Caro Babbo Natale…

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Tra pochi giorni è Natale.

I miei bambini hanno scritto la letterina che gli elfi si son portati via l’8 dicembre e adesso aspettano i regali, godendosi con impazienza le luci scintillanti del solito albero, dei soliti addobbi di ogni anno.

Li guardo e penso che il Natale è una favola bella e crudele. Penso che un sacco di bambini nel mondo non hanno da festeggiare nemmeno la vita, perché per molti di loro non è un dono ma una condanna che si prolunga in modo incomprensibile.

Penso che tanti altri sono bambini forti e felici perché sani ed amati ma abituati a non credere a nessun regalo, perché nessuno regala nulla né ai grandi né ai piccini: il lavoro è poco, lo stato sociale devastato e Babbo Natale è già tanto se mette insieme pranzo e cena.

Ma torno a guardare i mie figli. Mentre confezionano con le loro mani e tutto l’impegno del mondo piccoli pupazzi di neve che portano sacchetti di biscotti per amici e parenti.

Bisogna ricordare che la magia ormai è appannaggio di pochi eletti (tra i quali rientriamo, con un po’ di ottimismo) ma che il Natale sia la festa della magia, per me è inutile negarlo.

Ormai è una festa melting pot con la sua forza pagana, con la lettura religiosa cattolica così ingombrante, specie nel nostro Paese, con le influenze nordiche, con le sue pennellate commerciali, altrettanto ingombranti.

Babbo Natale, che sia un Santo, un folletto, un vecchietto, un guardiano, è una figura meravigliosa.

Vestitelo di rosso e pure con le bollicine, di verde e col cappello a punta, tutto dorato come una stella ma il risultato non cambia. Lui realizza piccoli desideri in modo gratuito (una cosa che davvero non sopporto e che mi sono permessa di non tramandare è il concetto meritocratico per cui Babbo Natale porta i doni solo ai “bambini buoni”).

Eppure si sente il bisogno, in giro, di prendersela con lui.

E – badate bene – non sono le categorie di cui sopra, le non beneficiarie dell’abbondanza natalina che sferrano l’attacco.

Sono psicologi, educatori, genitori scrupolosi.

Che si scagliano contro il sacco dei doni e la slitta trainata dalle magiche renne con la veemenza dei positivisti, di chi ha fatto del Reale l’agnello dorato dei propri giorni.

Perché ai bambini non si può mentire. E quindi non si può raccontare dell’esistenza di Babbo Natale. Perché poi quando scopriranno che non esiste, resteranno traumatizzati, proveranno delusione, rabbia, e perderanno la fiducia nei genitori e nel mondo.

E poi è pure servo della Coca Cola, quel tal signore vestito di rosso.

Rimango come stordita da queste riflessioni.

Non sono una psicologa, sono una mamma qualsiasi. Che si alza di notte in punta di piedi per mettere i pacchetti sotto l’albero. Uno per uno, perché un desiderio solo si realizza in questa notte magica.

Non voglio entrare nel merito delle scelte educative di ogni genitore. Ognuno prende la strada che sente più propria, in coscienza, e fa bene.

Ma davvero mi fa sorridere che si parli di menzogna.

Perchè io sono una bambina che babbo Natale lo ha visto dalla finestra della sua cameretta in mansarda. Con slitta, renne e tutto il resto.

Ero già grandicella e mi sono molto arrabbiata quando gli altri intorno a me, famiglia compresa (imbarazzata dalla mia età e dalla mia convinzione, anche contro il loro interesse) non hanno creduto che fosse vero.

Perché si capisce dagli sguardi canzonatori di chi ha messo i regali sotto l’albero mantenendo una “farsa” affettiva a cui nemmeno il figlio piccolo crede più…tanto più non dovrebbe la figlia grande.

E forse quegli sguardi avrebbero valutato il nuovo punto di vista, si sarebbero forse pentiti della menzogna, chissà…

Eppure io mi sono arrabbiata.

Perché in effetti io davvero ho visto quel che raccontavo.

Semplicemente, ancora non avevo chiara la differenza del vedere con gli occhi fisici o con gli occhi dell’immaginazione.

Forse tendiamo a scordare di legittimare il sogno della caratteristica dell’esistenza.

Forse i sogni hanno, per noi, perso la dimensione esistenziale e sono rimasti con il due di picche della dimensione emotiva a tentare di resistere agli assalti della realtà.

Per questo si parla di menzogna e di trauma: perché abbiamo dimenticato che l’esistenza dell’immaginato non è un sottogruppo dell’ esistenza fisica ma solo un’altra sfera…

Ma non c’è menzogna laddove si arricchisce la favola del valore dell’esistenza. Ci sono orizzonti più ampi, sfumature più complesse del reale. Ma nessuna menzogna.

