Categoria: sostenere le famiglie

Mani che tracciano percorsi

18673150_1504040462948150_1622502755580797339_o 2Quando a due o tre anni ti presentano un fratellino o una sorellina non hai tante parole per accoglierlo.

E nemmeno per raccontare cosa ti accade nel cuore, quel tumulto di emozioni che si mischiano: amore istintivo, paura, gelosia, entusiasmo.

Quanti sentimenti! E quante poche parole!

Eppure la via d’uscita esiste e loro lo sanno, i bambini, come fare: hanno la loro risorsa più preziosa, il linguaggio della pelle.

Per conoscere il nuovo arrivato lo vogliono e lo devono toccare.

Per poter comprendere l’istintivo amore, vogliono e devono abbracciare e baciare quel fratellino.

Per metabolizzare la loro gelosia, la loro paura, vogliono e devono essere abbracciati, toccati, accarezzati, contenuti e rassicurati da chi non conosce menzogna: la pelle.

Però, spesso, non sappiamo ritagliarci un momento per dar spazio a questo tipo di contatto.

Pensiamo che il tempo dedicato al grande sia “valido” solo se il piccolo non è presente.

Temiamo che la maldestrezza tipica dei due-tre enni possa nuocere al neonato.

E restiamo con la grande frustrazione di non star costruendo niente di armonico, rifugiandoci nella “saggezza” comune del “poi passa”.

Ma che cosa debba passare, esattamente chi lo sa?

Se passerà l’emozione, se passerà il bisogno di esprimerla, chissà?

Nel frattempo quel che passa sono le giornate, nel tentativo costante di inibire il contatto maldestro, di cercare momenti da dedicare solo al più grande, districandosi tra i pianti di uno e dell’altro così diversi eppure così uguali.

E se invece ci fosse un piccolo aiuto?

No, non parlo di nonne e suocere che vengono a cucinare o a portare il grande ai giardini. Ben vengano ma non  sono, adesso, il nostro “fuoco”.

Vorrei raccontarvi, infatti, della magia del massaggio infantile.

Di tutti i benefici del massaggio infantile sul neonato e sulla relazione tra neonato e genitore potete leggere sul sito ufficiale di AIMI.

marchio 2000 con sfondoQui, invece, vi voglio parlare del potere del massaggio sui fratelli ed in funzione della stabilizzazione di un nuovo equilibrio familiare.

Il bambino grande ha bisogno di toccare, di entrare in relazione, di sentire, di conoscere.

Come si concilia questo con il timore che i gesti ancora maldestri non siano pericolosi per il bimbo?

La reazione più comune degli adulti è negare o interrompere il contatto accompagnando il gesto con le espressioni più incomprensibili della storia, almeno per un bambino:

– No! così gli fai male! [ok, così no…e come allora?!]

– Fai piano! [io STO facendo piano!]

– Fai “caaaaaro”! [Ok, devo fargli una carezza. Quanto pesa la carezza?]

Senza alternative, o con alternative così vaghe che l’unica cosa che il bambino può capire è che quel che sta facendo o come lo sta facendo non va bene.

Si rischia di aumentare la distanza, di dare un messaggio di incompetenza , di trasmettere sfiducia e sospetto, di nervosismo.

Si rischia di ignorare che gran parte della maldestrezza è dovuta al vortice emotivo e che quest’ultimo non farà che intensificarsi, in questo caso.

Il massaggio è un angolo di responsabilizzazione, di permesso, di concentrazione.

Sono bambini piccoli, ma chi l’ha detto che un bimbo piccolo non può ascoltare, comprendere, imparare?

Una proposta preziosa può essere massaggiare insieme.

Spiegare i gesti, anche attraverso il tatto, il contatto. Mostrarli, farli provare. Una mano dopo l’altra lentamente. Magari sulle gambine, che non sono così delicate.

Un piccolo rituale ogni volta: prendere e scaldare l’olio tra le mani, chiedere il permesso, scoprire il tocco gentile che “ascolta” prima di iniziare.

Tutto, nel massaggio, canalizza l’emozione confusionaria verso qualcosa di importante, di strutturato.

Ecco un modo per toccare quel piccolino con competenza, con concentrazione. Ecco che mamma e papà insegnano e quindi si fidano, danno un compito, un ruolo, definiscono un posto emotivo e fisico di libertà: perché laddove non siamo “schiavi” delle emozioni, siamo liberi, profondamente, di esprimerle, di viverle, di starci dentro nell’ascolto e nell’elaborazione. Laddove ci sentiamo valorizzati nel nostro ruolo e nelle nostre capacità, siamo già più capaci di dare.

Nel massaggio condiviso, stiamo dedicando del tempo prezioso, un momento prezioso che proprio lo è perché non è esclusivo.

Con questi momenti si sostiene il nuovo equilibrio. Perché si vive un momento bello insieme, senza esclusioni: si capisce che il bello continuerà anche con il nuovo arrivo, anzi, specialmente con il nuovo arrivo.

Poi l’ossitocina riempie l’aria ed improvvisamente anche il grande chiede un massaggio. Magari piccolo, magari rapido. Oppure un abbraccio, una coccola alla testa.

Ecco la porta per entrare in un contatto più profondo, più diretto, più sincero.  Un contatto non mediato da schemi mentali, aspettative, timori. Un contatto magico che ha il potere di unire, rilassare, trasmettere amore come nessun altro.

Per questo sono così grata le rare volte in cui un genitore viene al corso accompagnata dal bambino grande. Perché so che è iniziato il loro percorso che le porterà ad essere una nuova e rinnovata splendida famiglia.

