Per un parto senza dolore

Recentemente ho partecipato -fuori programma- ad un incontro informativo sull’anestesia peridurale.
Me ne sono stata lì, seduta in silenzio ad ascoltare un dottore che spiegava come è possibile avere un parto indolore. E ripensavo al mio parto, ai miei parti. E a tutto il dolore che li ha intrisi, fino a scendere nel più profondo angolino della mia dignità.
E mi sono chiesta, silenziosamente, se a qualcuno interessi scoprire un analgesico per quel dolore, per il dolore che io ho provato.
Dottore, dimmi se esiste unperidurale’anestesia contro il dolore di sentirsi incompetente, contro il dolore di sentirsi in balia di sconosciuti, contro il dolore di sentirsi osservati e giudicati, contro il dolore di sentirsi legati da cavi, cinture, monitor accesi.
Dimmi se esiste dottore, o se la scoprirete, un’anestesia per far sparire il dolore del tempo e del ritmo non rispettati: oh, dottore, questo sì che lacera. Non la pelle che è facile da ricomporre, ma l’anima, lacera l’incontro, lacera le basi della relazione. E questo, dottore, non lo si risolve con qualche punto dato distrattamente come da routine. Lo si risolve con mesi, a volte anni di duro lavoro per ritrovarsi.
Dottore vorrei sapere da lei che ama così tanto l’assenza di dolore, se può darmi qualcosa contro il dolore di non ricordare l’odore di mia figlia perchè quando me l’hanno finalmente messa tra le braccia era vestita con un vestito che non avevo mai visto e dalla pelle emanava odore di profumo e petrolati. Dimmi se c’è, dottore, un anestetico contro il dolore di un allattamento che fatica a prendere il via perchè è mancato il riconoscimento. Dimmi se esiste, dottore, una soluzione chimica perfetta per non sentire tutto quel dolore accumulato che quel neonato che ti ritrovi in braccio ti legge nell’anima, piangendolo senza posa.
Sai che penso, dottore? che l’unica anestesia che mi ha fatto sentire viva, che ha acquietato tutto questo dolore è stato lo smuovere profondo della mia energia più atavica quando la testa della mia bambina ha iniziato a scendere ed ho sentito tutto il mio corpo rispondere finalmente a lei, a noi.
Quel momento, quelle spinte così naturali, perchè sentivo lei che mi guidava da dentro, è ciò che mi ha fatto scoprire quanto fossi forte. Che mi ha fatto sentire che potevo riprendermi il mio sentire e la mia dignità, così perfettamente puliti e avvolti in tessuti sterili da rendere sterile anche l’esplodere della vita.
Mio marito, devastato da tutto quel dolore e dalla sua impotenza, poi mi dirà che in quel momento il dolore era sparito, che era sparita quella donna sofferente ed umiliata e che davanti a lui c’era di nuovo la sua sposa, forte come una tigre, che sapeva improvvisamente cosa fare.
Ma tu, dottore, cosa ne sai di quel momento? Eppure fai di tutto per convincere le donne a non sentirlo, a sentirlo meno. E alla fine ti lasci pure andare in un’esclamazione “viva la peridurale!” trasportato da un entusiasmo incosciente che sa di autoaffermazione.
E sembri, dottore, così sicuro di poter migliorare ciò che Dio ha creato, che non ti accorgi che sei lo strumento tramite cui si avvera la maledizione “tu, donna, partorirai con dolore”.
Dottore tu inganni te stesso e, quel che è peggio, inganni le donne, le famiglie.
Perchè il dolore vero, dottore, non si cancella con un’iniezione. Si cancella con il rispetto e la fiducia nelle donne e nella natura.
Si cancella stando in attesa ed intervenendo davvero soltanto quando c’è bisogno.
Si allevia facendo i medici ed occupandosi dei casi di patologia.
Conserva, dottore, la tua preziosa anestesia per i casi in cui davvero serve. E alle altre donne, dottore, aiuta a somministrare silenzio, rispetto, considerazione, conforto, presenza, pazienza, contatto, fiducia, stima. Ti stupirai, dottore, dei grandi risultati che si possono avere. E di quanto la pubblica sanità risparmierebbe.

