Categoria: sostenere le famiglie

Un dono speciale, il tocco buono.

marchio 2000 con sfondoVi guardo con lo sguardo leggero che scivola via e non si sofferma più di tanto. Per non rompere la magia, vi guardo appena, così. La magia delle mani che, invece, si soffermano quasi impercettibilmente su ogni millimetro di pelle e proprio lì riversano tutto l’amore e l’emozione che sentite adesso. Perchè la pelle lo sa che ogni millimetro è importante e prezioso. Ed io vi distraggo, con la sequenza e la tecnica, perchè la ragione, impegnata nell’apprendere, lasci libera la pelle di dare e ricevere senza barriere. E nessun massaggio è mai uguale al precedente. Si arricchisce di ogni dettaglio: della luce di quella mattina, del colore dei vestiti, del profumo di lavanda che si sente appena nell’aria, della musica e di ogni diversa sfaccettatura del vostro incredibile amore. Ed è il vostro quello vero. Oltre la tecnica, oltre i dettagli che io ho studiato con cura e che cerco di trasmettervi con passione e delicatezza. Ma è quel tocco speciale tutto vostro che in modo assoluto definisce “il tocco buono”. É tutto il vostro amore che si respira nell’aria, che non vi lascerà più confondere il bene con il male, che sta dando a questi bimbi gli strumenti per distinguere, per proteggersi, per scegliere liberamente la relazione con gli altri. Si sente, si annusa. L’olio ed il suo colore quasi neutro, il suo odore leggero che fanno da cornice ideale…da pretesto, mi viene da dire. E le vostre mani che esprimono, ancora di più dello sguardo, tutta la cura del mondo nell’avvolgere, coccolare, comunicare. Il busto spesso dondola in una danza lieve e segreta, le spalle si stabilizzano per non scaricare il peso, la testa si inclina per scoprire nuove angolazioni, le labbra si aprono in un ninnare giocoso fatto di parole semplici o anche solo di respiro e sorrisi. Nessuno potrà mai ingannare questi bambini. Loro lo sanno quanto amore può essere racchiuso in una carezza. Spesso mi dite “ci hai fatto un regalo meraviglioso, con il massaggio”. Io sorrido, grata, ma non ve lo dico che il regalo più grande l’ho ricevuto. É quell’attimo in cui il mio sguardo può scivolare sul vostro amore come un invitato speciale e discreto. É questo dono quotidiano che fa del mio lavoro l’unico lavoro che vorrei poter fare per sempre. (Veronica) IMG_4723

Un sabato speciale

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Ci sono momenti in cui serve un po’ di coraggio e forse anche un briciolo di incosciente fiducia nella possibilità che qualcosa di magico avvenga. Ed è quel che è mi è successo sabato 22 novembre.

Ma torniamo un po’ indietro nel tempo.

Sono consulente del portare certificata. Adoro questo mestiere perchè mi permette di offrire un’opportunità magari non preventivata ai genitori. Un sostegno inatteso e piacevole, spesso stupefacente. Durante il mio ancor breve percorso in questo mondo, mi sono naturalmente imbattuta in situazioni complicate, in bimbi e genitori con esigenze particolari o inusuali. L’analisi del bisogno è uno step a cui la scuola con cui mi sono formata dà la massima importanza. Ed io ne ho imparato il valore prima in formazione, poi in ogni occasione. E sempre una buona analisi del bisogno mi ha aiutato a rispondere in modo soddisfacente e professionale, con gli strumenti che avevo acquisito.

Finchè, un giorno, la presidente dell’associazione “Armonia a 6 zampe” che spesso mi invita a tenere corsi non mi ha proposto qualcosa di davvero particolare. Una mamma ed il suo bimbo “speciale”. Non posso negare che all’inizio sia stata un po’ una doccia fredda: non sono formata per rispondere a questo tipo di bisogno e ho sempre preso molto seriamente la necessità di essere preparati.

Ma, d’altra parte, non potevo pensare di far perdere a questa famiglia quella grande occasione che so che il babywearing offre. E così ho iniziato ad informarmi: prima delle condizioni di salute e delle caratteristiche fisiche del bimbo (specie dello sviluppo delle anche, attraverso gli aggiornamenti che venivano dal fisioterapista del bimbo). Poi di cosa il portare davvero potesse offrire loro. E piano, piano si delineava in me la certezza che davvero potesse essere un’esperienza profonda e nutriente per loro, ancora più che per gli altri. Ho avuto la fortuna di potermi confrontare con Valentina Carugo  una collega consulente che è anche fisioterapista sull’opportunità della soluzione a cui avevo pensato come legatura e supporto.

Ma alcune difficoltà restavano: insegnare a portare pancia a pancia un bimbo già grandino, la distanza geografica che non poteva garantire un percorso completo “a braccetto” con i medici del piccolo, la mia mancanza di esperienze pregresse, di formazione inerente o di aggiornamenti ad hoc. E non ultimo il deciso dissenso della mia scuola che ha più volte e chiaramente espresso parere contrario a questa esperienza.

Ho bene in testa il batticuore che mi risuonava al momento in cui ho dato la mia disponibilità per un incontro gratuito informale alla mamma con il suo bimbo e alla presidente dell’associazione. Incontro gratuito informale per non mettere in gioco il mio ruolo di consulente e creare false aspettative.

E proprio in quel momento è iniziata la magia. La mamma, pur sapendo dei miei limiti formativi, ha accolto 10805737_702758756498362_6939565312471782219_nentusiasta l’offerta, la presidente pure, attivando la sua meravigliosa macchina organizzatrice (e fotografica!) ed io ho sentito la paura che piano, piano lasciava spazio alla certezza di star facendo bene, di star costruendo un momento importante, di star lavorando in coscienza, sicurezza e trasparenza.

E sabato è stato un giorno speciale.

Valentina è bellissima ed è una mamma estremamente attenta e competente. Conosce il corpo del figlio come il palmo della sua mano, ne conosce i movimenti, i punti forti, i punti deboli. Sta muovendo incredibili energie per offrire il meglio al suo bimbo.