Le mani lo disegnano, tiepide d’olio, sulla pelle e magari su una bambola. E poi si intrecciano e poi una testolina bionda si appoggia al petto di mamma, scappa un sorriso, appare una piccola tazza per prendere il tè come i grandi e con i grandi mentre il piccolo succhia il seno o pisola, rilassato, sul cuscino.

Nella stanza si diffonde un’emozione carica di dolcezza, di empatia, di partecipazione.

E le chiacchiere delle mamme, oggi, si sono scordate di animare la pausa, soppiantate da un silenzio vibrante, carico d’amore.

(Veronica)

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Mani libere…di prendersi cura

IMG_20170505_104628Una delle frasi che ho amato di più sulla maternità è di Verena Schmid che nel suo “Venire al mondo e dare la luce” afferma: quando nasce un bambino nascono anche una madre e un padre.

In effetti l’arrivo di un pargolo in casa porta grandi rivoluzioni e stravolgimenti: saltano gli orari, crollano le abitudini, i ritmi si serrano e tutto gira attorno al piccolo nuovo membro della famiglia. Con il passare delle settimane le cose iniziano ad assestarsi, nuove routine e nuovi equilibri prendono il posto di ciò che ormai è solo il ricordo lontano di una vita che nemmeno si ricorda più di aver avuto. La nuova famiglia sta germogliando.

Gli animali di famiglia vivono un po’ passivamente questo complesso processo di distruzione e ricostruzione su nuove fondamenta, catapultati da un giorno all’altro nel percorso di cambiamento di un gruppo familiare che fino a ieri dava sicurezza e affidabilità attraverso abitudini consolidate e rituali condivisi.

All’improvviso cambiano gli orari, si pranza e si cena in momenti insoliti, di notte non c’è più quel rassicurante silenzio, di giorno – se la famiglia è allargata – può esserci un gran via vai di persone e gli umani di casa sembrano più distanti, presi inevitabilmente dall’impegno dato dal nuovo arrivato (urlante, invadente e odoroso “di strano”, per giunta!).

Una delle abitudini più a rischio di venir sacrificate in questo periodo di riadattamento, anche nelle famiglie più inclusive dei non umani conviventi, è l’uscita con il cane. Questo vale soprattutto per la mamma e per varie ragioni: può essere reduce da un parto impegnativo che le richiede di riprendersi mentre si occupa del bimbo; può avere delle difficoltà nella gestione del piccolo che la allontanano da altre incombenze più delegabili; può essere semplicemente stanca (ebbene sì) e desiderare di trascurare alcune cose; sul lato pratico, può trovare disagevole spingere una carrozzina e gestire un guinzaglio contemporaneamente, a maggior ragione se il cane è medio-grande, lei non ha aiuti esterni ed è pervasa dalla sensazione di dover imparare a muoversi nel mondo nella sua nuova condizione.

Del cane, allora, finisce di occuparsi il papà, magari a fine giornata, stanco e desideroso di godersi il piccolo (e quindi frettoloso nel rientrare) oppure la nonna, lo zio, il cugino, persone sicuramente di famiglia ma non la SUA famiglia, dal punto di vista del cane. Quello che è un lieto evento per tutti, rischia di trasformarsi per lui in una situazione di isolamento o, comunque, di ripiego.

Ma anche per la mamma o per la coppia stessa, abituata a vivere il cane come un membro attivo della famiglia, piacevole da coinvolgere quotidianamente, dover rinunciare alle passeggiate a più zampe può risultare frustrante, oltre a togliere l’occasione di fare moto e stare all’aperto, attività importanti per evitare l’isolamento indotto, talvolta, dal prendersi cura di un bimbo sotto l’anno.

Ecco allora che la fascia può diventare uno strumento aggregante, non solo tra mamma e bambino ma tra la neo-famiglia e il suo cane.

L’uso della fascia lascia libere le mani per permettere anche alla mamma sola di condurre il cane in sicurezza, evitando la scomodità di spingere un passeggino  e insieme gestire un guinzaglio. In questo modo anche il più esuberante dei cani può essere portato in passeggiata mentre il piccolo dorme o inizia a scoprire il mondo dalla sua postazione riservata.

I vantaggi vanno a doppio senso, abbracciando l’intera relazione. Il cane sentirà che la sua presenza è ancora valorizzata malgrado il riassetto sociale in corso, la mamma ha l’occasione di uscire e svagarsi e magari socializzare, al bar o in piazza,  o semplicemente rilassarsi in una tranquilla passeggiata nel verde. Il bimbo inizia a godere del mondo, dell’aria aperta e del contatto profondo con chi lo ama.

Ma, se tutto cambia, è così importante  fornire  una certa continuità alle uscite a cui il cane è abituato? Insomma, non lo capisce che c’è un cucciolo d’uomo e la priorità ora è lui?

Certo che lo capisce. Ma dovremmo evitare di fargli credere che questo si traduca in una minore attenzione nei suoi riguardi, in un relegarlo agli scarti di tempo. Per un animale profondamente sociale come il cane questa potrebbe rivelarsi una sofferenza troppo grande da tollerare, andando a inficiare persino l’accoglienza e poi la futura relazione col neoarrivato.

I cani sono abili lettori delle dinamiche familiari e sono dotati di una grande tolleranza ai cambiamenti sociali, purché essi avvengano in nome di una coesione di gruppo di cui si sentono parte attiva. La fascia può essere uno strumento straordinario per traghettare nel nuovo mondo non solo il bimbo ma, idealmente, anche il cane in modo che il suo ruolo nel tessuto familiare resti confermato, così da gettare i semi di una convivenza che richiede solo occasioni aggreganti per evolvere e crescere.

