Categoria: educazione e pedagogia

Elogio della lentezza, il triplo sostegno sulla schiena (ancora di babywearing)

x fasciata veronica sirioI neonati ci chiedono di rallentare.

È spesso uno shock doversi abituare ad un ritmo differente, a tempi dilatati, a momenti in cui la lentezza è l’unica risorsa possibile.

Nutrire i neonati richiede tempo e pazienza, cullarli per farli dormire richiede tempo e calma, cambiarli senza farli immancabilmente strillare richiede tempo e pacatezza. Porgere loro i primi oggetti, condividere con loro i momenti di meraviglia davanti ad un raggio di sole, ad un fazzoletto colorato, alla chioma di un albero mossa dal vento, richiede tempo e disponibilità.

Tutto, in genere, richiede tempo, tanto tempo.

Noi genitori ci abituiamo (o almeno tentiamo di abituarci) a dar valore al tempo e alla lentezza, perchè ogni momento, quando si va lenti, è prezioso per arrivare in fondo a progetti ed obiettivi.

E un processo di adattamento difficile, spesso anche sofferto, per noi adulti abituati a correre.

In questo periodo il babywearing ci accompagna a trovare il ritmo comune, lento ed accurato. Impariamo a tirare bene la stoffa per sostenere rossanoadeguatamente la schiena, a curare le sedute, il sostegno alle gambette, il rispetto della posizione fisiologica. Triplo sostegno, x semplice, x fasciata…legature per il pancia a pancia, ma anche legature “di pancia” che esprimono i nostri bisogni ed al contempo li acquietano, che hanno bisogno di accuratezza, di fasce generosamente lunghe, di pazienza, di movimenti lenti e pazienti.

Ma i primi mesi passano anche più svelti del previsto e piano piano tutto si assesta: i bimbi si saziano più alla svelta, imparano a star seduti, ad intrattenersi un pochino con oggetti e attività, a gattonare, a muovere i primi passi, a pronunciare le prime parole.

Ed in men che non si dica son passati due anni ed il nostro babywearing si è adattato come acqua che scorre ai cambiamenti tanto repentini: l’inizio della competenza motoria richiede legature veloci, “leva e metti” per assecondare il movimento, l’indipendenza, il sali-scendi. Anche noi adulti siamo più o meno tornati ai ritmi rapidi: qualcuno è tornato a lavoro, altri comunque a casa hanno ripreso a fare mille cose, commissioni, giri, ad andare e tornare, uscire, fare e disfare.

12196247_1036068853078649_7407505193324016152_nLa fanno da padrone le ring sul fianco, le fasce corte preannodate, gli zainetti veloci.

È un “allegro andante” al cui ritmo danziamo naturalmente e ci sentiamo a nostro agio perchè è il ritmo che più assomiglia a quello che siamo sempre stati.

Spesso addirittura in questo periodo – dai 10 mesi ai 18/24 mesi – i bambini non vogliono più essere portati se non per brevi momenti sul fianco.

 

Però, poi, c’è un momento speciale. Un momento in cui i bambini ritornano alla base. Stavolta per scelta consapevole di una modalità che amano e non più per necessità. Sanno camminare e correre, rotolare e saltare con tanta perizia da esserne ormai sicuri, da non dover dimostrare niente né a loro stessi né a chi li circonda. Le competenze che via, via acquisiscono, le novità, le scoperte sono vissute con entusiasmo incredibilmente consapevole. I bambini ben supportati, incoraggiati, sostenuti e rispettati sentono profondamente che d’ora in poi possono arrivare dove vogliono.

È un momento di stabilità.

Ed i genitori come lo vivono?

Ed il babywearing?

Noi genitori spesso rimaniamo sul ritmo rapido: ce lo possiamo ormai permettere, la lentezza è solo un ricordo. Spesso accade che ci scontriamo con il carattere in formazione dei nostri bambini, con la rabbia che loro hanno nel saper fare fisicamente tante cose e non saperle adeguitamente esprimere a parole. Li chiamano i “terrible two”. Un gap incolmabile tra voler fare e poter fare, tra sentire e comunicare. E la fretta non aiuta, i ritmi rapidi spesso creano accumuli di frustrazione che poi sfocia in rabbia. Contenerli è spesso l’unica soluzione, e chi porta ha una risorsa importante: la fascia, oggetto del cuore e di cura.

Ma i bambini sono grandi e non solo pesano di più ma hanno bisogno di una comodità diversa.

Ed allora assistiamo alla magia, alla grande occasione che ci fornisce il babywearing.

Il triplo sostegno, tre strati di tessuto a sostenere un peso non più lieve, ci offre una nuova lentezza.IMG-20140802-WA0002

Una lentezza che non è determinata dalla delicatezza e dal ritmo attutito dei primi tempi.

Una lentezza che è celebrazione dei traguardi ed un riconoscimento importante: il riconoscimento che i nostri piccoli hanno un equilibrio, sanno attendere e sposare la scelta di essere portati che adesso è una scelta di consapevolezza emotiva, di piacere, di bisogno di condivisione e di relazione e non necessariamente di bisogno fisico.

Legare, ora più che mai, è fare qualcosa insieme.

I bambini sono padroni dell’idea di lentezza acquisita per contrario dopo l’esplosione di attività di qualche tempo prima. E l’accettano meglio di noi. Che stentiamo, a volte, a tornare ai movimenti accurati, ai gesti pazienti, ad una legatura che richiede un po’ di tempo in più.

Ed è questa fatica che facciamo che ci racconta quanto preziosa sia l’occasione che ci è offerta.

Tutte le cose belle che al contempo ci affaticano ci conducono al superamento dei nostri limiti, allo scoprire nuove dimensioni, ad arricchirci di un tesoro esperienziale straordinario.