Edo da qualche mese sorride ma ogni suo sorriso è un tesoro raro e prezioso.

É arrivato dormendo e si è svegliato con le coccole lievi della sua mamma.

10624639_702758833165021_3121070505531920359_nE poi abbiamo iniziato a lavorare. Da seduti, per agevolare il sostegno del piccolo. Il tessuto ha cominciato ad avvolgerli: prima in modo un po’ insicuro ed impacciato, poi sempre più naturalmente.

Li ho aiutati ad ottenere una buona posizione del bimbo e poi abbiamo iniziato a tirare la fascia, avvolgendola stretta intorno a loro.

Infine Valentina si è alzata ed ha chiuso una legatura quasi perfetta. Edo si è adagiato, ha appoggiato la testa al petto della sua mamma ed ha sorriso.

Un sorriso dolce e lungo come di chi si è ritrovato, all’improvviso, in una sensazione conosciuta, familiare, emozionante. Lei lo ha guardato, emozionata. Gli ha baciato la fronte ed anche lei ha sorriso.

Laura scattava queste foto che parlano da sole.1922069_702758459831725_8297750670708726103_n

Forse avrei dovuto seguire i moniti di chi mi sconsigliava di buttarmi in quest’impresa. Ma quel momento è stato davvero qualcosa di magico, di impagabile. Ed è per questi momenti che la mia strada acquista un senso profondo e prezioso.

Per questo riconoscere ed abbandonarsi istintivo, per quel lavoro che io so che i muscoli dei bimbi – speciali o meno – fanno, semplicemente “leggendo” il movimento di chi porta. Per quel ritrovarsi e restare in ascolto l’uno dell’altro, ricucendo, restaurando emozioni infrante e ricucendo ferite.10459910_702757203165184_2945695892724155800_n

Ed oggi sono grata, incredibilmente grata.

A Laura per la sintonia con cui lavoriamo e per l’occasione incredibile di ricchezza che mi ha proposto.

A Valentina per essersi fidata ed affidata e per aver compreso subito le incredibili potenzialità del portare.

A Edo per il suo sorriso.

A tutte le mamme e le famiglie che hanno condiviso quel momento, ognuna con la sua storia ma tutte con la straordinaria capacità di sostenersi a vicenda.

Alla mia strada, piena di stelle e fiori.10806312_702756996498538_8902720333001037394_n

(Veronica)

Se volete aiutare Edo nel suo percorso, contattate Valentina al 3491001787 o seguiteli sul gruppo FB     “Edo tifiamo tutti per te!

Se volete conoscere e sostenere l’Ass. Armonia a 6 Zampe, contattate Laura al 3284871698 o sulla pagina FB “Armonia a 6 zampe

Ricostruire il tempo – 17 novembre, giornata mondiale del bimbo pretermine

prematuriCi sono momenti nella vita in cui tutto accade d’improvviso e frettolosamente.

E ci prende alla sprovvista e ci lascia con il fiatone.

Quando, poi, è la vita stessa ad accadere d’improvviso e frettolosamente, ecco che inizia un grande cammino di recupero, di comprensione, di ricostruzione.

Oggi è il giorno mondiale del bimbo pretermine.

Vita frettolosa e tenace, relazioni un po’ in salita… ché bisognerebbe fare un passo indietro insieme e capire cos’è successo ed invece si deve scendere subito in trincea, per lottare fianco a fianco, resistere, crescere, sostenersi.

Guerra perlopiù silenziosa, col fiato sospeso.

Perché si tace davanti alla fragilità del corpo e del cuore. Si tace ascoltando le parole dei medici e degli infermieri. Si tace tornando a casa, con il pensiero là, in TIN.

Ma accoccolato nel silenzio c’è il battito del cuore, sempre più stabile. Nascosta nella fragilità c’è la forza di attaccarsi alla vita.

E rispettiamo il silenzio per ascoltare il cuore, rispettiamo la fragilità per leggerne la forza.

I piccoli, piccoli ci comunicano chiaramente cosa sta succedendo. La fatica di tenersi raccolti, la respirazione ancora irregolare, il loro grande cuore: tutto si tranquillizza a contatto con la mamma o con il papà. Grandi mani entrano piano nelle culle termiche, si appoggiano sulla testina del loro bambino, sul sederino o sui piedi. E piano, piano si fanno dolcemente pesanti come a dire: queste grandi mani sono capaci di sostenere ogni tuo tremito.

E poi il petto della mamma, così morbido e profumato. Ecco un ricordo di qualcosa lasciato a metà.

E tutti e due si aggrappano a quel ricordo ma soprattutto a quel presente di condivisione. Di “esserci” profondamente, insieme, lì, in quel momento prezioso e sacro.

Ripartiamo dalla pelle, quel velo così leggero che quasi sembra possa strapparsi con un movimento troppo brusco.

Nutriamo la pelle e con lei tutto il bambino.

Quella pelle che avrebbe avuto bisogno ancora di tempo, di essere accarezzata dal liquido amniotico. Riprendiamo il discorso lasciato a metà, contenendo il nostro prezioso tesoro. Nessuno sa farlo meglio dei genitori, meglio di quella mamma, la cui pelle pure reclama il tempo promesso e mancato.

A volte basta un piccolo sostegno ed ecco che la magia accade: una mamma e un papà offrono le loro mani, le loro braccia, il loro petto, la loro pancia. Le danno come se non fossero più loro, come se fossero il terreno fertile in cui far crescere, ancora, il loro bambino.

Quanta bellezza in questo essere lì, a disposizione. Nonostante le paure, nonostante i timori, nonostante gli incubi. E loro, i piccoli, lo sentono. E tutto diviene calma anche solo per un momento.

Una manina piccola, piccola che stringe il dito della sua mamma o del suo papà. Ed improvvisamente tutto si quieta, il respiro si fa più regolare, i movimenti più lenti, quei genitori si commuovono innamorati. Quel gesto vuol dire forza e fiducia ed è una grande emozione.