(Sonia Campa)

Riflessioni di un’ostetrica moderna

ostetricaSin dalle elementari, decisi che da grande avrei fatto l’ostetrica perché mi piacevano i bambini, ma non c’avevo capito granchè… eh sì, perché già dall’inizio del mio tirocinio universitario capii subito di chi invece avrei dovuto occuparmi maggiormente: delle donne e non dei bambini.

L’ostetrica, ho capito, che non è colei che fa nascere i bambini (come si sente sempre dire), ma è colei che, silenziosa ma presente come un gatto, guida la donna al miglior parto e il bambino alla miglior nascita.

Come? Non facendo niente…

E che lavoro sarebbe allora non far niente ci si potrebbe chiedere?!?!

Il lavoro dell’ostetrica, invece, è un duro lavoro, oggi più che in passato!

Non è vero che oggi siamo facilitate perché ci sono le ecografie e non si usano più le mani… ci sono i cardiotocografi e non si usano più le orecchie… ecc, ecc … al mondo d’oggi fare l’ostetrica è davvero molto faticoso.

Infatti, non sono le mani o le orecchie che riposano a fare il lavoro più semplice, perché tanto per fare l’ostetrica ci vogliono più che altro il cuore e l’anima, nel senso che se sei un’ostetrica lo sei sempre, lo sei dentro, insomma è la tua missione.

La missione di noi ostetriche moderne, penso io, sia molto ardua, e qual è?

Restituire il parto, la nascita, il sapersi madri alle donne!

Un sapere e una faccenda ahimè molto complicati al giorno d’oggi poiché le mani maschili sul parto hanno fatto sì che le donne dimenticassero il loro saper essere gravide, il loro saper partorire, il loro saper allattare.

E’ tutto racchiuso in schemi e tabelle (per carità servono… ma non sono tutto!) e tra numeri, ascisse e ordinate, le donne perdono il loro istinto, delegano il loro corpo, il loro cuore e la propria mente ad altri che le espropriano del loro POTERE !

Ebbene, l’ostetrica deve far riacquistare questo potere alle donne, lo deve risvegliare dal torpore dal quale è offuscato da troppo tempo!

Ecco allora perché faccio l’ostetrica, per permettere alle donne di ritrovare la fiducia in loro stesse, per permettere alle donne di sentirsi forti come rocce, di sentirsi potenti, di sentirsi dee!

No, non esagero!

Ogni donna che partorisce compie un piccolo miracolo, dona alla luce una nuova vita… cioè vi sembra poco?

Gli uomini hanno sempre avuto paura di ciò e maschilizzando e medicalizzando, cercano di appropriarsi il merito della nascita.

Quante volte sentiamo dire dalle donne “l’ha fatto nascere X ostetrica o X medico” e ahimè anche tanti medici o colleghe che dicono “ l’ho fatto nascere io!”.

Niente di più terribile!

La vittoria più grande per me nell’assistere una donna, è che dopo il parto sia fermamente consapevole che il suo bimbo/a è nato grazie alla sua forza (e anche dei bimbi per carità anche loro fanno la loro parte ..) e al suo POTERE di dare alla luce.

Questo, però, quando non accade genera molta frustrazione… e purtroppo molto frequentemente non accade, perché l’ostetricia moderna ahimè prevede molta medicalizzazione e il non rispetto dell’andamento e dei tempi fisiologici del travaglio.

Per un’ostetrica, quindi, diventa difficile difendere la donna da disturbi esterni, ma lo facciamo ed è questo il nostro lavoro: difendiamo le donne!

Se proprio devo dirla tutta, personalmente gradirei più autonomia e meno persone nei travagli… porte che sbattono, chiacchiericci, persone che entrano ed escono … queste cose mi fanno proprio arrabbiare!!

E se danno fastidio a me che non ho le contrazioni, mi immagino una “povera” donna che cerca di creare la sua tana e si sente disturbata in continuazione… una follia!

Quindi sì, meno persone nei travagli e , se proprio non fosse possibile farne a meno, che almeno stiano zitte… e ferme… non si dovrebbe notare la loro presenza, perché non si può facilitare un processo involontario , si può solo non disturbarlo!!

Ecco, vi prego NON DISTURBATE una donna in travaglio!

E poi sì, che almeno la fisiologia sia nostra, noi siamo le tutrici della fisiologia… basta con interventi inutili e dannosi, basta rompere le membrane senza indicazione clinica, basta far spingere le donne a comando perché no… dilatazione completa non vuol dire per forza inizio del periodo espulsivo… basta costringere le donne a pancia in su come tartarughe in difficoltà, basta fare tagli al perineo per accelerare un espulsivo senza motivo, basta dare un “aiutino” sulla pancia per far nascere prima il bambino… insomma BASTA , non se ne può proprio più!

Tutto per accelerare, per far prima… come se ci stesse scadendo il tempo massimo… d’altronde tutta la nostra società va di fretta: fastfood, cibi pronti, macchine, cellulari, sms, Facebook… eh sì, c’entra c’entra… perché non c’è più tempo di cucinare, non c’è più tempo per mangiare, non c’è più tempo per le passeggiate, non c’è più tempo per incontrarsi, non c’è più tempo per fare due chiacchiere e ,purtroppo, non c’è più tempo per partorire!

Quindi, alla fine di tutta questa lunga e tortuosa riflessione, volete sapere perché ho fatto l’ostetrica?

Per custodire il tempo della nascita.