Io, bambina e poi adulta, non ho mai smesso di credere che babbo Natale esista. Ho solo compreso che quella che mi raccontavano era una favola…e smettere di credere nelle favole mai!

Viviamo epoche strane in cui si fanno battaglie per affermare il diritto alla fantasia, l’importanza della lettura, il potere dell’immaginazione.

Ma non quando l’immaginazione entra nella sfera del vero attraverso un pacchetto scintillante o il giocattolo desiderato.

A quel punto è troppo, si vìolano i confini, si va oltre il lecito, oltre l’innocuo. Si va dove è pericoloso andare, dove non ci sono limiti. Dove il sogno è legittimato e si realizza in carne ed ossa. Dove c’è qualcuno che mette da parte il proprio ego a vantaggio della magia.

Ora che i miei figli iniziano ad essere grandi, li guardo armeggiare con la colla a caldo e penso a come accadrà che capiranno che i miei racconti sono una favola, che il regalo di Babbo Natale è prezioso perchè è un simbolo, anche se chi lo mette sotto l’albero siamo noi genitori: il simbolo del dono per donare, per il piacere di farlo, per il compito karmatico di fare felici, di regalare stupore. Come il massaggio, come il leggere una storia, come il legare sulla schiena quando non hai da andare in nessun posto, come le coccole sul lettone il sabato mattina.

Spero che di questi sogni di oggi, di questa attesa, di questa emozione che solo il dono  ed il gesto fini a se stessi, disinteressati, possono provocare, resti il sapore ed il segno.

Spero che di questa loro determinazione di scrivere la propria lettera, di definire il loro desiderio, di andare a letto per non essere sorpresi svegli dalla magia (che si sa, da svegli funziona decisamente peggio!) resti traccia nel loro crescere.

Che faccia di loro persone consapevoli di quanto è potente il dare senza voler necessariamente ricevere, che faccia di loro persone libere di desiderare, capaci di sognare, determinate a far di tutto per realizzare il proprio sogno, per trasformare il mondo in un posto migliore.

Questo chiedo a Babbo Natale. Ed un po’ di pace, ed un po’ di uguaglianza per i miei fratelli e le mie sorelle nel mondo.

(Veronica)

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Leggere, leggere…(prima parte: i libri illustrati)

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E a grande richiesta ecco le liste dei miei libri magici!

Non li dividerò per età perchè secondo me quasi nessun libro è adatto ad una sola fascia etaria.

Men che meno li dividerò per genere (libri per maschi, libri per femmine) perchè è proprio un’eresia.

Per una volta non consiglierò saggi o simili perchè lo faccio tutto l’anno e mi sono annoiata.

La suddivisione sarà semplicemente tra illustrati, storie con immagini e senza. Poi, vedete voi…

Non vi racconterò trame e non vi dirò se sono o meno adatti all’età del vostro bambino. E questo perchè non siamo solo noi che scegliamo i libri: anche i libri ci scelgono. Con i loro colori, il formato, l’odore. Quindi andate in libreria, portate pure questa lunga lista ma poi guardateli e scegliete solo quelli che vi colpiranno. Ogni libro è se stesso anche grazie all’energia di chi lo sceglie, di chi lo dona.

ILLUSTRATI

Che belli gli illustrati! Li pensiamo per i piccoli ma ogni adulto avrebbe diritto a sprofondarsi nelle loro magia.

Gli illustrati hanno poche parole ma quando sono belli, le parole vengono incorniciate e valorizzate dalle immagini e si crea qualcosa di molto simile alla poesia.

Tra gli illustrati che ci sono piaciuti di più, in ordine rigorosamente insensato, sparso e mescolato, ci sono quelli che sto per elencare. Manca sicuramente qualche titolo magari anche importante perchè ne abbiamo letti tanti in sette anni. Ma se notaste dei grandi assenti, non esitate a commentare questo articolo suggerendoli!

  • Tutti i libri di Leo Lionni (Babalibri). Inutile stare a fare l’elenco della lavandaia. Sono libri preziosi, con uno stile inconfondibile e molto suggestivo. Parlano di amicizia, di unione, di differenze, di complementarietà, di valore di ogni individuo e del suo ruolo sociale.

  • La grande fabbrica delle parole (Terre di Mezzo). Un piccolo grande libro con poche parole, disegni meravigliosi e un messaggio importante sul sentimento, anima della comunicazione.

  • La prima volta che sono nata (Sinnos). Un viaggio nella vita attraverso le tappe importanti, sempre intrise di emozioni e relazioni. Per chi ama commuoversi con delicatezza e meraviglia

  • Carlo alla scuola dei draghi (Motta Junior). Un librone con disegni incredibili. Sulle differenze ed il loro potenziale. Prosa e rime.