Qualcuno dirà col naso all’insù che quello stringere « è solo un riflesso neonatale, che i genitori leggono sempre le semplici cose come se fossero grandi messaggi».

Ma, pensandoci bene e abbandonando la saccenza, quello stringere, proprio proprio nel suo essere riflesso neonatale ci dice tante cose: ci dice che quel bambino ha scritto nel suo codice genetico di “portato” che quando riesce a stringere i suoi genitori è al sicuro.

Perciò si calma.

Perciò, come sempre, hanno ragione i genitori ad emozionarsi e ad accompagnare il gesto con le parole più belle che si possono dire ad un figlio : « siamo qui con te».

Questo meraviglioso scambio che avviene tra i genitori ed il loro piccolo è la vera forza.

E su questa forza si costruisce piano, piano – questa volta senza fretta nè precipitosità – la loro relazione d’amore.

A casa, dopo tanti momenti difficili, le piccole cose semplici possono aiutare davvero questa nuova famiglia.

Hanno bisogno di tempo, loro tre, mamma, papà e bimbo (e magari dei fratellini a sommarsi).

Un telo lungo, una fascia portabebè, morbida e sicura come il tocco della mamma. A recuperare quei confini chiari e vicini, a combattere quella forza di gravità così ostile da far distendere quasi a forza piccole braccia e gambe. A ritrovare la luce soffusa, il battito del cuore, il rumore del respiro, il ritmo stimolante dei muscoli che si muovono delicati nel camminare. Tutto com’era dentro la pancia. Una fascia sa inventare tempo nuovo, un tempo enorme che si avvolge intorno alle spalle del piccolo, intorno alle spalle dei suoi genitori abbracciandone i muscoli e le emozioni, invitando a rilassarsi a sentirsi di nuovo tutt’uno, a lasciar finalmente andare tutte le emozioni.

Un momento per massaggiare, magari facendo più grande un’esperienza già iniziata in TIN, per conoscere e far riconoscere quel corpo tanto amato, per dire con le mani che siamo lì, che amiamo quella pelle, quell’odore, quei muscoli che si stanno ogni giorno fortificando. Un momento per lasciare tutto fuori ed occuparsi solo di prendersi cura e di comunicare con l’unico linguaggio che i neonati conoscono: il linguaggio della pelle e del contatto. Giorno dopo giorno le mani si fanno più sicure, la sintonia sempre più perfetta.

Facciamoci in quattro, noi tutti, familiari, operatori, consulenti, amici e vicini di casa. Facciamoci in quattro per allargare il tempo.

Per lasciare spazio alla pelle di ricostruire il legame, di recuperare il tempo mancato, di rallentare il ritmo.

Inventiamoci modi di lasciare a quella mamma il tempo di sentirsi mamma a pieno titolo, forte e competente, colei che calma e contiene, colei che nutre ed osserva.

Inventiamoci modi di lasciare a quel papà il tempo di sentirsi padre, colui che difende e protegge, colui che ha grandi e forti mani per accarezzare ed abbracciare la sua compagna ed il suo bambino.

Inventiamoci cuochi, aiutanti, camerieri.

Inventiamoci cuscini morbidi in cui affondare e sentirsi coccolati, inventiamoci aperitivi analcolici casalinghi per non far sentire i genitori soli. Inventiamoci, al momento opportuno, passeggiate, telefonate, un mazzo di fiori e dei palloncini.

Perchè così il tempo diviene amico e ci accompagna e forse, a volte, si moltiplica e prende anche lo spazio del tempo mancato.

(Veronica)

Per questo post è doveroso ringraziare:

Adele Ricci, amica e collega meravigliosa che ha realizzato questo stupendo disegno.

Isa Blanchi, fisioterapista ed insegnante AIMI, per le preziose informazioni e per la delicatezza del suo approccio.

Alessia Rossetti, amica e collega,  per aver condiviso le sue esperienze preziose di sostegno e di incontro.

Il mio percorso di babywearing per avermi svelato una meravigliosa opportunità di relazione.

Tutti i bimbi pretermine ed ex-pretermine che ho conosciuto ed i loro genitori per avermi insegnato cosa siano le difficoltà e la forza.

Machiavelli, riposa in pace

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Se un giorno ci dicessero che, in totale buona fede, ci siamo messi in casa un machiavellico approfittatore che individuati i nostri punti deboli li usi per i suoi biechi obiettivi, come ci sentiremmo?

Probabilmente ci sentiremmo vittime di ingiustizia, feriti, offesi, profondamente tristi, delusi di noi stessi per “esserci cascati”.

Quotidianamente questo accade con i nostri piccoli. E fin da quando sono neonati.

Siamo circondati di voci che ci inducono a pensare che siano piccoli approfittatori, che “usano” il pianto per soddisfare i loro capricci e piegarci alla loro volontà.

E ci sentiamo deboli ed inadeguati per non saper “resistere” a questi machiavellici sfruttatori.

E tutto ciò genera frustrazione, dolore, tristezza, rabbia. Ma soprattutto incomprensione.

Ma forse c’è una piccola via d’uscita: proviamo a non sovraccaricare il comportamento dei piccoli degli schemi propri del mondo adulto.

Proviamo a cambiare prospettiva.

Proviamo ad entrare in contatto e a metterci nei loro panni.

Si usa dire: bambini piccoli, problemi piccoli. Eccerto perchè con la nostra vita sulle spalle ci sembrano inezie. Niente di più inverosimile. Loro sono arrivati da poco e ciò che è “inezia” per noi loro la vivono come il problema fondamentale. Sarebbe come se un matematico considerasse una “stupidaggine” la prima somma o sottrazione di un bimbo di sei anni. Nessuno lo farebbe con i “problemi” scolastici ma ogni giorno lo facciamo con la quotidianità.

Quando abbiamo un grande problema, che ci sembra enorme e ci chiude la voce in un groppo in gola, parlarne con qualcuno è difficilissimo. Ci affidiamo alla sensibilità dell’altro, alla sua capacità di accogliere e di intuire il nostro disagio mentre spiccichiamo con fatica poco ed insufficienti parole.

