Io ballo da sola – su senso di appartenenza e scuole di formazione

11295726_798945416879695_7177384864229479934_nÈ come ballare con un compagno senza sintonia. Per pur precisi che siano i passi di entrambi, per pur esperto sia il ballerino che guida, se non si balla allo stesso tempo si finisce per pestarsi i piedi.
Io avevo in mente una ballata romantica, di quelle in cui i passi si muovono lenti e piccoli, appena accennati. Una danza in cui avere il tempo di sentire le proprie emozioni e quelle del compagno, di sprofondarsi negli odori, di leggere attraverso la pelle i movimenti dell’altro. Una danza da ballare abbracciati, aprendo gli occhi solo per godere del mondo intorno, senza mai guardare in basso perchè il ritmo e la sintonia guidano i piedi senza timore di errare. Una danza dolce e naturale come solo quella degli innamorati può essere.
Mi sono ritrovata in uno sfrenato rock’n’roll acrobatico – niente contro, naturalmente – ma non era ciò che desideravo.
Il mio compagno balla rapido e tecnico, confida nella propria abilità e vuole a tutti i costi mostrarla. Ha sperato di guidarmi ma quando c’è così tanta differenza di aspettative e quando il ritmo non è in sintonia, neanche il più tecnico dei ballerini può creare l’atmosfera del ballo di coppia.
Ed allora meglio fermarsi, respirare, sedere, guardarsi intorno…che magari c’è un compagno seduto che aveva le stesse aspettative e le stesse disillusioni. Oppure qualcuno che si è divertito e si diverte molto con il rock’n’roll ma non vuol rinunciare ad un po’ di danza a tu per tu.
Continuare a ballare infelici significa perdere l’occasione di incontrare quello che veramente si desidera.

Quando ho contribuito a fondare l’associazione Scuola del Portare, dalla base del progetto di Antonella Gennatiempo, avevo in mente un ballo lento fatto di passi piccoli, di sintonia, di decisioni prese insieme in modo circolare, di tempo sentito, assaporato. Avevo in mente un’associazione che sarebbe cresciuta piano, piano fatta di colleghe sempre più preparate, di formazione sempre più ricca e preziosa oppure direzionata a settori specifici per far sì che davvero si formi una rete di professionisti che collaborano. Un’associazione che investisse energie nelle zone del Paese più bisognose, in aggiornamenti ragionati secondo le necessità dei genitori, in garanzie e servizi per le famiglie. Avevo in mente formazioni lunghe un anno intero come lo è stata la mia in cui ci fosse il tempo per respirare, sentire, interiorizzare. Un’associazione che sostenesse i genitori nelle loro competenze, che usasse gli strumenti come mezzo e non come fine.
Un’associazione, infine, che aiutasse a sdoganare i pregiudizi sulla maternità, che sostenesse le consulenti mamme nel loro doppio ruolo di madri e professioniste in modo che nessuna delle due facce della medaglia potesse precludere l’interezza.
Mi trovo invece in un’associazione molto concentrata sulla formazione di sempre più e più consulenti, che mi lascia il dubbio che si voglia più gonfiare che nutrire il panorama nazionale del babywearing: ai posteri l’ardua sentenza.
Un’associazione stretta nelle sue regole sempre differenti, che non mi sta dando stabilità emotiva né sostegno professionale. Regole tutte pensate a tavolino, senza bimbi in groppa o sul cuore, senza respiro di genitori lì vicino, senza le notti insonni delle neofamiglie, senza le preoccupazioni dei genitori ai quali non è andato tutto liscio, senza i bisogni della quotidianeità, senza il ricordo della “trincea” in cui tanti professionisti vivono ogni giorno proteggendo i genitori. Ecco, in quella trincea starebbe la mia associazione ideale. Non in una stanza profumata a pensare a nuove regole e modalità.
Mi ritrovo in un’associazione che impedisce alle mamme di lavorare con i propri bambini definiti “elementi di disturbo” alla pari dei cellulari precludendo la valutazione propria della consulente su quanto e come la presenza di bimbi possa influenzare la sua serenità e la sua presenza. Parlare di contatto e relazione lasciando il proprio bimbo magari ancora nel periodo esogestazionale alla babysitter.
Un po’ come nel film “Le 5 leggende” in cui Dentolina, la fata dei dentini, circondata da un piccolo esercito di piccole fatine che lei gestisce con efficienza, si rende conto ad un tratto di aver passato troppo tempo lontano dal lavoro “di trincea” tra i bambini, tanto che è divenuta incapace di interpretarne i bisogni, i gusti ed i sogni. “Siamo così impegnati a far felici i bambini che ci siamo scordati dei…bambini”, dice.
Sento il bisogno di soddisfare le mie aspirazioni, di formarmi e specializzarmi ogni giorno di più, di offrire informazioni non solo ai genitori ma anche agli operatori di altri settori riguardanti la genitorialità.
Voglio costruire intorno a me una rete di professionisti che si aiutino l’un l’altro secondo le proprie competenze e si informino condividendo competenze ed esperienze con l’unico intento di sostenere i genitori in modo sempre più accurato ed efficace.
Ed è per questo che da oggi…io ballo da sola.

(Veronica)

10 maggio…festa della mamma

10 maggio…festa della mamma: eppure nessun post il giorno stesso per fare gli auguri alle mamme? e com’è possibile su un blog come questo?