  • Tararì tararera, storia in lingua piripù (Carthusia): un libro con le illustrazioni semplici che ci porta oltre il confine delle convenzioni linguistiche. Per esercitare la comunicazione non verbale, l’espressività e ridere molto molto molto. (nota in più: libro facilmente massaggiabile!)

  • Urlo di mamma. (NordSud) Un viaggio bellissimo e catartico per genitori e bambini. Una recensione più approfondita potete leggerla qui. (nota in più: libro facilmente massaggiabile!)

  • Quando sarò grande (Babalibri, cartonato): un libro semplice per iniziare a pensare che a volte i cattivi lo sono perchè gli altri li pensano così.

  • Il piccolissimo bruco mai sazio (Mondadori): un libro buffo con illustrazioni incantevoli che parla della più poetica tra le metamorfosi del mondo animale.

  • C’è qualcosa di più noioso che essere una principessa rosa? (Settenove): illustrazioni poeticissime per un libro che libera il diritto ai colori e ai sogni di bambini e bambine!

  • Il re che non voleva fare la guerra (EDT Giralangolo): ancora un viaggio per il mondo ed i punti di vista. Contro gli schemi sociali, sull’affermazione di sé (e sulla pace)

  • Zampe fatte così (La Coccinella): un libro in rima, con buffe illustrazioni che si fa un giro tra le caratteristiche delle zampette degli animali e che propone una bella riflessione su come desiderare di essere ciò che non siamo porta spesso a risultati non del tutto soddisfacenti.

  • Un trascurabile dettaglio (Terre di Mezzo): un libro delicatissimo dalle illustrazioni buffe sulle diversità. L’aspetto negativo della diversità è negli occhi di chi guarda…e basta poco per trasformare un difetto in un tesoro

  • La principessa azzurra (Coccole Books): ancora un libro che scalza ogni pregiudizio di genere e che fa gli sberleffi alle aspettative sociali su bambini e bambine.

  • Salverò io la principessa! (Lapis): una fantasia divertente e buffissima come lo sono i giochi dei bambini. Con finale a sorpresa…

  • mangerei volentieri un bambino (Babalibri): sui tempi e i modi dei desideri, sui percorsi di crescita, sulla preoccupazione dei genitori per il cibo che pare sia trasversale addiruttura tra le specie. Ah…e sui coccodrilli!

  • Il nemico (Terre di Mezzo): un libro doloroso ed importante come la guerra e pieno di pace da costruire attraverso l’incontro ed il riconoscersi. Ancora un viaggio attraverso se stessi, gli altri, le aspettative sociali e la manipolazione dell’individuo. I disegni sono essenziali e piccoli quasi annegati in un deserto bianco. Molto forte ed emotivo.

  • Ajdar (Rizzoli): un libro sul rispetto per il pianeta e sull’infanzia come speranza del mondo. Un libro che ha deciso di scardinare i luoghi comuni sul coraggio, sui ruoli e sulla paura. Illustrazioni fantastiche, una storia bellissima.

  • La principessa e il drago (Sottosopra): allargando i propri orizzonti si scoprono amici dove i pregiudizi ci indicavano nemici. Ed è così che si arriva ad essere liberi.

  • La principessa ribelle (Salani): un libro giocoso e buffo su un argomento serissimo. Il riproporsi infinito di situazioni che ci stanno strette, finchè ci affidiamo all’intervento di altri per decidere della nostra vita. Un libro che ci insegna la libertà, la chiarezza dei propri sogni e la forza per realizzarli che si nasconde dentro di noi.

  • Nina (Ed. Curci): un libro in bianco e nero sulla storia di Nina Simone e sul razzismo. Come affrontare un tema profondo e doloroso sulle note di una poesia che spazia dalla musica alle immagini alle parole.

  • La Guerra degli Elefanti (Mondadori. Di David McKee, l’autore del famoso Elmer i cui libri in generale non sto neanche a nominare perchè, come i libri di Leo Lionni, non hanno bisogno di presentazioni né raccomandazioni). Un libro geniale, sulla guerra e sulla sua drammatica inevitabilità finchè le differenze saranno vissute come un problema. Un libro sulla ricchezza della pace, e sulla potenza del rifiuto dello scontro.

  • Dieci dita alle mani, dieci dita ai piedini (Il Castoro): un libro in rima, dolcissimo e massaggiabile. Sulle differenze che non cambiano l’essenza.

  • Dalla testa ai piedi (La Margherita, cartonato): per leggere, giocare e conoscere il corpo e le sue potenzialità.

  • Una mamma albero (Lapis): un libro commovente sulle mamme e sugli alberi. Dalle radici ai rami, la base sicura della relazione mamma-bimbo.