Veronica

N.D.A. contrariamente al mio solito, questo posto ho scelto che fosse molto personale. Oggi è il 5° compleanno della mia bambina e vorrei condividere questa riflessione che nasce da quell’esperienza nell’intento che sia utile ad altre donne. Non mi riferisco a casi di evidente patologia.

Scambio di Poesie – Il piede del bimbo (Pablo Neruda)

piedeIl Piede del bimbo

Il piede del bimbo non sa di essere piede,
e vuole essere farfalla o mela.
Ma presto i vetri e le pietre,
le strade, le scale,
e i cammini della dura terra
insegnano al piede che non può volare,
che non può essere frutto rotondo sul ramo.
Il piede del bimbo allora è stato sconfitto,
è caduto in battaglia,
è stato fatto prigioniero,
condannato a vivere in una scarpa.

Pablo Neruda

Grazie a Giordana per avermi invitato a questo scambio di poesie, le cui regole sono le seguenti:
  • pubblicare entro 24 ore dal ricevimento dell’invito una poesia sul proprio blog (pena regalare un libro a chi ci ha invitato),
  • nominare altre 5 blogger, ecco le mie: Camilla, Valentina, Alessia, Giulia e Tullia

“Portare” la famiglia verso nuovi equilibri

Ogni volta che nasce un bambino, la famiglia che lo accoglie si prepara a fargli posto. Un posto fisico nella casa, un posto magico negli affetti.

Strano come quel cosino piccolo piccolo sembri negli affetti così “ingombrante”. Tutto gira intorno a lui, tutti se ne prendono cura, tutti cedono un po’ del loro territorio del cuore.

E, paradossalmente, è proprio in questo scambio d’amore che si nasconde il dolore.

Il dolore di un fratellino che si trova a dover rinunciare alle proprie abitudini: giocare con la mamma diventa più difficile, così come lo diventa il farsi spazio tra le sue braccia adesso sempre “occupate”. Le piccole crisi a cui prima si rispondeva con dolcezza e pazienza sono adesso spesso bruscamente liquidate per via della stanchezza. Eppure quel piccolo è una grande gioia: tante cose da insegnargli presto e un compagno di giochi.

Il dolore di una mamma che si sente in colpa verso i bambini più grandi: ci sentiamo così poco accoglienti e serene, temiamo di non aver posto abbastanza tra le nostre braccia. Eppure si sente che l’amore non è diviso ma moltiplicato e sappiamo dentro di noi che di posto ce n’è e ce ne sarà sempre.

Il dolore di un quattrozampe per le sue passeggiate mancate, per ogni bastone non lanciato, per ogni carezza non passata sul muso. Eppure sente quel cucciolo anche un po’ suo, sente di doverlo proteggere e di voler aiutarlo a crescere.

É questione di tempo, poi tutto si normalizza.

Ed è questione di pazienza, di attenzione.

In tutto questo, parlare di fasce sembra una cosa marginale.

Eppure il portare serve a fare il tempo dell’equilibrio più vicino, più naturale.100_8046

Una fascia aiuta a “portare” la famiglia verso il nuovo equilibrio, nella nuova dimensione.Portare il neonato in fascia regala a lui tutto il contatto di cui ha bisogno. Un ambiente assai simile a quello uterino, la vicinanza e la rassicurazione dei genitori, il contenimento che lo fa sentire al sicuro.

Portare un fratellino o una sorellina maggiori offre loro l’opportunità di non usare parole per esprimere la loro inquietudine, offre un angolo magico di contatto esclusivo, silenzioso e nutriente come possono esserlo solo gli abbracci profondi.

E regala a chi lo porta mani libere e braccia grandi. Per accogliere chi ha bisogno di conferme, per accarezzare, portare a spasso, giocare.image_1

Un bambino portato piange di meno, cerca il seno in modo più regolare, è felice ed appagato.

E rimane più tempo per uscire, per soppesare le emozioni, analizzarle, comprenderle, scambiarle gli uni gli altri, viverle in modo sereno.

