La qualità dell’amore (sul portare i bambini)
Premessa: ho scritto quattro volte quest’articolo. Affrontare il lato simbolico di quel che quotidianamente facciamo è difficile e radicale. Ho cercato con tutta me stessa di non esprimere condanna e nemmeno critica ma solo di analizzare ciò che spesso viene dato per scontato, ciò da cui io per prima come donna e come mamma sono passata. Spero d’esserci riuscita.
Nelle società cosiddette “primitive” i bambini si portano addosso, o in braccio o con appositi supporti. Si portano prevalentemente sulla schiena, a volte sul fianco, mai davanti.
Il motivo pratico di queste scelte è abbastanza evidente: sono posizioni molto comode per lavorare o camminare o muoversi molto.
La base relazionale che le rende possibili invece è più nascosta e si basa sulla competenza genitoriale nel percepire ed interpretare correttamente i segnali fisici che il cucciolo manda al portatore. La comunicazione avviene in modo assolutamente efficace attraverso il contatto epidermico per cui non è assolutamente indispensabile né funzionale il contatto visivo.
Nel nostro mondo, invece, in cui questo tipo di competenza è andata giorno, giorno scomparendo rimpiazzata da un frequentissimo senso di inadeguatezza o insicurezza, il contatto visivo è fondamentale. Abbiamo bisogno di VEDERE che tutto va come deve andare, di GUARDARE il nostro piccolo per comunicargli la nostra presenza. Da noi, chi ha un bimbo molto piccolo, lo porta davanti.

Raccolto sul petto di chi lo porta, il bambino è dolcemente avvolto da una nicchia meravigliosa piena d’amore che tende a lasciare fuori il mondo, come un piccolo angolo incantato. Il nostro mondo adora la posizione frontale tanto da spingerla spesso oltre i limiti della fisiologia del portatore e del bambino.
Negli altri modi di portare, invece, il mondo intorno è sempre parte integrante del quotidiano del portatore e del portato. Non c’è essere umano senza il proprio contesto sociale e naturale e questo vale fin da piccoli piccoli.
Credo che questo già sia un elemento su cui poter riflettere molto. Le scuole del portare (e qui non posso non citare la “mia” scuola ovvero la Scuola del Portare di Roma di cui trovate il sito tra i links, il cui corso per consulente è all’origine di queste mie riflessioni) propongono al portatore occidentale un percorso di liberazione dai vincoli visivi, di riacquisizione delle competenze comunicative e di reciproca e graduale apertura verso il mondo: dalla posizione frontale cosiddetta “fronte-mamma” (anche se, ovviamente, non solo le mamme portano!) in cui il neonato guarda il genitore e viceversa in un piccolo, chiuso universo autosufficiente, si passa alla posizione sul fianco in cui portato e portatore guardano insieme il mondo in una sorta di condivisione protetta.
Non pensiamo che questa “protezione” sia solo a vantaggio del piccolo. Certamente il bambino portato sul fianco ha la possibilità di guardarsi intorno e di trovare rifugio, in caso veda qualcosa che lo turbi o spaventi, nascondendo il viso nell’incavo del braccio del portatore.
E si sa che i bambini, come i gatti, quando non vedono si sentono invisibili e quindi al sicuro.
Ma anche il portatore beneficia di questa condivisione: guarda il piccolo affacciarsi al mondo e si abitua poco a poco a distogliere lo sguardo da lui per tornare a rivolgerlo al mondo.
Infine si passa, finalmente, sulla schiena. La schiena è la posizione della “maturità” relazionale, in cui portatore e portato guardano insieme il mondo ma in modo indipendente e la loro risorsa comunicativa, oltre quella verbale, sono i messaggi che passano da pelle a pelle e che entrambi, a fine percorso sono finalmente in grado di gestire.
La posizione sulla schiena comunica indipendenza: il bambino può guardarsi intorno e arrivare ad angolazioni che l’adulto non può raggiungere. L’adulto, da parte sua, ha trovato il suo equilibrio: è presente come risorsa del bambino ma non lo intralcia nella sua personale scoperta del mondo.
In tutto questo percorso, come avrete notato, manca la posizione davanti cosiddetta “fronte-strada”.
A motivazione principale per cui non la si inserisce tra le posizioni adatte al portare è sicuramente quella fisiologica:la posizione fronte-strada, tranne rari e complicati casi di legature particolari, non rispetta la cifosi naturale del bambino e spinge la schiena ad assumere una posizione scorretta che la muscolatura in formazione del bambino non può sostenere. La motivazione psicologica segue a ruota: si espone il bambino al mondo senza risorse di protezione in caso incappi in qualcosa di sgradevole o di troppo “forte”.
Chi ricorre a questa posizione, invece, lo fa mosso dalla percezione della necessità del bambino di guardarsi intorno.
Non c’è certo da colpevolizzarsi: l’intenzione di assecondare le esigenze del bambino in evoluzione è lodevole e ci sono fior fiore di libretti di istruzioni, tutorial su internet, foto e filmati diffusissimi che la propongono come un’ottima soluzione.
E noi genitori ci sentiamo orgogliosi della curiosità e della voglia di indipendenza dei nostri figli.
E allora perché non pensiamo a metterceli sulle spalle? Eppure sappiamo che appollaiati sulla nostra schiena potrebbero egualmente soddisfare le loro velleità esploratrici.
Di questa domanda vorrei fare il nodo centrale di questo lungo articolo. Gran parte dei genitori dichiara di “aver paura” a portare il proprio figlio sulla schiena precocemente.
E questo avviene per quanto abbiamo analizzato precedentemente.
Ma la scelta del fronte-strada, simbolicamente, dice: sono orgoglioso che tu voglia guardare il mondo perchè è in linea con quello che la società chiede e pretende. Quindi assecondo la tua esigenza a priori, senza analizzare esattamente quali sono i tuoi bisogni magari inconsci (come potrebbe essere il non razionalizzabile bisogno di avere un luogo di rifugio) ma non mi stacco dalla mia necessità di tenerti sott’occhio.
Insomma, praticamente, un guinzaglio lungo: la centralità è il genitore con le sue esigenze, le sue paure, i suoi canoni.
La nostra società ci ha abituato a questo: ad una non-relazione tra genitore e figlio, tra “educatore ed educato”ma ad un rapporto diseguale in cui il genitore osserva il figlio e sceglie cosa il figlio deve affrontare e come.
Questo, certo, ci porta ad una reciproca immaturità relazionale: il genitore guarda il figlio e non ciò che il figlio scopre e come lo vive. Quindi difficilmente capirà il percorso che il figlio fa, le emozioni che vive, i tasselli che compongono la sua crescita.
Il figlio si sente staccato e quindi non supportato ma osservato e sotto pressione costante, sotto “giudizio” e senza possibilità di condivisione.
C’è un libro interessante, nonostante il titolo (italiano) di dubbio gusto e pertinenza “genitori efficaci” che parla di comunicazione.
La posizione davanti fronte-strada e le posizioni sul fianco e sulla schiena di chi porta sono la concretizzazione degli opposti sistemi comunicativi che vengono analizzati in questo libro ed hanno, a mio parere, le stesse conseguenze.
Scrivo queste cose non per bearmi di sofismi tecnico-psicologici sul portare e neppure perché penso che un bambino portato fronte-strada avrà inevitabilmente problemi relazionali con la sua famiglia. Bensì perché credo che sarebbe fondamentale per ognuno di noi (me stessa in primis) riflettere sui messaggi in codice che trasmettiamo, sulla potenza dei simboli e sulla qualità e maturità dell’amore che abbiamo e che coltiviamo ogni giorno.