Bè perché per questa Festa della Mamma, il mondo virtuale era un po’ distante…e Puro Contatto era in mezzo a mamme in carne, ossa e fascia!IMG_3861

Ma mai è tardi per rendere un piccolo omaggio alle mamme, perciò, senza troppi svolazzi, il mio abbraccio virtuale a tutte le mamme del mondo: quelle coi bimbi nella pancia, quelle coi bimbi nel cuore, quelle coi bimbi tra le braccia o per la mano, quelle coi bimbi che non sono già più bimbi ma genitori a loro volta, quelle a due o quattro zampe, con le pinne e con le ali. Alle mamme per scelta, alle mamme per caso, alle mamme che, guardando i loro bimbi, sono costrette a ricordare un grande dolore, alle mamme giovani, alle mamme non più giovani, alle mamme circondate da una bella “tribù” e alle mamme sole.

Un abbraccio a tutte, per il nostro giorno, ma un giorno dopo…perché il nostro giorno sia ogni giorno!

(Veronica)

ciò che viene da dentro, ciò che viene da fuori (su babywearing e bisogni indotti)

Portare i bambini è una pratica meravigliosa. image_1Non solo perchè è qualcosa di comodo, dolce e sicuro. Ma perchè risveglia negli adulti delle meravigliose competenze:  la capacità di accogliere, di osservare, di leggere i segnali, di sentire i bisogni ed i cambiamenti.

Ai bambini lascia la possibilità di esercitare e di non perdere le loro competenze naturali di mammiferi portati attivi e la potenza incredibile del linguaggio tattile che loro conoscono bene per istinto.

Ci offre l’occasione di sperimentarci nella manualità, nella sensibilità di riconoscere se il tessuto è ben teso, se la legatura è sicura, se siamo comodi. Una riflessione importante su noi stessi, sulle sensazioni che il corpo ci rimanda.

Come nell’allattamento e come nel massaggio per portare bene è necessario ascoltarsi, darsi tempo, costruire la pazienza con noi stessi, rispettare i segnali dei bambini  e averne dei nostri riconoscibili che ci guidino per la strada giusta.

É necessario fermarsi, a volte ripetere, a volte ripartire da capo, a volte anche desistere per riprovare poi in un altro momento.

É necessario staccarsi un pochino dai tempi stretti della vita normale, a volte è necessario rinunciare apparentemente alla praticità, investire tempo ed energie nell’apprendere la tecnica giusta, nel sentirla bene, nel sentirsi bene.

E soprattutto pensare intensamente che la giusta via è nelle nostre mani, che noi siamo in grado di ottenere un ottimo risultato e che quel risultato dipende per lo più da noi stessi.

Essere genitori oggi significa andare in contro ad una marea di pregiudizi e di giudizi. Significa andare incontro ad un numero incredibile di persone, dalle più diverse formazioni e specializzazioni, che emettono sentenze con una facilità disarmante, che danno ricette, metodi, soluzioni, che progettano oggetti per “risolvere” le difficoltà.

Tutta la società porta i genitori a pensare che la soluzione alle difficoltà dell’essere genitori sia “fuori”.

Per portare la pace, il ciuccio.

Per dormire, libri e manuali.

Per educare, metodi e regole.

Per allattare, paracapezzoli e cuscini specifici quando non sono biberon e simili.

Per tranquillizzare e contenere, complicati involtini di tessuto.

Per spiegare, sindromi sempre nuove.

Per portare i bambini la fascia esclusiva, “super-sostenitiva auto-legante”.

Non che queste cose non servano in assoluto. Possono servire in determinati casi, in occasioni particolari o anche soltanto per adeguare l’esperienza della genitorialità agli inevitabili ritmi della vita quotidiana.

Ma non sono indispensabili.

Concentriamoci su noi stessi, sulla forza della nostra natura e del nostro amore.

Usiamo gli strumenti, non diventiamone schiavi.

Per ognuno degli scopi per cui inventano oggetti, la Natura ci ha fornito le soluzioni. Nella nostra pelle, nelle nostre braccia, nei seni, nella semplicità dello stare vicini, dello stare in ascolto.

Perciò, tornando al portare: per portare i nostri bambini in primis abbiamo le braccia. E quello sono lo strumento più importante.

Poi abbiamo le risorse dentro di noi: la capacità di gestire un tessuto, di legarlo al meglio. Magari qualcuno ci insegna o attraverso un libretto di istruzioni, o un video o meglio ancora dal vivo in una consulenza.

Ma apprendere una tecnica significa risvegliare e sviluppare capacità esistenti dentro di noi. Non significa appoggiarsi a qualcosa che viene da fuori. Per questo una brava consulente, o istruttrice che sia, non crea dipendenza nei “suoi” genitori ma anzi li spinge a sperimentarsi, li sostiene nel mettersi alla prova.

Un buon supporto è fondamentale perchè tendiamo giustamente ad una buona qualità del portare per noi e per i nostri figli. Ma un buon supporto non è necessariamente un supporto molto costoso né molto elaborato. E la grande differenza la fanno, come sempre, le mani. Le mani che annodano, che legano.

Se ci sentiamo scomodi, se sentiamo i nostri bimbi a disagio, prima di pensare di aver bisogno di comprare altro soffermiamoci ad ascoltare cosa c’è che non va, a fare attenzione alla tecnica con cui abbiamo legato, al rispetto delle “regole d’oro” del portare in sicurezza e correttezza.

La risposta quasi sempre è dentro di noi, è nelle nostre capacità e nel nostro impegno, nella nostra pazienza, nella nostra accuratezza.

Se abbiamo la forza ed il coraggio di portare verso l’interno ogni questione, vi troveremo ogni risposta e la nostra forza ed il nostro coraggio saranno sempre un po’ più saldi.

Ogni volta che cerchiamo la risposta fuori siamo un po’ più dipendenti, un po’ più fragili.

No.