Un papà che porta è un papà che ha l’occasione di definire fin da subito il proprio ruolo, di sperimentare la sua straordinaria competenza fin dai primi giorni di vita di suo figlio.

Una mamma che porta è una mamma che sa che il proprio istinto è la sua risorsa più preziosa e che tutto il suo immenso amore può passare dalle mani o dalla trama della stoffa.

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Portare facilita e arricchisce, accorcia e rende più mite il cammino verso l’equilibrio e la reciproca conoscenza.

(Veronica)

 

 

 

Grazie a: Gessica Catalano per la foto, a tutte le colleghe della Scuola del Portare per le foto e le riflessioni.

Grazie a Chiara De Carolis e a Laura Paglini, educatrici cinofile e mamme portatrici (e Chiara anche collega consulente) per la condivisione delle loro esperienze.

Far luce sul parto

il 7 di aprile cala il buio su Careggi. Per un minuto e mezzo, nemmeno i gruppi di continuità fanno il loro dovere. Un minuto e mezzo è un tempo lungo e prezioso se si è in sala operatoria. E in sala operatoria c’è una donna che ha appena avuto la sua bambina con taglio cesareo. Il ginecologo che l’ha operata, per fortuna, ha il necessario sangue freddo e la bravura per portare a termine l’operazione: sutura alla luce dei cellulari degli studenti che lo circondano. Mamma e bimba stanno bene.

La notizia è riportata da ANSA qualche giorno dopo.
Il ginecologo si è tolto i guanti in silenzio, ha salutato l’arrivo di una nuova vita e di una nuova mamma come fa da anni e neppure per un attimo ha pensato che le luci di un telefonino potessero accendere per lui le luci della ribalta.

Eh, già perchè questo gesto che a tanti è parso eroico per lui è la normalità:

Marco Santini, questo il suo nome, ha trascorso una vita a far luce sul parto. A mettere in luce le competenze della donna, del bambino, il linguaggio sconosciuto e potente che c’è tra loro fin dall’inizio. A far luce sul poter partorire in sicurezza e al contempo nei modi e nei tempi che la Natura comanda. A far luce sulle esigenze della famiglia che sta cambiando nel momento del parto, all’importanza della presenza del papà in ogni momento e di fratellini e sorelline maggiori nei giorni subito a seguire.Image

Marco Santini è il ginecologo che ha inventato il Centro Nascite La Margherita. Questo
Centro, questo suo figlio speciale è stato il primo in Italia ad accogliere i parti fisiologici come una grande casa.

Marco ne ha perfino disegnato la struttura, ne ha voluto le forme circolari, consapevole che il cerchio è la forma più adatta alla vita che arriva, ad accogliere la femminilità ed il suo potere generatorio. Cinque grandi sale parto che sono anche sale degenza, dotate di ogni strumento per facilitare il parto e per mettere a proprio agio le donne (vasca per il parto in acqua, corde appese al soffitto, sgabelli, palle ginniche e chi più ne ha più ne metta), nessun orario di visita “blindato”, possibilità per il papà ed i fratellini di pernottare con la mamma e di far famiglia da subito. Una grande cucina comune dove si mangia a tavola, si può fare un caffè, sedersi in poltrona e preparare una tisana mentre si allatta.

Il Centro Nascite la Margherita è un’eccellenza a livello europero: tirocinanti e studenti vi arrivano tramite progetti universitari per conoscerlo, capirlo e studiarlo.

Marco Santini ha fatto luce sul parto per vent’anni ed ora risponde incredulo alle richieste di intervista per la sutura alla luce dei cellulari. Lui, il “ginecologo della fisiologia” come spesso viene chiamato quasi con scherno a Careggi, famoso per la sutura di un cesareo alla luce di un telefonino.

Certo è stato bravo, a sfruttare la tecnologia e la presenza dei suoi studenti.

Ma è stato ancora più bravo a far luce, per tanto tempo ed in modo tanto ostinato, sulle condizioni e le necessità del parto e di chi partorisce.