Se ci concediamo al triplo sostegno, dimenticando la fretta e forse la praticità, aprendo la stoffa come se sgranchissimo le nostre ali di profondità troppo rattrappite, fissando e tirando il tessuto tre volte con la dolcezza dell’abbraccio con cui ci stringiamo il nostro bambino sulla schiena…scopriamo una nuova sintonia tra noi, un nuovo conforto, un nuovo passo sicuro.

10432108_629222380518667_5506034484261261181_nIl triplo sostegno preme sul petto, luogo delle emozioni, e accorda il respiro di bimbo e genitore.
Ha il potere magico di aprire la valvola dello stress e cacciarlo, come un breve esercizio di meditazione che ha il vantaggio di unirsi alla relazione in un momento incredibilmente nutriente e dolce (e che, nonostante queste due caratteristiche, non fa ingrassare!)

Passa sulle spalle, come un abbraccio, come farebbero le braccia dei nostri bimbi se non ci fosse la fascia. E infine si intreccia sulla schiena, con la ricchezza della nostra storia insieme.

Un regalo prezioso, l’elogio della lentezza.

(Veronica)

“Non è mai troppo tardi per farsi un’infanzia felice” (aut. ignoto)

Capita, a volte, di incontrare madri e padri che vengono ai corsi di massaggio o in consulenza per imparare ad usare la fascia.

Vengono con un piccolo piccolo appena nato e si raccontano. Raccontano di questo nuovo arrivo, della loro emozione nello scoprire nuove risorse di accudimento come quelle in cui mi chiedono di essere accompagnati.

E poi di un bambino o di una bimba “grande” che li aspetta a casa o che è a scuola.

E a questo punto il clima sempre si rabbuia un po’.

Perchè tanti di questi meravigliosi genitori si sentono un po’ in colpa per non aver dato al primo quello che stanno dando al più piccolo.

“Se avessi saputo, se avessi immaginato…quante cose gli ho negato, quanto l’ho tenuto distante…se solo potessi tornare indietro…”

Non si può tornare indietro ma si può non perdere più tempo, ecco la buona notizia.

“non è mai troppo tardi per farsi un’infanzia felice” c’era scritto su un muro in via Bolognese, qui a Firenze. Ogni volta che ci passavo davanti sorridevo pensando a me, a loro, a quei genitori malinconici.

La buona, la buonissima notizia è che ci sono un sacco di cose da fare e che non è mai tardi.

Non è tardi per quel bambino “grande”, non è tardi nemmeno per quell’altro bambino, quello ancora più grande, che è nascosto in fondo al cuore di ogni adulto.

Il contatto ha un grande asso nella manica: il contatto è relazione. Il contatto prende e dà in un continuo scambio. Il contatto non è un oggetto che o l’hai avuto o non lo potrai mai avere. Il contatto si nutre e nutre a sua volta la resilienza.IMG_0151

Basta avere pazienza e spogliarsi.

Certo dei vestiti, perchè la pelle respiri, finalmente.

E poi dei sensi di colpa, che non servono a nessuno e sono solo pietre in tasca (che poi, le tasche…o non c’eravamo spogliati?)

Infine dei giudizi, nostri o altrui, che legano i nostri polsi, chiudono a pugno le nostre
belle mani.

Piano, piano, rispettare i limiti ed onorarli è forse il primo passo per superarli.

Senza fretta, il contatto ha bisogno di tempo e di delicatezza, di movimenti lenti, di respiri profondi, di pause piene soltanto di pazienza e silenzio.

Ascoltare il silenzio, perchè è lì che si percepisce il linguaggio segreto della pelle.

Ricordare che non averIMG_4813 dato, allo stesso tempo significa – quando si parla di contatto – non aver ricevuto. E quindi provare tenerezza , ancorché malinconica, non solo per quel bambino grande ma anche per noi. E dalla tenerezza ripartire con piccoli passi: una filastrocca “camminata” sul palmo della mano, il gioco dei passi
degli animali sulla schiena, un sole sulla pancia, un massaggio alle spalle dopo una giornata di scuola. Chi abbiamo davanti? un bambino ancora piccolo, un bambino giàgrande e molto attivo, un ragazzino, un adolescente, un adulto irrigidito da troppe occasioni mancate?
Senza cercare di scambiarsi ciò che è passato, abbiamo la grande opportunità di iniziare a colmare le lacune con un modo sempre nuovo, sempre attuale di toccare, accarezzare, abbracciare, baciare, massaggiare.

Ancora ascoltare, individuare i limiti, guardar loro con amore. Con amore, piano piano, superarli.

Il dialogo più bello che a volte apre lo scrigno anche delle parole giuste.
Fidarsi della pelle. E’ il primo organo che si forma in un embrione. E’ il più importante e forse il più sottovalutato, come lo sono i grandi geni che parlano di cose troppo grandi per gli altri.

(Veronica)

Un consiglio di lettura utile, con tante idee di giochetti e di massaggi anche per i bimbi più grandi, può essere un bel libretto edito da RED “Il Libro delle Coccole”

“Questa casa ora ha anche un tetto”

IMG_3786Scrivo di getto, dopo che una cara amica mi ha segnalato questo articolo.

L’ennesimo articolo inutile e dannoso.

Come ne vengono scritti quotidianamente sui temi più cari ai genitori, ovvero quelli riguardanti la loro relazione con i loro figli.

In breve questo articolo, pur fregiandosi di riferimenti importanti come le citazioni da E. Weber su cui si dichiara concorde, parlando di babywearing, insinua il dubbio che ci siano derivazioni patologiche del portare.

Quello che rimane al lettore medio è “con ‘sta roba del portare alla fine le mamme patologiche frenano lo sviluppo dei bambini perchè non li lasciano andare”.

Mille altri articoli così sono stati scritti sull’allattamento prolungato, sul cosleeping etc.

Si diffonde il sospetto che il mondo sia pieno di mamme “patologiche” che prolungano il cordone ombelicale relazionale con i figli per misteriose carenze e morbosità fino alla maggiore età di questi ultimi. E, guarda caso, si tratta sempre di mamme che hanno una buona relazione fisica con i loro bambini.