  • Le mani di papà (Babalibri): un libro commovente sui papà, il loro ruolo educativo ed emotivo, le loro grandi mani.

  • Il buco (gribaudo): un libro magico sul nostro mondo interiore che spesso percepiamo come mancanza di qualcosa, come difetto e con cui iniziamo a convivere nel momento in cui ne accettiamo l’esistenza…e a quel punto si fa piccolo, il buco, ma straordinariamente magico! Un libro graficamente affascinante e ricchissimo di spunti.

  • Il mostro peloso (Emme Edizioni): chissà che l’aggressività dei mostri non provenga dalla loro mancanza di ironia. Oppure dalla paura delle proprie caratteristiche…una bambina coraggiosa ed irriverente rompe l’incantesimo della solitudine.

    Un po’ più difficili da trovare:

  • Nasce un bambino, naturalmente (Scuola Elementale di Arte Ostetrica). In tre lingue (italiano, francese, tedesco), sul parto. Con disegni di una delicatezza che solo l’assenza di pregiudizio, l’accoglienza ed il rispetto possono creare.

  • Il tesoro di Lilith (Carla Trepas Casanovas): un libro sulla sessualità femminile durante il percorso della vita, la storia di un albero che voleva ballare

Mi fermo qui, consapevole che questa lista è incompleta e che probabilmente vi ho lasciato fuori libri importantissimi e bellissimi. Mi fermo qui perchè voglio mettere un punto, perchè questo elenco non vuol essere una guida ma un’ispirazione a nuove scoperte letterarie o a piacevoli ri-scoperte.

Se, come me, state a Firenze fate un salto in libreria! Ad esempio alla mia amata

Libreria Marabuk (che ringrazio per la foto dell’articolo) in via Maragliano 29/e

o per chi sta dall’altra parte della cittò, la

Libreria Gioberti

in via Gioberti 37/a

Buona lettura a tutti, grandi e piccini.

(A breve anche le altre due liste!).

Veronica.

 

 

La paura del contatto

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Cosa posso scrivere, io, come mamma, come consulente per l’allattamento, a proposito del tema del contatto con il proprio bambino?

C’è qualcosa di nuovo di cui posso parlare, o c’è qualcosa di già appurato, ma ancora da approfondire? O forse è meglio che parli solo della mia esperienza come mamma?

Quello che è sicuro è che, se scelgo di parlare solo come mamma, non posso evitare di parlare anche di ciò che ha significato per il mio maternato la scoperta e lo studio della fisiologia dell’allattamento e di tutti i temi ad esso collegati, che ho appreso nel mio cammino per diventare consulente.
Sono sempre stata una persona molto amante delle coccole, ho sempre amato il contatto fisico con le persone che amo.

Quando è nato il mio primo bambino, mi è quindi venuto naturale coccolarlo, tenerlo in braccio il più possibile. Il problema è sorto quando questo mio modo di sentire si è scontrato con le opinioni di alcuni. “Lo vizi” era, ovviamente, quella più quotata.
Rispondevo che, se non lo avessi coccolato mentre era piccolo, difficilmente avrei potuto farlo una volta cresciuto. “Non credo che a vent’anni vorrà essere tenuto in braccio dalla mamma, quindi è meglio che ne approfitti adesso”, rispondevo.

Ma quando le opinioni sono diventate sentenze e presagi di sicuri danni, provenienti, questa volta, da “fonti autorevoli”, ecco che ho vacillato. Di giorno sì e di notte no.

Come ho potuto dare ascolto a queste idee, me lo chiedo ancora. Credevo di avere un’intelligenza nella media, ma devo dire che in quel periodo il mio spirito critico, la mia capacità di discernimento e la mia stessa esperienza personale di bambina coccolata e tenuta, a volte, nel lettone, erano completamente svanite.

Quando è nato il secondo figlio e le mie conoscenze si sono ampliate, anche la mia forza di volontà e sicurezza in me stessa sono cresciute di pari passo.
Dove altro poteva stare, il mio bambino, se non in braccio a me? Dove altro poteva dormire, se non con i suoi genitori?
Uscita da poco da un’esperienza di notti insonni passate a camminare per casa o seduta in poltrona (ebbene sì, non chiedetemi perché, ma ho dato ascolto ad un libro che diceva che dormire nel lettone avrebbe causato danni… ma sul perché dormire in poltrona o in giro per casa in braccio alla mamma non causasse gli stessi danni, non ci avevo mai riflettuto), ritrovarmi ad essere travolta dagli ormoni dell’allattamento e scivolare in un sonno completamente rilassato col mio bambino sulla pancia, era un’esperienza nuova e meravigliosa.