(Veronica)

Un nido domiciliare…

Da quando sono entrata nel mondo dei servizi all’infanzia privati, ho iniziato a raccogliere direttamente la voce dei genitori. Molte delle parole di questi padri e di queste madri confermano ciò che ho letto in molti articoli di puro contatto: “ci manca la tribù”. Quindi, volendo costruire un progetto utile, ho sempre tenuto a fuoco questo obiettivo: far sentire le famiglie parte di qualcosa.

Accogliere un figlio è un desiderio irrinunciabile nonostante qualsiasi difficoltà, prevedibile o imprevedibile, e lo scoglio principale per i genitori che mi trovo davanti è il non avere sufficiente confronto e talvolta neppure sostegno. Sono numerosi, per fortuna, gli spazi e le occasioni in cui si possono seguire corsi di preparazione alla nascita, poi corsi dopo parto che affrontano sempre temi interessanti e aiutano concretamente ad affrontare un periodo oggettivamente critico. Il merito più prezioso di questi corsi è quello di produrre amicizie e nutrire il concetto di genitore consapevole: due regali molto importanti nel corredo dei bambini. Poi le mamme rientrano a lavoro e il tempo speso ad imparare ad educare nel modo migliore diventa sempre meno. Da qui in avanti si può solo mettere a frutto quella conoscenza che ci siamo già procurati e sfruttare la rete sociale che si è creata. Invece i bambini crescono ed è molto importante essere al passo con le loro sempre nuove esigenze e rimanere protagonisti delle loro vite.

Con questo sono arrivata al punto: da quando ne sono diventata responsabile, ho voluto presentare l’asilo nido ai genitori come una importante occasione per CONFRONTARSI con chi vive nello stesso momento le stesse tappe della vita, le stesse difficoltà, le stesse gioie, per CONDIVIDERE un’esperienza personale che FA CRESCERE INSIEME.

In un gruppo di adulti  che non delegano ma partecipano impegnandosi in un progetto comune, vedo adulti educati a non perdere mai di vista la loro responsabilità di educatori. In questo trovo l’essenza di un servizio dedicato ai bambini. Questo è praticabile in un asilo nido domiciliare.

Iniziamo a parlarne “tra noi grandi”, più avanti lo osserveremo con gli occhi dei bambini.

 il bosco incantatoDSC_0368_scorcio_di_stanza_morbida

La mia esperienza con i bambini è iniziata con gli studi superiori, il lavoro come educatrice presso famiglie e gli asili nido comunali. Si è arricchita con il diventare genitore, insieme a mio marito, due volte. Mi ha poi trasportata nel mondo del lavoro d’impresa privata, quando ho aperto e gestito con due colleghe, un centro gioco educativo per bimbi tra 18 e 36 mesi. Infine mi ha traghettata verso quello che considero l’arrivo del percorso: il mio asilo nido domiciliare. Ho voluto iniziare con l’elenco dei fatti, perché probabilmente rende più comprensibile ciò che per me è la sostanza, se si vuol parlare del bosco incantato. Ogni giorno ci metto dentro tutto quello che mi ha dato il lavorare con esperti colleghi, il confrontarmi con i genitori e i loro, sempre diversi, stili educativi, l’essere io stessa genitore che si mette in discussione di fronte ad ogni fase di crescita delle proprie figlie, il collaborare con professionisti che si occupano dell’infanzia seguendo un’impronta pedagogica rispettosa di una crescita che guarda al tempo, all’emotività, all’individualità di ogni bambino come qualcosa di essenziale da comprendere, accompagnare e godere. Tutto questo è come concentrato nelle radici del bosco che trattengono in sé tutto ciò che saranno in grado di far germogliare.

L’asilo nido domiciliare è un mondo piccino, se messo a paragone con qualsiasi altra struttura pensata e costruita intorno a questa fascia di età. Ne fanno parte due educatrici, sei bambini e le loro famiglie. Il luogo che contiene le loro relazioni è costituito da una porzione di appartamento esclusivamente dedicato, che l’educatrice struttura e arreda, affinché sia funzionale alle esigenze dei suoi piccoli ospiti. Tutto questo fare lo rende assolutamente personalizzato. Ognuno è diverso e in ciascuno si respira il carattere dell’educatrice che lo ha preparato, colorato e abbellito.