Ecco, lasciatemelo dire, non è vero.

E questa volta sono davvero arrabbiata.

Perchè io rispetto e valorizzo ogni scelta genitoriale, ma quello che non tollero sono i luoghi comuni e le parole dette a sproposito che creano un orribile clima intorno alle famiglie.

Quindi uso questo mio piccolo spazio per rispondere all’articolo in questione e a tutti gli articoli sullo stesso tono che non smettono di essere scritti.

I bambini sono persone.

E sono persone con carattere definito, con esigenze chiare e molta consapevolezza sui propri bisogni.

L’essere umano è un mammifero.

Ha bisogno di contatto, di scambio tattile, di presenza.

Questo bisogno ad un certo punto, specie se vi si è risposto con competenza e positività, è destinato a sparire. Il percorso che va dalla nascita del bisogno – che corrisponde con quella del bambino – alla sua scomparsa è spesso ben chiaro ad entrambi: bimbo e genitore.

É certamente chiaro dal momento in cui bimbo e genitore sono in sintonia, sia quale sia lo stile che hanno deciso di seguire.

Nessuno forza nessuno.

A volte i bimbi grandi chiedono di essere portati, di essere allattati, di dormire nel lettone, di essere massaggiati. Ma questo non significa che i genitori hanno creato dipendenza nei loro figli con il loro “atteggiamento morboso” o con la loro “patologia”. Significa che quei bimbi sentono quel bisogno ed hanno sviluppato una grande competenza che permette loro di identificarlo e di esprimerlo in una richiesta.

Una mamma che allatta un bimbo grande o che lo porta in groppa non è una squilibrata con chissà quale carenza affettiva o relazionale che soddisfa approfittando della creatura.

É solo una mamma attenta, che ha deciso di rispondere fino a quando se la sente in modo positivo ai bisogni espressi dal suo bambino. Che ha deciso di fidarsi del suo bambino e della sua capacità di leggere le proprie esigenze.

Queste mamme, questi papà sanno accogliere e sanno lasciare andare. Hanno solo la pazienza utile a rimandare il momento a quando tutti sono pronti. Queste mamme, questi papà stanno costruendo con attenzione l’indipendenza dei loro bambini. Ne stanno facendo persone sicure e competenti, LIBERE di scegliere e di chiedere sostegno.

Queste mamme e questi papà non telefoneranno dieci volte al giorno ai figli trentenni perchè stanno offrendo il loro accudimento adesso che è il momento.

Ma chi ha scritto questo articolo ha una vaga idea di cosa significhi tentare di legare una fascia con un bimbo che non vuole? Un bimbo grande si porta sulla schiena: perchè non provare a legare sulla schiena prima di pensare che potrebbe essere possibile costringere un bambino a stare in groppa?

I bimbi portati sanno esattamente quando hanno bisogno di essere portati e quando hanno bisogno di camminare.

Due anni e mezzo fa, in un momento di grande trambusto familiare (ci eravamo trasferiti in un’altra casa e stavamo preparando un viaggio che ancora non sapevamo se sarebbe stato un viaggio o un’emigrazione), la mia bambina di allora tre anni e mezzo chiedeva spesso di venire in groppa.

Un giorno camminavamo sotto la pioggia con l’ombrello e lei ad un tratto abbracciandomi dalla schiena disse “che bello, mamma, ora questa casa ha anche il tetto!”.

Lei, a quasi quattro anni, aveva fatto della mia schiena, della nostra fascia il suo punto fermo dal quale vivere quella situazione così disorientante con la sicurezza di cui aveva bisogno per essere serena.

A distanza di due anni e mezzo, di nuovo il momento è complicato nella nostra vita. Adesso è il piccolo, che ha la stessa età che aveva la grande allora, a chiedere di essere portato spesso.

Io ora lo so perchè, me lo ha insegnato la mia bambina: perchè la schiena è un punto fermo, sicuro, una base da cui guardare il mondo con più fiducia.

E la grande, che è qualche passo avanti nella strada della vita, adesso è al mio fianco che sostiene il fratellino.

E che a volte mi chiede di massaggiarla, perchè sa che le fa bene se si sente di aver accumulato troppa tensione o emozione.

Smettete, vi prego: smettete di considerare la pelle qualcosa di cui aver paura. Smettete di pensare che le mamme con una buona relazione fisica coi loro bambini siano potenzialmente patologiche o egoiste o che vi scarichino frustrazioni da adulto. Smettete di pensare che i bambini siano bambole in balia di donne sull’orlo di una crisi di nervi.

I bambini sono persone e, se li lasciamo liberi di leggere e di esprimere i propri bisogni, sicuri che avranno una risposta sincera ed empatica, saranno persone competenti, libere e sicure.

(Veronica)

L’ora del nido…ed attenzione alle strutture non autorizzate!