Non è vero che per portare un bimbo grande per forza serva una fascia con la canapa o con la grammatura di un tappeto persiano.

Serve magari una legatura ben fatta e a più strati di tessuto. Le legature veloci per cui usare le suddette fasce-tappeto sono comunque indicate per tempi o percorsi brevi. Un bimbo grande portato a lungo in una legatura monostrato ancorché fatta con il tappeto di Aladino, finirà per sovraccaricare troppo il genitore e per non star comodo nemmeno lui. Cosa che non accadrà con una legatura triplo sostegno ben fatta anche se eseguita con una fascia a grammatura medio bassa.

Non è vero che una fascia per poter portare i nostri bambini debba costare almeno 100€.

Oggi sul mercato ci sono soluzioni lowcost che offrono qualità discrete quando addirittura non ottime. Così come ci sono proposte economicamente molto impegnative che non competono con le cosiddette “low cost” in quanto a certificazioni su provenienza e qualità di tessile e colorazioni.

Non è vero che servono tanti supporti.photo4

Anzi, spesso i bambini che crescono con una sola fascia ne fanno un oggetto del cuore, carico di ricordi belli e sensazioni positive. Ed è bello pensare che ogni bambini abbia una fascia che ha condiviso per un po’ con la sua mamma e che gli servirà a sua volta per portare i suoi figli (o mal che vada per dormirci in campagna).

Bisogna imparare, mettersi in gioco, darsi tempo, fallire e riprovare. Bisogna investire energie e minuti preziosi. Prendere il ritmo in sintonia con i piccoli. E poi uscire e pure comprare una fascia nuova ma come si compra un vestito sfizioso: perchè ci va e ci piace non perchè “ne abbiamo bisogno”.

Quello di cui abbiamo bisogno, davvero bisogno, è di ri-scoprire il nostro grande potere, la nostra immensa potenzialità.

Quello di cui hanno bisogno i nostri bambini è di amore, di un paio di braccia, di seni da succhiare.

(Veronica)

Un dono speciale, il tocco buono.

marchio 2000 con sfondoVi guardo con lo sguardo leggero che scivola via e non si sofferma più di tanto. Per non rompere la magia, vi guardo appena, così. La magia delle mani che, invece, si soffermano quasi impercettibilmente su ogni millimetro di pelle e proprio lì riversano tutto l’amore e l’emozione che sentite adesso. Perchè la pelle lo sa che ogni millimetro è importante e prezioso. Ed io vi distraggo, con la sequenza e la tecnica, perchè la ragione, impegnata nell’apprendere, lasci libera la pelle di dare e ricevere senza barriere. E nessun massaggio è mai uguale al precedente. Si arricchisce di ogni dettaglio: della luce di quella mattina, del colore dei vestiti, del profumo di lavanda che si sente appena nell’aria, della musica e di ogni diversa sfaccettatura del vostro incredibile amore. Ed è il vostro quello vero. Oltre la tecnica, oltre i dettagli che io ho studiato con cura e che cerco di trasmettervi con passione e delicatezza. Ma è quel tocco speciale tutto vostro che in modo assoluto definisce “il tocco buono”. É tutto il vostro amore che si respira nell’aria, che non vi lascerà più confondere il bene con il male, che sta dando a questi bimbi gli strumenti per distinguere, per proteggersi, per scegliere liberamente la relazione con gli altri. Si sente, si annusa. L’olio ed il suo colore quasi neutro, il suo odore leggero che fanno da cornice ideale…da pretesto, mi viene da dire. E le vostre mani che esprimono, ancora di più dello sguardo, tutta la cura del mondo nell’avvolgere, coccolare, comunicare. Il busto spesso dondola in una danza lieve e segreta, le spalle si stabilizzano per non scaricare il peso, la testa si inclina per scoprire nuove angolazioni, le labbra si aprono in un ninnare giocoso fatto di parole semplici o anche solo di respiro e sorrisi. Nessuno potrà mai ingannare questi bambini. Loro lo sanno quanto amore può essere racchiuso in una carezza. Spesso mi dite “ci hai fatto un regalo meraviglioso, con il massaggio”. Io sorrido, grata, ma non ve lo dico che il regalo più grande l’ho ricevuto. É quell’attimo in cui il mio sguardo può scivolare sul vostro amore come un invitato speciale e discreto. É questo dono quotidiano che fa del mio lavoro l’unico lavoro che vorrei poter fare per sempre. (Veronica) IMG_4723

L’ora del nido…ed attenzione alle strutture non autorizzate!