Noi che abbiamo così tanta proprietà di linguaggio…

Un neonato piange.

Piange perchè si sente solo ed ha paura e quel che vuole è essere preso in braccio e tenuto al sicuro. E quando qualcuno finalmente lo solleva si acquieta. Perchè quel qualcuno ha risposto al suo grande, grandissimo bisogno e lui non ha più necessità di gridare il suo spavento.

Smette di piangere non perchè “ha piegato” la volontà del genitore ma perchè il bisogno che lo stava devastando è finito, lasciando spazio alla pace.

Piange perchè quel cucchiaio così insistentemente proposto proprio gli è difficile da capire: a cosa serve? perchè se ho fame mi viene offerto questo coso invece del solito seno o biberon?

Un bambino piange, batte i piedi. Perchè non vuole andare alla scuola dell’infanzia o perchè non vuole venir via dal parco. Ci dice: ho paura, ho bisogno di altro tempo, non sono pronto oppure ci manifesta la sua incomprensione verso le nostre dinamiche quotidiane, il concetto di tempo, di “è tardi”. Quello che lui sa è che sta per finire quell’esperienza così ricca e divertente, quell’avventura così entusiasmante. E chi la fa finire è proprio la persona che ama di più al mondo, che lo mette davanti ad una scelta inaffrontabile.

E piange e batte i piedi perchè è l’unico modo che conosce per manifestare la sua opinione. Perchè a 2-3 anni siamo “già grandi” nelle capacità motorie, nello sviluppo intellettuale…ma le parole, i discorsi quelli ancora stentano specie in caso di grandi emozioni.

Ecco. Non ci stanno comprando né vincendo. Stanno semplicemente comunicando.

Questo cambio di prospettiva non deve indurre a pensare che sia un bene rinunciare al nostro ruolo educativo di genitori, all’organizzazione familiare o semplicemente alla sensatezza dei ritmi della giornata.

Serve solo per rendere il giusto valore alle espressioni, alle azioni.

Perchè educare così, senza frustrazione o rabbia, può essere più semplice e più ricco di soluzioni comunicative.Fare i genitori non sarà meno difficile ma con questa prospettiva forse è meno doloroso: no, non abbiamo in casa machiavellici tiranni. Abbiamo piccoli esseri umani con una grande personalità, grandi problemi e qualche difficoltà in esprimere in modo posato e chiaro l’enorme groviglio di bisogni, gusti, emozioni, desideri, sentimenti che si ritrovano a gestire.

Dai, su…poteva andar peggio!

(Veronica)

Uno spazio magico

Uno spazio magico.

Mi ricordo che quand’ero bambina, uno dei miei personaggi preferiti era Mary Poppins.

Nella sua borsa mille oggetti che per magia trovavano spazio per stare ed apparire, tirati fuori dalle sue abili mani.

“è fatta con un tappeto” diceva lei, serenamente.

Un tappeto magico, una borsa magica. Fibre e tessuti.

Ora, da grande,  ho trovato il mio tessuto magico con cui fare un piccolo nido in cui per incanto, c’è posto per un intero papà.10581331_1437367433212920_1180028128_n

Quando una famiglia aspetta un bimbo l’unica in “stato interessante” è la mamma. Il papà spesso scompare, costretto a farsi da parte: non tanto dai limiti fisiologici (chi ha in pancia il bimbo è la mamma ed evidentemente solo lei vive un’esperienza di pieno coinvolgimento) ma anche, e direi soprattutto da limiti culturali e relazionali. Chi desta interesse, preoccupazione, tenerezza, gentilezza è la mamma. Il papà è fuori.

E se già è complicato per i papà andare oltre i limiti fisiologici e costruire la propria relazione con il bimbo che sta per nascere e con la mamma che sta per nascere nella propria compagna di vita, ancora di più è difficile sentirsi sempre ai margini, sempre defraudati del proprio ruolo che invece è fondamentale. Sembra – a sentire le voci – che un papà serva solo dai 2 anni in su dei figli “vedrai a due anni sarà tutto dietro suo padre!”.

Ed anche questo momento lo si carica con una valenza quasi amareggiata, come a dire che tutta la fatica che la mamma farà a prendersi cura del piccolo sarà “tradita” , appena cresciuto, dalla sua preferenza per il papà. Come è complicato in questo contesto costruire un nuovo equilibrio, stabile e nutriente per tutti!

Ed ecco qua, il telo magico.

Un telo in cui – controcorrente – il papà trova il suo spazio fin da prima che il bimbo nasca. Perchè è il papà che impara la prima legatura quando si fanno gli incontri con le mamme ancora in attesa.

Anche il papà si prepara alla nascita, al suo ruolo di protezione, alla sua attesa. Prepara qualcosa di bello per il suo bambino, le basi per la loro relazione affettiva e tattile.

Il papà trova spazio nel telo magico, ci si raccoglie tutto con la sua attenzione e la sua cura, con la voglia di essere presente e di sostenere la propria compagna.

Adesso lei è concentrata sul suo pancione, su quel magico momento che sarà la nascita, il parto. E lui invece è lì che la protegge e che impara a maneggiare la stoffa dicendole “lascia fare a me, saprò occuparmi di lui, saprò occuparmi di voi”.

La fascia è il tessuto magico che contiene, simbolicamente, il bisogno di preparasi, di sapere per certo che il proprio ruolo e la propria presenza sono fondamentali, di giocarsi la chance di avere uno spazio speciale nei mesi importantissimi dell’eso-gestazione.

unnamedUno dei papà che ho accompagnato nell’uso della fascia mi ha detto “Veronica grazie, è bellissimo. La sento muoversi, so quando dorme e quando è sveglia, quando ha bisogno di qualcosa che inizia a dare segni di impazienza. Praticamente adesso posso vivere il mio pancione”.

Ed è una frase che mi è rimasta nella memoria come il battere ritmico e costante del cuore.

