La qualità dell’amore (sul portare i bambini)

Premessa: ho scritto quattro volte quest’articolo. Affrontare il lato simbolico di quel che quotidianamente facciamo è difficile e radicale. Ho cercato con tutta me stessa di non esprimere condanna e nemmeno critica ma solo di analizzare ciò che spesso viene dato per scontato, ciò da cui io per prima come donna e come mamma sono passata. Spero d’esserci riuscita.

Immagine

Nelle società cosiddette “primitive” i bambini si portano addosso, o in braccio o con appositi supporti. Si portano prevalentemente sulla schiena, a volte sul fianco, mai davanti.

Il motivo pratico di queste scelte è abbastanza evidente: sono posizioni molto comode per lavorare o camminare o muoversi molto.

La base relazionale che le rende possibili invece è più nascosta e si basa sulla competenza genitoriale nel percepire ed interpretare correttamente i segnali fisici che il cucciolo manda al portatore. La comunicazione avviene in modo assolutamente efficace attraverso il contatto epidermico per cui non è assolutamente indispensabile né funzionale il contatto visivo.

Nel nostro mondo, invece, in cui questo tipo di competenza è andata giorno, giorno scomparendo rimpiazzata da un frequentissimo senso di inadeguatezza o insicurezza, il contatto visivo è fondamentale. Abbiamo bisogno di VEDERE che tutto va come deve andare, di GUARDARE il nostro piccolo per comunicargli la nostra presenza. Da noi, chi ha un bimbo molto piccolo, lo porta davanti.

100_8060

Raccolto sul petto di chi lo porta, il bambino è dolcemente avvolto da una nicchia meravigliosa piena d’amore che tende a lasciare fuori il mondo, come un piccolo angolo incantato. Il nostro mondo adora la posizione frontale tanto da spingerla spesso oltre i limiti della fisiologia del portatore e del bambino.

Negli altri modi di portare, invece, il mondo intorno è sempre parte integrante del quotidiano del portatore e del portato. Non c’è essere umano senza il proprio contesto sociale e naturale e questo vale fin da piccoli piccoli.

Credo che questo già sia un elemento su cui poter riflettere molto. Le scuole del portare (e qui non posso non citare la “mia” scuola ovvero la Scuola del Portare di Roma di cui trovate il sito tra i links, il cui corso per consulente è all’origine di queste mie riflessioni) propongono al portatore occidentale un percorso di liberazione dai vincoli visivi, di riacquisizione delle competenze comunicative e di reciproca e graduale apertura verso il mondo: dalla posizione frontale cosiddetta “fronte-mamma” (anche se, ovviamente, non solo le mamme portano!) in cui il neonato guarda il genitore e viceversa in un piccolo, chiuso universo autosufficiente, si passa alla posizione sul fianco in cui portato e portatore guardano insieme il mondo in una sorta di condivisione protetta.

39Non pensiamo che questa “protezione” sia solo a vantaggio del piccolo. Certamente il bambino portato sul fianco ha la possibilità di guardarsi intorno e di trovare rifugio, in caso veda qualcosa che lo turbi o spaventi, nascondendo il viso nell’incavo del braccio del portatore.

E si sa che i bambini, come i gatti, quando non vedono si sentono invisibili e quindi al sicuro.

Ma anche il portatore beneficia di questa condivisione: guarda il piccolo affacciarsi al mondo e si abitua poco a poco a distogliere lo sguardo da lui per tornare a rivolgerlo al mondo.

Infine si passa, finalmente, sulla schiena. La schiena è la posizione della “maturità” relazionale, in cui portatore e portato guardano insieme il mondo ma in modo indipendente e la loro risorsa comunicativa, oltre quella verbale, sono i messaggi che passano da pelle a pelle e che entrambi, a fine percorso sono finalmente in grado di gestire.

La posizione sulla schiena comunica indipendenza: il bambino può guardarsi intorno e arrivare ad angolazioni che l’adulto non può raggiungere. L’adulto, da parte sua, ha trovato il suo equilibrio: è presente come risorsa del bambino ma non lo intralcia nella sua personale scoperta del mondo.