E che dire, poi, dello svegliarsi e vedere la faccina sorridente del tuo piccolo, che ti guarda come se avesse visto la cosa più bella del mondo? C’è qualcosa, in tutto l’universo, che potrei preferire al sorriso del mio bambino? Al suo sguardo innamorato e fiducioso? Al profumo della sua pelle, al sapore del suo leggero sudore, quando lo ricopro di baci?
Cominciare una giornata così, ripaga di qualsiasi cosa. E quando, divenuto un po’ più “ingombrante”, la notte a volte non riuscivo a riprendere sonno subito perché un po’ scomoda, anche allora quei momenti di silenzio, di pace, di pausa, erano un modo per trovare il tempo di riflettere, programmare, ripensare, assaporare… tempo che, durante il giorno, con due bambini, non è facile trovare.

Il proseguimento naturale di tutto questo è stato l’arrivo del terzo bambino, il quale ha potuto usufruire anche della fascia, cosa che fino ad allora non ero riuscita a trovare. La mia schiena gliene sarà eternamente grata, ma, soprattutto, ha permesso a me stessa di soddisfare il mio essere una mamma “ad alto contatto”.
Sì, perché non è solo il bambino ad avere bisogno del contatto con la mamma!
Anche la mamma ne ha bisogno, è un bisogno reciproco.
Io ne avevo bisogno.
E tutto questo mi ha aiutato ad essere una mamma migliore, più attenta, meno stanca e meno nervosa.
A volte, quando lavoro con le mamme, capita che un allattamento sia recuperato semplicemente incoraggiando la mamma a stare a contatto col suo bambino più a lungo possibile.

Ma il contatto fa paura. Ci rende totalmente parte della persona che tocchiamo. Diventiamo tutt’uno con lei; siamo indifesi, scoperti, totalmente disponibili. Siamo noi stessi.
Il contatto fisico ci fa entrare in una relazione più profonda con l’altro. In una dipendenza di affetti.
Forse proprio per questo è tanto osteggiato.

Crescere generazioni di uomini e donne incapaci di entrare in armonia con l’altro, incapaci di lasciarsi andare all’affetto, all’empatia, al mettersi a nudo indifesi uno di fronte all’altro è, secondo me, un ottimo modo per creare società chiuse da governare senza problemi e pronte da mandare in guerra contro il primo “nemico” di turno.

Ma chi è abituato a guardarsi negli occhi, a sentire il calore del corpo dell’altro, a godere delle sue carezze, davvero riuscirà a vedere nell’altro un nemico da abbattere, piuttosto che una ricchezza da conoscere?

(Paola)

Mai più seduti in disparte

Un progetto fotografico sul femminile

e sull’accudimento a contatto

mai-piu-collage-defDa un’idea di  Veronica Toniutti – Consulente di babywearing, educatrice prenatale e neo natale, ispirata dal tema della IBW 2016 “Best seat in the house”

“Nella nostra società la maternità, per le donne, è spesso il confine tra una vita e l’altra, senza alcuna soluzione di continuità.

Così come per i bambini, la nascita è un cambiamento totale di mondo e di modi.

Ma entrambi, donne e bambini, sono restii a perdere i piaceri della vita precedente, a dimenticare le competenze acquisite, le sensazioni belle provate e vissute.

Fotografie amatoriali o professionali, a tratti polemiche, a tratti provocatorie, sempre incredibilmente permeate di dolcezza.

Bambini accuditi a contatto, per offrire loro quelle belle sensazioni che conoscono fin da dentro la pancia senza essere relegati a sedute che li tengano lontani dai momenti della vita quotidiana. Bambini che vengono ad arricchire, non a rubare occasioni. Bambini che vivono vicini vicini alle loro mamme, ne imparano le arti, la socialità.

Donne bellissime, felici, determinate a coltivare i loro piccoli piaceri, i loro talenti, le loro professioni, le loro passioni. Donne che condividono con i figli la quotidianità, la socialità che si fanno conoscere da loro in tutte le sfaccettature.

E così si rafforzano i legami, si coltiva felicità, non si rinuncia alle cose importanti della propria vita.

Bimbi coinvolti, mamme attive.

Nessuno più seduto in disparte.”

L’intero album lo potete sfogliare sulla pagina Facebook di Puro Contatto

ibwDal progetto nasce una piccola mostra che verrà inaugurata e presentata, nell’ambito delle iniziative fiorentine per la IBW 2016, sabato 8 ottobre alle ore 18 alla Libreria Marabuk di Firenze (via Maragliano, 29/e)…siete tutti benvenuti!

Grazie a chi ha collaborato a questo progetto:

Marilina Boschetti – Consulente Valigia Rossa

Laura Paglini – Ass. Armonia a 6 zampe

Libreria Marabuk – Firenze

Mamme e bambini – i nostri protagonisti – da Toscana e Liguria.