Nutrire la competenza tattile, entrare in un profondo contatto, trovare il proprio posto e fare finalmente spazio alla tenerezza senza rinunciare al gran senso pratico, alla dinamicità tipica dei papà.

Tutto questo lo si può far apparire da questo nostro telo magico, ad ogni amoroso drappeggio.

I papà che incontro arrivano spesso un po’ impacciati, a volte un po’ imbarazzati, a volte davvero motivatissimi. Imparano a portare i loro piccoli con estrema cura ed attenzione e diventano tutti bravissimi.

Coccolano senza paura e vivono senza filtri anche il proprio bisogno di contatto, di ruolo attivo, la propria capacità di delicatezza che non diminuisce ma esalta il loro essere uomini e padri. Passano oltre ai pregiudizi e ai limiti che la società tende ancora ad imporre e si costruiscono fin da subito, in armonia con le proprie compagne, come parti fondamentali del prendersi cura del neonato.

 

 

E a chi pensa che la fascia non sia molto “virile”: se non vi bastano questi splendidi papà, fatevi un giro nella pagina genitori o nell’album fotografico per ricredervi!

(Veronica)

“Portare” la famiglia verso nuovi equilibri

Ogni volta che nasce un bambino, la famiglia che lo accoglie si prepara a fargli posto. Un posto fisico nella casa, un posto magico negli affetti.

Strano come quel cosino piccolo piccolo sembri negli affetti così “ingombrante”. Tutto gira intorno a lui, tutti se ne prendono cura, tutti cedono un po’ del loro territorio del cuore.

E, paradossalmente, è proprio in questo scambio d’amore che si nasconde il dolore.

Il dolore di un fratellino che si trova a dover rinunciare alle proprie abitudini: giocare con la mamma diventa più difficile, così come lo diventa il farsi spazio tra le sue braccia adesso sempre “occupate”. Le piccole crisi a cui prima si rispondeva con dolcezza e pazienza sono adesso spesso bruscamente liquidate per via della stanchezza. Eppure quel piccolo è una grande gioia: tante cose da insegnargli presto e un compagno di giochi.

Il dolore di una mamma che si sente in colpa verso i bambini più grandi: ci sentiamo così poco accoglienti e serene, temiamo di non aver posto abbastanza tra le nostre braccia. Eppure si sente che l’amore non è diviso ma moltiplicato e sappiamo dentro di noi che di posto ce n’è e ce ne sarà sempre.

Il dolore di un quattrozampe per le sue passeggiate mancate, per ogni bastone non lanciato, per ogni carezza non passata sul muso. Eppure sente quel cucciolo anche un po’ suo, sente di doverlo proteggere e di voler aiutarlo a crescere.

É questione di tempo, poi tutto si normalizza.

Ed è questione di pazienza, di attenzione.

In tutto questo, parlare di fasce sembra una cosa marginale.

Eppure il portare serve a fare il tempo dell’equilibrio più vicino, più naturale.100_8046

Una fascia aiuta a “portare” la famiglia verso il nuovo equilibrio, nella nuova dimensione.Portare il neonato in fascia regala a lui tutto il contatto di cui ha bisogno. Un ambiente assai simile a quello uterino, la vicinanza e la rassicurazione dei genitori, il contenimento che lo fa sentire al sicuro.

Portare un fratellino o una sorellina maggiori offre loro l’opportunità di non usare parole per esprimere la loro inquietudine, offre un angolo magico di contatto esclusivo, silenzioso e nutriente come possono esserlo solo gli abbracci profondi.

E regala a chi lo porta mani libere e braccia grandi. Per accogliere chi ha bisogno di conferme, per accarezzare, portare a spasso, giocare.image_1

Un bambino portato piange di meno, cerca il seno in modo più regolare, è felice ed appagato.

E rimane più tempo per uscire, per soppesare le emozioni, analizzarle, comprenderle, scambiarle gli uni gli altri, viverle in modo sereno.

Un papà che porta è un papà che ha l’occasione di definire fin da subito il proprio ruolo, di sperimentare la sua straordinaria competenza fin dai primi giorni di vita di suo figlio.

Una mamma che porta è una mamma che sa che il proprio istinto è la sua risorsa più preziosa e che tutto il suo immenso amore può passare dalle mani o dalla trama della stoffa.

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Portare facilita e arricchisce, accorcia e rende più mite il cammino verso l’equilibrio e la reciproca conoscenza.

(Veronica)

 

 

 

Grazie a: Gessica Catalano per la foto, a tutte le colleghe della Scuola del Portare per le foto e le riflessioni.

Grazie a Chiara De Carolis e a Laura Paglini, educatrici cinofile e mamme portatrici (e Chiara anche collega consulente) per la condivisione delle loro esperienze.

“Per crescere un bambino, ci vuole un’intera tribù” (detto africano)

Eccoci alle feste di Natale. Un calendario fittissimo di cenoni, visite, pranzi e chi più ne ha più ne metta.
Immaginiamoci Anna, nata da due settimane, ed i suoi genitori.
Nonostante la stanchezza dei primi periodi, le difficoltà ed i momenti critici sono tutti e tre molto felici. Anna è allattata al seno a richiesta. Una di quelle bimbe che stanno acquisendo competenza giorno dopo giorno, con tante poppate una dietro l’altra perchè si stancano un pochino prima di aver davvero riempito il pancino e perchè vicino a tutto quel morbido e a quell’odore così familiare ci si sta proprio bene.
La sua mamma la porta in una fascia che fa un bell’incrocio sul suo corpicino. A volte anche il suo papà se la “veste” in quel modo e lei se ne sta tranquilla. Ma davvero non le piace star sola (a chi piace?) e nemmeno è pronta per conoscere troppa gente e mamma e papà l’assecondano nei suoi bisogni, per loro molto chiari. Sembra tutto perfettamente in armonia.
Ma ecco che inizia il coro dei consigli e dei giudizi non richiesti. Paventano di tutto: dall’obesità al vizio, alla maggiore età ancora attaccata ai genitori.
Mamma e papà si stanno un po’ irritando e sentono davvero il bisogno di pensare ad altro, di continuare nella loro armonia.
Ma ad un certo punto accade qualcosa di bello: le nonne di Anna, sorridendo, allontanano parenti ed amici inopportuni. Con la vecchia zia sottobraccio le sentiamo parlare di continuum, di bisogni, di comportamenti naturali dei mammiferi, di tenerezza, di contatto.
I nonni di Anna stringono la mano al suo papà, congratulandosi dell’abbraccio in cui riesce a tenere calma la figlia e anche di quella fascia di cotone, all’apparenza così poco virile, che si è rivelata essere uno strumento straordinario.
La piccola zia di Anna chiede alla sua mamma di insegnarle a portare la sua bambola prediletta.

