Sapore di Piculino

Oggi vi regalo – con il suo consenso – una perla preziosissima.

Una filastrocca che una mamma meravigliosa ha scritto per il suo bambino, per celebrare il momento magico del massaggio.

Grazie, mamma Lucia.

E grazie al mio lavoro che mi mette in contatto con la bellezza semplice ed incredibile della maternità, dell’amore, di certe persone splendenti.

Sapore di Piculino

Io ti stringo e ti stropiccio,

mai tu mi sarai d’impiccio

bacio bacetto sul tuo capino

che buon profumo di brigidino

urla e ride la tua bocchina

che bell’odore di ricottina.

Io ti massaggio e ti accarezzo

Non si direbbe proprio un vezzo!

Ora t’impasto sopra il mio letto

e in un momento ti cambio il culetto,

ho trovato due belle brioscine,

ma che dici mamma, son le meline!

Il tuo piedino punta su in vetta

Liscio liscio come una saponetta.

Piculino, qual è il tuo sapore?

Sbagliarti non puoi…

Tu sai d’amore, sai proprio di noi.

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Tra lacrime e sorrisi

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Sono ormai quasi 4 anni che incontro i genitori. Ed in modo ricorrente, perché la vita è abitudinaria anche quando si tratta di piccole o grandi sofferenze, incontro un dolore speciale: legato al parto, ad un allattamento mancato, ad una perdita in famiglia, ad una solitudine, ad un problema inatteso e troppo grande.sad woman with baby

Mamme e papà tristi.

Mamme e papà che si sforzano di sorridere al loro piccolo, un po’ per proteggerlo un po’ perché è davvero difficile, per la nostra cultura, conciliare la sofferenza con la gioia della nascita, ammettere di essere tristi, di essere in difficoltà “in un momento che DEVE essere tanto felice”.

Come se i sentimenti avessero uno spazio limitato nel nostro cuore. Come se dove sta la gioia non possa stare anche il dolore.

Ma l’animo umano è grande, immenso e frastagliato.

E…sì, ci sta tutto nel cuore.

Ci sta la gioia.

Ci sta il dolore.

Ci sta (purtroppo) il senso di colpa.

Ci sta l’amore (e su quello puntiamo sempre).

Arriviamo ad essere genitori con in testa un modello assoluto: il genitore felice, il genitore forte, il genitore positivo, il genitore protettivo.

Da dove sia venuto esattamente questo modello non lo so dire. Forse qualche amico antropologo o psicologo potrebbe aiutarci in questo…

Quello che so è che è un modello pericoloso per tutti.

Per i genitori, perché impiegano le proprie forze per creare un’immagine positiva di se stessi invece che per elaborare la propria sofferenza.

Fino a che non diviene un’abitudine: l’immagine si fa spessa e resistente ed il dolore si nutre e cresce e rimane, silenzioso e minaccioso, nascosto là sotto, ad allevare il suo erede più crudele, il senso di colpa.

Per i bambini, perché ricevono un messaggio contrastante: come può il sorriso che vedono sposarsi con il disagio che sentono?

Eh già, non importa quanto spessa sia la crosta: i bambini vanno oltre, scovano il clandestino e lo tengono d’occhio…anzi: lo tengono a pelle, perché con quella arrivano bene fin negli angoli più misteriosi del nostro animo.

Il bambino balinese è portato sia liberamente sul fianco […] sia dentro un’imbracatura. […] Il contatto con il corpo materno gli fornisce direttamente l’indicazione di fidarsi del mondo esterno o di temerlo: nonostante la madre riesca a controllarsi in modo da sorridere e mostrarsi gentile al forestiero o a chi appartiene ad una casta superiore, senza che la sua espressione cortese lasci trasparire il minimo timore, le urla del bambino che essa tiene in braccio ne tradiscono l’intimo panico” (Balinese Character” G. Bateson, M. Mead, 1942 – “Il linguaggio della Pelle”, A. Montagu 1989)

E cosa può comprendere un bambino da due messaggi tanto contrastanti? Come può figurarsi un bambino la complessità d’animo di un adulto?

Si chiederà se la causa del dolore sia lui? Si chiederà perché i genitori sorridono quando stanno male?

Non possiamo dirlo: certo è che questi bimbi spesso piangono in modo incomprensibile ed inconsolabile.

Magari per dar voce al dolore dei genitori costretto al silenzio o magari per dar voce all’incertezza, al senso di timore che una situazione così complicata suscita in loro.

Ma davvero dobbiamo per forza essere sempre forti e sorridenti per il bene dei nostri bambini?

Davvero i nostri bambini hanno bisogno di genitori che li tengano lontani dall’ombra del dolore anche a costo di mentire?

Davvero i nostri bambini hanno bisogno di un sorriso a tutti i costi, anche quando abbiamo il nodo in gola?

Queste sono domande a cui ciascuno risponderà secondo le priorità del suo cuore.

Io, però, oggi voglio raccontare che c’è anche un altro modo.

Un’altra strada che rimette in gioco tutto: la nostra prospettiva, le nostre possibilità di considerare, condividere, conoscere e farci conoscere, dare e ricevere fiducia.

Raccontare.

Sembra forse una cosa sciocca l’idea di parlare con un neonato.

Eppure è magica.

I bambini ascoltano.

I bambini comprendono i nostri “sto soffrendo” e soprattutto i nostri “non è colpa tua”.

Li comprendono da subito, fin da dentro la pancia.

Non so se sia il potere magico delle parole o se la mancanza di maschere lasci fluire l’energia in modo diretto ed efficace.

Ma comprendono.

E cosa può comprendere un bambino nel momento in cui la sua mamma o il suo papà apre il proprio cuore e gli racconta di un dolore?

Forse sentirà che il suo amato genitore si fida di lui? Forse sentirà con la sua pelle, con la sua magia, tutta la sincerità del mondo?