Allattamento e obesità infantile

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Ha fatto molto scalpore l’intervento di qualche settimana fa, ad una nota trasmissione televisiva, di uno psicologo che affermava che una della cause dell’obesità risiederebbe in un cattivo rapporto della madre col figlio. La madre, rifiutando il suo ruolo di madre, allatta controvoglia, per cui il bambino sente il seno come una cosa “cattiva” (?) e quindi chiederebbe di poppare spesso per cercare di ottenere un seno “buono”, (forse una risposta “buona” ?), così che il bambino chiede troppo il seno e la madre lo iperalimenta. Quindi le madri che allattano “troppo” e “a lungo” non amano i loro figli, ma cercano così di compensare la loro ostilità verso il figlio e anche il cattivo rapporto avuto al oro volta con la propria madre. Ho cercato di riassumere, visto che il discorso è davvero contorto. Trovare l’intervento intero qui al minuto 1’45”.

Un intervento sulla stessa linea anche se molto più blando ci era stato segnalato da una mamma qualche tempo fa: dopo un inizio buono, si dice che, dato che oggi viene sempre più incoraggiata la separazione mamma bambino di cui, invece, i bambini hanno estremo bisogno (e questo sappiamo che è corretto), “in seguito alla mancanza di fisicità e continuità nel rapporto tra mamma e bambino, s’imprime nelle percezioni la sensazione che mangiare soddisfi il bisogno d’amore, e il cibo prende il posto delle carezze e degli abbracci di cui tutti i piccoli hanno bisogno per sopravvivere.” (il grassetto è originale)

Prima di intervenire ho lasciato passare un po’ di tempo, chiedendomi se davvero fosse necessario commentare l’ennesimo strafalcione sull’allattamento, se davvero fosse necessario mettersi ogni volta a controbattere con ricerche e studi per difendere una funzione fisiologica.

Nessuno, immagino, cerca o promuove studi per dimostrare che camminare con le proprie gambe sia meglio che con le protesi in titanio, per quanto avanzate.

Nessuno fa studi per dimostrare che, anche con le migliori lenti a disposizione, sia meglio indossare occhiali piuttosto che vederci coi propri occhi o viceversa.

Allora mi chiedo perché occorra farlo per quanto riguarda l’allattamento. Ogni tanto qualche personaggio più o meno famoso interviene su modi, tempi, conseguenze e altri argomenti inerenti l’allattamento, campo che di solito esula dalle sue competenze, e subito viene seguito da moltissime mamme che si preoccupano di aver danneggiato il proprio bambino o da altre che colgono l’occasione per attaccare chi allatta dicendo: “visto? Lo dice anche lui che è meglio dare il biberon” o cose simili. In questo modo le mamme sono sempre più confuse, le “guerre fra mamme” aumentano a discapito della solidarietà e nessuno ne guadagna. Potrei citare tutti gli studi e le ricerche che dimostrano come allattare e farlo a richiesta sia, al contrario, protettivo contro l’obesità, non solo infantile, ma anche nell’età adulta. Ma non voglio farlo.

Ritornando all’intervento citato, io noto una palese contraddizione: la mamma prova rifiuto verso il suo bambino, per cui lo allatterebbe “troppo” e “troppo a lungo”. In realtà, se una mamma non accetta il suo bambino o il suo ruolo di madre (come a volte può succedere), non riuscirà ad offrire un tipo di relazione così intima e costante come quella che si crea con l’allattamento a richiesta, necessaria per un buon successo e una durata naturale dell’allattamento.

Nessuna madre che ho incontrato in tutti questi anni da consulente, ha mai cercato aiuto per allattare “di più” perché voleva compensare un cattivo rapporto col figlio. E le madri che mi hanno chiesto aiuto per smettere non lo hanno mai fatto perché rifiutavano il loro ruolo di madre. Quindi, né la madre che allatta “tanto” né quella che non allatta per niente, sono per forza madri che rifiutano i loro figli.

Ma quello che mi ha suscitato reazioni più forti, però, è stato l’ennesimo tentativo di dare un limite alla relazione fra una mamma e il suo bambino. Questa idea che ci sia sempre un “troppo”: “lo tieni troppo in braccio”; “lo allatti troppo”; “lo coccoli troppo” e così via. Come se l’amore dovesse avere dei confini. Come se esternare il proprio amore con il contatto fosse un errore. In questo mondo in cui tutto è permesso, in cui, ad esempio, ognuno afferma di poter fare ciò che vuole del proprio corpo, sembra che, invece, mostrare affetto attraverso il contatto dolce, le carezze, la vicinanza verso chi, invece, ne ha un bisogno vitale come i bambini (ricordiamoci che un tempo, negli orfanatrofi, i bambini morivano soprattutto per mancanza di contatto, anche se avevano cibo a sufficienza), sia un gravissimo errore.