IMG-20150117-WA0004
Vorrei passare questo consiglio a tutti i neogenitori: se avete deciso che vostro figlio frequenterà un asilo nido, adesso, in questi primi mesi dell’anno, è il momento di occuparsi della scelta.
Aggiungo qualche informazione che possa darvi una pista da seguire.
Gli asili nido accolgono bimbi tra i 3 e i 36 mesi di età.
I nidi iniziano l’anno educativo a settembre come tutti gli altri ordini scolastici, perciò potrete essere accolti in altri mesi dell’anno solo se la struttura non ha assegnato  tutti i posti disponibili.
Le strutture che non dispongono di  cucina interna possono accogliere bimbi di età inferiore ai 12 mesi x max 4 ore al giorno senza fornire il pasto.
Sulla provincia di Firenze esistono diverse tipologie di asilo nido:
– Asili nido tradizionale (privato o comunale) con ricettività tra 20 e 60 bambini  circa;
– Spazi gioco con possibilità di frequenza mattutina o pomeridiana senza fornitura di pasto;
– Asili nido domiciliari per bambini di età compresa tra 9-12/36 mesi.
Queste strutture sono gestite da una educatrice titolare che si avvale della collaborazione di una collega e sono organizzate all’interno di piccoli appartamenti o in una porzione dell’appartamento  dell’educatrice stessa. Accolgono max 6 bambini.IMG-20150117-WA0005
Per maggiori informazioni consultate il sito del Comune di Firenze entrando nel portale EDUCAZIONE,  fascia 0-3 anni.
Se invece volete saperne di più in modo specifico sui nidi domiciliari potete consultare www.ilboscoincantato.it oppure contattarmi.
Per qualsiasi dubbio o chiarimento sono a disposizione per rispondere – per quanto posso – alle domande di tutti i genitori.
Vorrei, inoltre, segnalare una questione che il comitato asili nido domiciliari di Firenze e provincia sta affrontando.
Guardandoci intorno abbiamo individuato diverse strutture che si propongono come servizi per l’infanzia senza avere l’autorizzazione necessaria da parte del Comune. Questo apre diversi temi di riflessione, ma il primo tra tutti per importanza è quello di rendere consapevoli i genitori che si mettono in cerca di un nido cui affidare il proprio figlio.
Nido autorizzato vuol dire:
– che ha dimostrato di possedere caratteristiche strutturali e igienico sanitarie idonee per accogliere bambini così piccoli;
– che è condotto da un’educatrice/educatore in possesso di uno alto standard di competenze professionali richiesto per una gestione di qualità;
– che lavora in collaborazione con il Comune;
–  azienda che paga le tasse;
Vuol dire, infine,  essere un nido che ha la possibilità di condividere la propria esperienza con gli altri servizi per l’infanzia della città, per crescere ogni anno educativo che passa.
Un asilo nido domiciliare NON autorizzato dal Comune probabilmente ha tariffe più basse, ma è un servizio aperto nel NON RISPETTO delle regole, che conduce attività che nessuno controlla, che non ha la possibilità di fare rete con il mondo che lo circonda perché deve rimanere nell’ombra.
Attenzione dunque perché è del mondo dei vostri bambini che stiamo parlando.
Buona ricerca,

Machiavelli, riposa in pace

bambini-urla-capricci

Se un giorno ci dicessero che, in totale buona fede, ci siamo messi in casa un machiavellico approfittatore che individuati i nostri punti deboli li usi per i suoi biechi obiettivi, come ci sentiremmo?

Probabilmente ci sentiremmo vittime di ingiustizia, feriti, offesi, profondamente tristi, delusi di noi stessi per “esserci cascati”.

Quotidianamente questo accade con i nostri piccoli. E fin da quando sono neonati.

Siamo circondati di voci che ci inducono a pensare che siano piccoli approfittatori, che “usano” il pianto per soddisfare i loro capricci e piegarci alla loro volontà.

E ci sentiamo deboli ed inadeguati per non saper “resistere” a questi machiavellici sfruttatori.

E tutto ciò genera frustrazione, dolore, tristezza, rabbia. Ma soprattutto incomprensione.

Ma forse c’è una piccola via d’uscita: proviamo a non sovraccaricare il comportamento dei piccoli degli schemi propri del mondo adulto.

Proviamo a cambiare prospettiva.

Proviamo ad entrare in contatto e a metterci nei loro panni.

Si usa dire: bambini piccoli, problemi piccoli. Eccerto perchè con la nostra vita sulle spalle ci sembrano inezie. Niente di più inverosimile. Loro sono arrivati da poco e ciò che è “inezia” per noi loro la vivono come il problema fondamentale. Sarebbe come se un matematico considerasse una “stupidaggine” la prima somma o sottrazione di un bimbo di sei anni. Nessuno lo farebbe con i “problemi” scolastici ma ogni giorno lo facciamo con la quotidianità.

Quando abbiamo un grande problema, che ci sembra enorme e ci chiude la voce in un groppo in gola, parlarne con qualcuno è difficilissimo. Ci affidiamo alla sensibilità dell’altro, alla sua capacità di accogliere e di intuire il nostro disagio mentre spiccichiamo con fatica poco ed insufficienti parole.

Noi che abbiamo così tanta proprietà di linguaggio…

Un neonato piange.

Piange perchè si sente solo ed ha paura e quel che vuole è essere preso in braccio e tenuto al sicuro. E quando qualcuno finalmente lo solleva si acquieta. Perchè quel qualcuno ha risposto al suo grande, grandissimo bisogno e lui non ha più necessità di gridare il suo spavento.

Smette di piangere non perchè “ha piegato” la volontà del genitore ma perchè il bisogno che lo stava devastando è finito, lasciando spazio alla pace.

Piange perchè quel cucchiaio così insistentemente proposto proprio gli è difficile da capire: a cosa serve? perchè se ho fame mi viene offerto questo coso invece del solito seno o biberon?

Un bambino piange, batte i piedi. Perchè non vuole andare alla scuola dell’infanzia o perchè non vuole venir via dal parco. Ci dice: ho paura, ho bisogno di altro tempo, non sono pronto oppure ci manifesta la sua incomprensione verso le nostre dinamiche quotidiane, il concetto di tempo, di “è tardi”. Quello che lui sa è che sta per finire quell’esperienza così ricca e divertente, quell’avventura così entusiasmante. E chi la fa finire è proprio la persona che ama di più al mondo, che lo mette davanti ad una scelta inaffrontabile.

E piange e batte i piedi perchè è l’unico modo che conosce per manifestare la sua opinione. Perchè a 2-3 anni siamo “già grandi” nelle capacità motorie, nello sviluppo intellettuale…ma le parole, i discorsi quelli ancora stentano specie in caso di grandi emozioni.

Ecco. Non ci stanno comprando né vincendo. Stanno semplicemente comunicando.

Questo cambio di prospettiva non deve indurre a pensare che sia un bene rinunciare al nostro ruolo educativo di genitori, all’organizzazione familiare o semplicemente alla sensatezza dei ritmi della giornata.