Ancora una volta, non possiamo dirlo: certo è che questi bimbi spesso smettono di piangere ed ascoltano.

Certo è, anche, che il dolore narrato, smascherato, portato alla luce, piano piano si fa più tenue, come un’ombra della notte all’alba.

Perché, raccontando il nostro dolore, concentriamo su di lui le nostre forze e ci concediamo la chance di poterlo combattere per lo meno ad armi pari.

“Affinché l’avvenimento piu comune divenga un’avventura è necessario e sufficiente che ci si metta a raccontarlo […] Quando si vive non accade nulla. Le scene cambiano, le persone entrano ed escono, ecco tutto. Non vi e mai un inizio. I giorni si aggiungono ai giorni, senza capo ne coda, e un’addizione interminabile e monotona. […] Vivere è questo. Ma quando si racconta la vita, tutto cambia” ( “La nausea” J.P. Sartre, 1932)

Non è una ricetta, non è (forse) niente di scientifico.

Ma da chi amiamo preferiamo la sincerità alla perfezione, la fiducia nelle nostre forze alla protezione che dà per scontato che siamo “troppo poco” per affrontare la vita. Preferiamo che l’amato si metta a nudo, mostrando le sue imperfezioni e le sue debolezze, invece che accompagnarci con una creazione illusoria di forza, equilibrio e serenità costante.

E per i bambini, forse, non è diverso. Forse anche a loro non servono genitori perfetti. Forse è più nutriente la sincerità.

(Veronica)

Ma tu che ne pensi della GPA?

Ultimamente tanti dei miei contatti, genitori o colleghi, mi hanno posto la stessa domanda: “ma te cosa ne pensi della GPA (Gestazione Per Altri)?”

Ma come si fa ad avere un solo pensiero, a prendere una sola posizione definitiva e limitata, pro o contro, su qualcosa che ha così tante sfaccettature e coinvolge così tanti aspetti?

Perché c’è il punto di vista della donna.

Perché c’è il punto di vista dei genitori programmati.

Perché c’è il punto di vista del bambino.

Perché c’è il punto di vista sociale.

Perché c’è il punto di vista emotivo personale di ognuno.

Perché c’è il punto di vista della filosofia della scienza.

Troppi punti di vista per un solo pensiero.

Perciò, oggi mi trovo a scrivere di questo argomento.

Per mettere in fila i pensieri e rispondere a quelle domande non con una posizione ma con tante riflessioni e con tante sfaccettature del mio sentire, come questo argomento richiede.

Ma chi pone una domanda si rende disponibile a sentire la risposta nella sua completezza. Anche in un post lungo e noioso come sarà questo. Altrimenti meglio neppure cominciare.

E parlerò di GPA che NON significa parlare di omogenitorialità se non di sfuggita.

Ci tengo a precisare che per me i genitori sono coloro che hanno amore e rispetto per i loro figli. E che queste due condizioni non sono legate MAI all’orientamento sessuale. Approfitto per avvertire che qualsiasi commento di carattere omofobico, violento o aggressivo non verrà autorizzato.

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La GPA è una pratica vecchia quanto il mondo e, come tale, non scardinabile né contenibile neppure volendo: finché ci saranno donne in grado di procreare e disposte o anche, peggio, costrette, a farlo – per vari motivi – per altre persone, il modo di concludere l’operazione si troverebbe.

Se un uomo riconosce un neonato come suo e la madre rinuncia alla maternità, quel neonato sarà affidato al padre. Che quell’uomo sia sposato con un’altra donna, con un altro uomo o single, il bambino è suo. Si comprende, perciò come a livello legale sia inutile qualsiasi proibizione di questa pratica.

Dove voglio arrivare con questo? Voglio arrivare a dire che, per i primi 4 punti di vista che ho elencato, l’unica strada che io sento come sensata e costruttiva da percorrere sia  regolamentare la pratica anche IN ITALIA per creare garanzie per tutti.

Per la donna, perché si eviterebbero le situazioni di sfruttamento o di violenza (che oggi tristemente abbondano nei paesi del terzo mondo). Perché sarebbe protetta nei suoi diritti di abortire o meno in caso si rivelino delle patologie, o di tenere o meno il bambino in caso non riesca a raggiungere quella che chiamano “distaccamento emotivo”.

Per i genitori programmati, perché potrebbero vivere l’intera gravidanza da vicino, presenti, conoscendo e facendosi conoscere dal loro bambino.

Per i bambini, perché andrebbero a finire tra le braccia di persone note, di cui conoscono la voce e la pesantezza della mano sulla pancia.

Ancora per i bambini, perché potrebbero trovare tutela qualora qualcosa vada storto ed evitare l’abbandono – o per lo meno l’abbandono economico –  come è successo per il piccolo Anton.

Non sta certo a me mettermi a discutere sul desiderio di una coppia di volere un figlio né sul diritto di una donna di far quel che vuole con il suo corpo. Non sta a me perché ho desiderato tanto essere madre e so che è un desiderio potente che, se non esaudito, lascia un enorme vuoto. E non sta a me perché sono una donna e, nel momento in cui mi sono sentita privata – proprio in sala parto – della libertà di decidere su cosa fare del mio corpo, mi sono sentita come una tigre in gabbia.

Però mi preme mettermi – come tento sempre di fare – nei panni del bambino.

Trovo interessante e limitativo come tutti guardino avanti negli anni affermando – supportati da numerosi ed autorevoli studi – che i bimbi nati con GPA, crescendo, non riportano danni o conseguenze.

Come se il dolore provato non contasse o non dovesse essere considerato solo perché poi passa.

Considero la capacità di resilienza una delle più grandi risorse dell’essere umano. Sono certa che questi bambini, desiderati ed amati, vivano vite felici.