In tutto questo percorso, come avrete notato, manca la posizione davanti cosiddetta “fronte-strada”.

active_fronte_stradaA motivazione principale per cui non la si inserisce tra le posizioni adatte al portare è sicuramente quella fisiologica:la posizione fronte-strada, tranne rari e complicati casi di legature particolari, non rispetta la cifosi naturale del bambino e spinge la schiena ad assumere una posizione scorretta che la muscolatura in formazione del bambino non può sostenere. La motivazione psicologica segue a ruota: si espone il bambino al mondo senza risorse di protezione in caso incappi in qualcosa di sgradevole o di troppo “forte”.

Chi ricorre a questa posizione, invece, lo fa mosso dalla percezione della necessità del bambino di guardarsi intorno.

Non c’è certo da colpevolizzarsi: l’intenzione di assecondare le esigenze del bambino in evoluzione è lodevole e ci sono fior fiore di libretti di istruzioni, tutorial su internet, foto e filmati diffusissimi che la propongono come un’ottima soluzione.

E noi genitori ci sentiamo orgogliosi della curiosità e della voglia di indipendenza dei nostri figli.

E allora perché non pensiamo a metterceli sulle spalle? Eppure sappiamo che appollaiati sulla nostra schiena potrebbero egualmente soddisfare le loro velleità esploratrici.

Di questa domanda vorrei fare il nodo centrale di questo lungo articolo. Gran parte dei genitori dichiara di “aver paura” a portare il proprio figlio sulla schiena precocemente.

E questo avviene per quanto abbiamo analizzato precedentemente.

Ma la scelta del fronte-strada, simbolicamente, dice: sono orgoglioso che tu voglia guardare il mondo perchè è in linea con quello che la società chiede e pretende. Quindi assecondo la tua esigenza a priori, senza analizzare esattamente quali sono i tuoi bisogni magari inconsci (come potrebbe essere il non razionalizzabile bisogno di avere un luogo di rifugio) ma non mi stacco dalla mia necessità di tenerti sott’occhio.

Insomma, praticamente, un guinzaglio lungo: la centralità è il genitore con le sue esigenze, le sue paure, i suoi canoni.

La nostra società ci ha abituato a questo: ad una non-relazione tra genitore e figlio, tra “educatore ed educato”ma ad un rapporto diseguale in cui il genitore osserva il figlio e sceglie cosa il figlio deve affrontare e come.

Questo, certo, ci porta ad una reciproca immaturità relazionale: il genitore guarda il figlio e non ciò che il figlio scopre e come lo vive. Quindi difficilmente capirà il percorso che il figlio fa, le emozioni che vive, i tasselli che compongono la sua crescita.

Il figlio si sente staccato e quindi non supportato ma osservato e sotto pressione costante, sotto “giudizio” e senza possibilità di condivisione.

C’è un libro interessante, nonostante il titolo (italiano) di dubbio gusto e pertinenza “genitori efficaci” che parla di comunicazione.

La posizione davanti fronte-strada e le posizioni sul fianco e sulla schiena di chi porta sono la concretizzazione degli opposti sistemi comunicativi che vengono analizzati in questo libro ed hanno, a mio parere, le stesse conseguenze.

Scrivo queste cose non per bearmi di sofismi tecnico-psicologici sul portare e neppure perché penso che un bambino portato fronte-strada avrà inevitabilmente problemi relazionali con la sua famiglia. Bensì perché credo che sarebbe fondamentale per ognuno di noi (me stessa in primis) riflettere sui messaggi in codice che trasmettiamo, sulla potenza dei simboli e sulla qualità e maturità dell’amore che abbiamo e che coltiviamo ogni giorno.

Veronica

Un corso di massaggio infantile…

Immagine

Un corso di massaggio…chissà perchè una mamma o un papà dovrebbero pensare di fare un corso di massaggio per coccolare i loro piccoli: non fa parte dell’istinto?

Certo che sì.

Fa parte dell’istinto genitoriale abbracciare, accarezzare, coccolare, cullare, baciare, annusare i propri piccoli. Fa parte dell’istinto ascoltare ogni sussulto dei loro piccoli corpi e armonicamente poggiare le dita proprio lì dove daranno sollievo.

E quindi?

E quindi è un discorso lungo, se vogliamo. Se vogliamo, un argomento complicato e forse anche un po’ doloroso. È la storia di come noi, abitanti del mondo “civilizzato” abbiamo perso l’abitudine al tocco, l’abitudine all’osservazione e all’ascolto, l’abitudine al contatto.