(Monica)

Avrei voluto scrivere un’invettiva…

…ma l’amore che ho per il mio lavoro e per il benessere delle famiglie l’ha trasformata in un appello. E quindi…

2072182368_21d779be74“Il miracolo della 34 strada” è un classico della filmografia natalizia americana. Affascinante nel suo bianco e nero, nella moda anni ’30 e nei dialoghi di un livello linguistico che a confronto con la nostra quotidianità sembra quasi aulico. È un film poetico e molto dolce che consiglio a tutti, specie i più romantici.

Nell’intricata vicenda ad un certo punto Babbo Natale, provvisoriamente impiegato come sua controfigura in un grande magazzino, invece di perseguire la classica politica dello spingere ai clienti oggetti in giacenza, che in verità non desiderano e non soddisfano il loro bisogno, consiglia di rivolgersi alla concorrenza.

Quest’idea che all’inizio lascia tutti sbigottiti si rivela essere geniale perchè i clienti si sentono improvvisamente valorizzati nelle loro reali richieste e bisogni e, pur comprando l’oggetto alla concorrenza, diventano poi clienti fissi ed entusiasti del grande magazzino che li ha fatti sentire così importanti.

Ecco. Il mio appello comincia così. Come Babbo Natale.

E mi rivolgo ovviamente a tutti quelli che lavorano intorno alle famiglie: personale medico, educatori, consulenti di varia natura, doule, psicologi e psicoterapeuti, pedagogisti, counselor, osteopati, volontari, e chi più ne ha più ne metta.accanto-alla-madre-le-basi-per-essere-la-doula-di-cui-il-mondo-ha-urgente-bisogno_articleimage

Costruite intorno a voi una rete di professionisti il più possibile ampia e curata. Conosceteli uno ad uno, mettetevi in relazione, andate a vedere come lavorano, raccogliete feedback in giro e poi legatevi in proficue collaborazioni. Così, se siete in presenza di un problema e comprendete di non poterlo risolvere, potete fare affidamento su chi magari la soluzione può trovarla.

Ammettere di non riuscire non è fallire. E non è perdere “il cliente”. È fare l’unica cosa sensata in coscienza: mettere il bene della famiglia sopra ogni cosa.

Perderete soldi? quanti? 80€? 200€? quantifichiamo. Valgono la serenità e la salute di una famiglia?

Perderete stima? no. La guadagnerete. Perché quella famiglia sarà certa che per voi non c’è niente di più prezioso ed importante della sua felicità. Ed i soldi di cui sopra potranno diventare un ottimo investimento.

Mi rivolgo a tutti senza distinzioni.

Signori ginecologi non abbiate paura a chiedere aiuto ad ostetriche o agli infermieri. Sì, la loro laurea non è lunga e complessa come la vostra ma a volte un punto di vista diverso, l’esperienza, un approccio alternativo possono davvero essere utili.

Allo stesso modo, ostetriche (laddove non formate nei campi specifici) vi prego: consulenti di babywearing, insegnanti di massaggio, educatrici, doule, consulenti IBCLC sono vostre risorse non conconcorrenti. Specie per quanto riguarda l’allattamento al seno che è fondamentale: chiamatele, consultatele, consigliatele alle mamme che vogliono allattare. La vostra formazione è bella e completa ma non approfondita su questo tema come quella di una IBCLC. Non è nessun reato dire “Ho fatto il possibile adesso non so più aiutarti, però ho una collega che sono certa potrà essere risolutiva“.

Ma poi anche sul babywearing: un supporto messo male pregiudica la salute della schiena della mamma e del bambino e specie quando le situazioni esulano dalla fisiologia, chiamateci.

Le qualifiche non sono ufficiali e forse sono “poco” rispetto alla vostra laurea ma non avete fatto e fate battaglie per affermare il vostro legittimo posto accanto alla madre nel travaglio e nel parto al posto delle lauree ingombranti dei medici?

Valga lo stesso per le altre categorie. A volte non è la quantità dello studio fatto ma la qualità e l’approccio che possono offrire uno spunto diverso. Il mio amato ginecologo, Dott. Marco Santini, quando lo conobbi che stavo per partorire la mia prima bimba ,disse alle studentesse che indicavano per me il cesareo come unica soluzione:  “Noi lavoriamo con le persone e con gli ormoni. Se seguite solo i protocolli queste donne le tagliate tutte”.

Noi tutti facciamo del nostro meglio e godiamo di quel riconoscimento che solo il raggiungimento della soddisfazione della famiglia riesce a creare. Ma quando la soddisfazione non c’è è inutile aggirare l’ostacolo e sminuire la necessità della famiglia. Non arriverà nemmeno se la richiesta si placa. Perché in fondo sappiamo di non aver fatto abbastanza.

Ma se mando una mamma o un papà da qualcuno di fiducia risolutivo ecco che in quel momento il mio cuore sa di aver fatto il possibile. E rimane solo amore.

Chi sostiene la genitorialità lavora con le persone. E le persone non sono frullatori. Non hanno un libretto di istruzioni. Non sono appartamenti in cui ogni impianto ha il suo professionista di riferimento e basta. Le persone sono complesse. Hanno storie, traumi, blocchi, risorse, meraviglie. A volte dove il lavoro di uno psicoterapeuta ha bisogno di tempi lunghi (assolutamete validi e raccomandabili ovviamente), un educatore può trovare soluzioni “tampone” per migliorare la qualità della vita e facilitare il lavoro di tutti. All’ultimo fantastico corso di aggiornamento AIMI sul “Il Massaggio e il bambino con bisogni speciali” una delle due meravigliose conduttrici, la Dott.ssa Simona de Simone – psicologa – raccontò come in una determinata situazione la svolta positiva fu l’intervento di una mamma, semplicemente alla luce della sua esperienza. Questo che significa? che l’esperienza di un genitore vale più di una formazione seria e di una professionalità appassionata? No. Vuol dire che in QUEL momento, in QUELLA situazione era ciò che meglio rispondeva al bisogno. E la bellezza, la sensibilità, la dedizione di un operatore si manifesta proprio in comprendere e lasciar intervenire altri senza giudizio o – peggio ancora – pregiudizio.