Ma questo non mi distoglie – e gli studi sulla vita intrauterina e perinatale mi confortano – che il neonato sia privato in modo programmato di ciò che si aspetta fuori dall’utero e di una relazione d’amore profondo dentro la pancia di chi lo porta. Queste privazioni provocano un dolore, ancorché passeggero, che secondo me deve essere onorato, considerato, ascoltato.

E l’unico modo di limitare questi disagi, a parer mio, è che i genitori programmati non debbano andare dall’altra parte del mondo a trovarsi una mamma portatrice e perciò rinunciare a starle accanto nel tempo della gestazione: la possibilità di stare vicino casa e di farsi conoscere precocemente da quel bambino che prenderanno in braccio (ci sono tanti modi, primo fra tutti potrebbe essere un percorso di aptonomia), darebbe sicuramente sollievo ai bambini , di cui tanto sembriamo importarci.

Ancora: le coppie che decidessero di affrontare questo percorso potrebbero essere seguite, accompagnate ed informate ALMENO quanto ogni coppia che aspetta un bambino. E sostenute nei primi tempi dopo la nascita.

Si potrebbero aumentare le possibilità – attraverso la sensibilizzazione sulle caratteristiche del passaggio da dentro a fuori la pancia – di veder aumentati i parti naturali, di offrire un “atterraggio” graduale e consapevole dei bambini nel nostro mondo attraverso pratiche come il pelle a pelle con la portatrice e con i genitori programmati e forse – chissà – l’allattamento anche parziale almeno per il tempo dell’assunzione del colostro.

Insomma, per quanto riguarda questi aspetti penso che vietare, multare, mettere fuori legge non ottenga se non odio, aumento dei casi clandestini o per vie non ufficiali e del conseguente sfruttamento delle donne e mancanza di tutela per i bambini.

Il mio punto di vista emotivo lo tralascio. Perché non è rilevante, perché non stimolerebbe alcuna riflessione ma l’ennesimo dramma sentimentale come quelli di cui raccontano gli articoli dei giornali, che tanto lucrano su questo aspetto e tanto hanno distrutto di coscienza sociale e di giornalismo di qualità.

Infine, sul punto di vista della filosofia della scienza e della medicina, posso dire che sento necessario il fermarsi, il porsi la domanda seriamente sui quali confini sia giusto tracciare nell’intervento dell’uomo sui processi della vita. così come facciamo per i processi della malattia, della morte o della dignità dell’uomo.

Credo che sia necessario porsi la domanda se sia eticamente corretto investire tanto lavoro e tante energie per modificare un processo perfetto come la nascita e renderlo adatto anche ai casi per cui, nonostante la sua perfezione circolare, non funzioni.

Modificare la perfezione, non è renderla imperfetta?

Anche le medicine sono oltre la natura, anche il guarire o l’accompagnare a morire con dignità sono contro natura, è vero. Ma qui non si discute l’intervento dell’uomo sulla natura in processi almeno apparentemente affetti da “errori” (la malattia è un errore nel processo di nascita – crescita – maturazione – invecchiamento – morte) ma il suo intervento in un processo perfetto ed ottimizzato.

Modificare la perfezione in nome del desiderio è giusto? è sbagliato? è accettabile?

Questo probabilmente non influirà sul perdurare della pratica (appunto come già detto, vecchia quanto il mondo) ma credo che PER ME siano state  le domande chiave nel farmi un’opinione etica. Forse gli antichi l’avrebbero chiamata Hybris.

PER ME come persona, come essere umano, come umano pensante la GPA è un po’ troppo, troppo oltre i limiti che credo l’uomo debba rispettare.

(E già vedo occhi strabuzzati: “Ma come… è favorevole alla legalizzazione e alla regolamentazione legislativa della GPA e non le piace la GPA?!”)

Ma non sono un medico, non sono una scienziata e non sono nemmeno una filosofa.

Quindi, detto ciò, non credo che la mia opinione debba essere per forza quella giusta, né che debba tendere all’universale, né tantomeno che debba collocarsi alle basi di una regolamentazione legislativa.

Per questo, il mio intento è di non giudicare ma di lavorare, stavolta come operatrice, seppur nel mio piccolo, perché ci siano le migliori condizioni di accoglienza sulla Terra di questi bambini e le migliori condizioni di accompagnare i loro genitori, biologici e/o programmati, alla conoscenza dei loro bisogni e del loro modo di comunicarli.

E tra queste condizioni c’è la vicinanza fin dal concepimento.

In alternativa (e come sarebbe meglio “a complemento”!) il contatto.

Specie per queste famiglie sarà importante poter scardinare i pregiudizi comuni sul “viziare” i neonati: è attraverso la pelle che ci si conosce, che ci si impara a comprendere e ad amare e che si nutre il processo di cura.

Cura di una perdita che comunque il bambino subisce. Cura delle storie che si accumulano in una famiglia così allargata: i genitori programmati e le loro famiglie, la donatrice, la portatrice, il bambino. Perché ogni nascita, comunque essa sia e comunque avvenga,  in ogni parte del Mondo, ha il potere di dare origine ad un potentissimo e meraviglioso processo di cura dei suoi attori.

La pelle cura e nutre ogni relazione, ogni cammino.

Alla fine di questo lungo articolo, esausta per l’afflato di violenza che circola su questo argomento ormai da troppo tempo, vorrei solo concludere: lasciate spazio all’amore.

All’amore di chi genera e di chi attende, all’amore di chi raccoglie i figli del mondo abbandonati e calpestati, all’amore di chi accompagna la nascita perché avvenga nel miglior modo possibile, all’amore di chi può pensare leggi a tutela dei più fragili e dell’amore stesso.

Perché avere una propria posizione etica e filosofica non si trasformi mai in violenza, mai in costrizione, mai in negazione consapevole dei diritti delle persone.

(Veronica)

Le grandi mani di papà

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Le mani di papà sono grandi e forti

rassicurano e proteggono.