Serve solo per rendere il giusto valore alle espressioni, alle azioni.

Perchè educare così, senza frustrazione o rabbia, può essere più semplice e più ricco di soluzioni comunicative.Fare i genitori non sarà meno difficile ma con questa prospettiva forse è meno doloroso: no, non abbiamo in casa machiavellici tiranni. Abbiamo piccoli esseri umani con una grande personalità, grandi problemi e qualche difficoltà in esprimere in modo posato e chiaro l’enorme groviglio di bisogni, gusti, emozioni, desideri, sentimenti che si ritrovano a gestire.

Dai, su…poteva andar peggio!

(Veronica)

Poesia di papà

imageecco si muove, ti guarda, sorride
si gira, si alza, cammina…
ma tutti lo fanno.

guarda che mani, che piedi, e che occhi,
e senti i capelli e che pelle…
ma tutti li hanno.

eppure ti guardo,
vicino a tua madre,
hai già il suo sorriso,
si vede il suo amore,
si sente il suo cuore.

ti guarda, lo senti,
la osservi, rispondi,
lo vede, ti stringe.
un unica luce vi avvolge, l’Amore.
gli sguardi incrociati commossi e felici
si abbracciano e cantano un inno alla vita.

un unico grande perfetto contorno
di luce, colori, scintille divine,
avvolti nel grembo del tempo;
è questo il mistero del mondo:
sia dentro che fuori, il bambino
rimane un tutt’uno con te,
la grande magia del creato
ci svela il segreto di sempre:
l’unione di un filo di luce
che unisce e che avvolge i due cuori.

e io ti ringrazio mia piccola amica
che hai dato alla luce un dono prezioso
ti amo e ti adoro per quello che hai fatto:
nel cuore e nel grembo la vita e l’amore

e io ti ringrazio mio piccolo bimbo
che doni la vita e la gioia ad un uomo
che avrebbe vissuto pur sempre una vita,
ma senza la vita e la gioia nel cuore

(Luca)

Quando il contatto si perde…

La mia bambina grande era un neonato quasi finto.
Io venivo da una esperienza traumatica e quindi forse, vivendo quel carosello di notti insonni – allattamento continuo  – cambi di pannolini in prospettiva, il tutto mi pesava molto meno che in “condizioni normali”, ma lei, anche a detta d’altri, era una bambolotta che mangiava dormiva e rideva. Crescendo rimaneva ancora sorridente, piacevole, indipendente e tutto sommato facile da accudire.
É stata allattata fino a 16 mesi, portata e non, autosvezzata, coccolata e ha dormito in camera nostra fino a 6 mesi e dopo ogni volta che ha voluto.
Per quasi due anni ho avuto la sensazione di essere totalmente in sintonia con lei, di capire i suoi bisogni e farvi fronte e di avere un equilibrio decoroso fra il mio essere madre e persona che lavora e ha anche altri interessi.
Poi il contatto si é perso.
unnamedLei ha iniziato a non essere più così piacevole, così facile, così gestibile ed io ho iniziato a non capire più nulla.
O meglio: capivo i motivi del suo disagio (stavamo attraversando un periodo denso di cambiamenti), ma non capivo come rapportarmici.
Fiumi di parole vengono scritte sui neonati, molti meno su l’isteria di bambine di due anni che si comportano come adolescenti. La chiamano “prima adolescenza”, i temibili “terrible twos”, ma sapere che era una fase normale non mi ha fatto sentire né meglio né all’altezza della situazione.
Ho provato qualunque approccio: parlare, coccolare, punire, sgridare, urlare e parlare con dolcezza a bassa voce, ignorare.
Avevo l’impressione che nulla funzionasse e mentre la mia frustrazione da “cattiva madre” cresceva, cresceva anche la tristezza per quel contatto perduto.
Una sera, in prenda a un picco altissimo di autocommiserazione, mi sono rannicchiata in un angolo per terra a piangere.
Ero allo stremo delle energie mentali e un po’ anche fisiche.
E lei mi ha messo a letto.
E’ venuta lì, mi ha detto che andava tutto bene e che non mi dovevo preoccupare.
Mi ha portato il cuscino e me lo ha messo dietro la testa, mi ha portato la coperta e me l’ha messa sulle gambe e mi ha detto di chiudere gli occhi e dormire.
Poi ha intonato una ninna nanna.
Lí ho capito che il contatto non era affatto perduto, ma aveva solo cambiato forma ed io non ero stata in grado di riconoscerne i contorni. Ho capito che i figli sono esserini che talvolta hanno bisogno di elaborare emozioni e periodi difficili in solitudine testando i mezzi che hanno a disposizione e che il processo di trasformazione da bambolotta sorridente a persona é un lavoro parecchio duro e merita rispetto.

Un nido domiciliare…

Da quando sono entrata nel mondo dei servizi all’infanzia privati, ho iniziato a raccogliere direttamente la voce dei genitori. Molte delle parole di questi padri e di queste madri confermano ciò che ho letto in molti articoli di puro contatto: “ci manca la tribù”. Quindi, volendo costruire un progetto utile, ho sempre tenuto a fuoco questo obiettivo: far sentire le famiglie parte di qualcosa.

Accogliere un figlio è un desiderio irrinunciabile nonostante qualsiasi difficoltà, prevedibile o imprevedibile, e lo scoglio principale per i genitori che mi trovo davanti è il non avere sufficiente confronto e talvolta neppure sostegno. Sono numerosi, per fortuna, gli spazi e le occasioni in cui si possono seguire corsi di preparazione alla nascita, poi corsi dopo parto che affrontano sempre temi interessanti e aiutano concretamente ad affrontare un periodo oggettivamente critico. Il merito più prezioso di questi corsi è quello di produrre amicizie e nutrire il concetto di genitore consapevole: due regali molto importanti nel corredo dei bambini. Poi le mamme rientrano a lavoro e il tempo speso ad imparare ad educare nel modo migliore diventa sempre meno. Da qui in avanti si può solo mettere a frutto quella conoscenza che ci siamo già procurati e sfruttare la rete sociale che si è creata. Invece i bambini crescono ed è molto importante essere al passo con le loro sempre nuove esigenze e rimanere protagonisti delle loro vite.