Ecco il mio appello. Mettetevi in ascolto. Attivate empatia, ossitocina, pazienza, disponibilità ma soprattutto umiltà. Fate il vostro meglio sempre. Anche se il vostro meglio ha un titolo o un cognome diverso dal vostro. Ricordate sempre che il vostro motore è il benessere delle famiglie. Che le guerre tra poveri per recintare un pezzettino di terra finiscono sempre con la talpa che non conosce reticolati e mangia le radici.

Senza forti impulsi alla cooperazione, alla sociabilità, al reciproco aiuto, il progresso della vita organica, il miglioramento dell’organismo, il rafforzamento della specie diventano assolutamente incomprensibili. In realtà, lo Haldane e lo Huxley ritengono che la competizione fra adulti della stessa specie sia, nel complesso, un male biologico” – Ashley Montagu

(Veronica)

Cantate Mamme!

Parliamo ai nostri bimbi fin da quando sono nella nostra pancia, quando ancora non li abbiamo incontrati ma già li conosciamo. Gli parliamo e anche cantiamo per loro, lo facciamo spontaneamente, perché sappiamo che in qualche modo ci possono sentire e anche capire. Da dove ci viene questa sicurezza? E’ l’istinto della mamma, è la profonda saggezza del nostro corpo che ci porta a ricercare una relazione con il nostro bambino fin dal momento che sappiamo, sentiamo, della sua presenza. Ed è vero, il nostro bambino, là dentro, al sicuro, nel suo mondo tutto speciale, può sentirci. Non solo, lui ci sente in un modo totale e totalizzante. Sente la musica della sua mamma. Si, perché ogni donna in gravidanza è totalmente Musica, con i suoi movimenti, i suoni del corpo, il ritmo del respiro, il battito del cuore… e naturalmente la sua voce. La voce della mamma è la musica più bella per ogni bambino. Il suono arriva da dentro e da fuori, si trasmette attraverso le strutture del corpo materno e nel liquido amniotico ogni vibrazione giunge al piccolo corpicino formandolo e in-formandolo. I suoni contribuiscono alla formazione della sua struttura fisica e nervosa; esperienza prima ed attivante per gli organi di senso, diventa esperienza affettivo-relazionale.  Il bambino “sente” la nostra voce ricevendola con tutto il suo corpo, e tramite essa sente tutta l’emozione che proviamo mentre gli parliamo o gli cantiamo. Il feto cresce all’interno della pancia della mamma, potremmo dire che più vicino di così non si può, ma il contatto con lei avviene tramite il dialogo sonoro fatto di suoni e movimenti: il feto si muove, reagisce, ‘risponde’, quando sente la voce della mamma, e anche del papà.

Il contatto mamma-bambino attraverso la voce è un contatto magico, musicale, fisico, spirituale. Permette di costruire una relazione sonora che dura tutta la gravidanza e oltre. Il bimbo riconoscerà la voce della mamma e anche le melodie che gli cantava, e sarà per lui tranquillizzante perché gli riattiverà uno stato di sicurezza e calma.

La voce della mamma che parla, o canta, al suo piccolo,  è una voce particolare: l’essere indirizzata a lui, la sua intenzionalità comunicativa, le conferisce caratteristiche timbriche particolari e riconoscibili dal bambino.

La nostra voce, quando ci rivolgiamo al nostro bambino, ha un colore e un calore speciale, è avvolgente, e regala al bimbo l’esperienza di essere pensato e immaginato, accolto e amato.

Quindi cantate mamme! Il vostro canto è un regalo per voi e per il vostro bambino, una “coccola sonora” tutta vostra.Unknown

Cantate per voi, per godere della musicalità tutta speciale della gravidanza, perché il canto rilassa, scioglie le tensioni, regolarizza il respiro, attenua il dolore.

Cantate per ascoltarvi, per contattare la vostra emotività, fare esperienza piena della magia di diventare mamma, ad un livello che va oltre il pensiero razionale.

Cantate ai vostri bimbi in pancia, che vi sentono, vi esperiscono, e una volta nati vi ri-conoscono nella voce, e fanno esperienza di continuità. Lasciate che la vostra Musica accompagni la vostra gravidanza e arricchisca lo sviluppo del vostro bambino.

Cantate ai vostri bimbi tenendoli in collo, ancora meglio in fascia, avvolgeteli con le vostre vibrazioni, coinvolgeteli nella musicalità della vostra relazione, che non sarà solo nella voce che uscirà dalla vostra bocca ma nel contatto con il corpo vibrante, il ritmo e il movimento, il massaggio cadenzato del respiro.

E infine, cantate anche con il papà, così che anche nel suono si uniscano le energie del femminile e del maschile, che il bimbo senta la forza e la presenza di entrambi, di questa famiglia che nasce.

(Tiziana)

Ti porto…al sicuro

Siamo in estate, e come ogni estate piano piano si viene sommersi – è proprio il caso di dirlo – da pubblicità di supporti per il babywearing “adatti a portare in acqua”.

Questo mi fa sentire l’esigenza di scrivere di sicurezza che è un argomento prezioso ed importante e, prendendo la palla al balzo, parlarne allargando a più situazioni la mia riflessione.