Forse noi ci mettiamo a misurare i baci che diamo a chi amiamo? O quante volte ci facciamo l’amore?

Invece sono tutti pronti a farlo quando si tratta di bambini.

Questa idea, poi, che il bambino popperebbe “troppo” per cercare l’affetto della mamma e che così assocerà il cibo alla soddisfazione del bisogno di essere amato è davvero assurda. È vero che, durante l’introduzione degli alimenti solidi, se si forza il bambino a mangiare con premi o ricatti si può instaurare un cattivo rapporto col cibo che riduce il cibo proprio ad uno strumento su cui riversare le nostre frustrazioni, ma nell’allattamento a richiesta accade esattamente il contrario. Un bambino chiede ciò di cui ha bisogno e la mamma risponde. Non si può costringere un bambino a poppare. Poppare è un gesto attivo, non è come accettare un biberon, in cui il latte scende comunque, anche senza succhiare.

Ognuno di noi avrà assistito o vissuto la classica scena in cui un bambino, solo in carrozzina, si mette a piangere e smette non appena preso in braccio, anche se la mamma lo solleva all’altezza del suo seno. Era il contatto, ciò che gli serviva, non ha dovuto attaccarsi. É perciò evidente che non è vero che l’allattamento è sempre l’unica risposta e che i bambini riescono ad avere molta chiarezza sulle proprie necessità.

Passando all’argomento successivo, le mamme che in qualche modo provano rifiuto verso il figlio o verso il proprio ruolo, allatterebbero anche “a lungo”.

Cosa significa “a lungo”? Qual è il metro di paragone a cui si fa riferimento? Se si definisce la durata di un evento “troppo lunga” significa che ne esiste una di durata “normale”. Qual è la durata normale dell’allattamento, nella specie umana? Ebbene, secondo gli antropologi, questa durata varia, perché condizionata anche da fattori sociali, tra i quattro e i sette anni (come spiegato nell’articolo dell’antropologa Dettwyler). Di conseguenza, potremmo affermare che allatterebbe “troppo a lungo” una madre che allattasse un bambino di nove anni! Ma no, sono sicura che qui da noi si intenda un bambino sopra l’anno di età, anche se l’OMS raccomanda che l’allattamento prosegua almeno per tutto il secondo anno ed oltre.

L’allattamento non è solo “alimentare” un bambino. Chi vede solo questo e quindi parla di “alimentare troppo”, non sa nulla di allattamento.

L’allattamento, oltre a fornire elementi preziosi per la crescita e lo sviluppo psicofisico, che vanno al di là dei semplici nutrienti fatti di vitamine, sali minerali, ecc. (elementi, peraltro, che non sono contenuti in nessun alimento alternativo), è anche parte della relazione fra la mamma e il suo bambino. Una relazione che si sviluppa in modo diverso tante quante sono le coppie allattanti. Una mamma che risponde prontamente e con amore ai bisogni del suo bambino (quindi che lo allatta a richiesta) lo aiuta a comprendere che è in grado di comunicare, che c’è qualcuno su cui può contare e in cui avere fiducia. Il sapere che ai suoi tentativi di comunicazione si dà risposta e che, quindi, vengono compresi, sviluppa l’autostima del bambino e affina le sua capacità di comunicare sempre meglio. Un bambino che può chiedere quando ha bisogno e che non deve dipendere da orari e dosi imposte dall’esterno e che non è detto che rispondano ai suoi bisogni, è un bambino indipendente (quanto si punta, oggi, su questa benedetta indipendenza dei bambini! Che poi non è altro, secondo me, che il far sì che imparino a stare da soli e non ci rompano le scatole. Ma noi non viviamo su un’isola deserta, ma in una società molto affollata e quello che dovrebbero imparare i nostri figli è a vivere insieme agli altri, ad essere interdipendenti gli uni dagli altri, che significa imparare a chiedere aiuto e ad offrirlo). Tutto questo farà il successo dell’allattamento e aumenterà la fiducia in se stessa della mamma e, di conseguenza, la sua autostima.

(Paola)

Gli esperti di Puro Contatto: Paola Mazzinghi

Sono consulente professionale di allattamento IBCLC (International Board Certified Lactation Consultant), abito con mio marito, tre figli e… una gattina in una frazione a pochi passi da Firenze, attaccata al pese da una manciata di case e circondata dalla campagna

Ho sofferto molto quando l’allattamento del mio primo figlio non è andato come speravo e ho quindi deciso che avrei dedicato il mio tempo a fornire le informazioni corrette a tutte le mamme che desiderano allattare, affinché non capitasse loro quello che era capitato a me.