6 bambini sono un piccolo gruppo che consente al singolo di entrare nel mondo con delicatezza, accompagnato dai genitori, in un nido diverso dalla propria casa. Affiancato da nuovi riferimenti educativi e affettivi, potrà confrontarsi con se stesso e con i coetanei. L’educatrice è unica, e nel suo lavoro è affiancata  da una seconda educatrice che contribuisce ad una migliore e più accurata gestione delle attività. I bambini, in una relazione così diretta, hanno la possibilità di esprimersi in piena libertà, senza che i grandi numeri disperdano o soffochino richieste, conquiste e bisogni.

La caratteristica che rappresenta il valore aggiunto nel nido domiciliare è la speciale qualità delle relazioni. Rappresenta il filo conduttore in ogni momento del percorso che le famiglie vivono con l’asilo nido domiciliare. È facile intuirne l’importanza, come è importante averne cura per non sprecare l’opportunità di accompagnare, lasciarsi accompagnare e soprattutto non perdersi questi primissimi anni di crescita dei bambini. Loro stanno già costruendo la loro personalità, perché rimanerne fuori? Ritengo che sia un dovere del gruppo adulti (educatrici-genitori) essere presente al compimento di ogni passo dei bambini, siano essi osservati come gruppo che come membro protagonista della vita di una piccola comunità.

Faccio qualche esempio per chiarire meglio.

Il primo contatto tra famiglia ed educatrice avviene attraverso la visita dell’asilo, concordata e riservata, durante la quale i genitori hanno modo di conoscere la programmazione educativa e i suoi obiettivi. Si trovano già immersi in quell’aria di bambino che hanno modo di respirare attraverso ciò che vedono e ascoltano, e di sentire con le emozioni. Avranno l’opportunità di togliersi dubbi e curiosità. L’educatrice condurrà questo incontro lasciando emergere anche gli aspetti meno conosciuti o talvolta sottovalutati. Questo è il primo passaggio e lascerà ad entrambe le parti una profonda traccia.

(Scegliere il posto giusto e la persona giusta a cui affidare il proprio figlio richiede un grande impiego di forze che ogni genitore deve affrontare con coscienziosa responsabilità. Trovare ciò che più si avvicina al nostro modello educativo, magari non sarà facile, dovrete girare un po’, visitare diverse strutture, ma fatelo, perché una scelta accurata e ponderata rappresenta il primo passo per rendere felice l’avventura nido per i vostri bambini e anche per voi stessi!)

Il periodo di ambientamento che genitori, bambini ed educatrice affrontano con lo scopo di conoscersi e affidarsi si svolge in una struttura piccola, con un piccolo gruppo di persone con cui prendere confidenza. Questo facilita enormemente i bambini, che ritrovano ogni giorno quello che hanno lasciato il giorno precedente. (Verrà più avanti anche il tempo di allargare le esperienze attraverso le attività e il crescere!). Una volta raggiunta la frequenza regolare, il legame costruito con pazienza e attenzione potrà essere coltivato attraverso una relazione fatta di scambi, partecipazione e condivisione.

Questi sono solo i primi momenti di vita al nido, ma bastano a far trasparire che la complicità e la volontà di giocare tutti insieme il gioco del crescere, saranno gli ingredienti che renderanno davvero speciale la qualità della relazione.

Se vuoi approfondire il tema, invia domande e riflessioni. Grazie!

Barbara

Gli esperti di Puro Contatto – Barbara Mencherini

Barbara Mencherini

  • Educatrice di asilo nido

Colgo l’occasione che mi è stata offerta per entrare in Puro contatto. Ci posso portare un po’ del mio lavoro per poterlo offrire e condividere. Ho 42 anni e sono educatrice asilo nido. Ho sempre fatto questo, dalla scuola superiore a oggi, in luoghi e modi diversi, ma sempre a contatto con bambini tra 0 e 36 mesi (o poco più) e le loro famiglie. Nel 2007 ho fatto un passo importante: iniziando il viaggio nell’impreditoria ho aperto un centro gioco educativo con due colleghe. Questa esperienza è durata 3 anni e poi si è trasformata in qualcosa di diverso, la meta del mio percorso: l’asilo nido domiciliare il bosco incantato.