Dimentichiamoci (figurativamente, certo!) dei nostri piccoli e pensiamo a noi.

Quanti di noi sono abituati a scambiarsi effusioni che non siano quelle dei momenti intimi con i nostri partners? Quanti di noi sono abituati anche soltanto ad ascoltare il proprio corpo, i suoi messaggi, a capire il linguaggio segreto della pelle, le confessioni dei muscoli, le confidenze “profonde” dei nostri organi interni?

Siamo cresciuti in uno stato di asetticità sempre più ingombrante ed ermetico. Le distanze con i nostri simili sono andate sempre più aumentando grazie a carrozzine, girelli, biberon, miniappartamenti, condomini senza cortili, piazze senza angoli tranquilli, città grandi e rumorose, cibi precotti e auto con impianti perfetti di aria condizionata e finestrini chiusi.

Ed improvvisamente ecco qualcosa di atteso, anzi qualcuno. Un piccino picciò che fin da dentro la pancia della mamma inizia a scalfire le mura, inizia a risvegliare i sensi e ci comunica che soltanto noi possiamo capire davvero i suoi messaggi non parlati.

Dentro di noi, mamma e papà, ci sono gli strumenti, le competenze per capire quel piccino picciò, per mettere le dita esattamente dove daranno sollievo, per annusarlo e bearsi di quell’odore speciale che resterà per sempre nella nostra memoria.

C’è tutto. Ogni mamma, ogni papà ha tutto dentro di sé.

Il massaggio infantile è l’occasione perfetta per tirar via polvere e ragnatele da queste competenze ataviche e meravigliosamente potenti.

Una sequenza che ha un senso corporeo ed energetico e che con il suo ritmo ed i suoi massaggi, con le sue evocazioni figurative, i suoi gesti armonici ci comunica la pace necessaria a scoprire che sappiamo toccare davvero, sappiamo abbracciare, sappiamo dare sollievo, sappiamo amare il nostro bambino. E che lo sappiamo fare da sempre, da quando abbiamo iniziato a pensare al suo arrivo.

Non c’è niente di meglio di lasciare solo un momento da parte la responsabilità di “trovare”, di “inventarsi” un modo efficace di comunicazione per scoprire che abbiamo dentro di noi il più perfetto sistema di intesa con il nostro piccolo.

Quindi ci affidiamo alla sequenza, che è un ottimo inizio. È una sequenza studiata per dare sollievo, per stimolare, per rilassare. Ma la cosa più importante che questa sequenza ci regala è il senso del rispetto, della competenza del nostro bambino e nostra e soprattutto ci regala IL RITMO. È il cuore che batte e che manda via con la sua musica calma e costante ogni ansia o pretesa. È il cuore che batte in armonia con il respiro e le mani che scivolano sulla pelle delicata del nostro bambino, a quel ritmo che lui conosce meglio perchè fin da dentro la pancia ne ha segnato le ore ed i minuti.

Un corso di massaggio infantile A.I.M.I. è un’occasione speciale per ritrovare il tempo giusto, l’armonia della danza e della comunicazione e quel tesoro di competenze che giace addormentato tra lo stomaco ed il cuore di ogni mamma e di ogni papà.

marchio 2000 con sfondoPer sapere di più sul massaggio infantile date un’occhiata al sito www.aimionline.it

Veronica

Piccoli passi verso la completezza…

Unknown

La nostra creatura sta crescendo poco a poco!

Adesso, per chi non ci avesse fatto caso, potete seguirci su facebook alla pagina http://www.facebook.com/PuroContatto

e segnarvi i nostri appuntamenti dal calendario!

Per qualsiasi informazione, curiosità, dettagli…o per raccontarci la vostra storia, scriveteci: purocontatto@gmail.com

…mica vorrete lasciarci da soli?

(Veronica)

“tu, donna, partorirai con dolore…”

photoQuesto articolo potrebbe parlare di parto ma sarebbe troppo scontato. Parlerà, invece di allattamento e di come il dolore venga mal interpretato alla luce di una cultura che ha un rapporto davvero complesso e ormai quasi incontrollato con il rifiuto categorico di questo stimolo.

Abbiamo perso quasi totalmente le competenze sul dolore, la capacità di distinguere tra le tipologie di dolori, di rispondere al dolore in modo costruttivo.

Andiamo con ordine.