Con questo sono arrivata al punto: da quando ne sono diventata responsabile, ho voluto presentare l’asilo nido ai genitori come una importante occasione per CONFRONTARSI con chi vive nello stesso momento le stesse tappe della vita, le stesse difficoltà, le stesse gioie, per CONDIVIDERE un’esperienza personale che FA CRESCERE INSIEME.

In un gruppo di adulti  che non delegano ma partecipano impegnandosi in un progetto comune, vedo adulti educati a non perdere mai di vista la loro responsabilità di educatori. In questo trovo l’essenza di un servizio dedicato ai bambini. Questo è praticabile in un asilo nido domiciliare.

Iniziamo a parlarne “tra noi grandi”, più avanti lo osserveremo con gli occhi dei bambini.

 il bosco incantatoDSC_0368_scorcio_di_stanza_morbida

La mia esperienza con i bambini è iniziata con gli studi superiori, il lavoro come educatrice presso famiglie e gli asili nido comunali. Si è arricchita con il diventare genitore, insieme a mio marito, due volte. Mi ha poi trasportata nel mondo del lavoro d’impresa privata, quando ho aperto e gestito con due colleghe, un centro gioco educativo per bimbi tra 18 e 36 mesi. Infine mi ha traghettata verso quello che considero l’arrivo del percorso: il mio asilo nido domiciliare. Ho voluto iniziare con l’elenco dei fatti, perché probabilmente rende più comprensibile ciò che per me è la sostanza, se si vuol parlare del bosco incantato. Ogni giorno ci metto dentro tutto quello che mi ha dato il lavorare con esperti colleghi, il confrontarmi con i genitori e i loro, sempre diversi, stili educativi, l’essere io stessa genitore che si mette in discussione di fronte ad ogni fase di crescita delle proprie figlie, il collaborare con professionisti che si occupano dell’infanzia seguendo un’impronta pedagogica rispettosa di una crescita che guarda al tempo, all’emotività, all’individualità di ogni bambino come qualcosa di essenziale da comprendere, accompagnare e godere. Tutto questo è come concentrato nelle radici del bosco che trattengono in sé tutto ciò che saranno in grado di far germogliare.

L’asilo nido domiciliare è un mondo piccino, se messo a paragone con qualsiasi altra struttura pensata e costruita intorno a questa fascia di età. Ne fanno parte due educatrici, sei bambini e le loro famiglie. Il luogo che contiene le loro relazioni è costituito da una porzione di appartamento esclusivamente dedicato, che l’educatrice struttura e arreda, affinché sia funzionale alle esigenze dei suoi piccoli ospiti. Tutto questo fare lo rende assolutamente personalizzato. Ognuno è diverso e in ciascuno si respira il carattere dell’educatrice che lo ha preparato, colorato e abbellito.

6 bambini sono un piccolo gruppo che consente al singolo di entrare nel mondo con delicatezza, accompagnato dai genitori, in un nido diverso dalla propria casa. Affiancato da nuovi riferimenti educativi e affettivi, potrà confrontarsi con se stesso e con i coetanei. L’educatrice è unica, e nel suo lavoro è affiancata  da una seconda educatrice che contribuisce ad una migliore e più accurata gestione delle attività. I bambini, in una relazione così diretta, hanno la possibilità di esprimersi in piena libertà, senza che i grandi numeri disperdano o soffochino richieste, conquiste e bisogni.

La caratteristica che rappresenta il valore aggiunto nel nido domiciliare è la speciale qualità delle relazioni. Rappresenta il filo conduttore in ogni momento del percorso che le famiglie vivono con l’asilo nido domiciliare. È facile intuirne l’importanza, come è importante averne cura per non sprecare l’opportunità di accompagnare, lasciarsi accompagnare e soprattutto non perdersi questi primissimi anni di crescita dei bambini. Loro stanno già costruendo la loro personalità, perché rimanerne fuori? Ritengo che sia un dovere del gruppo adulti (educatrici-genitori) essere presente al compimento di ogni passo dei bambini, siano essi osservati come gruppo che come membro protagonista della vita di una piccola comunità.

Faccio qualche esempio per chiarire meglio.

Il primo contatto tra famiglia ed educatrice avviene attraverso la visita dell’asilo, concordata e riservata, durante la quale i genitori hanno modo di conoscere la programmazione educativa e i suoi obiettivi. Si trovano già immersi in quell’aria di bambino che hanno modo di respirare attraverso ciò che vedono e ascoltano, e di sentire con le emozioni. Avranno l’opportunità di togliersi dubbi e curiosità. L’educatrice condurrà questo incontro lasciando emergere anche gli aspetti meno conosciuti o talvolta sottovalutati. Questo è il primo passaggio e lascerà ad entrambe le parti una profonda traccia.

(Scegliere il posto giusto e la persona giusta a cui affidare il proprio figlio richiede un grande impiego di forze che ogni genitore deve affrontare con coscienziosa responsabilità. Trovare ciò che più si avvicina al nostro modello educativo, magari non sarà facile, dovrete girare un po’, visitare diverse strutture, ma fatelo, perché una scelta accurata e ponderata rappresenta il primo passo per rendere felice l’avventura nido per i vostri bambini e anche per voi stessi!)

Il periodo di ambientamento che genitori, bambini ed educatrice affrontano con lo scopo di conoscersi e affidarsi si svolge in una struttura piccola, con un piccolo gruppo di persone con cui prendere confidenza. Questo facilita enormemente i bambini, che ritrovano ogni giorno quello che hanno lasciato il giorno precedente. (Verrà più avanti anche il tempo di allargare le esperienze attraverso le attività e il crescere!). Una volta raggiunta la frequenza regolare, il legame costruito con pazienza e attenzione potrà essere coltivato attraverso una relazione fatta di scambi, partecipazione e condivisione.