Contatti:

info@ilboscoincantato.it

www.ilboscoincantato.it

cell. 3393733373

Portare sulla schiena, il legame sottile

Anni ed anni appoggiandosi sullo sguardo come risorsa comunicativa assoluta.

Lo sguardo non mente, lo sguardo rivela. Lo sguardo appaga, lo sguardo carezza. Lo sguardo parla e sente.

La vista: la Regina indiscussa dei nostri sensi civilizzati. A lei si scrivono poesie, la si celebra con l’arte, la si erige a padrona assoluta del piacere accettato ed accettabile, del piacere da vivere, senza troppi veli, in condivisione.

“Guardare e non toccare”. La percezione che qualcosa di più ci potrebbe essere ma sapendo che è bene fermarsi lì.

C’è forse un ricordo lontano di un piacere bambino di impastare, di affondare le mani nell’acqua, di rotolarsi in un prato o nella sabbia tiepida, di scorrere le dita sul muretto del giardino: la superficie ruvida ed irregolare, la sensazione a mezzo tra la scoperta ed il fastidio.

Ricordo lontano e quasi sfumato.

E poi, d’improvviso, arriva il momento di afffidarsi al tatto: comunicare con un neonato vuol dire recuperare la competenza del tatto, del carezzare, del sentire, del tenere, dello stringere, dell’avvolgere, dell’abbracciare, del portare.
La competenza si risveglia piano, piano, all’inizio un po’ goffa poi sempre più sicura ma ancora indissolubilmente legata alla vista: lo sguardo attento osserva, verifica, legge i segnali, sostiene, dà certezze. Per chi ha deciso di portare il proprio bambino è un rincorrersi di progressi, un arricchimento costante della comunicazione, la capacità di leggere i segnali del piccolo in modo tempestivo ed appropriato. Ma il cucciolo è sempre lì, sotto lo sguardo innamorato dei suoi genitori.

Fino a che non arriva il tempo di portarlo sulla schiena. E tanti genitori si sentono un po’ mancare il terreno sotto i piedi: come rinunciare alla vista?

Eppure, passato il primo momento di smarrimento, chi inizia a portare dietro si innamora follemente e definitivamente del portare.

Perchè il portare svela il legame sottile eppure potentissimo che piano, piano si è instaurato. Una comunicazione profonda e infallibile, efficace ed autonoma che non ha più bisogno della vista.

Il portare, il contatto con quell’esserino dallo sguardo che va poco lontano e senza parole, ci liberano, giorno dopo giorno, dalle servitù sensoriali e ci restituiscono l’interezza della nostra sensibilità. E ci sentiamo forti e capaci. E pieni di risorse.

Ci sentiamo pronti a portare nel mondo il nostro piccolo e anche a lasciargli fare la sua strada, mostrandogliela in modo delicato da oltre le nostre spalle. Improvvisamente sappiamo che anche quando sarà lontano dai nostri occhi, quel legame speciale non perderà colore.IMG_3788

Nel mio lavoro, ogni volta che incontro una mamma in attesa o un genitore con il suo piccolo tra le braccia, mi soffermo a contemplare il prossimo futuro, il momento in cui il loro percorso li porterà ad essere certi che la pelle ed il suo linguaggio a volte bastano a se stessi. In quella fascia annodata intorno al pancione o che si intreccia uterina ad avvolgere il neonato c’è il potere di stringere legami, sottili e potenti come lo è quel linguaggio, come lo è l’essere umano al completo delle sue potenzialità.

Ed è, forse, la parte più affascinante del portare.

(Veronica)

 

 

 

Buon Anno Nuovo!

Buon Anno Nuovo!

Che l’anno che sta finendo sia un bimbo portato sulla schiena: conoscenza profonda, sintonia, armonia, fiducia, esperienza.
Che possiamo amare il nostro passato in ogni scoperta e in ogni errore.
E che l’anno nuovo sia il nuovo bimbo più piccolo, portato davanti: un piccolo tesoro di scoperte, amore, tenerezza e cura.
Che possiamo crescerlo e crescerci alla luce delle scoperte fatte, delle cose imparate e stupirci delle splendide sorprese che ci farà.
buona vita piena d’amore e di felicità!