E poi sanno farsi leggere e

e sanno tuffarsi nelle profondità delle emozioni.

Le mani di papà sanno aspettare

perché hanno aspettato lunghi mesi

sanno tenere con cura

e sollevare fin sopra le nuvole.

Le mani di papà sanno scivolare

hanno scivolato a lungo

sulla luna piena del pancione

cercando di conoscere

senza l’aiuto degli occhi,

guidate solo dal cuore.

Le mani di papà, che bello incontrarle di nuovo!

Forse un po’ ruvide, certo…

ma non lo sono anche certi frutti dolcissimi?

Le mani di papà lavorano

ma proprio lì,

tra il palmo e le dita

non smettono mai di stringere e proteggere

il loro grande, grandissimo amore.

 

 

(Veronica)

grazie a papà Emiljan, al piccolo Orlando e a mamma Francesca per la foto meravigliosa

 

Elogio della lentezza, il triplo sostegno sulla schiena (ancora di babywearing)

x fasciata veronica sirioI neonati ci chiedono di rallentare.

È spesso uno shock doversi abituare ad un ritmo differente, a tempi dilatati, a momenti in cui la lentezza è l’unica risorsa possibile.

Nutrire i neonati richiede tempo e pazienza, cullarli per farli dormire richiede tempo e calma, cambiarli senza farli immancabilmente strillare richiede tempo e pacatezza. Porgere loro i primi oggetti, condividere con loro i momenti di meraviglia davanti ad un raggio di sole, ad un fazzoletto colorato, alla chioma di un albero mossa dal vento, richiede tempo e disponibilità.

Tutto, in genere, richiede tempo, tanto tempo.

Noi genitori ci abituiamo (o almeno tentiamo di abituarci) a dar valore al tempo e alla lentezza, perchè ogni momento, quando si va lenti, è prezioso per arrivare in fondo a progetti ed obiettivi.

E un processo di adattamento difficile, spesso anche sofferto, per noi adulti abituati a correre.

In questo periodo il babywearing ci accompagna a trovare il ritmo comune, lento ed accurato. Impariamo a tirare bene la stoffa per sostenere rossanoadeguatamente la schiena, a curare le sedute, il sostegno alle gambette, il rispetto della posizione fisiologica. Triplo sostegno, x semplice, x fasciata…legature per il pancia a pancia, ma anche legature “di pancia” che esprimono i nostri bisogni ed al contempo li acquietano, che hanno bisogno di accuratezza, di fasce generosamente lunghe, di pazienza, di movimenti lenti e pazienti.

Ma i primi mesi passano anche più svelti del previsto e piano piano tutto si assesta: i bimbi si saziano più alla svelta, imparano a star seduti, ad intrattenersi un pochino con oggetti e attività, a gattonare, a muovere i primi passi, a pronunciare le prime parole.

Ed in men che non si dica son passati due anni ed il nostro babywearing si è adattato come acqua che scorre ai cambiamenti tanto repentini: l’inizio della competenza motoria richiede legature veloci, “leva e metti” per assecondare il movimento, l’indipendenza, il sali-scendi. Anche noi adulti siamo più o meno tornati ai ritmi rapidi: qualcuno è tornato a lavoro, altri comunque a casa hanno ripreso a fare mille cose, commissioni, giri, ad andare e tornare, uscire, fare e disfare.

12196247_1036068853078649_7407505193324016152_nLa fanno da padrone le ring sul fianco, le fasce corte preannodate, gli zainetti veloci.

È un “allegro andante” al cui ritmo danziamo naturalmente e ci sentiamo a nostro agio perchè è il ritmo che più assomiglia a quello che siamo sempre stati.

Spesso addirittura in questo periodo – dai 10 mesi ai 18/24 mesi – i bambini non vogliono più essere portati se non per brevi momenti sul fianco.

 

Però, poi, c’è un momento speciale. Un momento in cui i bambini ritornano alla base. Stavolta per scelta consapevole di una modalità che amano e non più per necessità. Sanno camminare e correre, rotolare e saltare con tanta perizia da esserne ormai sicuri, da non dover dimostrare niente né a loro stessi né a chi li circonda. Le competenze che via, via acquisiscono, le novità, le scoperte sono vissute con entusiasmo incredibilmente consapevole. I bambini ben supportati, incoraggiati, sostenuti e rispettati sentono profondamente che d’ora in poi possono arrivare dove vogliono.

È un momento di stabilità.

Ed i genitori come lo vivono?

Ed il babywearing?

Noi genitori spesso rimaniamo sul ritmo rapido: ce lo possiamo ormai permettere, la lentezza è solo un ricordo. Spesso accade che ci scontriamo con il carattere in formazione dei nostri bambini, con la rabbia che loro hanno nel saper fare fisicamente tante cose e non saperle adeguitamente esprimere a parole. Li chiamano i “terrible two”. Un gap incolmabile tra voler fare e poter fare, tra sentire e comunicare. E la fretta non aiuta, i ritmi rapidi spesso creano accumuli di frustrazione che poi sfocia in rabbia. Contenerli è spesso l’unica soluzione, e chi porta ha una risorsa importante: la fascia, oggetto del cuore e di cura.

Ma i bambini sono grandi e non solo pesano di più ma hanno bisogno di una comodità diversa.

Ed allora assistiamo alla magia, alla grande occasione che ci fornisce il babywearing.

Il triplo sostegno, tre strati di tessuto a sostenere un peso non più lieve, ci offre una nuova lentezza.IMG-20140802-WA0002

Una lentezza che non è determinata dalla delicatezza e dal ritmo attutito dei primi tempi.

Una lentezza che è celebrazione dei traguardi ed un riconoscimento importante: il riconoscimento che i nostri piccoli hanno un equilibrio, sanno attendere e sposare la scelta di essere portati che adesso è una scelta di consapevolezza emotiva, di piacere, di bisogno di condivisione e di relazione e non necessariamente di bisogno fisico.