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Vorrei passare questo consiglio a tutti i neogenitori: se avete deciso che vostro figlio frequenterà un asilo nido, adesso, in questi primi mesi dell’anno, è il momento di occuparsi della scelta.
Aggiungo qualche informazione che possa darvi una pista da seguire.
Gli asili nido accolgono bimbi tra i 3 e i 36 mesi di età.
I nidi iniziano l’anno educativo a settembre come tutti gli altri ordini scolastici, perciò potrete essere accolti in altri mesi dell’anno solo se la struttura non ha assegnato  tutti i posti disponibili.
Le strutture che non dispongono di  cucina interna possono accogliere bimbi di età inferiore ai 12 mesi x max 4 ore al giorno senza fornire il pasto.
Sulla provincia di Firenze esistono diverse tipologie di asilo nido:
– Asili nido tradizionale (privato o comunale) con ricettività tra 20 e 60 bambini  circa;
– Spazi gioco con possibilità di frequenza mattutina o pomeridiana senza fornitura di pasto;
– Asili nido domiciliari per bambini di età compresa tra 9-12/36 mesi.
Queste strutture sono gestite da una educatrice titolare che si avvale della collaborazione di una collega e sono organizzate all’interno di piccoli appartamenti o in una porzione dell’appartamento  dell’educatrice stessa. Accolgono max 6 bambini.IMG-20150117-WA0005
Per maggiori informazioni consultate il sito del Comune di Firenze entrando nel portale EDUCAZIONE,  fascia 0-3 anni.
Se invece volete saperne di più in modo specifico sui nidi domiciliari potete consultare www.ilboscoincantato.it oppure contattarmi.
Per qualsiasi dubbio o chiarimento sono a disposizione per rispondere – per quanto posso – alle domande di tutti i genitori.
Vorrei, inoltre, segnalare una questione che il comitato asili nido domiciliari di Firenze e provincia sta affrontando.
Guardandoci intorno abbiamo individuato diverse strutture che si propongono come servizi per l’infanzia senza avere l’autorizzazione necessaria da parte del Comune. Questo apre diversi temi di riflessione, ma il primo tra tutti per importanza è quello di rendere consapevoli i genitori che si mettono in cerca di un nido cui affidare il proprio figlio.
Nido autorizzato vuol dire:
– che ha dimostrato di possedere caratteristiche strutturali e igienico sanitarie idonee per accogliere bambini così piccoli;
– che è condotto da un’educatrice/educatore in possesso di uno alto standard di competenze professionali richiesto per una gestione di qualità;
– che lavora in collaborazione con il Comune;
–  azienda che paga le tasse;
Vuol dire, infine,  essere un nido che ha la possibilità di condividere la propria esperienza con gli altri servizi per l’infanzia della città, per crescere ogni anno educativo che passa.
Un asilo nido domiciliare NON autorizzato dal Comune probabilmente ha tariffe più basse, ma è un servizio aperto nel NON RISPETTO delle regole, che conduce attività che nessuno controlla, che non ha la possibilità di fare rete con il mondo che lo circonda perché deve rimanere nell’ombra.
Attenzione dunque perché è del mondo dei vostri bambini che stiamo parlando.
Buona ricerca,

Natale, regali e…

IMG_1130Babbo Natale e la Befana sono in arrivo: la slitta traboccante di giochi, la scopa appesantita dal grande sacco dei dolci.

Per i bambini è un periodo magico. Per tutti i bambini, anche quelli nascosti negli adulti che in questo periodo si fanno avanti timidi, ma allegri ed emozionati.
Il periodo delle feste però, per i più piccini, ha anche un lato negativo: l’eccesso di stimoli.
Viviamo in una cultura che pensa che più stimoli diamo ai bambini, più i bambini diventino intelligenti ed inseriti. Giochi con suoni, luci, colori forti ed accesi, giochi che parlano, si muovono, interagiscono, comunicano anche in più lingue. E poi programmi televisivi, computer e via dicendo.
Certo non demonizziamo niente di tutto questo, ma davvero in queste feste forse sono un po’ troppi…
I piccoli hanno ritmi più blandi, che ogni tanto andrebbero recuperati, specie in periodi così intensi come questi!
Ed allora una manciata di idee e di idee-regalo alternative per riprendere il filo, affinare i suoni, sintonizzarsi nel ritmo del cuore: tum, tum, tutum.

Giochi con la pelle ed il corpo (per tutta la famiglia)

Non hanno luci, anzi fatti con luci basse rendono meglio.
Hanno un sacco di suoni: le risate, i versi degli animali, i rumori della pioggia e del vento, le rime delle filastrocche.
A seconda dell’età dei bimbi potete regalarvi un pomeriggio disegnando sulle loro schiene per farli indovinare piccoli soggetti facili: un sole, il mare, una barca, una casetta, un fiorellino.
Oppure potete far passeggiare immaginari elefanti, cavalli, serpenti, formichine, ranocchi, galline su braccia, gambe, ventre, schiena (e quando si arriva alla schiena far indovinare di che animale si tratta).
Potete far diluviare e sorgere il sole, potete fare l’arcobaleno e far infuriare il vento più impetuoso (ticchettare, strusciare, soffiare, lasciar cadere i palmi delle mani in un piccolo tonfo come tuoni).
Oppure, ancora, narrate una storia rappresentandola sulla pelle come su un palco teatrale. Adesso scambiate i ruoli e fatevi disegnare dalle piccole dita, raccontare storie dai vostri bambini, immaginare gli animali, i loro versi, i loro passi.
Ovviamente, specie per i più grandini, valgono anche solletico, pernacchie varie sulla pancia, nel collo e sotto le ascelle, annusarsi, mordicchiarsi, rotolarsi e fare la “lotta”, pettinarsi, ecc…

Vi stupirete di come può essere divertente sperimentare sensazioni cutanee inusuali e come dopo poco diventerete tutti molto bravi.
Vi siete regalati momenti dolci e divertenti ed avete allenato la sensibilità del tatto, così tanto trascurata tra tutti gli altri sensi iperstimolati!

[…]

Altri giochi “depurativi”
Sfidate il freddo ed uscite. Scegliete un parco, un posto diverso e – intemperie permettendo – passeggiate, guardate, sperimentate, toccate, annusate il più possibile. Ogni cosa che mostrerete ai più piccoli diventerà uno dei regali più speciali delle vacanze. Una piccola riflessione su questo scoprire insieme potete trovarla qui.

Cucinate, impastate, fate saltare pop-corn, farcite, tagliate e fate formine, maneggiate, maneggiate, maneggiate. Ogni sensazione tattile è un mondo meraviglioso ed una stimolazione sana ed equilibrata dei sensi e del piacere di averli.

