Le recensioni della SquiLIBRIa, “Urlo di Mamma”

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L’urlo di mamma pinguina incute terrore.

E’ selvaggio, fuori controllo, distruttivo. Non paralizza, anzi, fa letteralmente andare in mille pezzi il corpo del suo piccolo.

Detta così, sembra terribile. Invece, l’Urlo di mamma (Jutta Bauer, Ed. Nord-Sud, 2008) apre un varco, una porta, una storia e ci inizia ad un viaggio innanzitutto- come, altrimenti?-  dicendo la verità (una tra mille, magari) a noi stesse e dunque ai nostri figli.

Per quanto banale e sdrucita possa sembrare, la verità è che le mamme urlano. Che la potenza materna è una forza creatrice e distruttiva insieme, è fatta di luci e di ombre, di territori amabili e fertili e di paesaggi aspri, difficili anche da nominare- e via, non ha soltanto il gusto rosa confetto-melassa come da propaganda anni ‘50.
L’urlo di mamma, innanzitutto, dice qualcosa sulle donne e sulle madri e immediatamente le rende protagoniste di quel che accade- senza farle fuori prima ancora che la storia inizi, relegandole nel mondo delle MAS, Madri-Amatissime-e-Stecchite (di parto, impallinate da sedicenti cacciatori, svanite nel nulla, eliminate da malattie incurabili e innominate), oppure lasciandole immobili sullo sfondo della trama. Al massimo, figurine fragili e sbiadite che stanno a guardare quel che succede. Insomma, madri assenti per forza e perchessì, altrimenti la storia scorre male….

Eh no, intendiamoci, perché la nostra mamma pinguina, da quell’urlo in poi, si fa un mazzo così per tentare di rimettere le cose a posto.

E l’impresa, credetemi, non è per niente semplice (altro che svanire nel nulla).

La sua collera, infatti, ha letteralmente spedito in orbita la testa del figlioletto, che vaga tra le stelle con lo sguardo esterrefatto.  Il suo corpo galleggia alla deriva tra le onde del mare, le sue ali sono finite nel fitto della giungla- a far stranire le tigri; il suo becco è atterrato sui monti e il suo culetto di cucciolo è sparito in città. Le sue zampette arancioni continuano a correre fino a che non arrivano, stanche morte, nel deserto del Sahara. Cioè, le zampe di un pinguino nel deserto. Roba da matti. E sicuramente un bel casino per la nostra protagonista.

Causa ed effetto, responsabilità personale, auto-colpevolizzazione, senso di inadeguatezza . Eppure.

Eppure, come tutti i grandi casini che si rispettino, anche questo ci offre tanti spiragli e più di uno sprint per ripartire.
Da un lato, il corpo diviso e disperso del piccolo, lo rende impotente.

Vorrebbe cercarsi, gridare, volare: ma i suoi occhi sono in cielo, il suo becco è sui monti, le sue ali sono nel fitto della giungla. E lui proprio non sa cosa fare: non riesce a ritrovarsi, non sa trovare una soluzione.

Al tempo stesso, è innegabile che il piccolo pinguino, suo malgrado, intraprende un viaggio. Attraverso il conflitto e la separazione dalla madre, è costretto a partire, lanciato ben oltre i confini del suo mondo conosciuto, lontano dai territori familiari e protetti, in cui ognuno ha un ruolo definito, in cui l’amore è per forza rassicurante e in cui tutto è tenuto insieme da un senso profondo di appartenenza e di riconoscimento. Che gli piaccia o no, scopre altri mondi- stranieri, incongrui, spaventosi magari. E se anche fossero (solo?) mondi interiori, non sarebbero meno reali, preziosi, necessari. Anche solo per la consapevolezza della loro esistenza ne sarebbe valsa la pena, no?

E insieme al viaggio del figlio inizia quello della madre, che a ben vedere è stata la premessa, la spinta iniziale di tutto. Inevitabile.

Ma che la madre è partita anche lei, lo scopriamo in realtà solo alla fine, quando un’ombra possente oscura il cielo sopra il deserto dove arrancano le zampette arancioni del figlio. Mamma pinguina naviga su un’enorme barca di legno che plana sulle dune, sullo sfondo rosso della sera: è andata a cercare, in giro per il mondo, ogni singola parte dispersa del suo piccolo, ricucendola via via insieme alle altre. Adesso anche le zampe vanno al loro posto, a sorreggere il corpicino di nuovo integro.
E poco importa, a questo punto, se quell’arca meravigliosa e simbolica, la nostra pinguina se la sia costruita da sé o se l’abbia affittata, in preda all’ansia e alla fretta, nel primo noleggio barche strisciando la carta di credito. Quello che è certo, è che ha dovuto agire, muoversi, fare una scelta. Lasciare quello che stava facendo, cambiare programmi, invertire rotta- prendere ferie, magari, disdire un appuntamento importante o rimandare due ore di meritato riposo.

Ha dovuto cercare e guadarsi con altri occhi.

“Scusa se ho urlato così forte”, dice semplicemente mamma pinguina, dando l’ultimo punto.

Ce l’ha fatta e ci svela la magia delle parole che possono ricomporre, proprio come l’ago che ricuce, raccontando del viaggio fatto- punto dopo punto, filo intrecciato a filo: del potere e della potenza, dello sgomento, della gioia pura, della consapevolezza, della perseveranza, dell’allegria, della speranza, della paura, del coraggio. Del provarci. E del riuscirci. Più o meno. Mica sempre.

Eppure, sembra continuare, qualunque parola magica sarebbe niente senza l’azione- senza la congruenza, ricostruita spesso con fatica, tra parole ed azioni concrete.

“Scusa”. Lo sussurra in un abbraccio quasi incredulo, mamma pinguina, e sembra sicura non ci sia altro da dire perché tutto il resto è stato fatto. Quello che si poteva, come lei poteva, ma è stato fatto.

E allora questa non è soltanto una storia sull’amore materno (qualsiasi cosa esso sia), né solamente un piccolo, preziosissimo manuale di ragion pratica.

L’Urlo di mamma è, sotto ogni punto di vista, un libro d’avventura.

(Marta, la SquiLIBRIa)

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