Legare, ora più che mai, è fare qualcosa insieme.

I bambini sono padroni dell’idea di lentezza acquisita per contrario dopo l’esplosione di attività di qualche tempo prima. E l’accettano meglio di noi. Che stentiamo, a volte, a tornare ai movimenti accurati, ai gesti pazienti, ad una legatura che richiede un po’ di tempo in più.

Ed è questa fatica che facciamo che ci racconta quanto preziosa sia l’occasione che ci è offerta.

Tutte le cose belle che al contempo ci affaticano ci conducono al superamento dei nostri limiti, allo scoprire nuove dimensioni, ad arricchirci di un tesoro esperienziale straordinario.

Se ci concediamo al triplo sostegno, dimenticando la fretta e forse la praticità, aprendo la stoffa come se sgranchissimo le nostre ali di profondità troppo rattrappite, fissando e tirando il tessuto tre volte con la dolcezza dell’abbraccio con cui ci stringiamo il nostro bambino sulla schiena…scopriamo una nuova sintonia tra noi, un nuovo conforto, un nuovo passo sicuro.

10432108_629222380518667_5506034484261261181_nIl triplo sostegno preme sul petto, luogo delle emozioni, e accorda il respiro di bimbo e genitore.
Ha il potere magico di aprire la valvola dello stress e cacciarlo, come un breve esercizio di meditazione che ha il vantaggio di unirsi alla relazione in un momento incredibilmente nutriente e dolce (e che, nonostante queste due caratteristiche, non fa ingrassare!)

Passa sulle spalle, come un abbraccio, come farebbero le braccia dei nostri bimbi se non ci fosse la fascia. E infine si intreccia sulla schiena, con la ricchezza della nostra storia insieme.

Un regalo prezioso, l’elogio della lentezza.

(Veronica)

Le recensioni della SquiLIBRIa, “Urlo di Mamma”

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L’urlo di mamma pinguina incute terrore.

E’ selvaggio, fuori controllo, distruttivo. Non paralizza, anzi, fa letteralmente andare in mille pezzi il corpo del suo piccolo.

Detta così, sembra terribile. Invece, l’Urlo di mamma (Jutta Bauer, Ed. Nord-Sud, 2008) apre un varco, una porta, una storia e ci inizia ad un viaggio innanzitutto- come, altrimenti?-  dicendo la verità (una tra mille, magari) a noi stesse e dunque ai nostri figli.

Per quanto banale e sdrucita possa sembrare, la verità è che le mamme urlano. Che la potenza materna è una forza creatrice e distruttiva insieme, è fatta di luci e di ombre, di territori amabili e fertili e di paesaggi aspri, difficili anche da nominare- e via, non ha soltanto il gusto rosa confetto-melassa come da propaganda anni ‘50.
L’urlo di mamma, innanzitutto, dice qualcosa sulle donne e sulle madri e immediatamente le rende protagoniste di quel che accade- senza farle fuori prima ancora che la storia inizi, relegandole nel mondo delle MAS, Madri-Amatissime-e-Stecchite (di parto, impallinate da sedicenti cacciatori, svanite nel nulla, eliminate da malattie incurabili e innominate), oppure lasciandole immobili sullo sfondo della trama. Al massimo, figurine fragili e sbiadite che stanno a guardare quel che succede. Insomma, madri assenti per forza e perchessì, altrimenti la storia scorre male….

Eh no, intendiamoci, perché la nostra mamma pinguina, da quell’urlo in poi, si fa un mazzo così per tentare di rimettere le cose a posto.

E l’impresa, credetemi, non è per niente semplice (altro che svanire nel nulla).

La sua collera, infatti, ha letteralmente spedito in orbita la testa del figlioletto, che vaga tra le stelle con lo sguardo esterrefatto.  Il suo corpo galleggia alla deriva tra le onde del mare, le sue ali sono finite nel fitto della giungla- a far stranire le tigri; il suo becco è atterrato sui monti e il suo culetto di cucciolo è sparito in città. Le sue zampette arancioni continuano a correre fino a che non arrivano, stanche morte, nel deserto del Sahara. Cioè, le zampe di un pinguino nel deserto. Roba da matti. E sicuramente un bel casino per la nostra protagonista.

Causa ed effetto, responsabilità personale, auto-colpevolizzazione, senso di inadeguatezza . Eppure.

Eppure, come tutti i grandi casini che si rispettino, anche questo ci offre tanti spiragli e più di uno sprint per ripartire.
Da un lato, il corpo diviso e disperso del piccolo, lo rende impotente.

Vorrebbe cercarsi, gridare, volare: ma i suoi occhi sono in cielo, il suo becco è sui monti, le sue ali sono nel fitto della giungla. E lui proprio non sa cosa fare: non riesce a ritrovarsi, non sa trovare una soluzione.

Al tempo stesso, è innegabile che il piccolo pinguino, suo malgrado, intraprende un viaggio. Attraverso il conflitto e la separazione dalla madre, è costretto a partire, lanciato ben oltre i confini del suo mondo conosciuto, lontano dai territori familiari e protetti, in cui ognuno ha un ruolo definito, in cui l’amore è per forza rassicurante e in cui tutto è tenuto insieme da un senso profondo di appartenenza e di riconoscimento. Che gli piaccia o no, scopre altri mondi- stranieri, incongrui, spaventosi magari. E se anche fossero (solo?) mondi interiori, non sarebbero meno reali, preziosi, necessari. Anche solo per la consapevolezza della loro esistenza ne sarebbe valsa la pena, no?

E insieme al viaggio del figlio inizia quello della madre, che a ben vedere è stata la premessa, la spinta iniziale di tutto. Inevitabile.