Dividerò quindi questo articolo in sezioni, cosicché sia di facile consultazione anche parziale a seconda dell’interesse di ciascuno. Iniziamo…

SUPPORTI E LEGATURE

per portare in modo sano e sicuro ci sono numerosi supporti ergonomici e numerose tecniche utilizzabili a seconda delle necessità e preferenze. Non è questo il luogo per dilungarsi in tempi e modi d’uso ma mi preme sottolineare delle caratteristiche necessarie ad entrambi per essere considerati sicuri e corretti.

Fasce portabebè e tecniche di legaturaconte_pula_ita

Le fasce usate per portare i bambini non devono mai avere cuciture che ne interrompano la trama (es. non si possono unire due pezzi di stoffa per ottenere la lunghezza necessaria). In caso di fasce “ring sling” (ovvero quelle corte con l’anello), è importante che l’anello non presenti saldature ma che sia “un pezzo unico” e che i bordi siano  facilmente regolabili per trazione (i bordi imbottiti, ad esempio sono assolutamente impossibili da tirare a dovere) perché una fascia poco tirata è una fascia che non sostiene a sufficienza e che quindi potenzialmente provoca l’accartocciarsi del bimbo su se stesso con conseguente compressione toracica che ostacola la respirazione.

Le fasce devono essere colorate con colorazioni che non contengano metalli pesanti o elementi potenzialmente tossici (i bambini le ciucciano tantissimo!). A garanzia delle colorazioni potremmo non accontentarci degli standard di importazione dei tessuti in europa ma riferirsi a certificazioni ad hoc (la più “famosa” è, probabilmente, OEKO).

Babywearing_First_Year_1_largeLe legature scelte devono garantire la posizione corretta del bambino (verticale, schiena a C, ginocchia più alte del sedere, piante dei piedi parallele al suolo, pochissima distanza tra portato e portatore (al massimo un pugno appoggiato al petto dalla parte delle 4 dita), almeno due dita tra mento e torace del bambino, gambette aperte ma non iperdivaricate (una “prova” utile a capire quale sia la posizione corretta del nostro bimbo è metterlo supino su una superficie semirigida: lui solleverà d’istinto le gambette verso la pancia e quella posizione è la sua posizione naturale e quindi da rispettare/riprodurre durante la legatura).

Una piccola digressione merita la posizione cosiddetta “a culla”.

(Dal mio contributo su “I cuccioli non dormono da soli” di A.Bortolotti. Bibliografia nel testo originale).

Gli studi e le statistiche sul rischio di morte in fascia si riferiscono nella loro totalità al cattivo uso di questa posizione. Si tratta di una posizione in cui il bebè viene adagiato sdraiato sulla stoffa, con il proprio fianco a contatto con il torace del portatore. La posizione è corretta quando il pancino è rivolto verso l’alto, la testa è più in alto del sedere, le ginocchia rannicchiate verso la pancia, la stoffa ben tesa in modo che la colonna vertebrale e la testina siano sostenute in asse e che il piccolo non si “accartocci” né affondi nella stoffa. Il problema è che la posizione corretta è piuttosto difficile da mantenersi, principalmente perchè i neonati, d’istinto, si girano verso il portatore. In questa posizione ruotata, la stoffa produce una tensione forte sul torace che può impedire il corretto movimento toracico della respirazione. Anche per quanto riguarda la prevenzione alla displasia, questa posizione non è consigliabile perchè allo stesso modo, la stoffa – nel momento dell’inevitabile torsione del bambino verso il genitore, tende a schiacciare verso l’interno la gambetta (e quindi l’incastro del femore con l’anca non viene mantenuto nell’angolazione ottimale).

Supporti strutturati e semi strutturati

Normalmente i supporti prodotti dalle aziende specializzate in babywearing corrispondono ai canoni di sicurezza necessari (la comodità e le caratteristiche delle varie proposte esulano dall’argomento quindi non ne tratterò). Per quanto riguarda i supporti autoprodotti o prodotti da piccoli artigiani è necessario un controllo accurato delle cuciture e delle chiusure. Un operatore professionale di babywearing (consulente, istruttore etc) potrà aiutarvi a capire se un supporto è ben fatto e sicuro.

LUOGHI ED ATTIVITÀ

Le semplici regole del buon senso basterebbero ad indicare quali luoghi o quali attività siano compatibili con la presenza di un bambino piccolo in primis e con il babywearing in particolare. Ma, purtroppo, la bella sensazione di avere le mani libere ed il bambino saldamente assicurato a noi ci porta spesso ad andare oltre il buon senso, per cui non fa male riportare alcune indicazioni di base.

Mare, laghi, fiumi
Per portare in questi luoghi “vacanzieri”, valgono le regole generali della sicurezza.

Buona norma è andare in spiaggia con almeno un altro adulto oppure in una spiaggia 13631396_611295362372607_1813316425669296970_n

provvista del servizio di bagnino. Malori improvvisi ed inattesi possono sempre capitare per cui questa regola vale in genere anche per gli adulti senza bambini.

Fatta questa premessa, una fascia al mare può essere
comodissima: per le nanne tranquille, per una passeggiata sul bagnasciuga…o anche come copertina, amaca, parasole, paravento!

L’importante è non usare fasce o supporti per il babywearing in acqua.Portare un bambino legato a noi in acqua ci dà un falso senso di sicurezza: abbiamo le mani libere per magari star dietro ad un fratellino più grande o ad un amico peloso, non si corre il rischio che “ci scivoli” e il bambino sta tranquillo. Però questo senso di sicurezza nasconde una grande insidia. In caso che l’adulto scivoli o – peggio – abbia un malessere, il bambino rimane nell’impossibilità totale di attivare i propri riflessi salvavita e le proprie capacità di andare naturalmente verso la superficie.