Dipingete con pennelli, spugne, bruschini, vecchi spazzolini, dita, resti di cucina (patate intagliate, ceppetti di radicchio, sezioni di cavolo cappuccio, mezze mele ecc…). Dipingete su carta, cartone, stoffa, legno… insomma su quel che vi pare! Costruite, modellate, ritagliate, incollate, sporcatevi.

Cercando di ricordare e rivivere le emozioni che quei giochi hanno un tempo dato a voi, entrate in sintonia con i vostri bimbi e con tutte le sensazioni tattili e olfattive che vi e li accompagnano.

In breve, giocate in famiglia, nella giusta dimensione di condivisione, il gioco è la colla delle relazioni e la base di uno sviluppo equilibrato, sereno e consapevole.

[…]

(per l’articolo completo, che è stato scritto per Firenze Kids, potete dare un’occhiata qui)

 

(Veronica)

 

Un sabato speciale

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Ci sono momenti in cui serve un po’ di coraggio e forse anche un briciolo di incosciente fiducia nella possibilità che qualcosa di magico avvenga. Ed è quel che è mi è successo sabato 22 novembre.

Ma torniamo un po’ indietro nel tempo.

Sono consulente del portare certificata. Adoro questo mestiere perchè mi permette di offrire un’opportunità magari non preventivata ai genitori. Un sostegno inatteso e piacevole, spesso stupefacente. Durante il mio ancor breve percorso in questo mondo, mi sono naturalmente imbattuta in situazioni complicate, in bimbi e genitori con esigenze particolari o inusuali. L’analisi del bisogno è uno step a cui la scuola con cui mi sono formata dà la massima importanza. Ed io ne ho imparato il valore prima in formazione, poi in ogni occasione. E sempre una buona analisi del bisogno mi ha aiutato a rispondere in modo soddisfacente e professionale, con gli strumenti che avevo acquisito.

Finchè, un giorno, la presidente dell’associazione “Armonia a 6 zampe” che spesso mi invita a tenere corsi non mi ha proposto qualcosa di davvero particolare. Una mamma ed il suo bimbo “speciale”. Non posso negare che all’inizio sia stata un po’ una doccia fredda: non sono formata per rispondere a questo tipo di bisogno e ho sempre preso molto seriamente la necessità di essere preparati.

Ma, d’altra parte, non potevo pensare di far perdere a questa famiglia quella grande occasione che so che il babywearing offre. E così ho iniziato ad informarmi: prima delle condizioni di salute e delle caratteristiche fisiche del bimbo (specie dello sviluppo delle anche, attraverso gli aggiornamenti che venivano dal fisioterapista del bimbo). Poi di cosa il portare davvero potesse offrire loro. E piano, piano si delineava in me la certezza che davvero potesse essere un’esperienza profonda e nutriente per loro, ancora più che per gli altri. Ho avuto la fortuna di potermi confrontare con Valentina Carugo  una collega consulente che è anche fisioterapista sull’opportunità della soluzione a cui avevo pensato come legatura e supporto.

Ma alcune difficoltà restavano: insegnare a portare pancia a pancia un bimbo già grandino, la distanza geografica che non poteva garantire un percorso completo “a braccetto” con i medici del piccolo, la mia mancanza di esperienze pregresse, di formazione inerente o di aggiornamenti ad hoc. E non ultimo il deciso dissenso della mia scuola che ha più volte e chiaramente espresso parere contrario a questa esperienza.

Ho bene in testa il batticuore che mi risuonava al momento in cui ho dato la mia disponibilità per un incontro gratuito informale alla mamma con il suo bimbo e alla presidente dell’associazione. Incontro gratuito informale per non mettere in gioco il mio ruolo di consulente e creare false aspettative.

E proprio in quel momento è iniziata la magia. La mamma, pur sapendo dei miei limiti formativi, ha accolto 10805737_702758756498362_6939565312471782219_nentusiasta l’offerta, la presidente pure, attivando la sua meravigliosa macchina organizzatrice (e fotografica!) ed io ho sentito la paura che piano, piano lasciava spazio alla certezza di star facendo bene, di star costruendo un momento importante, di star lavorando in coscienza, sicurezza e trasparenza.

E sabato è stato un giorno speciale.

Valentina è bellissima ed è una mamma estremamente attenta e competente. Conosce il corpo del figlio come il palmo della sua mano, ne conosce i movimenti, i punti forti, i punti deboli. Sta muovendo incredibili energie per offrire il meglio al suo bimbo.

Edo da qualche mese sorride ma ogni suo sorriso è un tesoro raro e prezioso.

É arrivato dormendo e si è svegliato con le coccole lievi della sua mamma.

10624639_702758833165021_3121070505531920359_nE poi abbiamo iniziato a lavorare. Da seduti, per agevolare il sostegno del piccolo. Il tessuto ha cominciato ad avvolgerli: prima in modo un po’ insicuro ed impacciato, poi sempre più naturalmente.

Li ho aiutati ad ottenere una buona posizione del bimbo e poi abbiamo iniziato a tirare la fascia, avvolgendola stretta intorno a loro.

Infine Valentina si è alzata ed ha chiuso una legatura quasi perfetta. Edo si è adagiato, ha appoggiato la testa al petto della sua mamma ed ha sorriso.

Un sorriso dolce e lungo come di chi si è ritrovato, all’improvviso, in una sensazione conosciuta, familiare, emozionante. Lei lo ha guardato, emozionata. Gli ha baciato la fronte ed anche lei ha sorriso.

Laura scattava queste foto che parlano da sole.1922069_702758459831725_8297750670708726103_n

Forse avrei dovuto seguire i moniti di chi mi sconsigliava di buttarmi in quest’impresa. Ma quel momento è stato davvero qualcosa di magico, di impagabile. Ed è per questi momenti che la mia strada acquista un senso profondo e prezioso.