Ma che la madre è partita anche lei, lo scopriamo in realtà solo alla fine, quando un’ombra possente oscura il cielo sopra il deserto dove arrancano le zampette arancioni del figlio. Mamma pinguina naviga su un’enorme barca di legno che plana sulle dune, sullo sfondo rosso della sera: è andata a cercare, in giro per il mondo, ogni singola parte dispersa del suo piccolo, ricucendola via via insieme alle altre. Adesso anche le zampe vanno al loro posto, a sorreggere il corpicino di nuovo integro.
E poco importa, a questo punto, se quell’arca meravigliosa e simbolica, la nostra pinguina se la sia costruita da sé o se l’abbia affittata, in preda all’ansia e alla fretta, nel primo noleggio barche strisciando la carta di credito. Quello che è certo, è che ha dovuto agire, muoversi, fare una scelta. Lasciare quello che stava facendo, cambiare programmi, invertire rotta- prendere ferie, magari, disdire un appuntamento importante o rimandare due ore di meritato riposo.

Ha dovuto cercare e guadarsi con altri occhi.

“Scusa se ho urlato così forte”, dice semplicemente mamma pinguina, dando l’ultimo punto.

Ce l’ha fatta e ci svela la magia delle parole che possono ricomporre, proprio come l’ago che ricuce, raccontando del viaggio fatto- punto dopo punto, filo intrecciato a filo: del potere e della potenza, dello sgomento, della gioia pura, della consapevolezza, della perseveranza, dell’allegria, della speranza, della paura, del coraggio. Del provarci. E del riuscirci. Più o meno. Mica sempre.

Eppure, sembra continuare, qualunque parola magica sarebbe niente senza l’azione- senza la congruenza, ricostruita spesso con fatica, tra parole ed azioni concrete.

“Scusa”. Lo sussurra in un abbraccio quasi incredulo, mamma pinguina, e sembra sicura non ci sia altro da dire perché tutto il resto è stato fatto. Quello che si poteva, come lei poteva, ma è stato fatto.

E allora questa non è soltanto una storia sull’amore materno (qualsiasi cosa esso sia), né solamente un piccolo, preziosissimo manuale di ragion pratica.

L’Urlo di mamma è, sotto ogni punto di vista, un libro d’avventura.

(Marta, la SquiLIBRIa)

Gli esperti di PuroContatto: la SquiLIBRIa, Marta Garro

  • Photo on 30-09-14 at 18.56 #3Progettista;
  • appassionata di letteratura;

La Squilibria sono io.

Ho iniziato, nel 2001, a occuparmi di progettazione europea e ho avuto il privilegio (o banalmente la fortuna) di continuare a farlo fino al 2008 nell’ambito che più mi appassiona: il pensiero delle donne, il femminismo, la differenza di genere.

Al momento lavoro all’Università di Pisa alla gestione amministrativa di un progetto EU, ma in Neuroscienze. Non c’entra niente, ma tant’è.

Ho due figli, Pietro e Giotto, un marito, Cesare, e una gatta infedele, Berta, che si è trasferita dalle vicine di casa. Compagne e compagni di viaggio multiformi, a volte transitorie/i. Alcuni/e per niente.

I libri e la lettura sono sempre stati il mezzo per capire, sentire, comunicare, ed esplorare. Sono per me la possibilità stessa di fare tutte queste cose insieme. In barba all’abitudine di pensarci costretti ad una scelta definitiva, i libri permettono esperienze multisensoriali, viaggi cognitivi, sedute psico-terapeutiche, scambi di personalità e derive della fantasia. Sono il piacere, fatto di mille sfumature, l’immaginazione del possibile e la scoperta di poter immaginare l’improbabile, ciò che è diverso da noi. Ciò a cui non avevamo pensato.

Leggere, altroché, è un’esperienza estrema.

E i libri sono, alla fine, mondi da condividere.

Marta

Contatti:

marta.garro@women.it

“Non è mai troppo tardi per farsi un’infanzia felice” (aut. ignoto)

Capita, a volte, di incontrare madri e padri che vengono ai corsi di massaggio o in consulenza per imparare ad usare la fascia.

Vengono con un piccolo piccolo appena nato e si raccontano. Raccontano di questo nuovo arrivo, della loro emozione nello scoprire nuove risorse di accudimento come quelle in cui mi chiedono di essere accompagnati.

E poi di un bambino o di una bimba “grande” che li aspetta a casa o che è a scuola.

E a questo punto il clima sempre si rabbuia un po’.

Perchè tanti di questi meravigliosi genitori si sentono un po’ in colpa per non aver dato al primo quello che stanno dando al più piccolo.

“Se avessi saputo, se avessi immaginato…quante cose gli ho negato, quanto l’ho tenuto distante…se solo potessi tornare indietro…”

Non si può tornare indietro ma si può non perdere più tempo, ecco la buona notizia.

“non è mai troppo tardi per farsi un’infanzia felice” c’era scritto su un muro in via Bolognese, qui a Firenze. Ogni volta che ci passavo davanti sorridevo pensando a me, a loro, a quei genitori malinconici.

La buona, la buonissima notizia è che ci sono un sacco di cose da fare e che non è mai tardi.

Non è tardi per quel bambino “grande”, non è tardi nemmeno per quell’altro bambino, quello ancora più grande, che è nascosto in fondo al cuore di ogni adulto.

Il contatto ha un grande asso nella manica: il contatto è relazione. Il contatto prende e dà in un continuo scambio. Il contatto non è un oggetto che o l’hai avuto o non lo potrai mai avere. Il contatto si nutre e nutre a sua volta la resilienza.IMG_0151

Basta avere pazienza e spogliarsi.

Certo dei vestiti, perchè la pelle respiri, finalmente.

E poi dei sensi di colpa, che non servono a nessuno e sono solo pietre in tasca (che poi, le tasche…o non c’eravamo spogliati?)

Infine dei giudizi, nostri o altrui, che legano i nostri polsi, chiudono a pugno le nostre
belle mani.

