Tra lacrime e sorrisi

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Sono ormai quasi 4 anni che incontro i genitori. Ed in modo ricorrente, perché la vita è abitudinaria anche quando si tratta di piccole o grandi sofferenze, incontro un dolore speciale: legato al parto, ad un allattamento mancato, ad una perdita in famiglia, ad una solitudine, ad un problema inatteso e troppo grande.sad woman with baby

Mamme e papà tristi.

Mamme e papà che si sforzano di sorridere al loro piccolo, un po’ per proteggerlo un po’ perché è davvero difficile, per la nostra cultura, conciliare la sofferenza con la gioia della nascita, ammettere di essere tristi, di essere in difficoltà “in un momento che DEVE essere tanto felice”.

Come se i sentimenti avessero uno spazio limitato nel nostro cuore. Come se dove sta la gioia non possa stare anche il dolore.

Ma l’animo umano è grande, immenso e frastagliato.

E…sì, ci sta tutto nel cuore.

Ci sta la gioia.

Ci sta il dolore.

Ci sta (purtroppo) il senso di colpa.

Ci sta l’amore (e su quello puntiamo sempre).

Arriviamo ad essere genitori con in testa un modello assoluto: il genitore felice, il genitore forte, il genitore positivo, il genitore protettivo.

Da dove sia venuto esattamente questo modello non lo so dire. Forse qualche amico antropologo o psicologo potrebbe aiutarci in questo…

Quello che so è che è un modello pericoloso per tutti.

Per i genitori, perché impiegano le proprie forze per creare un’immagine positiva di se stessi invece che per elaborare la propria sofferenza.

Fino a che non diviene un’abitudine: l’immagine si fa spessa e resistente ed il dolore si nutre e cresce e rimane, silenzioso e minaccioso, nascosto là sotto, ad allevare il suo erede più crudele, il senso di colpa.

Per i bambini, perché ricevono un messaggio contrastante: come può il sorriso che vedono sposarsi con il disagio che sentono?

Eh già, non importa quanto spessa sia la crosta: i bambini vanno oltre, scovano il clandestino e lo tengono d’occhio…anzi: lo tengono a pelle, perché con quella arrivano bene fin negli angoli più misteriosi del nostro animo.

Il bambino balinese è portato sia liberamente sul fianco […] sia dentro un’imbracatura. […] Il contatto con il corpo materno gli fornisce direttamente l’indicazione di fidarsi del mondo esterno o di temerlo: nonostante la madre riesca a controllarsi in modo da sorridere e mostrarsi gentile al forestiero o a chi appartiene ad una casta superiore, senza che la sua espressione cortese lasci trasparire il minimo timore, le urla del bambino che essa tiene in braccio ne tradiscono l’intimo panico” (Balinese Character” G. Bateson, M. Mead, 1942 – “Il linguaggio della Pelle”, A. Montagu 1989)

E cosa può comprendere un bambino da due messaggi tanto contrastanti? Come può figurarsi un bambino la complessità d’animo di un adulto?

Si chiederà se la causa del dolore sia lui? Si chiederà perché i genitori sorridono quando stanno male?

Non possiamo dirlo: certo è che questi bimbi spesso piangono in modo incomprensibile ed inconsolabile.

Magari per dar voce al dolore dei genitori costretto al silenzio o magari per dar voce all’incertezza, al senso di timore che una situazione così complicata suscita in loro.

Ma davvero dobbiamo per forza essere sempre forti e sorridenti per il bene dei nostri bambini?

Davvero i nostri bambini hanno bisogno di genitori che li tengano lontani dall’ombra del dolore anche a costo di mentire?

Davvero i nostri bambini hanno bisogno di un sorriso a tutti i costi, anche quando abbiamo il nodo in gola?

Queste sono domande a cui ciascuno risponderà secondo le priorità del suo cuore.

Io, però, oggi voglio raccontare che c’è anche un altro modo.

Un’altra strada che rimette in gioco tutto: la nostra prospettiva, le nostre possibilità di considerare, condividere, conoscere e farci conoscere, dare e ricevere fiducia.

Raccontare.

Sembra forse una cosa sciocca l’idea di parlare con un neonato.

Eppure è magica.

I bambini ascoltano.

I bambini comprendono i nostri “sto soffrendo” e soprattutto i nostri “non è colpa tua”.

Li comprendono da subito, fin da dentro la pancia.

Non so se sia il potere magico delle parole o se la mancanza di maschere lasci fluire l’energia in modo diretto ed efficace.

Ma comprendono.

E cosa può comprendere un bambino nel momento in cui la sua mamma o il suo papà apre il proprio cuore e gli racconta di un dolore?

Forse sentirà che il suo amato genitore si fida di lui? Forse sentirà con la sua pelle, con la sua magia, tutta la sincerità del mondo?

Ancora una volta, non possiamo dirlo: certo è che questi bimbi spesso smettono di piangere ed ascoltano.

Certo è, anche, che il dolore narrato, smascherato, portato alla luce, piano piano si fa più tenue, come un’ombra della notte all’alba.

Perché, raccontando il nostro dolore, concentriamo su di lui le nostre forze e ci concediamo la chance di poterlo combattere per lo meno ad armi pari.

“Affinché l’avvenimento piu comune divenga un’avventura è necessario e sufficiente che ci si metta a raccontarlo […] Quando si vive non accade nulla. Le scene cambiano, le persone entrano ed escono, ecco tutto. Non vi e mai un inizio. I giorni si aggiungono ai giorni, senza capo ne coda, e un’addizione interminabile e monotona. […] Vivere è questo. Ma quando si racconta la vita, tutto cambia” ( “La nausea” J.P. Sartre, 1932)

Non è una ricetta, non è (forse) niente di scientifico.

Ma da chi amiamo preferiamo la sincerità alla perfezione, la fiducia nelle nostre forze alla protezione che dà per scontato che siamo “troppo poco” per affrontare la vita. Preferiamo che l’amato si metta a nudo, mostrando le sue imperfezioni e le sue debolezze, invece che accompagnarci con una creazione illusoria di forza, equilibrio e serenità costante.

E per i bambini, forse, non è diverso. Forse anche a loro non servono genitori perfetti. Forse è più nutriente la sincerità.

(Veronica)

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Un Commento

  1. Patrizia

    Leggere ciò che scrivi con quel tuo parlare semplice e profondo, è come bere ad un ruscello di montagna. Mi rinfresca e mi rasserena. Ho sempre combattuto le varie Mary Poppins e la continua ansia da prestazione che ci pesa sulle spalle, ma è molto difficile e da mamma ciò che dovrebbe essere naturale diventa terribilmente intricato

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