lavoro di uno psicoterapeuta ha bisogno di tempi lunghi (assolutamete validi e raccomandabili ovviamente), un educatore può trovare soluzioni “tampone” per migliorare la qualità della vita e facilitare il lavoro di tutti. All’ultimo fantastico corso di aggiornamento AIMI sul “Il Massaggio e il bambino con bisogni speciali” una delle due meravigliose conduttrici, la Dott.ssa Simona de Simone – psicologa – raccontò come in una determinata situazione la svolta positiva fu l’intervento di una mamma, semplicemente alla luce della sua esperienza. Questo che significa? che l’esperienza di un genitore vale più di una formazione seria e di una professionalità appassionata? No. Vuol dire che in QUEL momento, in QUELLA situazione era ciò che meglio rispondeva al bisogno. E la bellezza, la sensibilità, la dedizione di un operatore si manifesta proprio in comprendere e lasciar intervenire altri senza giudizio o – peggio ancora – pregiudizio.

Ecco il mio appello. Mettetevi in ascolto. Attivate empatia, ossitocina, pazienza, disponibilità ma soprattutto umiltà. Fate il vostro meglio sempre. Anche se il vostro meglio ha un titolo o un cognome diverso dal vostro. Ricordate sempre che il vostro motore è il benessere delle famiglie. Che le guerre tra poveri per recintare un pezzettino di terra finiscono sempre con la talpa che non conosce reticolati e mangia le radici.

Senza forti impulsi alla cooperazione, alla sociabilità, al reciproco aiuto, il progresso della vita organica, il miglioramento dell’organismo, il rafforzamento della specie diventano assolutamente incomprensibili. In realtà, lo Haldane e lo Huxley ritengono che la competizione fra adulti della stessa specie sia, nel complesso, un male biologico” – Ashley Montagu

(Veronica)

La paura del contatto

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Cosa posso scrivere, io, come mamma, come consulente per l’allattamento, a proposito del tema del contatto con il proprio bambino?

C’è qualcosa di nuovo di cui posso parlare, o c’è qualcosa di già appurato, ma ancora da approfondire? O forse è meglio che parli solo della mia esperienza come mamma?

Quello che è sicuro è che, se scelgo di parlare solo come mamma, non posso evitare di parlare anche di ciò che ha significato per il mio maternato la scoperta e lo studio della fisiologia dell’allattamento e di tutti i temi ad esso collegati, che ho appreso nel mio cammino per diventare consulente.
Sono sempre stata una persona molto amante delle coccole, ho sempre amato il contatto fisico con le persone che amo.

Quando è nato il mio primo bambino, mi è quindi venuto naturale coccolarlo, tenerlo in braccio il più possibile. Il problema è sorto quando questo mio modo di sentire si è scontrato con le opinioni di alcuni. “Lo vizi” era, ovviamente, quella più quotata.
Rispondevo che, se non lo avessi coccolato mentre era piccolo, difficilmente avrei potuto farlo una volta cresciuto. “Non credo che a vent’anni vorrà essere tenuto in braccio dalla mamma, quindi è meglio che ne approfitti adesso”, rispondevo.

Ma quando le opinioni sono diventate sentenze e presagi di sicuri danni, provenienti, questa volta, da “fonti autorevoli”, ecco che ho vacillato. Di giorno sì e di notte no.

Come ho potuto dare ascolto a queste idee, me lo chiedo ancora. Credevo di avere un’intelligenza nella media, ma devo dire che in quel periodo il mio spirito critico, la mia capacità di discernimento e la mia stessa esperienza personale di bambina coccolata e tenuta, a volte, nel lettone, erano completamente svanite.

Quando è nato il secondo figlio e le mie conoscenze si sono ampliate, anche la mia forza di volontà e sicurezza in me stessa sono cresciute di pari passo.
Dove altro poteva stare, il mio bambino, se non in braccio a me? Dove altro poteva dormire, se non con i suoi genitori?
Uscita da poco da un’esperienza di notti insonni passate a camminare per casa o seduta in poltrona (ebbene sì, non chiedetemi perché, ma ho dato ascolto ad un libro che diceva che dormire nel lettone avrebbe causato danni… ma sul perché dormire in poltrona o in giro per casa in braccio alla mamma non causasse gli stessi danni, non ci avevo mai riflettuto), ritrovarmi ad essere travolta dagli ormoni dell’allattamento e scivolare in un sonno completamente rilassato col mio bambino sulla pancia, era un’esperienza nuova e meravigliosa.

E che dire, poi, dello svegliarsi e vedere la faccina sorridente del tuo piccolo, che ti guarda come se avesse visto la cosa più bella del mondo? C’è qualcosa, in tutto l’universo, che potrei preferire al sorriso del mio bambino? Al suo sguardo innamorato e fiducioso? Al profumo della sua pelle, al sapore del suo leggero sudore, quando lo ricopro di baci?
Cominciare una giornata così, ripaga di qualsiasi cosa. E quando, divenuto un po’ più “ingombrante”, la notte a volte non riuscivo a riprendere sonno subito perché un po’ scomoda, anche allora quei momenti di silenzio, di pace, di pausa, erano un modo per trovare il tempo di riflettere, programmare, ripensare, assaporare… tempo che, durante il giorno, con due bambini, non è facile trovare.