Piano, piano, rispettare i limiti ed onorarli è forse il primo passo per superarli.

Senza fretta, il contatto ha bisogno di tempo e di delicatezza, di movimenti lenti, di respiri profondi, di pause piene soltanto di pazienza e silenzio.

Ascoltare il silenzio, perchè è lì che si percepisce il linguaggio segreto della pelle.

Ricordare che non averIMG_4813 dato, allo stesso tempo significa – quando si parla di contatto – non aver ricevuto. E quindi provare tenerezza , ancorché malinconica, non solo per quel bambino grande ma anche per noi. E dalla tenerezza ripartire con piccoli passi: una filastrocca “camminata” sul palmo della mano, il gioco dei passi
degli animali sulla schiena, un sole sulla pancia, un massaggio alle spalle dopo una giornata di scuola. Chi abbiamo davanti? un bambino ancora piccolo, un bambino giàgrande e molto attivo, un ragazzino, un adolescente, un adulto irrigidito da troppe occasioni mancate?
Senza cercare di scambiarsi ciò che è passato, abbiamo la grande opportunità di iniziare a colmare le lacune con un modo sempre nuovo, sempre attuale di toccare, accarezzare, abbracciare, baciare, massaggiare.

Ancora ascoltare, individuare i limiti, guardar loro con amore. Con amore, piano piano, superarli.

Il dialogo più bello che a volte apre lo scrigno anche delle parole giuste.
Fidarsi della pelle. E’ il primo organo che si forma in un embrione. E’ il più importante e forse il più sottovalutato, come lo sono i grandi geni che parlano di cose troppo grandi per gli altri.

(Veronica)

Un consiglio di lettura utile, con tante idee di giochetti e di massaggi anche per i bimbi più grandi, può essere un bel libretto edito da RED “Il Libro delle Coccole”

Le piccole bugie “a fin di bene”

Sono piccoli.n6995k

Fragili e puri.

E vanno protetti.

Vanno protetti dal dolore e dalla realtà. Perchè il loro mondo sia un mondo di favola.

Vanno protetti con i lieto fine, con l’affannoso nascondere difficoltà e possibili amarezze, con piccole bugie e a volte con bugie grandi: “…ed un cacciatore che passava di là, uccise il lupo, gli aprì la pancia e tirò fuori Cappuccetto Rosso e la nonna”.

Vanno tenuti lontani dalla strada perchè non si sporchino piedi e mani ma ancor più perchè non si sporchino i pensieri. Che non incontrino polvere, sassi appuntiti, che non sappiano cos’è la morte ma nemmeno la nascita: “Il tuo gattino è scappato”, “la cicogna ha portato il bambino”.

Che non sappiano cos’è il sesso e a volte nemmeno le minuziose sfaccettature dell’amore: “i bambini nascono perchè due persone si vogliono bene e si sposano”.

Che ignorino la malattia e la povertà, che non sappiano dare un volto alla prepotenza, alla violenza: si aumenta il passo, si indica qualcosa dall’altro lato della strada o meglio ancora la si attraversa, la strada…che nemmeno l’olfatto arrivi a percepire qualcosa che non torna.

E se si ammalano, vanno curati senza che si rendano conto di essere malati, di star venendo curati: “non ti farà male”, “non sentirai nulla”. Ed invece il dolore raddoppia, unito alla percezione dell’inganno.

Che non soffrano per rinunce, a rinunciare meglio siano i grandi che ormai sono abituati: “tutti ce l’hanno, come può fare senza?”.

Eppure si farebbe senza tante cose. Magari scegliendo di non centellinare ciò che davvero è vitale – la sincerità, la presenza, il contatto, il rispetto, l’empatia.

Così loro crescono, ed il mondo si scopre da solo ai loro occhi.

Nella migliore delle ipotesi, scopriranno il vero e sapranno di aver ascoltato menzogne ed omissioni.

Ma se il vero non si scomoda a presentarsi loro, crederanno – ormai abituati – alle note menzogne o a menzogne nuove.

Crederanno che la polvere è sporca, che la strada da percorrere è meglio non guardarla o altrimenti renderla immacolata o asettica.

Crederanno che anche i corpi sono sporchi: i loro fluidi, la pelle. Crederanno che ci sono parti del proprio corpo che non appartengono loro ma che sono fatte per piacere agli altri. E perchè gli altri apprezzino qualcosa di sporco quel qualcosa va reso – come la strada – immacolato o asettico.

Crederanno che se non possono mangiare un cibo, nessuno intorno a loro debba mangiarlo.

Che se non amano qualcosa, quel qualcosa debba sparire.

Che se vogliono qualcosa lo otterranno perchè ci sarà qualcuno disposto a sacrificare fino all’ultimo soffio di energia per contentarli.

Crederanno che se non possiedono abbastanza vivranno una condizione di miseria sociale.

Crederanno che non possono morire, che non è possibile ammalarsi, che non importa curare il proprio corpo.

Crederanno di non poter assumersi la responsabilità della propria guarigione, delle proprie scelte riguardo il loro corpo, crederanno che il loro corpo non abbia mai le risorse per reagire alla malattia o anche solo alla fatica, al dolore, alla paura, agli eventi straordinari della vita.

Crederanno che la nascita sia compito di altri, e sarà anche troppo facile per un medico sostituire con il suo camice immacolato le grandi ali bianche della cicogna.

La campana di vetro sotto cui li tenevamo, con gli anni si è frantumata. E questi piccoli uomini, queste piccole donne, spenderanno il resto della propria vita a far finta che i cocci sparsi in terra siano ancora quella volta scintillante di sempre. E proveranno ogni giorno a ricostruirla, finchè un giorno nascerà un nuovo figlio e per quel giorno, almeno una campana piccolina, giusto della sua misura, sua sarà finalmente pronta.

A chi giovano le piccole menzogne “a fin di bene”?