Per questo riconoscere ed abbandonarsi istintivo, per quel lavoro che io so che i muscoli dei bimbi – speciali o meno – fanno, semplicemente “leggendo” il movimento di chi porta. Per quel ritrovarsi e restare in ascolto l’uno dell’altro, ricucendo, restaurando emozioni infrante e ricucendo ferite.10459910_702757203165184_2945695892724155800_n

Ed oggi sono grata, incredibilmente grata.

A Laura per la sintonia con cui lavoriamo e per l’occasione incredibile di ricchezza che mi ha proposto.

A Valentina per essersi fidata ed affidata e per aver compreso subito le incredibili potenzialità del portare.

A Edo per il suo sorriso.

A tutte le mamme e le famiglie che hanno condiviso quel momento, ognuna con la sua storia ma tutte con la straordinaria capacità di sostenersi a vicenda.

Alla mia strada, piena di stelle e fiori.10806312_702756996498538_8902720333001037394_n

(Veronica)

Se volete aiutare Edo nel suo percorso, contattate Valentina al 3491001787 o seguiteli sul gruppo FB     “Edo tifiamo tutti per te!

Se volete conoscere e sostenere l’Ass. Armonia a 6 Zampe, contattate Laura al 3284871698 o sulla pagina FB “Armonia a 6 zampe

Ricostruire il tempo – 17 novembre, giornata mondiale del bimbo pretermine

prematuriCi sono momenti nella vita in cui tutto accade d’improvviso e frettolosamente.

E ci prende alla sprovvista e ci lascia con il fiatone.

Quando, poi, è la vita stessa ad accadere d’improvviso e frettolosamente, ecco che inizia un grande cammino di recupero, di comprensione, di ricostruzione.

Oggi è il giorno mondiale del bimbo pretermine.

Vita frettolosa e tenace, relazioni un po’ in salita… ché bisognerebbe fare un passo indietro insieme e capire cos’è successo ed invece si deve scendere subito in trincea, per lottare fianco a fianco, resistere, crescere, sostenersi.

Guerra perlopiù silenziosa, col fiato sospeso.

Perché si tace davanti alla fragilità del corpo e del cuore. Si tace ascoltando le parole dei medici e degli infermieri. Si tace tornando a casa, con il pensiero là, in TIN.

Ma accoccolato nel silenzio c’è il battito del cuore, sempre più stabile. Nascosta nella fragilità c’è la forza di attaccarsi alla vita.

E rispettiamo il silenzio per ascoltare il cuore, rispettiamo la fragilità per leggerne la forza.

I piccoli, piccoli ci comunicano chiaramente cosa sta succedendo. La fatica di tenersi raccolti, la respirazione ancora irregolare, il loro grande cuore: tutto si tranquillizza a contatto con la mamma o con il papà. Grandi mani entrano piano nelle culle termiche, si appoggiano sulla testina del loro bambino, sul sederino o sui piedi. E piano, piano si fanno dolcemente pesanti come a dire: queste grandi mani sono capaci di sostenere ogni tuo tremito.

E poi il petto della mamma, così morbido e profumato. Ecco un ricordo di qualcosa lasciato a metà.

E tutti e due si aggrappano a quel ricordo ma soprattutto a quel presente di condivisione. Di “esserci” profondamente, insieme, lì, in quel momento prezioso e sacro.

Ripartiamo dalla pelle, quel velo così leggero che quasi sembra possa strapparsi con un movimento troppo brusco.

Nutriamo la pelle e con lei tutto il bambino.

Quella pelle che avrebbe avuto bisogno ancora di tempo, di essere accarezzata dal liquido amniotico. Riprendiamo il discorso lasciato a metà, contenendo il nostro prezioso tesoro. Nessuno sa farlo meglio dei genitori, meglio di quella mamma, la cui pelle pure reclama il tempo promesso e mancato.

A volte basta un piccolo sostegno ed ecco che la magia accade: una mamma e un papà offrono le loro mani, le loro braccia, il loro petto, la loro pancia. Le danno come se non fossero più loro, come se fossero il terreno fertile in cui far crescere, ancora, il loro bambino.

Quanta bellezza in questo essere lì, a disposizione. Nonostante le paure, nonostante i timori, nonostante gli incubi. E loro, i piccoli, lo sentono. E tutto diviene calma anche solo per un momento.

Una manina piccola, piccola che stringe il dito della sua mamma o del suo papà. Ed improvvisamente tutto si quieta, il respiro si fa più regolare, i movimenti più lenti, quei genitori si commuovono innamorati. Quel gesto vuol dire forza e fiducia ed è una grande emozione.

Qualcuno dirà col naso all’insù che quello stringere « è solo un riflesso neonatale, che i genitori leggono sempre le semplici cose come se fossero grandi messaggi».

Ma, pensandoci bene e abbandonando la saccenza, quello stringere, proprio proprio nel suo essere riflesso neonatale ci dice tante cose: ci dice che quel bambino ha scritto nel suo codice genetico di “portato” che quando riesce a stringere i suoi genitori è al sicuro.

Perciò si calma.

Perciò, come sempre, hanno ragione i genitori ad emozionarsi e ad accompagnare il gesto con le parole più belle che si possono dire ad un figlio : « siamo qui con te».

Questo meraviglioso scambio che avviene tra i genitori ed il loro piccolo è la vera forza.

E su questa forza si costruisce piano, piano – questa volta senza fretta nè precipitosità – la loro relazione d’amore.

A casa, dopo tanti momenti difficili, le piccole cose semplici possono aiutare davvero questa nuova famiglia.