Una piccola tribù, unita.
Questa scena forse è una perfetta utopia per la maggior parte delle mamme che decidono di tirar su i propri figli in “contatto”.
Ma forse c’è la speranza che prima o poi quest’utopia diventi quotidiana realtà.
Prepariamoci.
Quando apprendiamo di aspettare un bambino, la Natura ci invita a concentrarci su noi stesse, sul nostro nucleo fondamentale e questo è bellissimo.
Ma se riusciamo ad investire un po’ del nostro tempo nel costruire la nostra tribù, poi sarà tutto più facile.
Ascoltarsi, informarsi, confrontarsi, scegliere grossomodo la linea che più si confa a noi stessi. Primo passo.
Non tutto andrà come previsto o immaginato ma se si ha un’idea anche non molto definita di che tipo di genitori vogliamo essere tutto sarà più facile.
Poi, scegliere la nostra tribù.
Avremo bisogno di sostegno, inutile pensare che non sarà così.
La nostra tribù è variopinta: ci saranno dei familiari, degli amici, degli operatori.
Di solito lo scoglio più grande sono i nonni. Questi nonni che remano contro, che perdono il senno per l’amore che li travolge, che guardano con diffidenza ai figli divenuti genitori, che “si permettono” azioni davvero deplorevoli in fatto di educazione e puericultura.
Nei social network e nei blogs si legge sempre più frequentemente la rabbia di mamme esauste di tanta mancanza di comprensione. Rabbia che spesso sfocia in espressioni molto forti, a volte violente.
Questo fa male. Fa male ai rapporti, alla serenità, ai bambini, agli adulti.
Cosa succede in una nonna che invoca il latte artificiale e la carrozzina, in un nonno che rende il ciuccio più allettante con una passata di zucchero o di miele?
Perchè non ascoltano, non rispettano, non sostengono?
Perchè non capiscono. Figli e genitori di un’impostazione forzatamente a basso contatto, han cresciuto figli ascoltando i consigli e le indicazioni degli “esperti” convinti di fare il meglio, convinti di non essere in grado da soli.
Ed ora?
Ora vedono questi genitori, questi loro figli che si curano le ferite cambiando rotta con le nuove generazioni.
Perchè ogni volta che un bimbo piange, piange anche il bimbo che è nascosto dentro alla mamma o al papà. Perchè ogni volta che lo consoliamo e ce ne prendiamo cura, accudiamo anche quel bambino nascosto nel fondo del nostro cuore.
Immagino la sensazione di destabilizzazione, forse anche i sensi di colpa, forse infine una punta di invidia e di gelosia, il rammarico per qualcosa di irrimediabilmente perduto.
Un bambino ancora più antico, ancora più nascosto, che adesso si fa sentire all’improvviso, in un pianto disperato a cui non si può resistere.
Azzittire, acquietare ed allo stesso tempo prendere possesso, recuperare. Dimostrare che “ci so fare” che “a modo mio non piange” che “vedi che pure tu come me non hai latte abbastanza”: in poche parole che il proprio operato di genitori non deve essere messo in crisi.
Un tormento inconscio spesso negato e che una neomamma non ha alcuna condizione di capire e di accogliere. Per la stanchezza, per gli ormoni, per la concentrazione in occuparsi del suo bimbo e della sua nuova se stessa. Per un milione di motivi.
Ma finchè i piccoli sono nella pancia si può fare. Si può scavare, dissotterrare, percorrere i sentieri più scuri ed impervi fino ad arrivare alla comprensione, fino a curare la ferita, a spezzare un anello prima, la catena di dolore che ci ha portati fin qui.
Si può affermare e comunicare che sappiamo che i nostri genitori hanno fatto del loro meglio, che li amiamo così e che ci sentiamo amati, che abbiamo bisogno adesso di sostegno per crescere e per cambiare rotta.
Si può informarli che esiste l’altra strada, quella che stiamo scegliendo, e che non sono invenzioni da figli dei fiori ma constatazioni scientifiche, biologiche e antropologiche. “Usiamo” tutti gli esperti del settore: ostetriche, doule, pediatri illuminati, consulenti di allattamento, consulenti del portare, insegnanti di massaggio infantile, e chiunque possa rappresentare l’autorevolezza della professionalità, per mostrare che la nostra intenzione non è mettere in crisi una relazione ma solamente migliorarsi.
Costruire passo, passo, storia per storia, i legami familiari veri.
Sono percorsi estremamente impegnativi e faticosi, costellati di ostacoli, discussioni, momenti duri e pesanti. Ma sono percorsi che ,se si ha la forza di finire, portano al risultato più atteso: la tribù.per crescere un bambino
Ed è così necessario costruire la propria tribù, avere un nucleo di persone a proteggerci, sostenerci, accompagnarci. Avere qualcuno di fiducia con cui condividere l’arrivo e la crescita del nostro bambino.
Perchè crescere un bambino “a contatto” prevede l’accudimento condiviso e non a caso.

