Quando il contatto si perde…

La mia bambina grande era un neonato quasi finto.
Io venivo da una esperienza traumatica e quindi forse, vivendo quel carosello di notti insonni – allattamento continuo  – cambi di pannolini in prospettiva, il tutto mi pesava molto meno che in “condizioni normali”, ma lei, anche a detta d’altri, era una bambolotta che mangiava dormiva e rideva. Crescendo rimaneva ancora sorridente, piacevole, indipendente e tutto sommato facile da accudire.
É stata allattata fino a 16 mesi, portata e non, autosvezzata, coccolata e ha dormito in camera nostra fino a 6 mesi e dopo ogni volta che ha voluto.
Per quasi due anni ho avuto la sensazione di essere totalmente in sintonia con lei, di capire i suoi bisogni e farvi fronte e di avere un equilibrio decoroso fra il mio essere madre e persona che lavora e ha anche altri interessi.
Poi il contatto si é perso.
unnamedLei ha iniziato a non essere più così piacevole, così facile, così gestibile ed io ho iniziato a non capire più nulla.
O meglio: capivo i motivi del suo disagio (stavamo attraversando un periodo denso di cambiamenti), ma non capivo come rapportarmici.
Fiumi di parole vengono scritte sui neonati, molti meno su l’isteria di bambine di due anni che si comportano come adolescenti. La chiamano “prima adolescenza”, i temibili “terrible twos”, ma sapere che era una fase normale non mi ha fatto sentire né meglio né all’altezza della situazione.
Ho provato qualunque approccio: parlare, coccolare, punire, sgridare, urlare e parlare con dolcezza a bassa voce, ignorare.
Avevo l’impressione che nulla funzionasse e mentre la mia frustrazione da “cattiva madre” cresceva, cresceva anche la tristezza per quel contatto perduto.
Una sera, in prenda a un picco altissimo di autocommiserazione, mi sono rannicchiata in un angolo per terra a piangere.
Ero allo stremo delle energie mentali e un po’ anche fisiche.
E lei mi ha messo a letto.
E’ venuta lì, mi ha detto che andava tutto bene e che non mi dovevo preoccupare.
Mi ha portato il cuscino e me lo ha messo dietro la testa, mi ha portato la coperta e me l’ha messa sulle gambe e mi ha detto di chiudere gli occhi e dormire.
Poi ha intonato una ninna nanna.
Lí ho capito che il contatto non era affatto perduto, ma aveva solo cambiato forma ed io non ero stata in grado di riconoscerne i contorni. Ho capito che i figli sono esserini che talvolta hanno bisogno di elaborare emozioni e periodi difficili in solitudine testando i mezzi che hanno a disposizione e che il processo di trasformazione da bambolotta sorridente a persona é un lavoro parecchio duro e merita rispetto.
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