“Per crescere un bambino, ci vuole un’intera tribù” (detto africano)

Eccoci alle feste di Natale. Un calendario fittissimo di cenoni, visite, pranzi e chi più ne ha più ne metta.
Immaginiamoci Anna, nata da due settimane, ed i suoi genitori.
Nonostante la stanchezza dei primi periodi, le difficoltà ed i momenti critici sono tutti e tre molto felici. Anna è allattata al seno a richiesta. Una di quelle bimbe che stanno acquisendo competenza giorno dopo giorno, con tante poppate una dietro l’altra perchè si stancano un pochino prima di aver davvero riempito il pancino e perchè vicino a tutto quel morbido e a quell’odore così familiare ci si sta proprio bene.
La sua mamma la porta in una fascia che fa un bell’incrocio sul suo corpicino. A volte anche il suo papà se la “veste” in quel modo e lei se ne sta tranquilla. Ma davvero non le piace star sola (a chi piace?) e nemmeno è pronta per conoscere troppa gente e mamma e papà l’assecondano nei suoi bisogni, per loro molto chiari. Sembra tutto perfettamente in armonia.
Ma ecco che inizia il coro dei consigli e dei giudizi non richiesti. Paventano di tutto: dall’obesità al vizio, alla maggiore età ancora attaccata ai genitori.
Mamma e papà si stanno un po’ irritando e sentono davvero il bisogno di pensare ad altro, di continuare nella loro armonia.
Ma ad un certo punto accade qualcosa di bello: le nonne di Anna, sorridendo, allontanano parenti ed amici inopportuni. Con la vecchia zia sottobraccio le sentiamo parlare di continuum, di bisogni, di comportamenti naturali dei mammiferi, di tenerezza, di contatto.
I nonni di Anna stringono la mano al suo papà, congratulandosi dell’abbraccio in cui riesce a tenere calma la figlia e anche di quella fascia di cotone, all’apparenza così poco virile, che si è rivelata essere uno strumento straordinario.
La piccola zia di Anna chiede alla sua mamma di insegnarle a portare la sua bambola prediletta.