(Veronica)

“Questa casa ora ha anche un tetto”

IMG_3786Scrivo di getto, dopo che una cara amica mi ha segnalato questo articolo.

L’ennesimo articolo inutile e dannoso.

Come ne vengono scritti quotidianamente sui temi più cari ai genitori, ovvero quelli riguardanti la loro relazione con i loro figli.

In breve questo articolo, pur fregiandosi di riferimenti importanti come le citazioni da E. Weber su cui si dichiara concorde, parlando di babywearing, insinua il dubbio che ci siano derivazioni patologiche del portare.

Quello che rimane al lettore medio è “con ‘sta roba del portare alla fine le mamme patologiche frenano lo sviluppo dei bambini perchè non li lasciano andare”.

Mille altri articoli così sono stati scritti sull’allattamento prolungato, sul cosleeping etc.

Si diffonde il sospetto che il mondo sia pieno di mamme “patologiche” che prolungano il cordone ombelicale relazionale con i figli per misteriose carenze e morbosità fino alla maggiore età di questi ultimi. E, guarda caso, si tratta sempre di mamme che hanno una buona relazione fisica con i loro bambini.

Ecco, lasciatemelo dire, non è vero.

E questa volta sono davvero arrabbiata.

Perchè io rispetto e valorizzo ogni scelta genitoriale, ma quello che non tollero sono i luoghi comuni e le parole dette a sproposito che creano un orribile clima intorno alle famiglie.

Quindi uso questo mio piccolo spazio per rispondere all’articolo in questione e a tutti gli articoli sullo stesso tono che non smettono di essere scritti.

I bambini sono persone.

E sono persone con carattere definito, con esigenze chiare e molta consapevolezza sui propri bisogni.

L’essere umano è un mammifero.

Ha bisogno di contatto, di scambio tattile, di presenza.

Questo bisogno ad un certo punto, specie se vi si è risposto con competenza e positività, è destinato a sparire. Il percorso che va dalla nascita del bisogno – che corrisponde con quella del bambino – alla sua scomparsa è spesso ben chiaro ad entrambi: bimbo e genitore.

É certamente chiaro dal momento in cui bimbo e genitore sono in sintonia, sia quale sia lo stile che hanno deciso di seguire.

Nessuno forza nessuno.

A volte i bimbi grandi chiedono di essere portati, di essere allattati, di dormire nel lettone, di essere massaggiati. Ma questo non significa che i genitori hanno creato dipendenza nei loro figli con il loro “atteggiamento morboso” o con la loro “patologia”. Significa che quei bimbi sentono quel bisogno ed hanno sviluppato una grande competenza che permette loro di identificarlo e di esprimerlo in una richiesta.

Una mamma che allatta un bimbo grande o che lo porta in groppa non è una squilibrata con chissà quale carenza affettiva o relazionale che soddisfa approfittando della creatura.

É solo una mamma attenta, che ha deciso di rispondere fino a quando se la sente in modo positivo ai bisogni espressi dal suo bambino. Che ha deciso di fidarsi del suo bambino e della sua capacità di leggere le proprie esigenze.

Queste mamme, questi papà sanno accogliere e sanno lasciare andare. Hanno solo la pazienza utile a rimandare il momento a quando tutti sono pronti. Queste mamme, questi papà stanno costruendo con attenzione l’indipendenza dei loro bambini. Ne stanno facendo persone sicure e competenti, LIBERE di scegliere e di chiedere sostegno.

Queste mamme e questi papà non telefoneranno dieci volte al giorno ai figli trentenni perchè stanno offrendo il loro accudimento adesso che è il momento.

Ma chi ha scritto questo articolo ha una vaga idea di cosa significhi tentare di legare una fascia con un bimbo che non vuole? Un bimbo grande si porta sulla schiena: perchè non provare a legare sulla schiena prima di pensare che potrebbe essere possibile costringere un bambino a stare in groppa?

I bimbi portati sanno esattamente quando hanno bisogno di essere portati e quando hanno bisogno di camminare.

Due anni e mezzo fa, in un momento di grande trambusto familiare (ci eravamo trasferiti in un’altra casa e stavamo preparando un viaggio che ancora non sapevamo se sarebbe stato un viaggio o un’emigrazione), la mia bambina di allora tre anni e mezzo chiedeva spesso di venire in groppa.

Un giorno camminavamo sotto la pioggia con l’ombrello e lei ad un tratto abbracciandomi dalla schiena disse “che bello, mamma, ora questa casa ha anche il tetto!”.

Lei, a quasi quattro anni, aveva fatto della mia schiena, della nostra fascia il suo punto fermo dal quale vivere quella situazione così disorientante con la sicurezza di cui aveva bisogno per essere serena.

A distanza di due anni e mezzo, di nuovo il momento è complicato nella nostra vita. Adesso è il piccolo, che ha la stessa età che aveva la grande allora, a chiedere di essere portato spesso.

Io ora lo so perchè, me lo ha insegnato la mia bambina: perchè la schiena è un punto fermo, sicuro, una base da cui guardare il mondo con più fiducia.

E la grande, che è qualche passo avanti nella strada della vita, adesso è al mio fianco che sostiene il fratellino.

E che a volte mi chiede di massaggiarla, perchè sa che le fa bene se si sente di aver accumulato troppa tensione o emozione.

Smettete, vi prego: smettete di considerare la pelle qualcosa di cui aver paura. Smettete di pensare che le mamme con una buona relazione fisica coi loro bambini siano potenzialmente patologiche o egoiste o che vi scarichino frustrazioni da adulto. Smettete di pensare che i bambini siano bambole in balia di donne sull’orlo di una crisi di nervi.

I bambini sono persone e, se li lasciamo liberi di leggere e di esprimere i propri bisogni, sicuri che avranno una risposta sincera ed empatica, saranno persone competenti, libere e sicure.

(Veronica)