Ho preso il diploma scegliendo di proseguire ed approfondire un percorso di studio e volontariato lungo 15 anni ed iniziato con la nascita del mio secondo bambino nel 1997.

Si sente spesso in giro che allattare è naturale, che tutte le mamme hanno il latte, che fa parte della nostra natura e quindi tutte possono allattare. Ma non si racconta che possono esserci problemi di avvio o di gestione dell’allattamento più o meno consistenti. Così quando si presentano, i genitori non sanno che sono problemi arginabili e superabili. Spesso anche molti operatori che si occupano di nascita hanno una formazione superficiale sull’allattamento e non sanno come sostenere le famiglie in modo adeguato ed efficace. Essere consulente professionale di allattamento vuol dire andare a colmare questo vuoto di informazioni e sostegno e permettere alle mamme che desiderano allattare di farlo nel modo più dolce e sereno possibile.

Personalmente, credo davvero che allattare i miei bambini mi abbia aiutato ad entrare in sintonia con loro, a fidarmi di loro e di me stessa. E che questo possa accadere con ogni mamma, di pancia o di cuore.

Contatti: 338 147 8828

paolamazzinghi@allattamentoibclc.it

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Gli esperti di Puro Contatto: Erika Spina

“Non puoi scoprire nuovi oceani fino a quando non hai il coraggio di perdere di vista la spiaggia”foto-profilo(Anonimo)

Sono Erika,mamma di tre figli maschi e psicologa, da sempre.Mi occupo della promozione del benessere e della salute. Insieme potremo affrontare momenti particolarmente impegnativi della vostra vita, sia quando si presentano veri e propri sintomi (attacchi di panico, disturbi d’ansia, depressione, ecc.) sia quando si senta la necessità di migliorare il proprio benessere psicologico, aumentando il proprio senso di consapevolezza, autostima, realizzazione di se stessi. Tecniche di respirazione, rilassamento progressivo e training autogeno ci saranno d’aiuto.

Ho conseguito la mia laurea a Bologna nel 1998 ed ho fin da subito iniziato a lavorare come orientatrice, per la provincia di Firenze, e come docente in diversi ambiti formativi, psicologici, di crescita personale e di ricerca del lavoro. Lavorando con persone in difficoltàè cresciuto in me il bisogno di una formazione in terapia. Mi sono specializzata in Psicoterapia Sistemico Relazionale Familiare, formazione che ha cambiato completamente il mio modo di lavorare, di vedere il mondo e le persone, arricchendomi sia da un punto di vista emotivo che di competenze professionali. Nel 2003 ho aperto il mio primo studio. Negli anni ho partecipato a numerosi seminari e corsi di formazione inerenti soprattutto alle tematiche della separazione e divorzio e gestione dei figli nella separazione e divorzio.

Credo da sempre che la psicologia nella vita di ogni giorno ci aiuti a vivere meglio con i mezzi che già sono in nostro possesso attraverso il confronto con gli altri, la dove l’esperienza di qualcuno è spunto di crescita per tutti.per questo ho organizzato incontri/confronti su diverse tematiche soprattutto legate all’essere genitori oggi.

Lavorando con le famiglie e gli individui mi sono resa conto che sempre più i problemi sono causati dalla scarsa consapevolezza con cui portiamo avanti le nostre vite e le nostre scelte. Il lavoro terapeutico spesso concentrato sul recuperare forze ed energie già in possesso del paziente, spesso sopite dalle abitudini. Questa mia naturale inclinazione mi ha portato ad avvicinarmi alla mindfulness una pratica che attraverso l’uso della meditazione permette di ricentrare se stessi; per dirla con le parole di Jon Kabat Zin “ … è una modalità di prestare attenzione momento per momento nell’hic et nunc, in modo intenzionale e non giudicante, al fine di risolvere (o prevenire) la sofferenza interiore e raggiungere un’accettazione di sé attraverso una maggiore consapevolezza della propria esperienza che comprende sensazioni, percezioni, impulsi, emozioni, pensieri, parole, azioni e relazioni”.

Percorsi per il benessere sessuale sia individuali che di coppia, per una  riappropriazione  consapevole della propria sessualità.

Percorsi di alimentazione consapevole.

Effettuo consulenze in psicologia, psicoterapia, consulenze tecniche di parte per separazioni o divorzi (sono anche consulente tecnico di ufficio per il Tribunale di Firenze), consulenze di orientamento al lavoro e alla formazione (ridefinizione dell’obiettivo, predisposizione di un progetto formativo, bilancio di competenze, tecniche attive di ricerca del lavoro)

Contatti:

338 392 9707

Erika.spina@famigliealcentro.com