Il proseguimento naturale di tutto questo è stato l’arrivo del terzo bambino, il quale ha potuto usufruire anche della fascia, cosa che fino ad allora non ero riuscita a trovare. La mia schiena gliene sarà eternamente grata, ma, soprattutto, ha permesso a me stessa di soddisfare il mio essere una mamma “ad alto contatto”.
Sì, perché non è solo il bambino ad avere bisogno del contatto con la mamma!
Anche la mamma ne ha bisogno, è un bisogno reciproco.
Io ne avevo bisogno.
E tutto questo mi ha aiutato ad essere una mamma migliore, più attenta, meno stanca e meno nervosa.
A volte, quando lavoro con le mamme, capita che un allattamento sia recuperato semplicemente incoraggiando la mamma a stare a contatto col suo bambino più a lungo possibile.

Ma il contatto fa paura. Ci rende totalmente parte della persona che tocchiamo. Diventiamo tutt’uno con lei; siamo indifesi, scoperti, totalmente disponibili. Siamo noi stessi.
Il contatto fisico ci fa entrare in una relazione più profonda con l’altro. In una dipendenza di affetti.
Forse proprio per questo è tanto osteggiato.

Crescere generazioni di uomini e donne incapaci di entrare in armonia con l’altro, incapaci di lasciarsi andare all’affetto, all’empatia, al mettersi a nudo indifesi uno di fronte all’altro è, secondo me, un ottimo modo per creare società chiuse da governare senza problemi e pronte da mandare in guerra contro il primo “nemico” di turno.

Ma chi è abituato a guardarsi negli occhi, a sentire il calore del corpo dell’altro, a godere delle sue carezze, davvero riuscirà a vedere nell’altro un nemico da abbattere, piuttosto che una ricchezza da conoscere?

(Paola)

Cantate Mamme!

Parliamo ai nostri bimbi fin da quando sono nella nostra pancia, quando ancora non li abbiamo incontrati ma già li conosciamo. Gli parliamo e anche cantiamo per loro, lo facciamo spontaneamente, perché sappiamo che in qualche modo ci possono sentire e anche capire. Da dove ci viene questa sicurezza? E’ l’istinto della mamma, è la profonda saggezza del nostro corpo che ci porta a ricercare una relazione con il nostro bambino fin dal momento che sappiamo, sentiamo, della sua presenza. Ed è vero, il nostro bambino, là dentro, al sicuro, nel suo mondo tutto speciale, può sentirci. Non solo, lui ci sente in un modo totale e totalizzante. Sente la musica della sua mamma. Si, perché ogni donna in gravidanza è totalmente Musica, con i suoi movimenti, i suoni del corpo, il ritmo del respiro, il battito del cuore… e naturalmente la sua voce. La voce della mamma è la musica più bella per ogni bambino. Il suono arriva da dentro e da fuori, si trasmette attraverso le strutture del corpo materno e nel liquido amniotico ogni vibrazione giunge al piccolo corpicino formandolo e in-formandolo. I suoni contribuiscono alla formazione della sua struttura fisica e nervosa; esperienza prima ed attivante per gli organi di senso, diventa esperienza affettivo-relazionale.  Il bambino “sente” la nostra voce ricevendola con tutto il suo corpo, e tramite essa sente tutta l’emozione che proviamo mentre gli parliamo o gli cantiamo. Il feto cresce all’interno della pancia della mamma, potremmo dire che più vicino di così non si può, ma il contatto con lei avviene tramite il dialogo sonoro fatto di suoni e movimenti: il feto si muove, reagisce, ‘risponde’, quando sente la voce della mamma, e anche del papà.

Il contatto mamma-bambino attraverso la voce è un contatto magico, musicale, fisico, spirituale. Permette di costruire una relazione sonora che dura tutta la gravidanza e oltre. Il bimbo riconoscerà la voce della mamma e anche le melodie che gli cantava, e sarà per lui tranquillizzante perché gli riattiverà uno stato di sicurezza e calma.

La voce della mamma che parla, o canta, al suo piccolo,  è una voce particolare: l’essere indirizzata a lui, la sua intenzionalità comunicativa, le conferisce caratteristiche timbriche particolari e riconoscibili dal bambino.

La nostra voce, quando ci rivolgiamo al nostro bambino, ha un colore e un calore speciale, è avvolgente, e regala al bimbo l’esperienza di essere pensato e immaginato, accolto e amato.

Quindi cantate mamme! Il vostro canto è un regalo per voi e per il vostro bambino, una “coccola sonora” tutta vostra.Unknown

Cantate per voi, per godere della musicalità tutta speciale della gravidanza, perché il canto rilassa, scioglie le tensioni, regolarizza il respiro, attenua il dolore.

Cantate per ascoltarvi, per contattare la vostra emotività, fare esperienza piena della magia di diventare mamma, ad un livello che va oltre il pensiero razionale.

Cantate ai vostri bimbi in pancia, che vi sentono, vi esperiscono, e una volta nati vi ri-conoscono nella voce, e fanno esperienza di continuità. Lasciate che la vostra Musica accompagni la vostra gravidanza e arricchisca lo sviluppo del vostro bambino.

Cantate ai vostri bimbi tenendoli in collo, ancora meglio in fascia, avvolgeteli con le vostre vibrazioni, coinvolgeteli nella musicalità della vostra relazione, che non sarà solo nella voce che uscirà dalla vostra bocca ma nel contatto con il corpo vibrante, il ritmo e il movimento, il massaggio cadenzato del respiro.

E infine, cantate anche con il papà, così che anche nel suono si uniscano le energie del femminile e del maschile, che il bimbo senta la forza e la presenza di entrambi, di questa famiglia che nasce.

(Tiziana)