Hanno bisogno di tempo, loro tre, mamma, papà e bimbo (e magari dei fratellini a sommarsi).

Un telo lungo, una fascia portabebè, morbida e sicura come il tocco della mamma. A recuperare quei confini chiari e vicini, a combattere quella forza di gravità così ostile da far distendere quasi a forza piccole braccia e gambe. A ritrovare la luce soffusa, il battito del cuore, il rumore del respiro, il ritmo stimolante dei muscoli che si muovono delicati nel camminare. Tutto com’era dentro la pancia. Una fascia sa inventare tempo nuovo, un tempo enorme che si avvolge intorno alle spalle del piccolo, intorno alle spalle dei suoi genitori abbracciandone i muscoli e le emozioni, invitando a rilassarsi a sentirsi di nuovo tutt’uno, a lasciar finalmente andare tutte le emozioni.

Un momento per massaggiare, magari facendo più grande un’esperienza già iniziata in TIN, per conoscere e far riconoscere quel corpo tanto amato, per dire con le mani che siamo lì, che amiamo quella pelle, quell’odore, quei muscoli che si stanno ogni giorno fortificando. Un momento per lasciare tutto fuori ed occuparsi solo di prendersi cura e di comunicare con l’unico linguaggio che i neonati conoscono: il linguaggio della pelle e del contatto. Giorno dopo giorno le mani si fanno più sicure, la sintonia sempre più perfetta.

Facciamoci in quattro, noi tutti, familiari, operatori, consulenti, amici e vicini di casa. Facciamoci in quattro per allargare il tempo.

Per lasciare spazio alla pelle di ricostruire il legame, di recuperare il tempo mancato, di rallentare il ritmo.

Inventiamoci modi di lasciare a quella mamma il tempo di sentirsi mamma a pieno titolo, forte e competente, colei che calma e contiene, colei che nutre ed osserva.

Inventiamoci modi di lasciare a quel papà il tempo di sentirsi padre, colui che difende e protegge, colui che ha grandi e forti mani per accarezzare ed abbracciare la sua compagna ed il suo bambino.

Inventiamoci cuochi, aiutanti, camerieri.

Inventiamoci cuscini morbidi in cui affondare e sentirsi coccolati, inventiamoci aperitivi analcolici casalinghi per non far sentire i genitori soli. Inventiamoci, al momento opportuno, passeggiate, telefonate, un mazzo di fiori e dei palloncini.

Perchè così il tempo diviene amico e ci accompagna e forse, a volte, si moltiplica e prende anche lo spazio del tempo mancato.

(Veronica)

Per questo post è doveroso ringraziare:

Adele Ricci, amica e collega meravigliosa che ha realizzato questo stupendo disegno.

Isa Blanchi, fisioterapista ed insegnante AIMI, per le preziose informazioni e per la delicatezza del suo approccio.

Alessia Rossetti, amica e collega,  per aver condiviso le sue esperienze preziose di sostegno e di incontro.

Il mio percorso di babywearing per avermi svelato una meravigliosa opportunità di relazione.

Tutti i bimbi pretermine ed ex-pretermine che ho conosciuto ed i loro genitori per avermi insegnato cosa siano le difficoltà e la forza.

Machiavelli, riposa in pace

bambini-urla-capricci

Se un giorno ci dicessero che, in totale buona fede, ci siamo messi in casa un machiavellico approfittatore che individuati i nostri punti deboli li usi per i suoi biechi obiettivi, come ci sentiremmo?

Probabilmente ci sentiremmo vittime di ingiustizia, feriti, offesi, profondamente tristi, delusi di noi stessi per “esserci cascati”.

Quotidianamente questo accade con i nostri piccoli. E fin da quando sono neonati.

Siamo circondati di voci che ci inducono a pensare che siano piccoli approfittatori, che “usano” il pianto per soddisfare i loro capricci e piegarci alla loro volontà.

E ci sentiamo deboli ed inadeguati per non saper “resistere” a questi machiavellici sfruttatori.

E tutto ciò genera frustrazione, dolore, tristezza, rabbia. Ma soprattutto incomprensione.

Ma forse c’è una piccola via d’uscita: proviamo a non sovraccaricare il comportamento dei piccoli degli schemi propri del mondo adulto.

Proviamo a cambiare prospettiva.

Proviamo ad entrare in contatto e a metterci nei loro panni.

Si usa dire: bambini piccoli, problemi piccoli. Eccerto perchè con la nostra vita sulle spalle ci sembrano inezie. Niente di più inverosimile. Loro sono arrivati da poco e ciò che è “inezia” per noi loro la vivono come il problema fondamentale. Sarebbe come se un matematico considerasse una “stupidaggine” la prima somma o sottrazione di un bimbo di sei anni. Nessuno lo farebbe con i “problemi” scolastici ma ogni giorno lo facciamo con la quotidianità.

Quando abbiamo un grande problema, che ci sembra enorme e ci chiude la voce in un groppo in gola, parlarne con qualcuno è difficilissimo. Ci affidiamo alla sensibilità dell’altro, alla sua capacità di accogliere e di intuire il nostro disagio mentre spiccichiamo con fatica poco ed insufficienti parole.

Noi che abbiamo così tanta proprietà di linguaggio…

Un neonato piange.

Piange perchè si sente solo ed ha paura e quel che vuole è essere preso in braccio e tenuto al sicuro. E quando qualcuno finalmente lo solleva si acquieta. Perchè quel qualcuno ha risposto al suo grande, grandissimo bisogno e lui non ha più necessità di gridare il suo spavento.