Esistono due macrocategorie di dolore: il dolore fisiologico ed il dolore patologico. Pur essendo due tipi di dolore molto diversi l’uno dall’altro, hanno in comune la sensazione negativa che creano in chi soffre.

Il dolore fisiologico  (e già so che qui pioveranno polemiche) è il dolore necessario ad un momento evolutivo o di grande cambiamento, come possono essere il dolore di un dentino che nasce in un lattante, il dolore della pancina di un neonato alle prese con l’apprendimento della gestione degli sfinteri o il dolore del parto.

Il dolore patologico è il dolore necessario ad accendere, in chi soffre, un campanello d’allarme che segnala che qualcosa non sta andando per il verso giusto: il dolore di un dente cariato, una forte emicrania, il dolore di un dito rotto o un mal di stomaco.

Nella loro essenza, entrambi i tipi di dolore non andrebbero “quietati” bensì ascoltati, cosa che, oggigiorno, non passa per la testa di nessuno. Questa mia affermazione non contiene giudizi: è la naturale conseguenza dell’indebolimento progressivo dell’uomo e dell’abbassamento della soglia di sopportazione del dolore provocati (per fortuna?) dallo sviluppo tecnologico e dalle conquiste farmacologiche.

Quindi, se da una parte siamo in grado (almeno qualche volta) di “ascoltare” il dolore patologico senza dover continuare a soffrirne (es. “mi fa male un dente, capisco che ho un ascesso quindi vado dal dentista ma nel frattempo mi prendo un antidolorifico”) che mi pare un passo sicuramente importante nel miglioramento della condizione umana, d’altra parte qualche perplessità mi riservo di averla sulla capacità di “ascoltare” un dolore fisiologico e di comprenderlo seppur mettendolo a tacere. Il famoso dolore con cui le donne partoriscono da maledizione biblica, ormai ha ben pochi “ascoltatori” sia tra chi lo sopporta (che troppo spesso si concentra sulla propria grandezza di spirito), sia – a maggior ragione – in chi lo aggira o elimina farmacologicamente.

Il suono terribile della stessa maledizione biblica, forse ci ha fatto culturalmente scordare la funzione primaria e originale di quel dolore: il corpo che cambia, la vita che cambia per mai più tornare la stessa, la divisione perenne del cuore che in quel preciso momento cessa di battere solo all’interno del nostro petto di mamme per andarsene – dopo poco – in giro per il mondo con un paio di scarpette da ginnastica numero 21.

In fin dei conti una maledizione non può avere aspetti positivi. Ma focalizziamoci sull’allattamento.

Sulla doppia reazione al dolore (rifiuto/eroica sopportazione) appena considerata, vorrei fermarmi per chiarire qualche punto sui dolori che l’allattamento provoca in molti casi.

Cominciamo con il dire che l’allattamento non deve provocare dolore. Se lo provoca è del tipo patologico, ovvero indice di qualcosa che non sta andando per il verso giusto. Siamo in grado di fare questa affermazione con totale serenità poichè, sfrondato da tutti gli aspetti affettuosi, emotivi, intellettuali etc, e seppur diversissimo da tutte le altre, l’allattamento è una funzione fisiologica e le funzioni fisiologiche provocano dolore solo se gli apparati che vengono ad interessare non funzionano in modo ottimale (pensiamo a cistiti, bruciori di stomaco etc)

L’unica risposta materna sensata a questo tipo di dolore è quella di interrogarsi sul perchè lo si sta provando.

L’esempio più classico (ma non l’unico!) sono le “ragadi”. Si tratta di ferite al capezzolo più o meno profonde e davvero molto dolorose, nonché il campanello di allarme che ci dice che il piccolo sta poppando in modo errato. Abbandonare l’allattamento per via della presenza di ragadi o accettarne la dolorosa esistenza con spirito di “donnachesisacrificaperlaprole” sono risposte ad una domanda inesistente. Infatti il nostro corpo non ci chiede “Ehi, tu, mamma! Sei disposta a soffrire per la causa nobile del benessere dei tuoi figli?” ma  “Ehi, tu, mamma! c’è qualcosa che non sta funzionando, riesci ad identificarne la causa?”.

Così come nessuno al mondo smette di nutrirsi per un bruciore di stomaco ma provvede a curare la propria alimentazione, così chi soffre di dolori legati all’allattamento dovrebbe provvedere a curarne i dettagli.