13754180_10208517321662962_6161327936153692318_nLegato, immobilizzato è assolutamente passivo e rimane schiacciato dal corpo del genitore. Anche se l’incidente viene rapidamente risolto, i tempi per soccorrere il bambino e stimolarne la ripresa della respirazione si fanno terribilmente lunghi. Chi sa soccorrere sa quanto sia prezioso ogni secondo: dover aprire un supporto oppure estrarre il bambino da una legatura può compromettere davvero la sua vita. Se invece il bambino vi scivola dalle braccia per qualsiasi motivo (perchè è solo scivolato, perché siete scivolati voi, per un vostro malessere etc) si prenderà uno spavento e piangerà un poco subito dopo ma in acqua il suo istinto gli permetterà di andare verso la superficie e di essere soccorso in tempi brevissimi ed in modo efficace.

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Niente di meglio di una bella passeggiata nel fresco di un bosco o nei prati montani in cui possiamo incontrare tanti animali e vedere fiori ed alberi bellissimi! E niente di meglio che andarci in fascia o in marsupio per la comodità di grandi e piccini. Ovviamente, anche in questo caso, vige la regola del secondo adulto. In due adulti possiamo fare belle passeggiate e anche lunghe camminate in percorsi da soft trekking. Ovviamente non è assolutamente il caso di portare in una ferrata o in
arrampicata libera un bambino in fascia o marsupio. Per pur
esperti che siate, il rischio di cadere trascinando con voi il vostro bambino è grande e 1-2costante.

Certe esperienze sono belle anche perché si fatica per viverle in allenamento e capacità. Non precorriamo i tempi e lasciamo ai nostri figli la possibilità di viverle grazie al proprio percorso di vita.

 

 

Sport vari

In generale qualsiasi sport che non sia “soft” non deve essere praticato con i bambini in fascia sia per la loro sicurezza che per il benessere della nostra schiena che verrebbe sollecitata in modo esagerato: sì a camminate e a piccoli piegamenti corretti…e magari anche a qualche passo di danza (sempre relativo anche al tipo di danza che scegliamo)! Scegliamo movimenti o attività a cui il nostro corpo sia possibilmente allenato ed abituato ed eseguiamoli in proporzione alla nostra possibilità di controllo della situazione e di sicurezza per portato e portatore. Non starò certo a prendermi la briga né il fastidio mentale di fare un elenco dettagliato di attività “proibite” o sconsigliate perché sono convinta che ogni genitore abbia la piena consapevolezza di sé e delle sue possibilità e che possa anteporre il buon senso al proprio bisogno di fare con il suo bambino ciò che ha sempre fatto prima. Penso che ascoltarsi ed osservare sé stessi ed il proprio bambino, valutare con serenità e avere un buon grado di prudenza siano elementi sufficienti a prendere decisioni sensate.

Mezzi di trasporto

848370a83178d518ce0942510d06fa95Non si portano i bambini in fascia in nessun mezzo di trasporto dal cavallo al cammello (sì, sono esseri viventi e non solo mezzi di trasporto ma spesso li usiamo come tali e come tali stanno in questo’elenco), dalla barca alla bici, dalla moto all’auto.

Ci sono ovviamente alcune eccezioni:

Autobus e Pullman, treni e metropolitane non hanno, generalmente, sedili di sicurezza per bambini piccoli. IN questo caso è più sicuro usare la fascia delle braccia perché questo ci mette nelle condizioni di non mollare la presa in caso di reazione ad un urto e di usare le nostre braccia come stabilizzatori di posizione.  Lo stesso concetto vale anche nelle situazioni estreme ed ASSOLUTAMENTE OCCASIONALI in cui una macchina non ci offra la sicurezza richiesta: non mi riferisco certo all’auto dello zio o dell’amica che è senza seggiolino (in quel caso è responsabilità del genitore portare con sé ed usare SEMPRE i necessari strumenti di sicurezza per il proprio bambino, anche nelle macchine altrui!) ma ad esempio del servizio taxi di un Paese che non prevede sedute di sicurezza (per cui non sia possibile in alcuna maniera richiedere un taxi dotato di sedute di sicurezza) ed in cui per motivi validi non siete riusciti a portare ovetto o seggiolino da casa.

In aereo è possibile usare la fascia dal momento dello spegnimento del segnale “allacciate le cinture”.

Spesso i pericoli si nascondono dietro le situazioni più piacevoli e spensierate: l’amica fascia non si può proprio lasciare fuori dalla valigia…ma non scordiamo neppure l’amico buon senso.

Buon babywearing!

(Veronica)

grazie ad Adele Ricci e a Anamaria Militaru Photography per la gentile concessione della foto in spiaggia

Tra lacrime e sorrisi

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Sono ormai quasi 4 anni che incontro i genitori. Ed in modo ricorrente, perché la vita è abitudinaria anche quando si tratta di piccole o grandi sofferenze, incontro un dolore speciale: legato al parto, ad un allattamento mancato, ad una perdita in famiglia, ad una solitudine, ad un problema inatteso e troppo grande.sad woman with baby

Mamme e papà tristi.

Mamme e papà che si sforzano di sorridere al loro piccolo, un po’ per proteggerlo un po’ perché è davvero difficile, per la nostra cultura, conciliare la sofferenza con la gioia della nascita, ammettere di essere tristi, di essere in difficoltà “in un momento che DEVE essere tanto felice”.