Questi sono solo i primi momenti di vita al nido, ma bastano a far trasparire che la complicità e la volontà di giocare tutti insieme il gioco del crescere, saranno gli ingredienti che renderanno davvero speciale la qualità della relazione.

Se vuoi approfondire il tema, invia domande e riflessioni. Grazie!

Barbara

“Per crescere un bambino, ci vuole un’intera tribù” (detto africano)

Eccoci alle feste di Natale. Un calendario fittissimo di cenoni, visite, pranzi e chi più ne ha più ne metta.
Immaginiamoci Anna, nata da due settimane, ed i suoi genitori.
Nonostante la stanchezza dei primi periodi, le difficoltà ed i momenti critici sono tutti e tre molto felici. Anna è allattata al seno a richiesta. Una di quelle bimbe che stanno acquisendo competenza giorno dopo giorno, con tante poppate una dietro l’altra perchè si stancano un pochino prima di aver davvero riempito il pancino e perchè vicino a tutto quel morbido e a quell’odore così familiare ci si sta proprio bene.
La sua mamma la porta in una fascia che fa un bell’incrocio sul suo corpicino. A volte anche il suo papà se la “veste” in quel modo e lei se ne sta tranquilla. Ma davvero non le piace star sola (a chi piace?) e nemmeno è pronta per conoscere troppa gente e mamma e papà l’assecondano nei suoi bisogni, per loro molto chiari. Sembra tutto perfettamente in armonia.
Ma ecco che inizia il coro dei consigli e dei giudizi non richiesti. Paventano di tutto: dall’obesità al vizio, alla maggiore età ancora attaccata ai genitori.
Mamma e papà si stanno un po’ irritando e sentono davvero il bisogno di pensare ad altro, di continuare nella loro armonia.
Ma ad un certo punto accade qualcosa di bello: le nonne di Anna, sorridendo, allontanano parenti ed amici inopportuni. Con la vecchia zia sottobraccio le sentiamo parlare di continuum, di bisogni, di comportamenti naturali dei mammiferi, di tenerezza, di contatto.
I nonni di Anna stringono la mano al suo papà, congratulandosi dell’abbraccio in cui riesce a tenere calma la figlia e anche di quella fascia di cotone, all’apparenza così poco virile, che si è rivelata essere uno strumento straordinario.
La piccola zia di Anna chiede alla sua mamma di insegnarle a portare la sua bambola prediletta.

Una piccola tribù, unita.
Questa scena forse è una perfetta utopia per la maggior parte delle mamme che decidono di tirar su i propri figli in “contatto”.
Ma forse c’è la speranza che prima o poi quest’utopia diventi quotidiana realtà.
Prepariamoci.
Quando apprendiamo di aspettare un bambino, la Natura ci invita a concentrarci su noi stesse, sul nostro nucleo fondamentale e questo è bellissimo.
Ma se riusciamo ad investire un po’ del nostro tempo nel costruire la nostra tribù, poi sarà tutto più facile.
Ascoltarsi, informarsi, confrontarsi, scegliere grossomodo la linea che più si confa a noi stessi. Primo passo.
Non tutto andrà come previsto o immaginato ma se si ha un’idea anche non molto definita di che tipo di genitori vogliamo essere tutto sarà più facile.
Poi, scegliere la nostra tribù.
Avremo bisogno di sostegno, inutile pensare che non sarà così.
La nostra tribù è variopinta: ci saranno dei familiari, degli amici, degli operatori.
Di solito lo scoglio più grande sono i nonni. Questi nonni che remano contro, che perdono il senno per l’amore che li travolge, che guardano con diffidenza ai figli divenuti genitori, che “si permettono” azioni davvero deplorevoli in fatto di educazione e puericultura.
Nei social network e nei blogs si legge sempre più frequentemente la rabbia di mamme esauste di tanta mancanza di comprensione. Rabbia che spesso sfocia in espressioni molto forti, a volte violente.
Questo fa male. Fa male ai rapporti, alla serenità, ai bambini, agli adulti.
Cosa succede in una nonna che invoca il latte artificiale e la carrozzina, in un nonno che rende il ciuccio più allettante con una passata di zucchero o di miele?
Perchè non ascoltano, non rispettano, non sostengono?
Perchè non capiscono. Figli e genitori di un’impostazione forzatamente a basso contatto, han cresciuto figli ascoltando i consigli e le indicazioni degli “esperti” convinti di fare il meglio, convinti di non essere in grado da soli.
Ed ora?
Ora vedono questi genitori, questi loro figli che si curano le ferite cambiando rotta con le nuove generazioni.
Perchè ogni volta che un bimbo piange, piange anche il bimbo che è nascosto dentro alla mamma o al papà. Perchè ogni volta che lo consoliamo e ce ne prendiamo cura, accudiamo anche quel bambino nascosto nel fondo del nostro cuore.
Immagino la sensazione di destabilizzazione, forse anche i sensi di colpa, forse infine una punta di invidia e di gelosia, il rammarico per qualcosa di irrimediabilmente perduto.
Un bambino ancora più antico, ancora più nascosto, che adesso si fa sentire all’improvviso, in un pianto disperato a cui non si può resistere.
Azzittire, acquietare ed allo stesso tempo prendere possesso, recuperare. Dimostrare che “ci so fare” che “a modo mio non piange” che “vedi che pure tu come me non hai latte abbastanza”: in poche parole che il proprio operato di genitori non deve essere messo in crisi.
Un tormento inconscio spesso negato e che una neomamma non ha alcuna condizione di capire e di accogliere. Per la stanchezza, per gli ormoni, per la concentrazione in occuparsi del suo bimbo e della sua nuova se stessa. Per un milione di motivi.
Ma finchè i piccoli sono nella pancia si può fare. Si può scavare, dissotterrare, percorrere i sentieri più scuri ed impervi fino ad arrivare alla comprensione, fino a curare la ferita, a spezzare un anello prima, la catena di dolore che ci ha portati fin qui.
Si può affermare e comunicare che sappiamo che i nostri genitori hanno fatto del loro meglio, che li amiamo così e che ci sentiamo amati, che abbiamo bisogno adesso di sostegno per crescere e per cambiare rotta.
Si può informarli che esiste l’altra strada, quella che stiamo scegliendo, e che non sono invenzioni da figli dei fiori ma constatazioni scientifiche, biologiche e antropologiche. “Usiamo” tutti gli esperti del settore: ostetriche, doule, pediatri illuminati, consulenti di allattamento, consulenti del portare, insegnanti di massaggio infantile, e chiunque possa rappresentare l’autorevolezza della professionalità, per mostrare che la nostra intenzione non è mettere in crisi una relazione ma solamente migliorarsi.
Costruire passo, passo, storia per storia, i legami familiari veri.
Sono percorsi estremamente impegnativi e faticosi, costellati di ostacoli, discussioni, momenti duri e pesanti. Ma sono percorsi che ,se si ha la forza di finire, portano al risultato più atteso: la tribù.per crescere un bambino
Ed è così necessario costruire la propria tribù, avere un nucleo di persone a proteggerci, sostenerci, accompagnarci. Avere qualcuno di fiducia con cui condividere l’arrivo e la crescita del nostro bambino.
Perchè crescere un bambino “a contatto” prevede l’accudimento condiviso e non a caso.