Nessuno è, nè dev’essere, ovviamente, costretto a provare dolore.

Ma, se la scelta di vivere il dolore fisiologico ha sicuramente senso “formativo” (perchè, come si è detto, si tratta di un segnale di crescita che apporta forza e cambiamento), quando si tratta di dolore patologico non c’è ragione di sopportarlo “eroicamente”, così come non c’è ragione di esserne terrorizzati al punto di abbandonare radicalmente tutto ciò che a che fare con quella parte del corpo.

Una donna stupenda, da pochi mesi eso-mamma, che ho avuto la fortuna di affiancare nell’avviamento un po’ burrascoso (come tanti) del suo allattamento, mi ha detto oggi: “Scrivi qualcosa sul dolore dell’allattamento alle mamme. Che non mollino subito, perchè adesso anche io so che, davvero, è meraviglioso”.

Ecco qua, quindi, il mio appello affettuoso non solo a non mollare ai primi sintomi di dolore in allattamento, ma a non accettarli come “naturali” – perchè naturali non sono – e allo stesso tempo di non metterli a tacere con gli svariati e sempre nuovi mezzi che il mercato offre: la risposta a quella domanda che quel dolore vi sta ponendo sta in voi e nel vostro bambino. Cercate qualcuno che sappia leggerla e spiegarvela ed il gioco è fatto.

Veronica

http://www.lllitalia.org/

http://www.iblce.org/

Dall’accudimento alla relazione

bimbi-massaggiQuando si parla di neonati, ci viene immediatamente in testa l’accudimento: il cuore e l’immaginazione si riempiono di tenerezza e si materializzano in noi immagini emozionanti di grandi mani che si occupano di piccoli miracoli della Natura e li nutrono, li spogliano, li puliscono, li vestono, li ninnano, li trasportano da un luogo ad un altro e così via.

Sicuramente i neonati hanno bisogno di qualcuno che si prenda cura di loro e li aiuti a svolgere al meglio le loro funzioni vitali almeno per un buon periodo di tempo: tra la nascita e l’acquisizione dell’indipendenza (o semi – indipendenza) psico-motoria.   Ma quello che il concetto di accudimento trascura o porta a dimenticare è che i neonati hanno numerose competenze fondamentali all’assolvimento di quelle funzioni di cui tendiamo a ritenere gli adulti gli unici garanti.

La capacità di suzione, i riflessi motori, i codici comunicativi, i piccoli gesti, la grande sensibilità tattile e olfattiva. Senza queste competenze qualsiasi affanno per “accudire” i neonati sarebbe vano. E quindi perchè non provare a cambiare punto di vista? Perchè non provare a vederci non dispensatori di vita e di quotidianità ma compagni di viaggio? Perchè non provare a trovare una via comunicativa che dia origine ad una relazione profonda e collaborativa? Strumenti di questo percorso di “rilvoluzione copernicana” del maternage possono essere molti. L’allattamento al seno a richiesta, il portare i bimbi addosso, il massaggio (e le coccole in generale). Quando allattiamo un bambino a richiesta impariamo a leggere i suoi segnali poiché chi allatta sa che attaccare correttamente un neonato piangente è faticoso e difficile e che il pianto è solo l’estremo tentativo di comunicazione nel caso che i codici precedenti siano passati inosservati. La piccola lingua lambisce le labbra, una manina arriva alla bocca, l’altra perlustra lo spazio intorno alla ricerca del seno di mamma. La mamma si stringe il piccolo al seno e glielo offre. Quello che è successo è che il codice comunicativo si è dimostrato efficace: il neonato sa, adesso, di avere una risorsa che funziona e di aver stabilito un contatto con la mamma. E sa che la sua mamma rispetta e si fida dei suoi ritmi, dei suoi bisogni. Non è più un adulto che determina il nutrimento di un neonato ma una coppia di persone che si ama alla follia che comunica le proprie necessità, le proprie risorse, la propria disponibilità ed apertura ad accogliere.