Veronica

Chi ci può aiutare:

Per imparare a comunicare in modo efficace e rispettoso: Ass. Comunicazione Empatica

Per scavare a fondo nella nostra storia: Il lavoro emotivo e corporeo di Willi Maurer            e qualcosa sulle costellazioni familiari

Esperti sui benefici del portare i bimbi in fascia: Scuola del Portare

Esperti in allattamento e sui suoi benefici : IBCLC e La Leche Ligue

Pediatri: UPPA

Psicologi: Alessandra Bortolotti

Ostetriche: ostetriche libere professioniste (anche nel settore pubblico si trovano splendide professioniste ma purtroppo non esiste un link di riferimento)

Doule: ci sono diverse associazioni sul territorio nazionale. Non segnalo nessuna in particolare per mancanza di conoscenza diretta.

Libri sul tema: serie Il Bambino Naturale del Leone Verde

è difficile…

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Oggi noi mamme e future mamme leggiamo molto. Leggiamo libri, riviste, siti internet. Ci scambiamo domande su forum e social network. Un lavoro certosino di informazione. Non sempre professionale, non sempre affidabile ma comunque informazione.

Ed allora perché ci troviamo quasi tutte impreparate davanti alle difficoltà dei primi tempi post-nascita?

E parlo di condizioni fisiologiche, senza aggravanti di salute del bambino o della madre.

Una mamma e suo figlio, finalmente abbracciati, e un mondo di piccoli drammi che, saranno gli ormoni, la stanchezza o altro, sembrano e divengono enormi.

E saranno di certo gli ormoni e sarà di certo la stanchezza ma non sono i soli elementi che danno origine alla sensazione che il primo mese di vita del bambino sia “durissimo” per tante mamme.

Sembra tutto difficile e durissimo perchè abbiamo tante aspettative e poca esperienza.

Allattare, coccolare, tenere, prendersi cura di un cucciolo non è facile.

O meglio, sarebbe facile, se avessimo ancora il nostro istinto, se vivessimo in una comunità di compatta e coesa in cui il crescere bambini fosse interesse comune, se potessimo osservare l’esempio di altre mamme mammifere (donne ma anche solo gatti, cani, mucche, pecore e via dicendo).

Sarebbe facile perchè non avremmo aspettative ma certezze. Sarebbe facile perchè abbiamo in noi tutto quel che ci vuole e lo sapremmo già per il fatto di vederci rispecchiate negli altri.

Ma viviamo in una società che ha destrutturato i clan familiari, che ha raso al suolo le nostre competenze biologiche rendendoci dipendenti dall’andamento del mercato e dalle sue trovate, che ci ha allontanati sempre più dai nostri simili, che centellina la convivenza con altri animali sottomettendola spesso al processo di “civilizzazione” di quest’ultimi.

Ad oggi, una donna ignora il proprio potere di donna e di madre. Il suo potere squisitamente e semplicemente biologico di dare alla luce, nutrire e crescere un cucciolo. Anche il papà ignora questo potere ed il proprio di sostenere, di bastare, di proteggere.

Mamma e papà ignorano i loro talenti e non hanno nessuno intorno da cui trarre ispirazione. Figli ormai del latte artificiale, raramente trovano in famiglia esperienze di allattamento condivisibili. Generazione di girelli, passeggini, lettini a sbarre, indipendenza precoce, raramente trovano la serenità che dovrebbe accompagnare il contatto specie nei primi mesi di vita. Ex bambini cresciuti in appartamenti non hanno mai visto partorire una gatta o una mucca. Ed anche i bimbi di campagna raramente avranno visto un vitello poppare dalla sua mamma, che la produzione non perdona.

Non abbiamo spunti di creatività né punti di riferimento. Non abbiamo memoria diretta di maternage né pratica su figli altrui, magari i “piccoli” di famiglia.

In una coppia media chi la fa da padrone è il timore.

Timore di essere all’altezza, di fare le scelte giuste, di riuscire.

E così alcune mamme approdano all’informazione. E si informano tanto, leggono tanto. Certo questo darà a loro uno strumento in più per valutare le proprie difficoltà ma al contempo crea un’ingiustificata aspettativa di idillio.

Partorire è naturale e tutte le donne sono fatte per sopportare i dolori del parto.

Tutte hanno il latte, allattare è facile.

Cambiare i pannolini? Un gioco da ragazzi: c’è chi addirittura il pannolino nemmeno lo usa e legge i segnali dei neonati.

Abituarsi al ritmo sonno-veglia? Un procedimento naturale.

Intessere reti d’amore fisico, di contatto costante, come ogni neonato chiede? Un percorso spontaneo e meraviglioso.

Ecco io oggi lo scrivo: non è vero.

Siamo cambiati. Siamo meno forti, meno sensibili, meno supportati. Abbiamo cambiato le nostre competenze e ci siamo sempre più allontanati dal nostro essere mammiferi. Siamo maestri di sguardi e parole, totalmente disabituati alla pelle e al suo linguaggio.

Quindi non è facile.

Promuovere la naturalità, l’allattamento al seno, il contatto facendo sembrare tutto questo il Paradiso terrestre è il risultato di ottime intenzioni per nulla realistiche.

Quante mamme confidano “è veramente dura, i primi tempi è veramente dura”. Quante mamme si trovano spiazzate da un ingorgo, una mastite, da un riflesso di emissione troppo forte, da un seno troppo turgido, da ragadi e quant’altro. Perchè l’unico messaggio che arriva è che allattare è facile, è naturale.

Quante donne si trovano a dover fare i conti con una relazione fisica ingombrante a cui non erano pronte perchè la pelle è sempre più reclusa a pochi momenti di libertà vigilata.

E non è facile relazionarsi con un essere vivente che dipende totalmente da noi, anche se sembra evidente che un neonato lo sarà.

E non serve dire che è “istinto” che è “naturale” quando viviamo perlopiù relazioni a base intellettuale.

Quanti genitori si sentono soli perchè non c’è la tribù che accoglie, supporta e consola ma solo un lungo elenco di regole o parametri in cui rientrare, per passare positivamente al vaglio di noi stessi e degli altri. Quanti genitori si trovano soli perchè non erano pronti al pianto dei loro figli e dei loro bambini interiori, risvegliati come per magia dall’evento così scardinante che è la nascita.

