Io Papà

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Eccolo qui. È nato.

E ora tutto cambia, in meglio ovviamente, ne sono e ne siamo convinti.

Ma tutto cambia e anche il nostro e il mio modo di vivere dovrà essere all’altezza. Un buon padre e un buon marito: obiettivo difficile, ma da raggiungere ad ogni costo.

Ma nessuno nasce genitore – si dice – probabilmente però si può imparare, e se si può, per rispetto, e soprattutto per amor,e del piccolino, si deve imparare.

E il corso da padre, o meglio da buon padre, è iniziato già in gravidanza, quando la mamma si sente già mamma, da subito, e il papà, con un po’ di ritardo, piano piano inizia a prendere confidenza con la sua nuova figura famigliare da ricoprire.

E anche in gravidanza spesso è la mamma che guida, almeno così è stato nel nostro caso, e tra libri articoli, guide, ho cercato di apprendere le basi, sulla gravidanza, sulla famiglia, sul puerperio, sull’educazione, sull’alimentazione, ecc.

Poi emozionato, con mille aspettative, con l’ansia di altrettante responsabilità, è arrivato il grande giorno, e da allora davvero è cambiato tutto.

E da un giorno all’altro mi sono messo all’opera:

Un po’ più efficiente nei lavori di casa, pulizie, lavatrici, riordino, ecc. attenzione alla spesa, alle commissioni (in fondo grazie ai nostri contratti lavorativi sono riuscito a stare un mese in congedo di paternità – facile così…).

Ma in realtà qualcosa non va. Ce la metto tutta, ma c’è qualcosa che non va. E, giustamente, arriva la verbalizzazione del problema. Ma le grandi mogli e le grandi mamme, oltre a vedere i problemi, trovano le soluzioni. E quindi la soluzione è arrivata.

Il problema è: “se tu ti occupi di tutto ma non del bambino, io non riesco a fare nulla”. E pensare che a me sembrava un grande dono rinunciare anche a stare col bimbo per occuparmi di tutto il resto e permettere alla mamma uno stretto e continuo contatto.

Ma uno di quei libri letti in gravidanza parlava chiaro: la comunicazione nella coppia è fondamentale. E da bravi scolari lo abbiamo imparato e messo in pratica.

E quindi piano piano quel rapporto che, con il nuovo arrivato sembrava dover aspettare tempi migliori, convinto che mamma-neonato fosse un legame che non può dar spazio a nessun altro, iniziò a crescere sempre di più, facendo sì che questi due personaggi, un po’ lontani in partenza, si avvicinassero sempre di più, e che la mamma, pur rimanendo in un rapporto esclusivo col suo bambino (non è scorretto che le mamme partono avvantaggiate di nove mesi… e il vantaggio è davvero molto… per ora!) potesse avere qualche momento per sé e riacquistare la serenità che si espande poi su tutto il resto del nucleo.

In quei primi giorni iniziai a scrivere un diario per ricordare quei momenti che, con la mia memoria da nonno più che da padre, sarebbero stati altrimenti presto dimenticati,  e in fondo anche che per il piacere di scrivere che mi accompagna in ogni nuovo evento, tanto che più che un diario, raccontai le sensazioni provate a stare col bimbo come se lo stesso mi parlasse già. Eccone alcuni stralci.

Con calma – senza fretta

Eccomi qua, ho proprio voglia di coccole. Stai un po’ con me. Ascolta il mio respiro e cullami assecondandolo. Cerca di insegnarmi ad essere forte. Lo stai leggendo in questo periodo: “i bambini diventano quello che vivono”. Fammi diventare forte, fammi capire che i bisogni primari, quando crescerò, non saranno i principali, ma i primari. Fammi capire che dare Amore sarà più importante che mangiare. Non dico che si può vivere senza mangiare, ma in un dato momento, come in questo momento, se dovrò scegliere tra mangiare e dare Amore, insegnami che la cosa più importante tra le due è dare Amore e che il mangiare può aspettare un po’.

Quando mi culli, cullami. Non fare altro. Guardami negli occhi, sorridimi. Non fare altro: lo farai dopo. Lascia perdere l’idea che ti sta venendo di scrivere quella relazione al computer con la destra mentre mi culli con la sinistra. E il caffè ora non ti serve, lascia perdere. Donami tutto il tuo Amore. Passeggia per casa cullandomi e concentrandoti su di me, fammi fare un giro in giardino, tra le tue braccia, ma non togliere quel bocciolo secco, mostramelo, raccontami se vuoi la storia di quel bocciolo, ma raccontala a me. Siediti sul dondolo e stai con me: ascoltami, cerca di capire se sto bene o se preferisco passeggiare; chiedimelo, sorridimi, ascolta la mia risposta.