Quando portiamo un bambino addosso, che sia in braccio o con le fasce, non lo trasportiamo semplicemente da un luogo ad un altro. Gli comunichiamo che abbiamo coscienza che le sue mani sono forti, che sappiamo che le dita sanno stringersi, che le caviglie sanno circondare il genitore, che il suo cervello è in grado di leggere i movimenti del nostro corpo e di apprenderli. Gli facciamo capire che non è solo, che il suo bisogno di affrontare la realtà ancora attraverso un filtro è comprensibile ed accettabile. Il messaggio che gli diamo è che si trova in un luogo sicuro dove le sue competenze gli possono permettere di sviluppare la sua idea di realtà ed il miglior modo per approcciarla.

Il massaggio al bambino – se la lingua me lo permettesse direi “il massaggio con il bambino” – è un momento speciale. Vimala Mc Clure, fondatrice dello IAIM (AIMI in Italia) ha introdotto un dettaglio meravigliosamente forte: la richiesta di permesso.                      Prima di iniziare il massaggio, il genitore chiede al proprio piccolo il permesso di iniziare quell’esperienza   comune, quel viaggio insieme che è il massaggio. E già questo significa riconoscere al neonato una completezza, una dignità, una sacralità rare e preziose. Tanto rare che spesso i genitori si sentono ridicoli a farlo.                                                           Non è affatto una domanda retorica: il piccolo ci risponderà con il linguaggio che conosce bene e che noi abbiamo piano piano dimenticato, il linguaggio del corpo. Ci risponderà sorridendo e agitando serenamente le manine verso di noi oppure chiudendosi a riccio e protestando. E noi piano, piano impareremo a capirlo confermandogli che il suo modo di comunicare funziona, che rispettiamo i suoi tempi ed i suoi momenti, che vogliamo fare qualcosa con lui ed abbiamo bisogno della sua complicità, che siamo in contatto.

Si stabilisce la comunicazione e si cresce insieme. I piccoli imparando il linguaggio delle parole, i grandi riscoprendo la potenza della pelle. Entrambi competenti, in un’unica tensione verso il migliorarsi.

Proviamo a cambiare punto di vista:  quando è successo in astronomia in una sola occhiata l’uomo ha infranto 7 cieli di cristallo e s’è lanciato verso l’infinito.

Veronica

Lavori in corso…

Lavoriincorso_1Un po’ di pazienza, stiamo costruendo una rete di esperienze, saperi, competenze.

A breve queste pagine saranno un fervido e ricchissimo laboratorio “hand made” con…

– mani che massaggiano                                                                                          massaggio infantile AIMI-IAIM

– mani che portano al seno                                                                                              sostegno dell’allattamento materno

– mani che stringono nodi (di stoffa e d’amore)                                                              portarei bambini…fin da dentro il pancione

– mani che curano con i fiori                                                                                           naturopatia e fiori di Bach

– mani che aiutano le parole                                                                                               pedagogia ed educazione

– mani che sostengono le famiglie                                                                                     sostegno psicologico, mediazione familiare

– mani che creano e colorano                                                                                     educazione artistica e laboratori creativi

– mani che scrivono storie                                                                                                favole per parlare con i piccoli

– mani che sfogliano libri                                                                                                      recensioni di libri ed articoli

– mani che cambiano (con i) pannolini                                                                        pannolini lavabili ecologia e sostenibilità

– mani che aiutano i bambini a nascere                                                                             esperienze di ostetricia e ginecologia

– mani che si stringono                                                                                                    racconti e storie di gente come noi

– mani che…                                                                                                                               tante altre idee, una dopo l’altra

(Veronica)

nascita di…

purocontatto

Si dice che quando nasce un bambino, nasca anche una mamma.

E non c’è niente di più vero, se non che, oltre la mamma nascono forse anche un papà, forse dei nonni, forse degli zii.

Ma soprattutto nasce  la grande opportunità di vedere il mondo da un punto di vista insolito, di ripercorrere strade per capirne meglio il senso, di scoprire angoli ignoti fuori e dentro di noi.

Oggi, qui, non nasce un bambino. Nasce un progetto che ha a che fare con i bambini e con l’opportunità che i bambini danno, agli adulti, di scoprirsi migliori, di sentirsi competenti e di costruire relazioni.

Una rete di persone dalle mani piene di arte, che amano molto quello che fanno, che credono in ciò che amano e che sanno accogliere e dare sostegno. Per un’educazione ad alto contatto e per educarsi all’alto contatto.

Oggi, qui, nasce HAND MADE, 100% PURO CONTATTO!

(Veronica)