Veronica

Chi ci può aiutare:

Per imparare a comunicare in modo efficace e rispettoso: Ass. Comunicazione Empatica

Per scavare a fondo nella nostra storia: Il lavoro emotivo e corporeo di Willi Maurer            e qualcosa sulle costellazioni familiari

Esperti sui benefici del portare i bimbi in fascia: Scuola del Portare

Esperti in allattamento e sui suoi benefici : IBCLC e La Leche Ligue

Pediatri: UPPA

Psicologi: Alessandra Bortolotti

Ostetriche: ostetriche libere professioniste (anche nel settore pubblico si trovano splendide professioniste ma purtroppo non esiste un link di riferimento)

Doule: ci sono diverse associazioni sul territorio nazionale. Non segnalo nessuna in particolare per mancanza di conoscenza diretta.

Libri sul tema: serie Il Bambino Naturale del Leone Verde

Benedire i figli

Image

Questo articolo mi sta frullando in testa da un bel po’ di tempo. Ma è un articolo confusionario, che mette tanta carne al fuoco e davvero non son sicura di riuscire a trasmettere quel vortice di associazioni mentali che mi si scatena ogni volta che penso alla benedizione.

Da tempo immemore abbiamo rilegato la benedizione all’ambito religioso…o chi sa non gli sia sempre appartenuta! Certo è che vi abbiamo piano, piano completamente rinunciato lasciando l’atto di benedire alle guide spirituali.

Da quando ho scelto il Brasile come mia seconda patria, ho incontrato la benedizione nelle case: i bambini la chiedono agli adulti di casa al mattino appena svegli e la sera prima di dormire. La chiedono porgendo la mano destra da baciare e baciando a loro volta la destra di chi li benedice. Gli adulti interrompono le proprie occupazioni e si concentrano sul bambino, lo guardano negli occhi, e gli augurano tutto il bene, in nome di Dio ma anche senza necessariamente doverlo tirare in ballo.

L’ho sempre trovato un momento di estrema dolcezza e comunicatività.

Ma non sarebbe sufficiente, forse, per scrivere un articolo. E qui entrano in gioco le associazioni mentali.

Nel mio quotidiano di mamma mi rendo conto ogni giorno di quanti messaggi negativi passiamo ai nostri bambini.

“Sei ancora troppo piccolo, non ce la fai”

“Attento, ti fai male, non sai usare questo strumento”

“Suvvia ma non vedi che sei piccolo, cosa pretendi di fare?”

“Aspetta, ti aiuto io sennò non ce la fai”

E tanti altri.

Sono frasi spontanee, dettate dall’amore, dall’attenzione e dall’istinto di protezione.

Ma inevitabilmente sono frasi che tendono a calare una piccola coltre di sfiducia nelle capacità dei piccoli.

L’ideale sarebbe fidarci di loro e guardarli da lontano, fare i “genitori pigri” insomma. Ma non sempre è facile o possibile. Non tutti siamo uguali e veniamo da storie e percorsi diversi. E’ necessario rispettarsi.

Potremmo, forse, lavorare sulla comunicazione, sul nostro modo di richiamare o di intervenire ma, di nuovo, non sempre è facile o possibile, non sempre è naturale, non sempre ci sentiremmo a nostro agio.

Io non sono una psicologa né un’esperta in comunicazione, ma adoro i momenti un po’ magici che ci ricaricano le energie, che ci mettono in contatto. Ed in mezzo a tanti messaggi negativi “involontari”, penso che potremmo riscoprire, illuminandola di nuova luce, l’antica consuetudine di benedire. Un messaggio totalmente positivo, totalmente consapevole, tenero e serio come lo sono i momenti di vero contatto.

Un momento, ad inizio o fine giornata, in cui guardiamo i nostri figli negli occhi e diciamo loro tutto il bene e soltanto il bene. Un momento di contatto di pelle e anima.

Potremmo, così, forse, strappare la benedizione al contesto religioso e restituirla alla sua etimologia. Potremmo benedire i bambini, con questa o con altre parole. In nome di Dio o nostro o dell’amore o della fiducia, o di quello che di più bello sentiamo nel cuore.

Potrebbe essere un momento sacro, un rituale prezioso per dir loro: ti amo e credo in te, nelle tue capacità, anche se a volte sono pauroso, anche se a volte sono apprensivo, anche se a volte sono troppo ingombrante. Ti benedico, ti auguro tutto il bene che meriti, sono certo che tu sia un essere umano meraviglioso e che lo sarai sempre.

Veronica