Una piccola tribù, unita.
Questa scena forse è una perfetta utopia per la maggior parte delle mamme che decidono di tirar su i propri figli in “contatto”.
Ma forse c’è la speranza che prima o poi quest’utopia diventi quotidiana realtà.
Prepariamoci.
Quando apprendiamo di aspettare un bambino, la Natura ci invita a concentrarci su noi stesse, sul nostro nucleo fondamentale e questo è bellissimo.
Ma se riusciamo ad investire un po’ del nostro tempo nel costruire la nostra tribù, poi sarà tutto più facile.
Ascoltarsi, informarsi, confrontarsi, scegliere grossomodo la linea che più si confa a noi stessi. Primo passo.
Non tutto andrà come previsto o immaginato ma se si ha un’idea anche non molto definita di che tipo di genitori vogliamo essere tutto sarà più facile.
Poi, scegliere la nostra tribù.
Avremo bisogno di sostegno, inutile pensare che non sarà così.
La nostra tribù è variopinta: ci saranno dei familiari, degli amici, degli operatori.
Di solito lo scoglio più grande sono i nonni. Questi nonni che remano contro, che perdono il senno per l’amore che li travolge, che guardano con diffidenza ai figli divenuti genitori, che “si permettono” azioni davvero deplorevoli in fatto di educazione e puericultura.
Nei social network e nei blogs si legge sempre più frequentemente la rabbia di mamme esauste di tanta mancanza di comprensione. Rabbia che spesso sfocia in espressioni molto forti, a volte violente.
Questo fa male. Fa male ai rapporti, alla serenità, ai bambini, agli adulti.
Cosa succede in una nonna che invoca il latte artificiale e la carrozzina, in un nonno che rende il ciuccio più allettante con una passata di zucchero o di miele?
Perchè non ascoltano, non rispettano, non sostengono?
Perchè non capiscono. Figli e genitori di un’impostazione forzatamente a basso contatto, han cresciuto figli ascoltando i consigli e le indicazioni degli “esperti” convinti di fare il meglio, convinti di non essere in grado da soli.
Ed ora?
Ora vedono questi genitori, questi loro figli che si curano le ferite cambiando rotta con le nuove generazioni.
Perchè ogni volta che un bimbo piange, piange anche il bimbo che è nascosto dentro alla mamma o al papà. Perchè ogni volta che lo consoliamo e ce ne prendiamo cura, accudiamo anche quel bambino nascosto nel fondo del nostro cuore.
Immagino la sensazione di destabilizzazione, forse anche i sensi di colpa, forse infine una punta di invidia e di gelosia, il rammarico per qualcosa di irrimediabilmente perduto.
Un bambino ancora più antico, ancora più nascosto, che adesso si fa sentire all’improvviso, in un pianto disperato a cui non si può resistere.
Azzittire, acquietare ed allo stesso tempo prendere possesso, recuperare. Dimostrare che “ci so fare” che “a modo mio non piange” che “vedi che pure tu come me non hai latte abbastanza”: in poche parole che il proprio operato di genitori non deve essere messo in crisi.
Un tormento inconscio spesso negato e che una neomamma non ha alcuna condizione di capire e di accogliere. Per la stanchezza, per gli ormoni, per la concentrazione in occuparsi del suo bimbo e della sua nuova se stessa. Per un milione di motivi.
Ma finchè i piccoli sono nella pancia si può fare. Si può scavare, dissotterrare, percorrere i sentieri più scuri ed impervi fino ad arrivare alla comprensione, fino a curare la ferita, a spezzare un anello prima, la catena di dolore che ci ha portati fin qui.
Si può affermare e comunicare che sappiamo che i nostri genitori hanno fatto del loro meglio, che li amiamo così e che ci sentiamo amati, che abbiamo bisogno adesso di sostegno per crescere e per cambiare rotta.
Si può informarli che esiste l’altra strada, quella che stiamo scegliendo, e che non sono invenzioni da figli dei fiori ma constatazioni scientifiche, biologiche e antropologiche. “Usiamo” tutti gli esperti del settore: ostetriche, doule, pediatri illuminati, consulenti di allattamento, consulenti del portare, insegnanti di massaggio infantile, e chiunque possa rappresentare l’autorevolezza della professionalità, per mostrare che la nostra intenzione non è mettere in crisi una relazione ma solamente migliorarsi.
Costruire passo, passo, storia per storia, i legami familiari veri.
Sono percorsi estremamente impegnativi e faticosi, costellati di ostacoli, discussioni, momenti duri e pesanti. Ma sono percorsi che ,se si ha la forza di finire, portano al risultato più atteso: la tribù.per crescere un bambino
Ed è così necessario costruire la propria tribù, avere un nucleo di persone a proteggerci, sostenerci, accompagnarci. Avere qualcuno di fiducia con cui condividere l’arrivo e la crescita del nostro bambino.
Perchè crescere un bambino “a contatto” prevede l’accudimento condiviso e non a caso.

Veronica

Chi ci può aiutare:

Per imparare a comunicare in modo efficace e rispettoso: Ass. Comunicazione Empatica

Per scavare a fondo nella nostra storia: Il lavoro emotivo e corporeo di Willi Maurer            e qualcosa sulle costellazioni familiari

Esperti sui benefici del portare i bimbi in fascia: Scuola del Portare

Esperti in allattamento e sui suoi benefici : IBCLC e La Leche Ligue

Pediatri: UPPA

Psicologi: Alessandra Bortolotti

Ostetriche: ostetriche libere professioniste (anche nel settore pubblico si trovano splendide professioniste ma purtroppo non esiste un link di riferimento)

Doule: ci sono diverse associazioni sul territorio nazionale. Non segnalo nessuna in particolare per mancanza di conoscenza diretta.

Libri sul tema: serie Il Bambino Naturale del Leone Verde