“tu, donna, partorirai con dolore…”

photoQuesto articolo potrebbe parlare di parto ma sarebbe troppo scontato. Parlerà, invece di allattamento e di come il dolore venga mal interpretato alla luce di una cultura che ha un rapporto davvero complesso e ormai quasi incontrollato con il rifiuto categorico di questo stimolo.

Abbiamo perso quasi totalmente le competenze sul dolore, la capacità di distinguere tra le tipologie di dolori, di rispondere al dolore in modo costruttivo.

Andiamo con ordine.

Esistono due macrocategorie di dolore: il dolore fisiologico ed il dolore patologico. Pur essendo due tipi di dolore molto diversi l’uno dall’altro, hanno in comune la sensazione negativa che creano in chi soffre.

Il dolore fisiologico  (e già so che qui pioveranno polemiche) è il dolore necessario ad un momento evolutivo o di grande cambiamento, come possono essere il dolore di un dentino che nasce in un lattante, il dolore della pancina di un neonato alle prese con l’apprendimento della gestione degli sfinteri o il dolore del parto.

Il dolore patologico è il dolore necessario ad accendere, in chi soffre, un campanello d’allarme che segnala che qualcosa non sta andando per il verso giusto: il dolore di un dente cariato, una forte emicrania, il dolore di un dito rotto o un mal di stomaco.

Nella loro essenza, entrambi i tipi di dolore non andrebbero “quietati” bensì ascoltati, cosa che, oggigiorno, non passa per la testa di nessuno. Questa mia affermazione non contiene giudizi: è la naturale conseguenza dell’indebolimento progressivo dell’uomo e dell’abbassamento della soglia di sopportazione del dolore provocati (per fortuna?) dallo sviluppo tecnologico e dalle conquiste farmacologiche.

Quindi, se da una parte siamo in grado (almeno qualche volta) di “ascoltare” il dolore patologico senza dover continuare a soffrirne (es. “mi fa male un dente, capisco che ho un ascesso quindi vado dal dentista ma nel frattempo mi prendo un antidolorifico”) che mi pare un passo sicuramente importante nel miglioramento della condizione umana, d’altra parte qualche perplessità mi riservo di averla sulla capacità di “ascoltare” un dolore fisiologico e di comprenderlo seppur mettendolo a tacere. Il famoso dolore con cui le donne partoriscono da maledizione biblica, ormai ha ben pochi “ascoltatori” sia tra chi lo sopporta (che troppo spesso si concentra sulla propria grandezza di spirito), sia – a maggior ragione – in chi lo aggira o elimina farmacologicamente.

Il suono terribile della stessa maledizione biblica, forse ci ha fatto culturalmente scordare la funzione primaria e originale di quel dolore: il corpo che cambia, la vita che cambia per mai più tornare la stessa, la divisione perenne del cuore che in quel preciso momento cessa di battere solo all’interno del nostro petto di mamme per andarsene – dopo poco – in giro per il mondo con un paio di scarpette da ginnastica numero 21.

In fin dei conti una maledizione non può avere aspetti positivi. Ma focalizziamoci sull’allattamento.

Sulla doppia reazione al dolore (rifiuto/eroica sopportazione) appena considerata, vorrei fermarmi per chiarire qualche punto sui dolori che l’allattamento provoca in molti casi.

Cominciamo con il dire che l’allattamento non deve provocare dolore. Se lo provoca è del tipo patologico, ovvero indice di qualcosa che non sta andando per il verso giusto. Siamo in grado di fare questa affermazione con totale serenità poichè, sfrondato da tutti gli aspetti affettuosi, emotivi, intellettuali etc, e seppur diversissimo da tutte le altre, l’allattamento è una funzione fisiologica e le funzioni fisiologiche provocano dolore solo se gli apparati che vengono ad interessare non funzionano in modo ottimale (pensiamo a cistiti, bruciori di stomaco etc)

L’unica risposta materna sensata a questo tipo di dolore è quella di interrogarsi sul perchè lo si sta provando.

L’esempio più classico (ma non l’unico!) sono le “ragadi”. Si tratta di ferite al capezzolo più o meno profonde e davvero molto dolorose, nonché il campanello di allarme che ci dice che il piccolo sta poppando in modo errato. Abbandonare l’allattamento per via della presenza di ragadi o accettarne la dolorosa esistenza con spirito di “donnachesisacrificaperlaprole” sono risposte ad una domanda inesistente. Infatti il nostro corpo non ci chiede “Ehi, tu, mamma! Sei disposta a soffrire per la causa nobile del benessere dei tuoi figli?” ma  “Ehi, tu, mamma! c’è qualcosa che non sta funzionando, riesci ad identificarne la causa?”.

Così come nessuno al mondo smette di nutrirsi per un bruciore di stomaco ma provvede a curare la propria alimentazione, così chi soffre di dolori legati all’allattamento dovrebbe provvedere a curarne i dettagli.

Nessuno è, nè dev’essere, ovviamente, costretto a provare dolore.

Ma, se la scelta di vivere il dolore fisiologico ha sicuramente senso “formativo” (perchè, come si è detto, si tratta di un segnale di crescita che apporta forza e cambiamento), quando si tratta di dolore patologico non c’è ragione di sopportarlo “eroicamente”, così come non c’è ragione di esserne terrorizzati al punto di abbandonare radicalmente tutto ciò che a che fare con quella parte del corpo.

Una donna stupenda, da pochi mesi eso-mamma, che ho avuto la fortuna di affiancare nell’avviamento un po’ burrascoso (come tanti) del suo allattamento, mi ha detto oggi: “Scrivi qualcosa sul dolore dell’allattamento alle mamme. Che non mollino subito, perchè adesso anche io so che, davvero, è meraviglioso”.

Ecco qua, quindi, il mio appello affettuoso non solo a non mollare ai primi sintomi di dolore in allattamento, ma a non accettarli come “naturali” – perchè naturali non sono – e allo stesso tempo di non metterli a tacere con gli svariati e sempre nuovi mezzi che il mercato offre: la risposta a quella domanda che quel dolore vi sta ponendo sta in voi e nel vostro bambino. Cercate qualcuno che sappia leggerla e spiegarvela ed il gioco è fatto.

Veronica

http://www.lllitalia.org/

http://www.iblce.org/

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