Smette di piangere non perchè “ha piegato” la volontà del genitore ma perchè il bisogno che lo stava devastando è finito, lasciando spazio alla pace.

Piange perchè quel cucchiaio così insistentemente proposto proprio gli è difficile da capire: a cosa serve? perchè se ho fame mi viene offerto questo coso invece del solito seno o biberon?

Un bambino piange, batte i piedi. Perchè non vuole andare alla scuola dell’infanzia o perchè non vuole venir via dal parco. Ci dice: ho paura, ho bisogno di altro tempo, non sono pronto oppure ci manifesta la sua incomprensione verso le nostre dinamiche quotidiane, il concetto di tempo, di “è tardi”. Quello che lui sa è che sta per finire quell’esperienza così ricca e divertente, quell’avventura così entusiasmante. E chi la fa finire è proprio la persona che ama di più al mondo, che lo mette davanti ad una scelta inaffrontabile.

E piange e batte i piedi perchè è l’unico modo che conosce per manifestare la sua opinione. Perchè a 2-3 anni siamo “già grandi” nelle capacità motorie, nello sviluppo intellettuale…ma le parole, i discorsi quelli ancora stentano specie in caso di grandi emozioni.

Ecco. Non ci stanno comprando né vincendo. Stanno semplicemente comunicando.

Questo cambio di prospettiva non deve indurre a pensare che sia un bene rinunciare al nostro ruolo educativo di genitori, all’organizzazione familiare o semplicemente alla sensatezza dei ritmi della giornata.

Serve solo per rendere il giusto valore alle espressioni, alle azioni.

Perchè educare così, senza frustrazione o rabbia, può essere più semplice e più ricco di soluzioni comunicative.Fare i genitori non sarà meno difficile ma con questa prospettiva forse è meno doloroso: no, non abbiamo in casa machiavellici tiranni. Abbiamo piccoli esseri umani con una grande personalità, grandi problemi e qualche difficoltà in esprimere in modo posato e chiaro l’enorme groviglio di bisogni, gusti, emozioni, desideri, sentimenti che si ritrovano a gestire.

Dai, su…poteva andar peggio!

(Veronica)

La signora Montessori la sapeva lunga…

La mia bambina grande va all’asilo da quando ha 7 mesi circa.
A tempo pieno, perché io ho sempre lavorato.
Il suo rapporto con la scuola è sempre stato mediamente positivo, con gli alti e i bassi che hanno rispecchiato le varie fasi della sua crescita.
Poi a fine novembre ho smesso di lavorare e lei, per motivi economici e logistici, ha smesso di andare a scuola.
Quando siamo arrivati qua in Texas a marzo, dopo 3 mesi che era a casa con me, abbiamo deciso di rimandarla. Una nuova scuola, montessoriana, dei nuovi amici.
L’abbiamo pensata bene e a lungo, ma dato l’arrivo imminente del fratellino, abbiamo valutato che fosse meglio per lei stare a scuola con i bambini, che a casa con me. Non avrei infatti avuto modo e tempo di dedicarle attenzioni e crearle intorno un ambiente stimolante. Sono ricominciati gli alti e bassi, ma nonostante la sera quando la riprendevo fosse sempre serena, la mattina non è mai andata per niente volentieri.
Qualche settimana fa è venuto fuori che non sarebbe stata passata nella classe dei bambini più grandi insieme ai suoi  coetanei. Lì per lì, la cosa mi ha sorpreso e fatto preoccupare, temendo un ritardo nello sviluppo (o non so cosa) e provando anche, mi vergogno a dirlo, una punta di fastidio per l’orgoglio di madre ferito.
Quando ho chiesto i motivi alla direttrice, mi ha spiegato che le si voleva dare la possibilità di essere una delle bambine più grandi nella sua stanza, affinché acquisisse fiducia in se stessa e affinasse le sue capacità di ‘leadership’.
Il passaggio di classe dei compagni più “maturi” é avvenuto due settimane fa.
Poco meno di due settimane fa, improvvisamente, lei ha iniziato a gioire urlando “evviva siamo a scuola!” ancor prima di parcheggiare la macchina. IMG_2853
Che cosa poteva essere mai cambiato dal giorno alla notte?
Ho aspettato un po’ per accertarmi che non fosse un caso, poi stamani ho parlato con una delle maestre che ha confermato i miei sospetti.
Quello che è cambiato è come lei si percepisce. Lei ora si vede la bambina grande che a scuola ha un ruolo essenziale nel microcosmo della sua stanza.
Di pari passo, ha rivisto e iniziato a apprezzare il suo ruolo di sorella maggiore, che la sera torna e abbraccia un fratellino adorante.
Ed anche quello di figlia grande, che sceglie quale frutta comprare al supermercato e che aiuta la mamma a apparecchiare la tavola e a allacciarsi l’Ergobaby le inizia a piacere, dato che imita ogni cosa che faccio con le sue bambole.
In due parole, ha trovato una sua nuova dimensione, come “leader”, sorella e figlia. Le è stato dato spazio ed è cresciuta, nell’arco di un nulla.

Il tutto è avvenuto in maniera così veloce e strabiliante, che io non ho fatto in tempo a accorgermene finché non sono stata messa di fronte al fatto compiuto. 

Stasera mi trovo quindi qui, a ripensare a questa vicenda e a mettere nero su bianco queste sensazioni a metà strada fra il sollievo per il miglioramento e la frustrazione per non aver evidentemente saputo far fronte, in famiglia, ad un suo disagio.
Non mi resta che ringraziare la signora Montessori e portare a casa la lezione, semmai ancora non l’avessi imparata, che il naso per annusare i bisogni di queste piccole menti effervescenti, va affinato ancora di più.