Rendimi libero

Rendimi libero già da ora. Non solo lasciami libero, ma rendimi libero. Intanto impara a lasciarmi libero, poi imparerai a rendermi libero.

Dammi la libertà di piangere. Inizia da qui. Impara a lasciarmi piangere, a manifestare i miei bisogno, impara ad ascoltare il mio pianto. Non pensare che devo smettere a tutti i costi. Accetta anche il mio pianto, è una comunicazione che faccio a te, è l’unico modo per ora, ho solo pochi giorni. Ascoltami, impara ad ascoltarmi, concentrati su di me, sul mio pianto.

Spesso è sofferenza, ho le coliche, ma devo imparare ad usare il mio intestino. Stammi vicino mentre ci provo. Dimostrami il tuo amore standomi vicino. Cullami, coccolami, ma non pretendere che smetta subito di piangere. Accetta il mio  dolore. Lo so che in genere non accetti il dolore, né tuo, né degli altri, ma con me devi accettarlo,. Come hai dovuto accettare il dolore della mamma nel travaglio. Se ce la fai cerca di capire il mio dolore e condividilo con me, se non ce la fai ancora a condividerlo, accetta almeno di soffrire con me. È un grande atto di Amore, sai, stringere la mano di chi soffre senza per forza cercare di andare contro la Volontà in quel momento.

Alla sera prepariamoci alla notte

Alla sera, papà, quando tramonta il sole, portami in giardino o alla finestra a salutare questa giornata guardando il sole che va a dormire. Eppure lo sai che questo è un momento magico, pieno di energia, preghiere e meditazioni in questo momento sono al massimo della loro potenza. Permetti anche a me di gioire di questi colori e di queste energie.

Poi rilassiamoci dopo cena. Non accendiamo le luci, magari una candela e rilassiamoci; prepariamoci alla notte. Parlate a bassa voce, trasmettetemi serenità, in modo che tutta la notte sia serena. Hai visto nelle sere in cui ci sono venuti a trovare come ero nervoso. Non è certo per la gente che porta il proprio affetto, è per la modalità: voci alte, luci accese, magari la musica forte. 

Il mondo felice e sereno è quello dei bambini. Nel nostro mondo si sta benissimo: colori, musiche delicate, sorrisi e risate, storie a lieto fine.

Lasciami in questo mondo papà, non portarmi nel mondo degli adulti, se vuoi conduci i tuoi amici nel mio mondo: è più bello, più sereno, più felice.

Alla sera spegni la luce, parla a bassa voce di cose belle, magari guarda un film con la mamma a basso volume, e poi godiamoci la notte, così quando mi sveglierò per mangiare saremo tutti più tranquilli e al mattino comunque tutti riposati per fatto un sonno sereno.

Iniziai così a dedicarmi a lui, a dargli la precedenza, in fondo sapevo bene che una volta arrivato avrei dovuto vivere per lui, ma nel concreto, in realtà, non è poi così scontato.

Iniziammo a svegliarci insieme la mattina e a lasciare la mamma ancora un po’ a nanna, visto che di notte era lei ad allattare…

Ogni mattina scendevamo al piano di sotto e iniziavamo a salutare e a ringraziare il sole, il cielo, le nuvole, gli alberi, i fiori, i gatti, il nonno per aver dipinto un albero sulla parete della sala, Omar per aver dipinto gli iris, le piante della sala, i libri, il quadro con la cornice dipinta dalla mamma. Poi tornavamo a guardare fuori e ad osservare gli alberi cercando di prendere il loro esempio: un fusto forte, radici ben ancorate alla terra da cui prendono il nutrimento e braccia rivolte verso il cielo. Il ringraziamento più grande era per lui, e glielo dicevo proprio guardandolo negli occhi senza aver paura di commuovermi, e lo ringraziavo (e lo faccio ancora ora tutti i giorni) per essere arrivato nella nostra vita, per aver scelto proprio noi, per averci portato già da così piccolo i suoi insegnamenti. Accendevamo poi una candela, ne osservavamo la fiammella, e in silenzio cercavamo di guardare la luce, e iniziavamo così la nostra giornata insieme.

Poi arrivava il momento della nanna, e nel frattempo la mamma scendeva le scale con un tempismo inspiegabile (o forse no), un po’ più riposata e pronta per una nuova poppata.

(Luca)

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