Diciamolo che niente di ciò che riguarda i neonati è facile. Diciamolo e spieghiamolo con pazienza, empatia e positività perchè la consapevolezza degli ostacoli è il primo passo giusto per superarli con serenità, perchè i genitori possano circondarsi preventivamente di figure di riferimento serie ed affidabili, perchè possano ricreare una piccola tribù pronta ad accogliere non solo il bimbo che verrà ma i genitori che nasceranno insieme a lui.

Perchè è tutto difficile, sì. Ma ne vale la pena.

(Veronica)

Maternità e sindrome del derby

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Non so se sia lo stesso anche altrove ma qui in Italia sembra che tutto sia condizionato da una sorta di inarrestabile sindrome del derby. O con me, o contro di me. Bianco o nero.

Sono ormai 4 anni che frequento mamme in consultori, corsi pre e post parto, ludoteche, gruppi sui social network e via dicendo.

Sembra che qualsiasi esperienza di maternità debba essere incanalata, rapportabile ad una sola scelta di maternage, ligia e perfetta secondo i canoni della strada prescelta.

O allatti per anni o sei contraria all’allattamento.

O ti tieni i figli nel letto a scapito pure del marito o pratichi Estevill.

O hai speso 1400€ in un trio all’avanguardia o altrettanti in fasce e marsupi ergonomici.

O sei “ad alto contatto” o sei “a basso contatto”.

E sembra così importante appartenere ad una squadra che per farlo le mamme si informano, si testano nel percorso, chiedono conferme e pareri, non si risparmiano attività di propaganda. Che siano dell’uno o dell’altro team. Per essere riconosciute e per potersi riconoscere in una delle due squadre, tante mamme e tante famiglie compiono scelte “dettate” da regole e opinioni altrui che non appartengono loro.

“Ma sarò abbastanza accogliente?”

“Ma sarò abbastanza severa?”

Ed è forse questa l’origine dell’infelicità così diffusa.

Qualsiasi scelta che facciamo per noi ed i nostri figli dovrebbe assomigliarci. Dovrebbe rispecchiare le nostre caratteristiche, dovrebbe rispettare i nostri bisogni fondamentali. In una parola, dovrebbe essere naturale. E non necessariamente nel senso più mammifero del termine: ogni mamma dovrebbe saper leggere, sì, i bisogni primari del proprio figlio, ma dovrebbe anche comportarsi secondo ciò che si sente di poter/dover fare insieme al proprio bambino.

Ed in questo  dovrebbe essere comunque supportata. Perché qualsiasi mamma che farà una scelta non consapevole e non adeguata a se stessa come essere umano, e come donna in particolare, sarà una mamma affaticata e una donna infelice e manderà costantemente messaggi contrastanti ai propri figli.

Il primo e più importante contatto che bisogna curare è quello con noi stesse. Approfittare della maternità per chiarire definitivamente a noi stesse come siamo, chi siamo, ciò che vogliamo o possiamo fare.

Assumiamo un atteggiamento schietto e sincero, proviamo a sostituire il concetto di “sacrificio” con quello di “condivisione”. Mettiamo dei punti fermi laddove stanno i nostri valori irrinunciabili e degli obiettivi laddove sentiamo di dover crescere, migliorare, cambiare.

Ogni bambino è felice della sua mamma nel momento in cui percepisce che lei è davvero così come gli si presenta, che i suoi comportamenti sono armoniosi con la sua personalità, che lei lo ama e fa di tutto quanto in suo potere per trasmettergli questo amore.

Purocontatto vuole essere il luogo in cui si accolgono le mamme. In cui si trovano informazioni ma allo stesso tempo si da valore alle differenze e – soprattutto – alla consapevolezza delle proprie scelte.

Questo breve appello alla semplicità è scaturito grazie a due amiche. Sono due persone molto diverse tra loro e molto diverse da me. Ma abbiamo tutte e tre delle cose in comune.

La cosa più bella che, credo, condividiamo, è l’essere esattamente come siamo in ogni ruolo. Incluso quello di mamme.

Una di loro, quando le proposi di far parte dello staff di purocontatto, mi disse “Ma io non son sicura di essere una mamma da purocontatto: ho portato ma ho usato anche tanto il passeggino, ho allattato ma mi son pure stufata, e non ci penso nemmeno a dormire tutti insieme”.

In verità non esiste la mamma da purocontatto. O meglio, esiste: è ogni mamma che è o che vuole essere in contatto con se stessa prima di tutto. Ogni mamma che si rispetta, che rispetta i suoi limiti e valorizza i suoi pregi. Che rispetta i propri tempi e cerca il punto d’incontro con quelli del suo bambino. Quella mia amica è una delle mamme più “purocontatto” che io conosca.

L’altra amica mi chiama affettuosamente “l’extracomunitaria” quando mi vede con le mie fasce ed i miei figli attaccati al seno. Una volta mi disse “Sono proprio fortunati i tuoi bimbi ad avere una mamma così mamma come te”. Ed invece il suo meraviglioso, geniale, amatissimo bambino se ne uscì al tempo con un “Mamma sai, prima di nascere c’erano un sacco di mamme in fila davanti a me. Ed io ho scelto te”.

Un bambino fortunato, né più né meno dei miei.

Quello che siamo viene dalla storia della nostra società, dalla storia del nostro Paese, delle nostre città, della nostra famiglia. Dalla nostra storia.

Sia quel che sia, il “naturale”, il “fisiologico”, devono per forza confrontarsi con quello che noi siamo: è importante avere le giuste informazioni ed il giusto sostegno per poter lavorare su noi stesse. Chiarire innanzitutto come e dove possono arrivare le nostre forze, la nostra volontà, il nostro piacere. E poi, forse, riflettere su cosa abbiamo perso, cosa possiamo recuperare, cosa ci ha portato fin qui.

Roma, purtroppo, non è stata fatta in un giorno. Né in un giorno può essere cancellata.

Stiamo in contatto. Confrontiamoci a cuore aperto e senza sindrome del derby. C’è possibilità di crescere per tutte noi.

Veronica