Come se i sentimenti avessero uno spazio limitato nel nostro cuore. Come se dove sta la gioia non possa stare anche il dolore.

Ma l’animo umano è grande, immenso e frastagliato.

E…sì, ci sta tutto nel cuore.

Ci sta la gioia.

Ci sta il dolore.

Ci sta (purtroppo) il senso di colpa.

Ci sta l’amore (e su quello puntiamo sempre).

Arriviamo ad essere genitori con in testa un modello assoluto: il genitore felice, il genitore forte, il genitore positivo, il genitore protettivo.

Da dove sia venuto esattamente questo modello non lo so dire. Forse qualche amico antropologo o psicologo potrebbe aiutarci in questo…

Quello che so è che è un modello pericoloso per tutti.

Per i genitori, perché impiegano le proprie forze per creare un’immagine positiva di se stessi invece che per elaborare la propria sofferenza.

Fino a che non diviene un’abitudine: l’immagine si fa spessa e resistente ed il dolore si nutre e cresce e rimane, silenzioso e minaccioso, nascosto là sotto, ad allevare il suo erede più crudele, il senso di colpa.

Per i bambini, perché ricevono un messaggio contrastante: come può il sorriso che vedono sposarsi con il disagio che sentono?

Eh già, non importa quanto spessa sia la crosta: i bambini vanno oltre, scovano il clandestino e lo tengono d’occhio…anzi: lo tengono a pelle, perché con quella arrivano bene fin negli angoli più misteriosi del nostro animo.

Il bambino balinese è portato sia liberamente sul fianco […] sia dentro un’imbracatura. […] Il contatto con il corpo materno gli fornisce direttamente l’indicazione di fidarsi del mondo esterno o di temerlo: nonostante la madre riesca a controllarsi in modo da sorridere e mostrarsi gentile al forestiero o a chi appartiene ad una casta superiore, senza che la sua espressione cortese lasci trasparire il minimo timore, le urla del bambino che essa tiene in braccio ne tradiscono l’intimo panico” (Balinese Character” G. Bateson, M. Mead, 1942 – “Il linguaggio della Pelle”, A. Montagu 1989)

E cosa può comprendere un bambino da due messaggi tanto contrastanti? Come può figurarsi un bambino la complessità d’animo di un adulto?

Si chiederà se la causa del dolore sia lui? Si chiederà perché i genitori sorridono quando stanno male?

Non possiamo dirlo: certo è che questi bimbi spesso piangono in modo incomprensibile ed inconsolabile.

Magari per dar voce al dolore dei genitori costretto al silenzio o magari per dar voce all’incertezza, al senso di timore che una situazione così complicata suscita in loro.

Ma davvero dobbiamo per forza essere sempre forti e sorridenti per il bene dei nostri bambini?

Davvero i nostri bambini hanno bisogno di genitori che li tengano lontani dall’ombra del dolore anche a costo di mentire?

Davvero i nostri bambini hanno bisogno di un sorriso a tutti i costi, anche quando abbiamo il nodo in gola?

Queste sono domande a cui ciascuno risponderà secondo le priorità del suo cuore.

Io, però, oggi voglio raccontare che c’è anche un altro modo.

Un’altra strada che rimette in gioco tutto: la nostra prospettiva, le nostre possibilità di considerare, condividere, conoscere e farci conoscere, dare e ricevere fiducia.

Raccontare.

Sembra forse una cosa sciocca l’idea di parlare con un neonato.

Eppure è magica.

I bambini ascoltano.

I bambini comprendono i nostri “sto soffrendo” e soprattutto i nostri “non è colpa tua”.

Li comprendono da subito, fin da dentro la pancia.

Non so se sia il potere magico delle parole o se la mancanza di maschere lasci fluire l’energia in modo diretto ed efficace.

Ma comprendono.

E cosa può comprendere un bambino nel momento in cui la sua mamma o il suo papà apre il proprio cuore e gli racconta di un dolore?

Forse sentirà che il suo amato genitore si fida di lui? Forse sentirà con la sua pelle, con la sua magia, tutta la sincerità del mondo?

Ancora una volta, non possiamo dirlo: certo è che questi bimbi spesso smettono di piangere ed ascoltano.

Certo è, anche, che il dolore narrato, smascherato, portato alla luce, piano piano si fa più tenue, come un’ombra della notte all’alba.

Perché, raccontando il nostro dolore, concentriamo su di lui le nostre forze e ci concediamo la chance di poterlo combattere per lo meno ad armi pari.

“Affinché l’avvenimento piu comune divenga un’avventura è necessario e sufficiente che ci si metta a raccontarlo […] Quando si vive non accade nulla. Le scene cambiano, le persone entrano ed escono, ecco tutto. Non vi e mai un inizio. I giorni si aggiungono ai giorni, senza capo ne coda, e un’addizione interminabile e monotona. […] Vivere è questo. Ma quando si racconta la vita, tutto cambia” ( “La nausea” J.P. Sartre, 1932)

Non è una ricetta, non è (forse) niente di scientifico.

Ma da chi amiamo preferiamo la sincerità alla perfezione, la fiducia nelle nostre forze alla protezione che dà per scontato che siamo “troppo poco” per affrontare la vita. Preferiamo che l’amato si metta a nudo, mostrando le sue imperfezioni e le sue debolezze, invece che accompagnarci con una creazione illusoria di forza, equilibrio e serenità costante.

E per i bambini, forse, non è diverso. Forse anche a loro non servono genitori perfetti. Forse è più nutriente la sincerità.

(Veronica)